Tag - finanza

L’invenzione dell’economia ha distrutto il mondo. Intervista a Gloria Germani
Nella visione dominante dell’economia, gli individui pensano principalmente a loro stessi, perseguono un reddito per sostenere uno stile di vita agiato e la natura esiste per essere dominata dall’uomo. Questa visione dell’economia nata in Occidente, che ha origine con il paradigma cartesiano -newtoniano, è origine di ogni tipo di crisi ecologica, climatica, ambientale, alimentare e di consumo, oltre ad essere artefice di continue disuguaglianze sociali ed economiche. E’ da questo assunto che l’invenzione dell’economia ha distrutto e sta distruggendo il mondo. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte della Rete per l’Ecologia Profonda, di Navdanya International e dell’Associazione per la Decrescita. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha viaggiato molto in Asia, lavora da trent’anni nell’ambito dei media ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, curando moltissime biografie intellettuali tra cui – a maggio 2024 – l’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”. “Economia”, una parola dall’origine antica ma che nei giorni nostri ha avuto uno sviluppo completamente diverso. Quale è il suo significato etimologico? Il nome “economia” esisteva già presso i greci e significava la norma – nomos – della casa – oikos. Riguardava il cibo, gli indumenti, le abitazioni e altre risorse che erano fonti di benessere, ma non erano isolate rispetto al tessuto della vita.  Questa economia era totalmente distinta dalla krematistica, cioè la possibilità di fare soldi con i soldi. Tale pratica era condannata sia da Aristotele che dagli ambienti cristiani fino al Rinascimento, quanto negli ambienti islamici ed orientali[1]. Aristotele avvallava lo scambio naturale (merce-denaro-merce) perché corrisponde al vendere le proprie eccedenze per comprare ciò di cui si ha bisogno, ma condannava la pratica mercantile (denaro-merce-denaro) che corrisponde al comprare al minor prezzo possibile per rivendere al maggior prezzo possibile. Per Aristotele fare denaro con il denaro è un obiettivo inconciliabile con la ricerca del bene comune[2]. Infatti, come per Platone, «Un mondo fondato sul guadagno è inconciliabile con la cittadinanza e ancor meno con l’isonomia (eguaglianza) e beninteso con la giustizia[3]. La condanna totale del fare soldi con i soldi (l’interesse sul prestito), all’accumulo, all’avarizia, pervade tutte le civiltà: da Platone ad Aristotele, da Gesù a Buddha. Essa è ripresa dai Padri della Chiesa cristiana e ovviamente da San Tommaso d’Aquino. Il Corano espressamente vieta l’interesse sul prestito in quanto usura (riba)e questa indicazione è ancora rispettata, tanto che tra i mussulmani chi presta soldi diventa in qualche maniera socio dell’impresa e quindi partecipa ai guadagni ma anche alle perdite. In tale maniera, il denaro evita di diventare valore assoluto ed attore principale. Oltre al divieto di interesse sul prestito (riba), la Sharia prevede che si devono evolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt),  che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti (ḥalāl), non rischiosi (gharār) e non di speculazione (maysir). Se consultate qualsiasi sito web sulla finanza islamica, queste norme sono spiegate con il fatto che la religione islamica e la Sharia seguono norme di tipo etico, dando per scontato che questo sia un segno di arretratezza.  Vedremo più tardi che questo distacco tra etica e scienza è uno dei grandi errori dell’Occidente. È interessante notare inoltre che la condanna dell’interesse sul prestito in varie culture riguarda lo stesso argomento: Il tempo. Esigere un interesse dando in prestito il denaro, significa lucrare sul tempo e il tempo è qualcosa di cui gli uomini non possono e non devono disporre. Come ci conferma la fisica quantistica, il tempo non ha esistenza di per sé. Oggi però non sembra essere questa la definizione di “economia” che viviamo sulla nostra pelle. Di che economia si tratta?  Infatti, tutto cambiò in Europa con l’avvento della scienza cartesiana-newtoniana a metà 1700. Il nome più famoso legato alla nascita della nuova “scienza economica” è quello dell’inglese Adam Smith[4]. Professore di giurisprudenze e filosofia, «applicò i concetti newtoniani di equilibrio e di leggi di moto e li immortalò con la metafora della “mano invisibile” del mercato la quale, secondo lui, avrebbe guidato l’interesse egoistico di ogni imprenditore, produttore e consumatore dando luogo a quella che definì “l’ armonia naturale degli interessi”»[5]. Dunque un sistema composto da individualismi egoistici nella ricerca del proprio interesse egoico si sarebbe trasformato in un complesso armonico per tutti. “Smith e Ricardo sostenevano l’argomento “scientifico” per cui l’armonia si sarebbe realizzato perché così operavano “le leggi della natura”[6]. Bisogna  notare che oggi il paradigma