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Unicredit, Intesa, Enel e Snam: Blackrock accumula azioni delle grandi aziende italiane
Il colosso finanziario Blackrock ha recentemente aumentato le sue partecipazioni rilevanti in cinque grandi società italiane — Unicredit, Intesa Sanpaolo, Enel, Prysmian e Snam — approfondendo così il controllo sull’economia e sulle aziende strategiche della Penisola. È quanto emerge dall’aggiornamento trasmesso il 15 ottobre scorso alla Consob, relativo alla situazione del 13 ottobre, che evidenzia un aumento percentuale complessivo delle partecipazioni del fondo d’investimento statunitense compreso tra il 6,82% di Snam e l’8,92% di Unicredit. Le azioni sono detenute in via indiretta da Blackrock attraverso le società di gestione del gruppo, per le quali l’obbligo di comunicazione scatta solo dalla soglia del 5%. Da tempo, quello che è considerato il “Moloch” della finanza globale ha esteso le sue mire sulle società strategiche italiane, acquisendo così un certo controllo in alcuni settori chiave dell’economia e delle aziende del Belpaese, mentre detiene quote rilevanti nelle più potenti multinazionali a livello internazionale. L’aumento nell’azionariato di queste cinque aziende interessa settori differenti ed egualmente importanti: bancario, energetico e infrastrutturale. La crescita più consistente riguarda la banca Unicredit, dove la Roccia Nera detiene ora una partecipazione complessiva dell’8,92% contro il precedente 5,6%: la componente rappresentata da azioni passa dal 5,12 all’8,6%, mentre quella relativa agli strumenti finanziari scende dallo 0,48 allo 0,32%. La posizione del gruppo statunitense, vicina al 9% del capitale della banca, conferma il peso determinante degli investitori istituzionali internazionali nell’azionariato dell’istituto di credito guidato da Andrea Orcel e quindi l’influenza di interessi stranieri negli affari italiani. Lo stesso avviene per le altre società: in Intesa Sanpaolo la partecipazione aggregata del fondo è aumentata rispetto alla precedente notifica, passando dal 5,1 al 7,30%. La componente azionaria è salita dal 5 al 6,71%, mentre quella riferita agli strumenti finanziari dallo 0,1 allo 0,59%. L’incremento riguarda dunque entrambe le componenti, seppure con variazioni differenti. Tra le società industriali, Prysmian presenta una partecipazione aggregata di BlackRock pari al 7,46%, rispetto al precedente 5,9%. La quota in azioni è passata dal 5,09 al 7,03%, mentre è diminuita quella relativa agli strumenti finanziari, attestandosi allo 0,43% rispetto al precedente 0,81%. Prysmian opera nel settore dei cavi e delle infrastrutture per l’energia e le telecomunicazioni. Per quanto riguarda, invece, le aziende chiave del settore energetico, gli aggiornamenti riguardano Snam ed Enel: in Snam il fondo statunitense ha raggiunto una partecipazione aggregata pari al 6,82% rispetto al precedente 5,46%, portando la quota azionaria dal 5,1 al 6,03% e quella in strumenti finanziari dallo 0,36 allo 0,79%. Per quanto riguarda Enel, invece, la posizione complessiva raggiunge il 6,96% rispetto al precedente 5,24%. Anche in questo caso è aumentata sia la componente azionaria che finanziaria, con la prima che è salita dal 5,02 al 6,46% e la seconda dallo 0,22 allo 0,5%. Non è certo la prima volta che il colosso statunitense stringe le sue maglie sull’economia e la finanza italiana: dal 2000, infatti, dispone di una propria sede a Milano e – secondo i ricercatori Paolo Gila e Mario Miscali – a fine 2011 la Roccia deteneva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e delle Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (società che controlla Autostrade per l’Italia) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, di Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. Si tratta di aziende strategiche che permettono a Blackrock di inserirsi al meglio in quel progetto di svendita degli asset pubblici italiani iniziato più di trent’anni fa con le privatizzazioni dei “gioielli” della Penisola e inaugurato dall’allora direttore generale del Ministero del Tesoro Mario Draghi sul panfilo Britannia nel 1992. Nel 2024, invece, il fondo d’investimento statunitense – nella persona di Larry Fink, amministratore delegato del gruppo – ha incontrato a Palazzo Chigi il Presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni. Secondo quanto dichiarato dal governo, al centro del colloquio c’è stato «un approfondito scambio di vedute su possibili investimenti del fondo USA in Italia». Si è parlato, in altre parole, della possibilità che il fondo acquisisca quote di alcuni asset strategici di proprietà dello Stato che il governo ha deciso di privatizzare. Al centro degli interessi del fondo americano ci sarebbero le infrastrutture, le aziende energetiche e le Poste. Con un patrimonio totale di 11.500 miliardi di dollari al 31 dicembre 2024, di cui un terzo in Europa, il fondo statunitense è considerato, insieme a pochi altri, uno dei colossi finanziari più potenti a livello globale. Detiene, infatti, partecipazioni in banche, società industriali, multinazionali del farmaco e alimentari, nei media e nelle società energetiche e infrastrutturali di tutto il mondo. Fondato a New York nel 1988 in piena deregulation, ciò che ha permesso a Blackrock di diventare il colosso attuale è stato, tra le altre cose, entrare nel capitale di due delle tre maggiori agenzie di rating esistenti, acquistando il 5,44% delle azioni di Standard & Poor’s e il 6,6% di Moody’s.  Attraverso le sue attività e partecipazioni economico-finanziarie è in grado di esercitare un controllo determinante nell’economia e nelle politiche degli Stati, tra cui l’Italia, dove sembra essere intenzionato ad approfondire le sue azioni di “intelligence economica” senza incontrare alcun ostacolo. The post Unicredit, Intesa, Enel e Snam: Blackrock accumula azioni delle grandi aziende italiane appeared first on L'Indipendente.
October 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti
C’è una contraddizione sempre più evidente nell’economia britannica: i numeri possono ancora raccontare una crescita, ma per chi vive del proprio lavoro il quadro continua a peggiorare. L’ultimo indice PMI di S&P Global conferma infatti che le imprese del Regno Unito hanno continuato a ridurre l’occupazione per il 24° mese […] L'articolo Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti su Contropiano.
October 7, 2026
Contropiano
La finanza elimina il lavoro
A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone impiegate. La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando […] L'articolo La finanza elimina il lavoro su Contropiano.