cartesiano-newtoniano è sempre saldamente operante: le “leggi di natura” sarebbero oggettive e regolerebbero la materia, cioè il mondo fuori, mentre l’uomo, il soggetto pensante indagherebbe queste leggi con il fine di scoprirle e di modificarle a proprio vantaggio. La prima cattedra di Economia fu istituita a Oxford nel 1825. Quindi non più di 200 anni fa, che sono pochissimi se guardiamo alla storia del mondo. All’epoca fu guardata con  notevole sospetto da parte degli accademici che ne intuivano l’enorme  capacità di fagocitare  altri ambiti del sapere. Infatti i in due secoli è diventata la sovrana  delle scienze con la sua unica e sola legge: la crescita economica ovvero la ricerca costante del profitto. Nel frattempo, altri concetti importanti si stavano muovendo insieme a quelli della  nuova Economia moderna  e riguardavano l’idea di individuo, di diritto, di legge naturale.[7] Il  primo giurista ad Insegnare diritto all’Università di Oxford, William Blackstone che visse dal 1723 al 1780, dette la seguente definizione di proprietà privata: «Il solitario e dispotico dominio che un uomo pretende ed esercita sulle cose esterne del mondo, nella totale esclusione del diritto di ogni altro individuo nell’universo». Si noti quanto quest’affermazione sia una chiara emanazione della separazione tra il soggetto o “proprietario dispotico” e mondo esterno, ovvero tra res cogitans e res extensa di Cartesio. Inoltre  fu determinate il ruolo di John Locke nello stabilire l’esistenza di un “diritto naturale” che servì a legittimare la colonizzazione del Nuovo Mondo (America del Sud e del Nord). «L’idea di dominazione legittima su una “terra vuota” fornì una potente giustificazione intellettuale allo sfruttamento del Nuovo Mondo, abitato da selvaggi che non veneravano alcun dio cristiano, privi di razionalità e di ogni idea di proprietà»[8].  Come hanno ben dimostrato il fisico Fritjof Capra e l’ecogiurista Ugo Mattei, la rivoluzione scientifica e la vittoriose applicazioni della meccanica newtoniana non avvennero nel vuoto. L’accumulo di capitali necessario per avviare le imprese industriali avvenne a spese di terre lontane. Le avventure in America Latina di Cristoforo Colombo, di Francisco Pizarro e di Fernando Cortés furono motivate dalla necessità di reperire oro e saldare i debiti contratti dai sovrani castigliani nelle neo-banche di Genova e della Svizzera. Insieme a Colombo viaggiava un notaio per testimoniare che la terra americana era terra nullius – terra di nessuno – e poteva pertanto essere occupata e appartenere alla Corona spagnola. L’oro e l’argento che in quelle terre non erano sfruttati, erano ugualmente res nullius e quindi a disposizione degli spagnoli. Si affermò l’idea che la terra senza un privato proprietario non appartenesse a nessuno, piuttosto che essere di tutti. Questa struttura giuridica regalò “il diritto naturale” di impossessarsi di terre e di merci in Africa, nelle Indie e nell’America del Nord. «Le creazioni giuridiche della modernità svolsero un ruolo notevole in queste estrazioni coloniali, attuate negando dignità giuridica alle istituzioni pre-esistenti basate sui beni comuni»[9]. Queste concezioni sul diritto naturale sono alla base della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) per non parlare della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776) dove venne esaltato l’ideale di diritto individuale alla libertà. Sostenuto da potenti pensatori e intellettuali come Voltaire e Adam Smith – e scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 – il concetto di “ricerca della felicità” (the pursuit of happiness) fu sempre più visto come ottenibile attraverso un solido sistema di diritti di proprietà garantito da uno Stato con autorità militare ed esecutiva. Nella Costituzione degli Stati Uniti (1784) ci concretizzò l’idea che il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità fossero strettamente legate alla proprietà privata e che discendessero da leggi naturali immutabili. Oggi sentiamo parlare di molti tipi di economia: economia liberista, economia neoclassica, economia keynesiana, economia post-keynesiana, economia marxista etc… Molte sono conniventi al capitalismo, mentre altre lo criticano. Quale è il problema di tutte le concezioni economiche nate in Occidente? Tutte queste visioni economiche partono da un presupposto dato per assodato e indiscutibile: la visione ereditata dall’illuminismo cartesiano-newtoniano, cioè che mente e materia siano due cose separate ( il famoso dualismo cartesiano). La realtà è quindi solo materiale. La mente dell’uomo studia la materia attraverso metodo scientifico (studio dei fenomeni, formulazione di ipotesi, sperimentazione) e la modifica per il proprio vantaggio/utile/profitto. Ogni oggetto perde il suo valore intrinseco all’interno della interconnessione complessiva,  perde il suo valore   gerarchico – ierarchicos, nel senso di  ordine (archè) sacro (ieros) e