October 6, 2026
Contropiano
Come si spegne un collettivo senza dare un ordine. Il blocco di A/I
Nel caso Autistici/Inventati non c’è stato nessun ordine. Attraverso una designation amministrativa si sono prodotti effetti economici violenti e censori. È questo il punto da capire ed è da qui che bisogna ricavare delle conseguenze. Su queste pagine AvANa ha già scritto quello che andava scritto sulla solidarietà e sulla censura. Vorrei aggiungere qualcosa di meno consolatorio, che riguarda il funzionamento tecnico della cosa e ciò che ne discende. > Partiamo dal fatto più rivelatore dell’intera vicenda: nessuno ha ordinato > niente a nessuno. Non esiste un provvedimento di un’autorità statunitense > contro Banca Etica. Non risulta una banca corrispondente che abbia telefonato > per dire di chiudere quel conto. Non c’è un giudice, italiano o europeo, che > abbia disposto alcunché. Il 26 agosto l’OFAC [Office of Foreign Assets Control, l’ufficio del Dipartimento del Tesoro statunitense che amministra i programmi sanzionatori del paese, senza contrsddittorio e valutazioni giudiziari] ha inserito Autistici/Inventati in un elenco; il 1° settembre il conto era sospeso, senza possibilità di trasferimenti nella finestra che sembrava essere aperta. In mezzo non c’è un comando ma ci sono un calcolo sul rischio fatto dagli esperti legali di Banca Etica, gli interessi economici dei soci e una decisione del consiglio di amministrazione. Un atto di obbedienza al nazionalismo imperiale US? In un certo senso lo è. Ma il verbo sbagliato ci fa perdere la cosa più importante e cioè che un sistema capace di ottenere obbedienza senza impartire ordini è un sistema molto più efficiente di uno che gli ordini deve darli. COME FUNZIONA Le sanzioni americane si dividono in due famiglie che vengono spesso confuse. Quelle primarie vincolano i soggetti statunitensi: cittadini, residenti, chiunque si trovi fisicamente negli Stati Uniti e ogni società costituita là, comprese le sue filiali europee. Per costoro il divieto è secco: non si può trasferire, pagare, prelevare nulla che riguardi un soggetto designato, e dettaglio che conta, non si può nemmeno prestargli un servizio. Tenere aperto il conto è già di per sé la condotta vietata. Quelle secondarie non vincolano nessuno. Non impongono alcun obbligo a una banca italiana. Nessuna norma americana ha ordinato a Banca Etica di fare qualcosa e Washington non lo pretende nemmeno formalmente. Quello che le sanzioni secondarie fanno è autorizzare il Tesoro americano a togliere a una banca straniera il suo conto di corrispondenza negli Stati Uniti, qualora quella banca abbia consapevolmente agevolato una transazione “significativa” per conto di un soggetto in lista. Il conto di corrispondenza è il perno di tutto. Una banca italiana non ha accesso diretto al sistema di pagamenti in dollari: per regolare un’operazione in dollari deve passare da un istituto che quel conto ce l’ha, a New York. Perdere quel conto non significa pagare una multa. Significa non poter più eseguire trasferimenti internazionali, vedere compromesso il funzionamento delle attività di investimento e così via. Per un istituto delle dimensioni di Banca Etica non è un costo: è la fine dell’operatività in quel paese verso cui è evidentemente esposta. Due precisazioni tecniche che smontano le obiezioni più comuni. La prima: “significativo” non ha una soglia. L’OFAC lo valuta con una serie di criteri (dimensione, frequenza, natura dell’operazione, consapevolezza dei vertici, impatto sugli obiettivi del programma) in cui l’importo è uno dei fattori, non una franchigia. Non esiste una cifra sotto la quale si è al sicuro. La seconda: questa arma non c’è in tutti i dispositivi sanzionatori. Per esempio, l’ordine esecutivo che colpisce la Corte penale internazionale e Francesca Albanese è congelamento puro, senza alcuna leva sulle banche estere. Quello usato contro Autistici/Inventati è invece l’ordine esecutivo 13224, emendato nel 2019 proprio per aggiungerla: e quella leva ce l’ha. > E qui sta il meccanismo nella sua forma violenta più economica. La minaccia > non deve mai essere eseguita. Non serve che il Tesoro americano agisca, né che > la banca corrispondente si muova. Basta che il rischio sia credibile e a quel > punto è l’ufficio compliance dell’anello più debole a fare il lavoro, a spese > proprie, contro il proprio interesse dichiarato, senza che nessuno debba > assumersi la responsabilità politica di aver deciso alcunché. Il potere si esercita come disposizione anticipatoria, non come atto. Non c’è nulla da impugnare, perché non è stato fatto nulla. LA DIFESA DI BANCA ETICA Occorre forse specificare, perché si capisce che Autistici/Inventati sia incazzata e siamo d’accordo, che la campagna contro Banca Etica adesso è un errore di bersaglio: la difesa della banca regge. Martina Pignatti, membro dell’Assemblea di Indirizzo di Fondazione Finanza Etica, l’ha esposta senza troppi giri di parole e in modo chiaro nell’intervista di Giuliano Marrucci su OttolinaTV. Una grande banca può permettersi di sbagliare: incassa la sanzione, la paga, va avanti: è il calcolo che lei stessa attribuisce agli istituti maggiori, rischio un miliardo ma con quell’operazione ne guadagno due. Banca Etica ha un capitale sociale che ha da poco superato i cento milioni e centotrentamila fra soci e clienti. Non ha quel margine. Non ha neanche un canale diretto con l’OFAC per chiedere che cosa sia lecito: deve passare, come per i bonifici, da un istituto più grande, che a sua volta si appoggia a una banca americana. La responsabilità, in sede civile, è oggettiva: si risponde a prescindere dal dolo. E la licenza generale emessa contestualmente alla designazione, che autorizzava le operazioni «ordinariamente incidentali e necessarie» alla chiusura dei rapporti fino al 25 settembre, non dice se il trasferimento del saldo a un’altra banca vi rientri. Chi interpreta male risponde comunque. È su questo che verte il ricorso depositato a Pisa sui sessantaseimila euro del collettivo – che lamenta peraltro la fretta con cui è stata condotta l’operazione prima della scadenza dei termini. > Se ne ricava una proposizione scomoda, ma secondo me è la sola conclusione > seria di tutta la storia: in finanza, la capacità di disobbedire è funzione > della dimensione del bilancio. L’autonomia etica di un intermediario finanziario non dipende dal suo statuto o dalle sue belle intenzioni e pratiche virtuose, dalla sua storia o dai valori di chi ci lavora. Dipende dalla sua posizione nella gerarchia monetaria globale. Più una banca è piccola e alternativa, meno margine ha; più è grande e indifferente, più può permettersi il lusso della disobbedienza ma che naturalmente non eserciterà mai, perché non ne ha alcun motivo. Lo scandalo non è quindi la pavidità di Banca Etica. È che esistiamo tutte e tutti in un sistema finanziario violento e coercitivo, in cui credito e mezzo di pagamento non sono beni pubblici come invece dovrebbero essere e in cui fare la cosa giusta è una facoltà riservata a chi non ha nessuna intenzione di farla. E infatti gli “investimenti” o il “risparmio” non vanno quasi mai nella cura della società, nella riorganizzazione della produzione di merci in senso armonico con la natura e il lavoro umano, ma vanno in armi, in riproduzione fittizia del capitale, in industria pesante e inquinante, in valorizzazione immobiliare che sfratta e gentrifica. Ma proprio per questo il ragionamento non può fermarsi all’assoluzione. Se l’etica della finanza etica finisce dove comincia l’esecuzione di un non-ordine, allora quell’etica non è posseduta ma solo presa in affitto. UN RECINTO COSTRUITO SUL LIVELLO DEI PAGAMENTI Christian Marazzi, in The Violence of Financial Capitalism, descrive la logica finanziaria come un dispositivo socio-economico che produce un comune e poi lo divide e lo privatizza espellendone gli abitanti, attraverso la creazione artificiale di scarsità: di mezzi, di liquidità, di diritti. Richiama esplicitamente le enclosures: la recinzione delle terre comuni in Gran Bretagna che fabbricò il proletariato moderno. E aggiunge, contro ogni lettura funzionalista, che il comune prodotto da relazioni sociali libere precede l’appropriazione capitalistica di quel comune. > Autistici/Inventati era un comune di quel tipo. Sedicimila caselle di posta, > liste, server, venticinque anni di lavoro (volontario, non salariato). Non è > stato espropriato sequestrando macchine né perquisendo case. È stato > espropriato dagli US rendendo inutilizzabile un conto corrente in euro presso > una banca italiana. Il recinto è stato costruito sul livello dei pagamenti. Vale la pena fermarsi su questo, perché assalta il modo di ragionare che ci portiamo dietro da più di vent’anni. Abbiamo trattato la sovranità digitale e la dipendenza finanziaria primo come cose difficili e noiose e che levavano tempo e risorse ad altre battaglie e poi come due questioni distinte, affidate a competenze diverse e a militanze che si parlano poco e sostanzialmente lasciate anche solette e con poche risorse. Chi si occupava di server autogestiti non si occupava di corrispondenza bancaria, e viceversa. Il caso Autistici/Inventati mostra che sono lo stesso apparato visto da due lati: lo stato neofascista statunitense ha spento l’infrastruttura tecnica autonoma agendo sull’infrastruttura finanziaria eteronoma. QUELLO CHE FA IL SUD GLOBALE E CHE NOI NON ABBIAMO FATTO A questo punto arriva l’obiezione realista: e allora? Contro un dispositivo del genere non si può fare niente. Si può invece, e qualcuno lo fa lentamente e silenziosamente da un bel po’ e lo farà sempre di più. Le grandi banche cinesi rispettano le sanzioni americane è un dato, non un’opinione, e Pignatti lo dice correttamente. Hanno filiali a New York da proteggere. Ma accanto a quelle mantengono un piccolo numero di istituti sacrificabili, che trattano solo il traffico con Iran e Russia e che, se colpiti, possono fare a meno del dollaro e dell’euro e continuare a funzionare. Nel frattempo Pechino ha costruito un proprio sistema di messaggistica e compensazione, Mosca un altro, e da quindici anni la diplomazia monetaria cinese lavora per ridurre l’esposizione alla trappola del dollaro. Il Brasile ha fatto una cosa diversa ma che nasce dalla stessa esigenza: Pix, un sistema di pagamenti istantanei interno che ha tolto terreno ai circuiti delle carte. E da anni si discute di collegare quei sistemi sotto l’egida dei BRICS e della loro banca di sviluppo, anche se finora non ne è uscito granché. Non c’è niente di eroico in tutto questo, e non è un modello politico da ammirare. È però un’architettura alternativa nascente. E qui la nostra posizione è indifendibile, perché l’errore lo abbiamo commesso noi. Non abbiamo un’alternativa: avevamo un conto solo, in un istituto solo, di cui ci fidavamo. E la fiducia non è una strategia di ridondanza: è esattamente ciò che si fa quando si decide di non costruire l’alternativa. È evidente che banca e finanza etica non bastano e giocano troppo dentro il loro recinto. Autonomizzarsi significa allora che forse da questa vicenda dovrebbe e potrebbe nascere un dibattito su qualcosa di molto concreto su circuiti mutualistici, casse di solidarietà, contante e, perché no, una blockchain nostra. > Non le stablecoins, che sono dollari o euro travestiti e che i loro emittenti > congelano su indicazione dell’OFAC, ma un registro che ci diamo noi e dove > gestiamo la nostra politica monetaria, strumenti che non transitano sui > circuiti SWIFT non perché siano più puri, ma perché sono più difficili da > spegnere premendo un tasto a Washington o a Bruxelles o a Roma. Significa infrastruttura digitale sociale dei movimenti, federata anziché centralizzata, perché ciò che ha un solo punto di appoggio ha un solo punto di rottura, e vale per i server esattamente come per i conti. Significa strutture e soggetti giuridici che non collassino quando un’anagrafica viene segnalata da un software antiriciclaggio o da un/a mentecatto/a al potere. E significa, soprattutto, farlo adesso, mentre non serve, perché quando serve è sempre troppo tardi. NESSUNO VERRÀ A DIFENDERCI Gli Stati Uniti sono comunque sempre di più un impero senza credito: la maggiore potenza mondiale che è anche il maggiore debitore mondiale e paga interessi sempre più alti. Che pena prendersela con un collettivo come A/I. Terroristi globali! Censura politica e coercizione della finanza come strategie di sopravvivenza al suo inesorabile declino finanziarizzato. Ma il suo potere ha spento le nostre caselle di posta non con la forza. L’ha fatto perché i pagamenti di tutti, anche se non siamo negli US e paghiamo in euro, passano da lì, e perché quella dipendenza nessuno l’ha mai scelta deliberatamente, ci siamo semplicemente svegliati dentro. Ma che pena pure l’Europa. Banca Etica ha chiesto pubblicamente risposte urgenti, dopo essersi rivolta all’ABI, ad Assopopolari e al Ministero dell’economia. Non ne sono arrivate. Il governo italiano, che si dice patriota, non ha speso una parola su un’amministrazione straniera che spegne un’infrastruttura in Italia e congela un conto in euro presso una banca italiana. L’Unione dispone dello strumento che servirebbe, il regolamento contro l’extraterritorialità delle leggi altrui, ma il suo allegato copre soltanto Cuba e Iran e nessuno ha proposto di estenderlo. A Bruxelles il caso è arrivato solo per iniziativa parlamentare: Brando Benifei e il gruppo S&D hanno chiesto alla Commissione come intenda difendere l’autonomia normativa europea e le infrastrutture digitali dalle sanzioni extraterritoriali. E che schifo l’Italia: nella stessa settimana Fratelli d’Italia ne ha depositata una di segno opposto: non sull’ingerenza americana, ma sui presunti rapporti fra un funzionario della Commissione e il collettivo, annunciando insieme un esposto alla procura di Pisa. > Ecco il punto da non lasciarsi sfuggire: davanti a un atto di ingerenza > straniera il partito