diventa solo mera materia da manipolare a piacimento. Quindi il mondo diventa piatto, privo di valori e  l’unico generatore di valore diventa il denaro. L’economia comanda su tutto. Credo che sia molto importante la posizione di Latouche, professore emerito di Economia e fondatore della Decrescita. “Non si tratta di sostituire una “buona economia” a una “cattiva”, una buona crescita o un buono sviluppo a dei cattivi, dipingendoli come verdi, o sociali o equi […]. Crediamo che il desiderio “simpatico” dei Focolari di creare un’economia “civile” è illusorio perché la banalità del male fa parte dell’essenza dell’economico. Per esempio non c’è un altro capitalismo (buono) un altro sviluppo (umano, sostenibile ecc.) un’altra crescita (verde, sostenibile, ecc.), in breve un’altra economia. Per cambiare economia, si tratta di cambiare valori e quindi di deoccidentalizzarsi.  Decolonizzare l’immaginario, cioè deseconomizzare la mente per ritrovare il senso della misura, ritrovare il bene comune e reinventare i beni comuni. Uscire dall’economia significa rimettere in discussione il predominio dell’economia sul resto della vita, nella teoria e nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti[10]. Quindi gli epiteti che vengono affibbiati all’economia – “civile”, circolare, “sostenibile”, keynesiana, marxista, green – sono un po’ degli specchi per allodole che aggirano la questione di fondo:  che bisogna uscire dall’economia moderna e dalla sua industrializzazione che sta alla base del collasso climatico. Tuttavia io ritengo che l’economia moderna  non avrebbe potuto assurgere al ruolo egemonico di oggi,  senza basarsi  sulla struttura e sul prestigio della Scienza moderna. Quindi la critica all’economia deve essere insieme una critica del sistema scientifico-tecnologico-economico. Ogni giorno sentiamo parlare di economia ed i mass media ne parlano a partire dal presupposto che l’economia domina il mondo e che così debba sempre funzionare e sempre funzionerà. Ma questo purtroppo vale oggi per il nostro mondo occidentale e il suo tentativo di “occidentalizzare il mondo” con la globalizzazione. Qual è stata l’azione del colonialismo occidentale nella storia e quali “economie” ha distrutto? Su quali principi si basavano le altre “economie”? Questa domanda è molto importante.  La narrazione mediatica oggi ci parla dell’economia  moderna  come se fosse un dato assoluto,  un universale valido in tutti i tempi e in tutti i continenti. Ma  come abbiamo cercato di mostrare non è affatto così. Qui ci riallacciamo al discorso sulla  Scienza appena accennato sopra. Con  l’epoca dei Lumi, l’uomo europeo, occidentale   ha creduto veramente di  essere in possesso dell’unico, vero, sapere: la Scienza. In questa certezza confluisce anche l’antico  retaggio  cristiano. La certezza di essere l’unica vera religione e di doverla esportare ovunque, ad esempio con le crociate dei secoli  XI-XIII. Tutta la storia  e la narrazione  del colonialismo  risentono di questa impostazione. E’ il “Fardello dell’Uomo Bianco”, chiamato da Dio o dall’evoluzione darwiniana, a diffondere la civiltà, la scienza. La storia del colonialismo è stata ammantata da questa credenza trionfale, anche se adesso cominciano a uscire moltissimi studi che attestano le atrocità compiute a scapito di popoli indigeni che vivano in armonia con la Natura. Parliamo dell’eccidio di circa 100 milioni di indigeni d’America del Nord, lo sterminio delle culture del  Sud America ma anche delle azioni efferati di olandesi, belgi, francesi ed inglesi  in Africa e in Asia. Libri come “Sterminate quelle  bestie”,  “Cristoforo colombo  e altri cannibali”, “La maledizione della noce moscata”[11] offrono tantissimi documenti  storici di questi massacri  compiuti dai colonizzatori  prima in nome della superiore religione  cristiana, e poi in nome del libero mercato. Si sta sviluppando anche un settore di ricerca sul “capitalismo razziale” ed è indubbio che la nascita della civiltà industriale è stata possibile sulla base del colonialismo nei continenti e dello sfruttamento della schiavitù, con la deportazione della popolazione nera dall’Africa all’America. Tuttavia la Storia scritta e insegnata nelle università e nelle scuole non dà spazio a questa cruda realtà, ma esalta le mirabili missione “civilizzatrici” dell’Uomo europeo. Ugualmente le varie specializzazioni in cui si esplica la scienza moderna – chiamata infatti “riduzionistica” perché riduce, segmenta la “realtà materiale” – tendono a leggere la varie materie dando ha ciascuna una valenza antica o universale. La scienza economia per esempio, va a rintracciare i primordi delle sue pratiche quali: domanda – offerta, risorse, denaro, mercato, nei tempi preistorici, anche se tali pratiche avevano un senso totalmente diverso. Così per esempio la chimica, la pubblicità (”scienze della comunicazione”) e le scienze psicologiche tendono a rileggere a ritroso le proprie origini in un passato autorevole, quando  invece il sistema di senso era tutt’altro. Ovviamente il sistema mediatico, che di fatto è un’industria, lo fa ancora di più e supporta sempre la  modernità come l’apice dell’evoluzione. Come aveva ben compreso il grande sociologo e teologo francese – nonchè partigiano e precursore della decrescita – Jacques Ellul, l’informazione e l’intrattenimento  svolgono un azione globale a favore delle tecniche moderne. L’intero sistema audiovisivo è costruito sulla pubblicità e ne dipende totalmente. A maggior ragione, i media sono sempre a favore dell’economia moderna. Ovviamente le altre economie, o le economie precedenti a quella moderna si  basavano  fondamentalmente  sulla comunità e sul reciproco sostegno. Marcel Mauss, con la sua importante opera  “Saggio sul dono”, e poi il MAUSS (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali)  hanno dimostrato che il dono era il fondamento del legame sociale delle società arcaiche, dove esigenze ed intenti di natura essenzialmente relazionale e simbolica  erano prioritari rispetto a finalità esclusivamente materiali ed economiche. “Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo” – ha affermato il filosofo Umberto Galimberti. In un mondo in cui la politica non sembra contare nulla, l’economia sembra contare tutto e l’economia globale stessa evolve in base alle risorse tecniche, l’etica è ancora praticabile? Certamente no. Galimberti, essendo fondamentalmente un allievo di Martin Heidegger,  ha capito benissimo l’alienazione  dell’uomo  denunciata dal filosofo   tedesco e  l’epoca della tecnica a cui ci stavamo  avviando a vele spiegate. Mi piace richiamarmi a Tiziano Terzani che aveva colto perfettamente già 30 anni fa che l’etica era scomparsa e che l’economia aveva preso il suo posto. Ovviamente  denunciava con forza questa impostazione contro i tentativi di nascondere questa realtà e di ammantarla  con la retorica delle buone intenzioni, delle Ong, della beneficienza, della cooperazione allo sviluppo. Ritengo che il suo testamento sia contenuto nella parole: «L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma parsimonia». La politica è ormai silente e si affida solo alla crescita del PIL come unico fattore per gestire la cosa comune. Ma abbiamo perso tutte le basi della vera politica. «Se un uomo trova un diamante, ha fortuna, se un uomo trova due diamanti, ha molta fortuna, se un uomo trova tre diamanti: è stregoneria» – recita un proverbio africano. Questo potrebbe essere un sunto per definire il capitalismo finanziario oggi, che continua a colonizzare il mondo generando soldi dai soldi attraverso i soldi. La finanziarizzazione dell’economia oggi, insieme al libero mercato, ha generato una forma di capitalismo ancora più rapace capace di generare profitti slegati dall’economia reale, alimentando la forbice delle disuguaglianze socio-economiche, fino a mettere in pericolo la Natura stessa. L’antropologo Marco Aime equipara i “trucchi di Wall Street” alla “stregoneria”. Cosa pensi a riguardo? Non sono d’accordo con questa distinzione fatta da Aime tra economia moderna e finanza, per cui l’economia moderna fondata sul mercato era buona, mentre la finanza non lo è. Preferisco  davvero seguire la chiara visione di Latouche per cui la finanza è solo l’espressone finale dell’economia moderna, di  quella krematistica – fare i soldi con i soldi – di cui parlava già Aristotele e su cui ci siamo soffermati prima. La base dell’economia di oggi è il consumo. Il mondo globalizzato è fondato su produrre, vendere e consumare. Senza questa sequenza il mondo non andrebbe avanti. Esattamente come si produce, si vende e si consuma il superfluo; si producono, vendono e consumano anche armi e con loro le guerre. Non vi è qualcosa di perverso è irreversibile in questa concezione e cognizione dell’attività umana sulla Terra? Grazie per questa domanda che coglie un punto importantissimo. Ho cercato di spiegare che l’economia moderna nasce da una compagine di pensiero che per brevità chiamiamo dualismo mente-materia o paradigma  newtoniano-cartesiano. Nel XVIII secolo è avvenuta una rottura, non un evoluzione, come ci dice la narrazione corrente. Questa fu dovuta alla scomparsa del tabù di base che fino allora aveva guidato il mondo e anche l’Occidente: non bisogna toccare l’ordine naturale. [12] Come affermano vari studiosi, tra cui Weber, Dumont, Latouche, Toods ciò avvenne soprattutto per una involuzione del  cristianesimo (sia nella variante cattolica che protestante) che si concentra sull’individuo e sull’utile e perde di vista la comunità e l’interconnessione che legano gli uomini ai loro luoghi, alle relazioni, al sostentamento collettivo. In questa maniera, la realtà ovvero  la materia, diventa un mondo piatto, privo di valori.  Il valore sommo diventa il denaro con cui gli individui attribuiscono valore a quella o a questa cosa (del tipo:  I like, I don’t like). Non c’è più nessuna sacralità nel mondo, nessuna armonia intrinseca da rispettare. L’economia diventa scienza del valore oggettivato.