di governo non è stato semplicemente assente, si è messo > in fila dalla parte di chi colpiva. Questa vicenda non è un caso isolato ma l’ultimo anello di una catena che conosciamo bene. Da anni la repressione dei movimenti ha cambiato strumento: meno manganello e più bilancio. Processi che chi li subisce si dissangua in spese legali e anni di vita; risarcimenti e multe calibrate per svuotare le casse di persone precarie e realtà che vivono di autofinanziamento; sgomberi che cancellano in una mattina spazi costruiti con la fatica di decenni e adesso la designazione globale, che non ha bisogno nemmeno di un giudice e spegne un’infrastruttura da diecimila chilometri di distanza. La logica è colpire la possibilità materiale di continuare. È esattamente per questo che l’unica risposta è la mobilitazione e la costruzione di autonomia e difendere Autistici/Inventati non è un gesto di solidarietà verso qualcun altro. Il prossimo elenco riguarda tutte e tutti noi. Immagine di copertina del sit-in di A/I a cura della redazione di Dinamopress Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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September 28, 2026
DINAMOpress
Trump e la finanza del segnale
Il ritiro del welfare spinge sempre più risparmiatori verso mercati finanziari opachi e instabili. Dai meme stock al trading algoritmico, fino a Truth… L'articolo Trump e la finanza del segnale sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 23, 2026
L'INDISCRETO
Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Takashi Sakamoto su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo riprende e aggiorna due testi pubblicati su Transform! Italia in una fase storica diversa, ma già segnata dall’emersione di contraddizioni strutturali poi divenute ancora più evidenti. Il primo, Reddito di base dalla Banca Centrale Europea, questo è il momento, fu pubblicato il 27 ottobre 2020 nel pieno della seconda ondata pandemica, quando appariva già chiaro che le risposte nazionali ed europee non erano sufficienti a proteggere in modo uniforme redditi, lavoro e condizioni di vita.[cite:76] Il secondo, Un reddito di base al livello europeo per superare le crisi pandemiche, fu pubblicato il 28 dicembre 2021, in una fase in cui alla gestione dell’emergenza sanitaria si affiancava la necessità di interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo della pandemia, della precarizzazione del lavoro e delle transizioni in corso. A distanza di alcuni anni, il nucleo politico di quei due interventi resta valido, ma richiede una riformulazione più ampia: in questa sede si tracciano alcuni degli elementi essenziali di una proposta da sviluppare e portare sul tavolo della politica. La questione non riguarda più soltanto l’eredità economica e sociale della pandemia: oggi il reddito di base europeo torna al centro del dibattito alla luce delle conseguenze delle guerre, della crescita dei costi dell’energia, della stagnazione dei salari reali, della doppia transizione verde e digitale e della rapidissima evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta già modificando la struttura del lavoro e la distribuzione dei guadagni di produttività. Nel quadro del 2026, segnato da crisi multifattoriali e trasformazioni economiche e sociali, l’idea di un reddito di base europeo si presenta sempre più come una possibile infrastruttura permanente di sicurezza sociale e di stabilizzazione macroeconomica. In tale contesto, il reddito di base non va inteso come misura meramente assistenziale, ma come istituto capace di garantire una soglia di sicurezza materiale, sostenere la domanda interna nelle fasi recessive, accrescere il potere contrattuale del lavoro e redistribuire almeno in parte i guadagni di produttività connessi all’innovazione tecnologica. Crisi multiple e fine dell’eccezione Negli anni della pandemia, la proposta di un reddito di base europeo era stata frequentemente inquadrata come risposta straordinaria a una sospensione improvvisa dell’attività economica. Oggi quella giustificazione appare insufficiente. L’Europa si trova infatti esposta a una concatenazione di shock che non hanno più il carattere dell’eccezione temporanea, ma quello di una vulnerabilità strutturale: guerre nel vicinato strategico, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche, ristrutturazioni produttive, digitalizzazione accelerata e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire o trasformare un numero crescente di mansioni. Il problema, pertanto, non consiste più soltanto nell’attivare misure emergenziali per tempi eccezionali, ma nel dotare l’Unione di strumenti permanenti di resilienza sociale. In questa prospettiva, un reddito di base europeo, o almeno una forma comune di garanzia del reddito con standard minimi condivisi, si giustifica come meccanismo automatico di protezione contro shock ricorrenti, capace di ridurre ritardi amministrativi, frammentazione nazionale e stigmatizzazione dei beneficiari. La sua funzione sarebbe insieme preventiva, correttiva e costitutiva. Preventiva, perché limiterebbe il rischio di caduta nella povertà durante fasi di transizione; correttiva, perché compenserebbe almeno in parte gli effetti regressivi delle crisi; costitutiva, perché collegherebbe la cittadinanza europea a una forma minima di sicurezza materiale garantita.  Energia, guerra e impoverimento dei salari reali in Italia L’urgenza del tema risulta particolarmente evidente se si osserva il caso italiano. Secondo l’OCSE, nel 2026 i salari reali in Italia risultano ancora in diminuzione, mentre il recupero previsto per il 2027 resta molto modesto; i livelli salariali reali permangono inoltre inferiori di oltre sei punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. L’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, ha rilevato che dal 2019 i salari hanno perso l’8,6 per cento del potere d’acquisto, con effetti rilevanti sulla capacità delle famiglie di assorbire l’aumento dei costi energetici e dei beni essenziali. Le guerre e le tensioni geopolitiche hanno aggravato questa tendenza. Nel 2026 si è reso evidente il costo elevatissimo della dipendenza energetica dell’Unione, con ripercussioni dirette su imprese, bilanci pubblici e redditi familiari. In Italia, lo shock dei prezzi dell’energia ha continuato a erodere gli incrementi nominali delle retribuzioni, comprimendo nuovamente il potere d’acquisto in un’economia che già da anni soffre di bassa dinamica salariale e debole produttività redistribuita. Ne deriva un punto di rilievo sistemico: in un contesto di salari stagnanti e prezzi elevati dei beni essenziali, la sola partecipazione al mercato del lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Il reddito di base europeo si presenta allora non come sostituto del salario, ma come strumento integrativo e stabilizzante, capace di impedire che le crisi esterne siano scaricate integralmente sui redditi da lavoro e sui soggetti più deboli della struttura sociale.  La doppia transizione verde e digitale La strategia europea di sviluppo attribuisce un ruolo centrale alla transizione ecologica e a quella digitale. Questa scelta appare necessaria, ma non è distributivamente neutrale. La decarbonizzazione, l’adeguamento infrastrutturale, la riconversione industriale, la digitalizzazione dei servizi e dei processi produttivi generano costi di adattamento che tendono a distribuirsi in modo diseguale tra territori, classi sociali, settori economici e generazioni. Tali costi si concentrano spesso sulle famiglie a reddito basso o medio, sui lavoratori dei comparti in ristrutturazione e sulle aree meno dotate di infrastrutture materiali e digitali. Anche quando gli investimenti producono benefici collettivi nel medio termine, gli oneri immediati possono risultare regressivi: bollette più elevate, necessità di acquisire nuove competenze, obsolescenza di attività tradizionali, maggiore precarietà nei periodi di riconversione. Per questa ragione, la giustizia sociale costituisce la condizione di legittimità della transizione. Se l’Unione chiede a cittadini e lavoratori di adattarsi rapidamente a un nuovo paradigma energetico e tecnologico, deve garantire una base materiale che renda praticabile tale adattamento: formazione, cambiamento di occupazione, riduzione temporanea dell’orario, riqualificazione e avvio di attività autonome non possono tradursi in un rischio immediato di impoverimento. Intelligenza artificiale e rischio di polarizzazione del lavoro L’argomento si rafforza ulteriormente alla luce della velocità con cui l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, amministrativi e cognitivi. In Italia il mercato dell’IA continua a crescere rapidamente, con una quota rilevante di applicazioni legate all’IA generativa o a progetti ibridi. Studi della Banca d’Italia mostrano che l’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA è significativa e che l’uso di strumenti generativi si accompagna a diffuse aspettative di trasformazione delle mansioni e dell’occupazione. L’effetto dell’IA non va interpretato come semplice scomparsa lineare del lavoro, bensì come possibile accelerazione della polarizzazione occupazionale. Alcune professionalità ad alta qualificazione possono vedere crescere la propria produttività e il proprio valore di mercato, mentre molte attività intermedie, ripetitive, procedurali, amministrative o standardizzabili risultano comprimibili o sostituibili. Questa dinamica rischia di approfondire diseguaglianze preesistenti, accrescendo la distanza tra chi controlla tecnologie, capitale e dati e chi dispone soltanto della propria forza lavoro in mercati sempre più frammentati. In tale contesto, la questione redistributiva diventa centrale. Una società che automatizza più rapidamente deve anche garantire un dividendo sociale dell’automazione: se i guadagni di produttività restano concentrati, mentre i costi di adattamento ricadono sui lavoratori, la transizione tecnologica perde legittimità economica e democratica. Il reddito di base europeo può allora essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui redistribuire una parte dei benefici dell’automazione, riducendo la dipendenza dei cittadini da mercati del lavoro sempre più discontinui e asimmetrici. Questa impostazione trova eco anche in prese di posizione provenienti dal settore tecnologico. Negli anni recenti Elon Musk, per citarne una, ha più volte sostenuto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione potrebbe rendere necessario un reddito universale, nella misura in cui una parte crescente del lavoro umano divenga economicamente non necessaria. Tuttavia, in un’argomentazione tecnico-giuridica, tale richiamo ha valore soprattutto sintomatico: segnala che il tema è ormai entrato nel dibattito strategico sull’innovazione, ma non può sostituire la necessità di fondare la proposta su basi istituzionali, redistributive e democratiche adeguatamente motivate.  Perché un reddito di base europeo A questo punto la questione non è più se esistano buone ragioni etico-politiche per sostenere un reddito di base, ma se l’Unione possa permettersi di non costruire una forma comune di sicurezza economica. Le crisi recenti hanno mostrato che gli Stati membri dispongono di capacità fiscali molto differenti e che risposte affidate esclusivamente ai bilanci nazionali tendono ad ampliare le divergenze sociali e territoriali all’interno dell’Europa. Un dispositivo europeo di reddito di base, o almeno un istituto che ne incorpori le funzioni essenziali, offrirebbe diversi vantaggi sistemici: rafforzerebbe la coesione dell’Unione, agirebbe come stabilizzatore macroeconomico automatico nelle fasi di crisi e ridurrebbe il ricatto della precarietà in contesti di salari stagnanti e crescente vulnerabilità lavorativa. Il suo significato politico, pertanto, eccede la mera redistribuzione monetaria. Esso consiste nel riconoscere che il mercato del lavoro non può più rappresentare l’unico canale di accesso alla sicurezza materiale in società segnate da crisi sistemiche e da innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro umano in una pluralità di segmenti produttivi, amministrativi e cognitivi.  Euro digitale, infrastruttura pubblica dei trasferimenti e realismo istituzionale Il tema del finanziamento e delle modalità di erogazione resta naturalmente decisivo. Nella fase pandemica, il dibattito sul reddito di base dalla BCE aveva il merito di mettere in discussione i limiti dell’ortodossia monetaria e fiscale europea. Oggi, tuttavia, una formulazione aggiornata della proposta deve essere più rigorosa sul piano istituzionale: la BCE continua a svolgere un ruolo centrale nel quadro macroeconomico dell’Unione, ma l’adozione di uno strumento europeo di reddito di base appare più plausibilmente affidata a una combinazione di decisione legislativa, bilancio comune, capacità fiscale europea, eventuale debito comune e coordinamento con i sistemi nazionali di protezione sociale. In questo quadro, il possibile collegamento con l’euro digitale rafforza la plausibilità tecnico-operativa della misura, a condizione di distinguere nettamente il titolo della prestazione dal suo mezzo di distribuzione. Il reddito di base dovrebbe derivare da una base normativa di diritto pubblico, europea o integrata a livello nazionale, in grado di definirne presupposti, finanziamento, importo, platea e rapporto con le prestazioni esistenti; l’euro digitale, invece, potrebbe fungere da infrastruttura pubblica di pagamento idonea a rendere più uniforme, accessibile e tempestiva l’erogazione dei trasferimenti monetari. La proposta della Commissione del 28 giugno 2023 configura infatti l’euro digitale come forma digitale della moneta unica; la BCE lo descrive come mezzo di pagamento pubblico per cittadini e imprese dell’area euro, utilizzabile nei negozi, online, tra privati e anche offline. Le caratteristiche di accesso universale, gratuità dei servizi di base e inclusione finanziaria lo rendono, almeno