[13] “Giacché ogni valore ha un prezzo, e soltanto ciò che è commerciabile, merita considerazione, non esistono altri valori di quelli quotabili in Borsa”.[14] Questa è la legge intrinseca dell’economia e con ciò l’economia liquida qualsiasi considerazione etica.  Questo è il motivo profondo per cui produrre e vendere cappotti  è esattamente uguale a produrre e vendere armi. Ma anche produrre  e vendere ogni tipo di pornografia, con film e siti, oppure  affittare/vendere uteri per quella che viene definita gestazione per altri (Gpa). Si tratta di cose che sarebbero assolutamente vietate per un’economia buddhista, induista o islamica. Per esempio l’economia buddhista chiarisce quali siano i retti  mezzi di sussistenza (sammā ājīva) fin dall’inizio. Queste indicazioni fanno parte dell’Ottuplice Sentiero insegnato dal Buddha 2.600 anni fa (come quarta delle Quattro Nobili Verità).  La retta sussistenza deve attenersi al non nuocere (ahimsā) cioè evitare ogni attività dannosa agli esseri viventi per cui, a quel tempo, erano vietate la caccia, la macellazione, la costruzione e la vendita di armi. Più o meno le stesse indicazioni sono al centro dell’induismo e sono racchiuse nel fondamentale concetto di Dharma. Derivato dalla radice dhr è “ciò che sostiene”, traducibile con la legge, l’ordine cosmico, e anche la retta via da seguire, il Dharma richiede un sostentamento onesto, nonviolento e rispettoso dell’ordine cosmico. Il lavoro deve evitare di danneggiare altri esseri viventi, la natura o la società. E occorre chiarire ancora:  queste non sono norme morali/religiose  imposte  alla realtà  (come  i nostri contemporanei si ostinano a credere). No, la vera  realtà è l’interconnessione e l’impermanenza. L’ecosfera è formata da relazioni sottili e intrecciate e l’uomo non è il suo dominatore e signore, ma è parte integrante dell’ecosfera.  Quindi rispettare e assecondare l’ordine naturale è di massima importanza. I padri dell’Illuminismo non sono senza colpe. Fu infatti Immanuel Kant a stabilire che la vera conoscenza – la scienza – è possibile solo per i fenomeni, per i fatti concreti; l’etica invece rimaneva separata e distaccata dal conoscere. L’agire etico dunque rimase separato dalla conoscenza, che però al tempo rimaneva così certo che il filosofo di Konigsberg lo paragonava al “cielo stellato sopra di noi”[15]. Non per niente, alla fine del Settecento l’etica era ancora molto solida e il famoso “imperativo categorico” comandava: «Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, e mai come semplice mezzo»; oppure: «Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare per tua volontà, legge universale della natura»[16]. La fisica quantistica ha mascherato da tempo molte cose date per certe da Kant (tra cui tempo e spazio assoluto, legge di non-contraddizione). Ma soprattutto, dopo quattro o cinque generazioni, l’imperativo categorico si è fatto sempre più flebile, e il profitto individuale e il ritorno d’investimento dettati dal “sapere economico” sono passati in pool position quali norme dell’agire. Dunque, se per le norme economiche è lecito produrre e vendere armi ( come stiamo facendo anche in Italia con Israele), ne consegue che le useremo in  guerra e le guerre non faranno che aumentare. Occorre pertanto uscire dall’economia moderna, come dice Latouche, se vogliamo davvero arrivare alla pace. Non ci sono altre soluzioni.   [1] Aristotele, Politica, 1, 26, Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, cit., pp. 57 sgg e P. Scroccaro in Quaderni dell’Associazione Eco-filosofica, n. 51 (2019). [2] Aristotele, Etica Nicomachea, 5, V. [3] S. Latouche, L’invenzione dell’economia, succitato, p. 49. [4] Adam Smith con Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni (1776) e David Ricardo con Princìpi di economia politica e dell’imposta (1817) in cinquanta anni dettero forma alla “Scienza economica”. [5] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 114. [6] Ivi, p. 115. [7] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., pp. 73 sgg [8] U. Mattei e L. Nader, Il saccheggio, cit., p. 73. [9] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 107. [10] S. Latouche, Decostruire l’Economia, in Filosofia e Economia, (a cura di A. Totaro), Morcelliana, 2019; Cfr. anche L’economia è una menzogna, cit., pp. 34-35: «Lo sviluppo distrugge le società, distrugge la cultura, non è che una occidentalizzazione del mondo». [11] S.Lindfqvist, Sterminate quelle bestie,  Milano, 2003, D.J.Forbes,  Christophe Colombe et autres cannibals, Paris, 2018; A.Gosh, La maledizione della noce moscata,  Neri Pozza,    2021. [12] J.Elllul, La tecnica: il rischio del secolo, p. 40 sgg. [13] S.Latouche, Come reincantare il mondo,  La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, 2019, p.26. [14] Ibidem [15] I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Laterza, Bari, 1974, pp. 197-8. [16] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, Torino, UTET, 1995, pp. 88.   Lorenzo Poli
April 20, 2026
Pressenza
AGILE: il nuovo programma europeo per il finanziamento militare
Attraverso un comunicato stampa del 25 marzo scorso la Commissione Europea ha annunciato, con toni piuttosto trionfalistici, la nascita del nuovo programma di investimenti nel settore militare. Denominato AGILE (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defence in Europe), lo strumento mira ad accelerare i cicli di innovazione dei prodotti e delle tecnologie emergenti per la difesa sviluppati dalle piccole e medie imprese nell’Unione Europea, nonché a facilitarne l’adozione da parte delle Forze Armate dei vari paesi membri. Con una durata che va dall’inizio alla fine del 2027, AGILE comporta l’immissione di ulteriori 115 milioni di euro nel settore militare, che vanno ad aggiungersi ai molti altri finanziamenti comunitari stanziati tramite il programma EUDIS (EU Defense Innovation Scheme) – rivolti sempre principalmente alle PMI –, facente parte del più vasto Fondo Europeo per la Difesa (FED). Quest’ultimo, per il periodo 2021-2027, mobilita complessivamente ben 7,3 miliardi. Oltre ai paesi facenti parte dell’UE e a quelli membri dell’Associazione europea di libero scambio, AGILE sarà aperto all’Ucraina1. Nell’ambito delle operazioni di aggiudicazione di fondi AGILE per un progetto di ricerca e sviluppo militare, inoltre, saranno ammissibili proposte gestite «direttamente o indirettamente» da organizzazioni internazionali2 – tra le quali va annoverata d’ufficio la NATO. Per quanto AGILE vieti l’assegnazione di fondi per «lo sviluppo di prodotti e tecnologie il cui utilizzo, sviluppo o produzione sono vietati dal diritto internazionale applicabile»3 (ad esempio specifici tipi di bombe), l’ambito di applicazione del programma è piuttosto onnicomprensivo e, oltre ad ammettere tutte le tecnologie dual-use (ossia a possibile uso sia civile che militare), riguarda sicuramente i settori de «l’intelligenza artificiale, la computazione quantistica, la robotica, la sicurezza informatica e lo spazio»4. I molteplici riferimenti al Regolamento europeo per l’energia atomica (Euratom) contenuti nel testo di legge, infine, lasciano supporre che siano ammissibili al finanziamento da parte di AGILE anche progetti di ricerca e sviluppo aventi per oggetto la sicurezza del sistema nucleare di approvvigionamento energetico. È fortemente preoccupante che il programma preveda di facilitare l’adozione delle nuove tecnologie militari da parte degli eserciti anche per mezzo di «test e dimostrazioni sul campo»5 di battaglia, oltre che nelle «strutture di prova e sperimentazione dell’UE».6 La precedente giurisprudenza europea, fra l’altro, consente la sospensione delle norme regolatorie per la sperimentazione delle nuove tecnologie a Intelligenza Artificiale dual-use7e non regola la sperimentazione di quelle prettamente a uso bellico.8 AGILE, infine, prevede la predisposizione di un «programma di lavoro» che corrisponde alla pianificazione annuale dei progetti bellici da finanziare con i 115 milioni di euro previsti. Tale programma è disciplinato dal Regolamento Euratom9, in base al quale normalmente i progetti a finalità esclusivamente militare non riescono ad accedere al finanziamento. Pertanto la relazione tra AGILE ed Euratom potrebbe rischiare di facilitare, dal punto di vista giurisprudenziale, un’interpretazione meno regolatoria e limitativa del Regolamento, con tutto ciò che ne potrà conseguire in futuro. In conclusione, la base economica di AGILE è costituita da: – la necessità di fronteggiare la riduzione temporale dei cicli d’innovazione delle nuove tecnologie e armamenti nel settore della difesa (ci vuole sempre meno tempo per sviluppare nuove armi o nuovi sistemi d’arma); – l’urgenza di trattenere in Europa le start-up che creano innovazione ma che poi tendono a fuggire all’estero (ad esempio negli USA) per le operazioni di sviluppo e, soprattutto, commercializzazione, per i maggiori costi economici che dovrebbero affrontare nel territorio europeo. 1 2026/0078 (COD), art. 7, c. 1, lett. “b”. 2 2026/0078 (COD), art. 9, c. 2, lett. “c”. 3 2026/0078 (COD), art. 9, c. 9, lett. “b”. 4 2026/0078 (COD), (3), p. 9. 5 2026/0078 (COD), art. 10, c. 1, lett. “b”. 6 2026/0078 (COD), art. 10, c. 3. 7 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9 (Artificial Intelligence Act). 8 2021/0106 (COD), art. 2, c. 3 (Artificial Intelligence Act). 9 UE 2024/2509, art. 110, c. 2. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Contraddizioni finanziarie nella Chiesa: un’analisi critica degli investimenti dello IOR