in linea teorica, un veicolo adatto alla distribuzione di trasferimenti pubblici a carattere universale o quasi universale. Un sistema di questo tipo potrebbe ridurre i costi amministrativi, aumentare la tempestività dei pagamenti, semplificare l’accredito periodico delle somme e contribuire all’effettività del diritto sociale, soprattutto nei confronti di soggetti oggi meno integrati nei circuiti bancari tradizionali. Un recente studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale esplora come le valute digitali delle banche centrali (CBDC) al dettaglio potrebbero migliorare l’erogazione delle reti di sicurezza sociale (SSN), evidenziando la necessità di collaborazione tra gli sviluppatori di CBDC e gli amministratori delle SSN per garantire che le valute digitali supportino efficacemente un’erogazione inclusiva ed efficiente delle prestazioni. Il possibile collegamento con l’euro digitale assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dell’avanzamento del procedimento legislativo europeo. Dopo la proposta della Commissione, il Parlamento europeo ha approvato nel 2026 la propria relazione sulla proposta di regolamento relativa all’istituzione dell’euro digitale e ha conferito il mandato all’avvio dei negoziati interistituzionali con il Consiglio, segnando un passaggio decisivo verso la definizione del quadro normativo finale. Resta un limite essenziale, che è anche garanzia di legittimità democratica. La BCE afferma espressamente che l’euro digitale non diventerebbe una moneta programmabile, cioè vincolata a uno scopo specifico o a una durata limitata, come un buono, e che non sarebbero introdotte restrizioni spaziali o temporali all’uso della moneta.  Ne consegue che un eventuale reddito di base erogato tramite euro digitale dovrebbe rispettare la natura generale del mezzo di pagamento, evitando meccanismi eccessivamente prescrittivi o paternalistici, e dovrebbe essere accompagnato da robuste garanzie in materia di libertà d’uso, protezione dei dati personali, non discriminazione e accessibilità universale. Sotto questo profilo, l’euro digitale non sostituisce la scelta politica sul reddito di base, ma può fornire un’infrastruttura capace di renderla più credibile, efficiente e inclusiva. Questa distinzione consente di evitare sia la confusione tra politica monetaria e politica sociale, sia l’errore opposto di trascurare un canale tecnico che potrebbe rafforzare concretamente l’effettività di una prestazione europea di sicurezza economica. Dalla protezione del reddito alla democrazia economica europea La posta in gioco è, in definitiva, più ampia del pur essenziale contrasto alla povertà. Ciò che viene in discussione è il modo in cui l’Europa intende governare la distribuzione dei rischi e dei benefici in una fase storica segnata da guerra, instabilità energetica, transizione ecologica, digitalizzazione accelerata e automazione intelligente. Se i costi dell’aggiustamento continuano a essere scaricati sui lavoratori, sui giovani, sui precari e sui territori più fragili, mentre i vantaggi della produttività si concentrano in poche imprese e in pochi gruppi sociali, la promessa europea di prosperità condivisa perde credibilità. Per questa ragione, il reddito di base europeo deve essere ripensato come istituzione di democrazia economica. Non come misura residuale, né come mero ammortizzatore sociale, ma come riconoscimento del fatto che la ricchezza contemporanea è sempre più il prodotto di infrastrutture collettive, innovazione sostenuta anche pubblicamente, cooperazione sociale diffusa e accumulazione tecnologica che eccede il contributo misurabile del singolo rapporto di lavoro. In un’Europa che automatizza, decarbonizza e si riorganizza per affrontare un ambiente geopolitico più ostile, la questione decisiva diventa allora questa: chi ha diritto ai benefici della trasformazione? Se la risposta resta affidata soltanto al mercato, le diseguaglianze cresceranno e la coesione democratica si indebolirà. Se invece una parte di quei benefici viene restituita socialmente, attraverso un reddito di base o strumenti equivalenti di sicurezza economica universale, la transizione può diventare non solo efficiente, ma anche giusta e politicamente sostenibile. L’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, su base individuale, non è più differibile. Andrebbe inserita con chiarezza nella proposta politica delle forze progressiste in vista delle elezioni italiane del 2027. Non è il momento di abbassare le pretese: al contrario, in un contesto generale regressivo occorre cambiare passo e compiere un salto di qualità con una proposta dirompente, capace di misurarsi con la profondità delle trasformazioni in atto. Anzi, è plausibile che le prossime generazioni si chiedano come mai abbiamo atteso così a lungo prima di introdurre una misura tanto necessaria. Questa scelta non risponde soltanto a un’esigenza di giustizia sociale, ma a una necessità storica. Le crisi che attraversano oggi le società europee non sono episodiche, né limitate a un singolo fattore: si intrecciano precarietà del lavoro, stagnazione dei salari, impoverimento delle famiglie, disuguaglianze territoriali, trasformazione tecnologica, costo dell’abitare, instabilità geopolitica e fragilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, il reddito di base non è una misura accessoria, ma una condizione minima per garantire sicurezza economica, libertà sostanziale e partecipazione effettiva alla vita sociale e democratica. Per questo non basta più difendere gli strumenti esistenti o limitarne gli effetti più regressivi. Occorre avanzare una proposta nuova, capace di parlare alle condizioni materiali del presente e non soltanto di rincorrerne le emergenze. Il reddito di base universale e incondizionato deve essere pensato come un diritto individuale, non come una concessione selettiva; come una misura permanente, non come un rimedio temporaneo; come un’infrastruttura di cittadinanza, non come un sostegno residuale. Solo in questo modo potrà rispondere alla diffusione della povertà, alla frammentazione del lavoro e alla crescente insicurezza che colpisce ampie fasce della popolazione. Questo orientamento trova riscontro anche nell’ultima assemblea di Transform! Italia, dove due interventi hanno richiamato, in momenti diversi, la necessità di un reddito minimo o universale come risposta alle nuove forme di precarietà e disuguaglianza: quello di Franco Mari di Sinistra italiana, e quello del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, nelle sue conclusioni “E da ultimo vorrei citare un tema, perché non l’ha citato nessuno, che credo che sul livello europeo dovremmo rilanciare anche la questione del reddito, perché noi abbiamo delle economie in Europa differenti, giocando sul dumping il capitale, diciamo, lavora sulle differenze. E invece noi abbiamo bisogno anche che la cittadinanza europea corrisponda a una protezione sociale europea che vale come diritto d’esistenza per tutti