Se solo pochi giorni fa rilanciavamo l’appello della CEI contro la speculazione finanziaria a favore delle imprese di armi Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione, oggi riprendiamo invece un articolo di Alessandro Volpi Ior e indici cattolici: nei portafogli spuntano Big Tech e fondi globali assai critico verso le scelte assunte dalla banca vaticana, l’Istituto per le opere religiose (IOR), da cui provengono consigli di investimento finanziario indirizzati al mondo cattolico. E sono proprio le società consigliate per gli investimenti (che dallo IOR passano a decine di istituzioni ed enti religiosi per arrivare a milioni di cattolici in ogni area del Globo) che hanno spinto Volpi a una inchiesta pubblicata dal periodico Valori.  È il caso di  Morningstar, i cui principali azionisti sono le Big Three BlackRock, Vanguard, T. Rowe Price e Baron Capital Management. Sul sito di Morningastar, oltre ad analisi sulla situazione internazionale e sugli effetti della guerra sui mercati troviamo anche alcuni interessati consigli di investimento con 500 fondi selezionati e offerti agli investitori: Borsa, Quotazioni Azioni, Fondi, ETF, Fondi Pensione | Morningstar. Tra le varie società consigliate da IOR troviamo anche multinazionali, titoli che investono direttamente in armi in antitesi a tanti messaggi che arrivano dalla CEI o dal Vaticano. Siamo davanti a un Giano bifronte che un giorno parla contro il Riarmo e l’indomani offre interessati consigli finanziari a beneficio dei produttori di morte? Si aprono problemi rilevanti di natura etica, tali da chiedersi se oltre al messaggio evangelico di pace non ci sia anche una pratica finanziaria che va in direzione diametralmente opposta da parte di qualche settore finanziario legato alla Chiesa. Il problema è annoso, si ripropone periodicamente, ma è stato sviscerato fin dagli anni sessanta del secolo scorso, a seguito del Concilio Vaticano II. Può essere utile fare riferimento all’opera MENSURAM BONAM (MB), che collega Vangelo e Dottrina Sociale Cattolica (DSC) al mondo dell’economia e della finanza con una serie di buoni precetti perché il cattolico operi coerentemente con il messaggio evangelico: mb_ita_final_14_11_22_ed+. Lo studio di Volpi porta alla luce il fatto che tra i beneficiari degli investimenti proposti dallo IOR troviamo titoli di aziende impegnate nella produzione di sistemi di guerra, nella speculazione sui metalli rari, nello sfruttamento dei riders e di altri lavoratori e lavoratrici anche attraverso un intricato sistema di investimenti diretti e indiretti. Il semplice investitore non ha contezza di dove stia mettendo i propri risparmi; se lo sapesse, allora capirebbe che i buoni precetti etici e morali vengono letteralmente contraddetti per disegni speculativi.  Volpi va ancora avanti nella sua disamina indicando nei membri del Consiglio di sovrintendenza dello IOR la presenza di importanti esponenti della finanza con incarichi precedenti in rilevanti multinazionali che da sempre investono in armi: «Jean-Baptiste de Franssu che, prima del suo incarico in Vaticano, è stato Ceo di Invesco Europe, società dove i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street. Poi c’è Elizabeth McCaul, con un passato nella società di consulenza Promontory Financial Group (di proprietà di Ibm), specializzata in compliance e gestione del rischio. Javier Marín Romano è già stato Ceo del Gruppo Santander, mentre Scott C. Malpas per oltre trent’anni è stato il chief investment officer dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, dove ha gestito uno dei fondi di dotazione più performanti al mondo». Tra i grandi clienti della Banca Vaticana poi troviamo grandi immobiliaristi che operano non proprio in sintonia con il messaggio evangelico, una buona parte del patrimonio IOR è affidato a Vanguard e Blackrock i cui investimenti non sono certo rivolti ad opere pie. Ora qualche domanda sorge spontanea: la CEI è al corrente di questi fatti documentati dal periodico Valori e come intende relazionarsi allo IOR? Di questo il mondo cattolico deve prendere atto e visione, chiedendo conto a chi di dovere della incoerenza tra il messaggio di pace e le spregiudicate operazioni della Finanza cattolica. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Palantir e il capitale europeo: chi investe?
Chi finanzia le tecnologie della sorveglianza e della guerra? Ne parliamo con Daniele Grasso, data journalist di El País e dell’ICIJ, a partire da un’inchiesta sugli investimenti europei nel colosso Palantir di Peter Thiel. Un’azienda al centro di operazioni di controllo migratorio e sistemi militari, sostenuta dall’investimento di banche, fondi pensione e grandi istituzioni finanziarie del continente, che hanno aumentato massicciamente le loro partecipazioni nonostante le accuse di violazioni dei diritti umani. Nell’intervista ci concentriamo sulle responsabilità della finanza europea, sul ruolo delle tecnologie dei dati nei dispositivi di sorveglianza e nei conflitti contemporanei, ma anche nelle istituzioni sanitarie, e sulle contraddizioni tra retorica etica e pratiche di investimento.