i popoli d’Europa”. Il 7 luglio 2026 è stata registrata dalla Commissione Europea una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE”, che chiede alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito. Nell’incontro della redazione di Transform con Pasquale Tridico, capodelegazione per il Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, presidente della Sottocommissione per le questioni fiscali, relatore sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, dal titolo “Eurodigitale e sovranità monetaria”, è stata evidenziata la possibile funzione dell’euro digitale a supporto di una politica per un reddito di base europeo o su base nazionale. Il tema non appartiene più a una sfera di elaborazione minoritaria o utopica: è ormai parte di un confronto politico e culturale che tende a farsi sempre più concreto, perché cresce la consapevolezza che le vecchie risposte non bastano più. Se davvero si vuole costruire una proposta progressista all’altezza della fase storica, il reddito di base deve diventare uno dei suoi cardini. Non si tratta di promettere il possibile, ma di rendere possibile ciò che il presente già impone come necessario. -------------------------------------------------------------------------------- Note e riferimenti essenziali Commissione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sull’istituzione dell’euro digitale, COM(2023) 369 final: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52023PC0369, 28 giugno 2023 Banca centrale europea, Come funzionerebbe l’euro digitale?, pagina informativa disponibile sul sito ufficiale della BCE: https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/how-it-works/html/index.it.html Banca centrale europea, The digital euro: a digital form of cash, presentazione istituzionale del 17 novembre 2023: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2023/html/ecb.sp231117_1~cbdafd0d7c.en.pdf Banca centrale europea, L’euro digitale: rafforzare i pagamenti nell’area dell’euro, intervento del 18 febbraio 2026 https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260219~e9f59ca8c0.it.html Commissione europea, registrazione della nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE” (Numero di registrazione: ECI(2026)000008), 7 luglio 2026: https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2026/000008_it Banca d’Italia, Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0878/index.html Banca d’Italia, Uso e impatto atteso dell’IA generativa: evidenze per l’Italia, Questioni di economia e finanza n. 929, 2025 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0929/index.html OCSE, dati e previsioni ripresi dalla stampa economica sui salari reali in Italia nel 2026-2027, 7 luglio 2026: https://www.oecd.org/it/publications/prospettive-dell-occupazione-ocse-2026_7110bbbd-it/italia_5798d4c8-it.html Ansa, notizia ripresa sulla perdita del potere d’acquisto dei salari dal 2019 certificata da Istat, maggio 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/21/dal-2019-i-salari-hanno-perso-l86-del-potere-dacquisto-recupero_c236d5b7-3601-4e57-92e7-a6b15a7d4b59.html# International Monetary Fund, “Can Retail Central Bank Digital Currencies Improve the Delivery of Social Safety Nets?”, 24 ottobre 2025: https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/10/24/can-central-bank-digital-currencies-improve-the-delivery-of-social-safety-nets-568447 Osservatori Digital Innovation, Intelligenza Artificiale in Italia: il mercato cresce del 50%, 27 aprile 2026: https://www.osservatori.net/comunicato/artificial-intelligence/intelligenza-artificiale-italia/ -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a transform-italia.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale
Ventisei miliardi impronunciabili La CGIL chiede l’1,3 per cento ai cinquecentomila italiani che possiedono più di due milioni di euro. Il governo risponde che con la destra non se ne parlerà mai. Ma la patrimoniale, in Italia, esiste già: la pagano quelli che hanno una casa, un’automobile e un conto […] L'articolo I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
InvestiRE SGR è un problema in comune
A PISA CONOSCONO BENE INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE ABBANDONATO E RECUPERATO DA SPIN TIME, A ROMA, OGGI SGOMBERATO. SANNO BENE CHE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI, IMPOVERISCE I QUARTIERI. INVESTIRE SGR, IN REALTÀ, È NOTO ANCHE A MILANO, FIRENZE, TORINO, TREVISO. QUALCHE RIFLESSIONE SULLE ANALOGIE TRA IL CASO DI SPIN TIME E L’ESPERIENZA DI DISTRETTO 42 A PISA E SUL MODELLO PREDATORIO DEI FONDI DI INVESTIMENTO PUBBLICI -------------------------------------------------------------------------------- Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Anche a Pisa seguiamo con profonda preoccupazione e indignazione la vicenda dello Spin Time Labs di Roma, un’esperienza sociale ed abitativa straordinaria dove centinaia di persone e famiglie hanno trovato casa, cultura e comunità, oggi messe a rischio dall’inerzia delle amministrazioni e dalla fame della finanza immobiliare. Il comunicato con cui InvestiRE SGR ha tentato di giustificare la propria condotta per conto del Fondo Immobili Pubblici (FIP) rivela la natura predatoria di un soggetto che a Pisa conosciamo da tempo. L’inchiesta Pisa Depredata ha già documentato come i meccanismi di svalutazione del patrimonio collettivo vengano usati per fabbricare asset speculativi. Nel 2014 il “Municipio dei Beni Comuni” liberò dall’abbandono l’ex Distretto Militare di Leva in via Giordano Bruno, dando vita all’esperienza del Distretto 42. Quell’edificio venne celermente sgomberato per essere alienato e, nel 2017, insieme alla Caserma Artale, un compendio dal valore stimato tra i 22 e i 40 milioni di euro è passato dal Demanio al fondo gestito da Cassa Depositi e Prestiti e operato da InvestiRE SGR per la cifra stracciata di soli 8,4 milioni di euro. Oggi, su quelle ceneri, la SGR sta completando l’operazione di social housing “Borgo San Martino”. Cos’è una SGR: la tutela del risparmio non è la garanzia del profitto Per smontare la narrazione di InvestiRE SGR occorre comprendere come funzionano questi intermediari. Nate ufficialmente nel 1998 con il Testo Unico della Finanza (la “Legge Draghi”), le Società di Gestione del Risparmio hanno il compito di gestire patrimoni collettivi attraverso una rigida segregazione patrimoniale. La legge prevede che il denaro versato nei fondi costituisca un patrimonio autonomo e separato sia da quello della SGR stessa, sia da quello della banca depositaria. In questo modo, se la SGR o la banca dovessero fallire, i creditori non possono toccare i soldi degli investitori. Nel caso del Fondo Immobili Pubblici (FIP), le quote di capitale sono state acquistate da investitori istituzionali e dalle Casse di previdenza dei liberi professionisti: i contributi dei Medici e Odontoiatri (ENPAM), dei Giornalisti (INPGI), degli Psicologi (ENPAP) e dei Geometri (CIPAG) sono stati canalizzati nel mattone pubblico. La SGR si scherma dietro il dovere di tutelare i pensionati per rifiutare qualsiasi trattativa sociale. Tuttavia, la tutela del risparmiatore garantita dalla legge riguarda la separazione dei beni dal fallimento dell’intermediario, non la garanzia del profitto. I regolamenti finanziari stabiliscono espressamente che chi investe in un fondo immobiliare chiuso si assume il pieno rischio di mercato. Proteggere i contributi previdenziali non significa obbligare lo Stato o le città a garantire rendimenti speculativi o ad evitare minusvalenze a veicoli finanziari in scadenza. Profitti di rischio e “De Core”: l’incompatibilità dei tempi finanziari InvestiRE SGR — controllata dalla finanza privata vaticano-romana della famiglia Nattino (Banca Finnat Euramerica) insieme alla famiglia Benetton, Casse professionali e Fondazioni bancarie — gestisce un portafoglio di 7 miliardi di euro distribuito su 60 fondi suddivisi nelle macro-categorie Abitare, Infrastrutture Sociali, Uffici e Commerciale, e Ospitalità. Questi strumenti si muovono lungo una scala rigida di profili di rischio finanziario: dal Core (basso rischio e rendimenti stabili) al Core Plus, fino al Value-Add (rischio medio-alto che richiede interventi di riqualificazione) e all’Opportunistic (massimo rischio speculativo). Le categorie di rischio non sono meri codici contabili, ma determinano l’agire politico dei fondi e impattano direttamente sulla vita delle persone. Il FIP è nato come fondo Core perché la sua redditività era garantita in partenza dal settore pubblico: per l’immobile di Spin Time in via Santa Croce in Gerusalemme, prima di svuotarlo nel 2010, lo Stato ha versato al fondo oltre 48 milioni di euro in canoni di locazione, ripagando più di due volte il valore originario del bene. Al contrario, fondi come il Fondo Housing Toscano (FHT) operano con logiche Value-Add, muovendosi spesso dopo gli sgomberi per valorizzare l’immobile sul mercato dell’edilizia convenzionata. Mentre la finanza incasella l’immobile romano nel profilo Core, per 13 anni è stata la comunità di Spin Time a metterci il “cuore” (de core, per dirla alla romana). Attraverso una cura quotidiana e il welfare dal basso, gli abitanti hanno garantito la manutenzione ordinaria ed evitato che un colosso di 20.000 metri quadrati marcisse nell’abbandono, preservando lo stesso valore patrimoniale di cui oggi la SGR pretende di monetizzare la vendita. In questo ingranaggio, Cassa Depositi e Prestiti (CDP) gioca un ruolo ambiguo: fornisce la liquidità e assorbe i rischi utilizzando i libretti di risparmio postale dei cittadini, permettendo a InvestiRE SGR di operare a capitale proprio di rischio praticamente azzerato e di incassare commissioni di gestione garantite. I tempi dell’investimento immobiliare — scansioni pluridecennali e scadenze rigide come la liquidazione del FIP fissata per il 2027 — sono strutturalmente incompatibili con le urgenze quotidiane dell’emergenza abitativa e con i bisogni primari delle persone. Il caso di Pisa e la Costituzione L’esperienza pisana di via Giordano Bruno dimostra il cortocircuito di questo modello. Con l’esperienza del Distretto 42, la cittadinanza aveva restituito all’ex caserma una funzione sociale immediata e gratuita. Sgomberato quel presidio, lo spazio è stato incanalato nel Fondo Housing Toscano per realizzare il complesso “Borgo San Martino”: un’operazione finanziata per oltre il 60% con risorse pubbliche e dal risparmio postale di CDP, su cui la SGR della famiglia Nattino estrae rendita e commissioni private. L’Articolo 42 della Costituzione parla chiaro: «… La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». La tutela della proprietà e dei fondi d’investimento è subordinata al rispetto della funzione sociale. Non esiste alcun principio costituzionale che tuteli il margine di profitto degli investitori finanziari rispetto al diritto alla casa. Di fronte alla scadenza del 2027, la risposta deve essere netta: le istituzioni non devono cedere ad alcun ricatto e gli investitori del fondo devono farsi carico della minusvalenza di mercato. Fermare l’estrazione di profitto sui beni comuni Quanto accade a Roma e a Pisa dimostra come InvestiRE SGR e il modello economico finanziario che rappresenta sia una minaccia sistemica per la gestione pubblica e sociale dei territori. Questo modello si ripete in modo omogeneo in molte altre città italiane. Firenze: dal 2018 la SGR gestisce la trasformazione dell’ex Manifattura Tabacchi, affiancando un’esigua quota di social housing a complessi residenziali di lusso e spazi commerciali. Per un’analisi dettagliata sulle alienazioni nel capoluogo toscano si veda il reportage su Firenze Alienata. Milano: Dal 2015 attiva nei progetti di rigenerazione di Cascina Merlata e dell’area ex Trotto per la realizzazione di grandi interventi in edilizia convenzionata (“Social & Student Housing”). Torino: Dal 2019 impegnata nella riconversione ad uso residenziale temporaneo e universitario delle palazzine dell’ex Villaggio Olimpico MOI, precedentemente interessate da un’occupazione abitativa. Treviso: Dal 2023 opera tramite il Fondo Veneto Casa nell’intervento residenziale di via Pisa. L’intera architettura proprietaria della SGR e le sue ramificazioni sono state ricostruite nell’inchiesta dell’Associazione Caminantes pubblicata su Global Project. In vista della Manifestazione e dell’Assemblea Nazionale il 19 e 20 settembre “Il tempo di Spin Time è ora”, rivolgiamo un invito rivolto a tutti i collettivi, ai sindacati di base e ai movimenti per il diritto all’abitare è quello di mappare capillarmente le operazioni di InvestiRE SGR nelle proprie città. È tempo di fermare l’estrazione di profitto sui beni comuni: la priorità collettiva deve essere il benessere delle persone e la tutela della funzione sociale della proprietà, non la capitalizzazione speculativa dei risparmi. È tempo che chi governa i territori smetta di cedere ai ricatti della finanza, e trovi il coraggio di amministrare custodendo e preservando il bene comune. -------------------------------------------------------------------------------- [Gruppo di Lavoro “Pisa Depredata”] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Il tempo nuovo di Spin time -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo InvestiRE SGR è un problema in comune proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti […] L'articolo Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog” su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
L’ultima idrovora del risparmio globale
Arrivano le grandi manovre per mantenere in vita il capitalismo finanziario drenando tutto il risparmio possibile al servizio dei Padroni del mondo. L’operazione annunciata, in questi caldissimi giorni, da Nvidia, sotto la guida di Jensen Huang, segna una svolta strategica senza precedenti che trasforma il colosso dei semiconduttori in un […] L'articolo L’ultima idrovora del risparmio globale su Contropiano.
August 14, 2026
Contropiano