VENERDÌ 3 APRILE: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
Nell’appuntamento di venerdì 27 marzo 2026 con la rubrica di Analisi critica dei fatti economici della settimana con l’economista e nostro collaboratore Andrea Fumagalli, iniziamo commentando i dati Istat che riguardano il mercato del lavoro italiano. Scendono infatti di 29mila infatti gli occupati sul mese di febbraio. La fotografia dell’ente statisticosi riferisce al report intitolato “Occupati e disoccupati”. Con i nuovi dati, il tasso di disoccupazione sale a febbraio al 6,2%. Abbiamo poi affrontato la proposta di legge patrimoniale portata avanti da varie organizzazioni tra le quali la CGIL e Rifondazione Comunista. La proposta prevede un contributo di solidarietà sui grandi patrimoni e si pone l’obiettivo di redistribuire la ricchezza, ridurre le disuguaglianze, poi finanziare sanità e scuola. Infine la difficile situazione dell’economia globale in seguito all’aggressione israelo-statunitense all’Iran. Mercati finanziari altalenanti nelle ultime settimane, ieri però calo delle borse in seguito alle dichiarazioni di Trump sull’Iran, che non fanno intravedere la fine del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti. In questo quadro il Consiglio dei ministri ha prorogato il taglio delle accise su benzina e diesel fino al prossimo 1° maggio. La puntata di venerdì 3 aprile 2026 della rubrica settimanale di Analisi critica di fatti economici della settimana con il nostro collaboratore Andrea  Fumagalli, docente di Economia politica all’Università di Pavia. Ascolta o scarica
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Boicottaggi, armi e finanza: democrazia sotto attacco
“Basta complicità!”. In Emilia-Romagna prende forma una carovana di eventi per denunciare come diritti civili, economia e politica siano sempre più intrecciati in un clima di crescente repressione e corsa al riarmo. Quattro fatti recenti mostrano quanto sia urgente agire; in fondo all’articolo sono indicate alcune petizioni da firmare. Libertà di espressione sotto accusa Una inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che due corsi di formazione per forze di polizia italiane, disponibili sulla piattaforma Sisfor e finanziati dall’Unione europea con la collaborazione dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, definiscono il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’incitamento ad esso come forme di “antisemitismo” e di “incitamento all’odio”. Questa impostazione costituisce una potenziale repressione del dissenso: in Europa vi sono crescenti preoccupazioni sul fatto che l’eccessiva criminalizzazione della protesta e l’equiparazione di critica politica a odio possano dissuadere dal dissentire in modo pacifico e legittimo. Rapporti di Amnesty International evidenziano come restrizioni e pratiche repressive producano un clima di paura che scoraggia la partecipazione a proteste e il sostegno alle popolazioni oppresse. Tali dinamiche possono avere un effetto restrittivo sulla libertà di espressione e di assemblea (chilling effect). La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza dell’11 giugno 2020, ha invece affermato che l’appello al boicottaggio di prodotti di uno Stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani rientra nella libertà di espressione tutelata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Escalation normativa: pena di morte per palestinesi Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che introduce in Israele la pena di morte per i palestinesi in determinate circostanze giudiziarie, sanzioni di atti definiti “terroristici”. La legge è entrata in vigore con 62 voti favorevoli e 48 contrari e consente alle corti militari e, in molti casi, a quelle civili di Israele di impiccare persone entro 90 giorni dalla sentenza, con limitate possibilità di appello o clemenza. Organizzazioni internazionali hanno espresso forte condanna, definendo la misura discriminatoria, contraria al diritto internazionale e suscettibile di violare i princìpi democratici fondamentali. Questo provvedimento si inserisce in un contesto già segnato da gravi violazioni del diritto internazionale: un’inchiesta di Al Jazeera (febbraio 2026) ha documentato l’impiego a Gaza di munizioni termiche e termobariche, il cui utilizzo in aree densamente popolate solleva rilevanti criticità in relazione al diritto umanitario, in particolare ai principi di distinzione e proporzionalità. Complicità industriale: porti, aziende e flussi militari Domenica 29 marzo a Roma, è stato presentato il dossier indipendente Made in Italy: le prove della collaborazione al genocidio, redatto da ricercatori palestinesi e civili. Il rapporto documenta il ruolo delle infrastrutture italiane – porti, aeroporti, catene logistiche – e l’operato di imprese italiane nell’invio di carburanti, materiali e componenti militari funzionali allo sforzo bellico di Israele. Tra le evidenze, emergono: * la funzione strategica dei porti italiani come nodi di passaggio per merci e carburanti legati al conflitto; * la continuità delle esportazioni militari italiane, anche in violazione di leggi come la 185/1990; * la complicità di grandi aziende e molte PMI italiane nelle catene di fornitura di armamenti e componenti; attraverso documenti di trasporto, manifesti di carico e fonti aperte che aggirano l’opacità istituzionale, rendono visibili dati finora nascosti. Secondo il rapporto, le esportazioni italiane di armi e componenti militari, formalmente sospese, continuano in forme indirette o ambigue. Sono documentati flussi di carburanti e materiali diretti verso aree di conflitto attraverso rotte mercantili strategiche. Tra le aziende citate vi è anche il gruppo Leonardo, già oggetto di azioni legali da parte di associazioni come Rete Pace Disarmo, ARCI e Movimento Nonviolento per presunte violazioni della legge 185/1990 sul commercio di armamenti. Finanza sotto accusa: Boicottaggi, Disinvestimento, Sanzioni Parallelamente alle responsabilità industriali e ai livelli politico ed economico, nasce la nuova campagna Banche Complici promossa da BDS Italia, presente anche alla presentazione del dossier. La campagna denuncia il ruolo del settore finanziario nel sostenere aziende implicate nell’occupazione militare e nelle violazioni del diritto internazionale, con tre obiettivi principali: * Trasparenza: chiedere alle banche di rendere pubblici gli investimenti e i servizi finanziari forniti a entità coinvolte nel conflitto; * Disinvestimento: fare pressione affinché istituti come Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL‑BNP Paribas cessino i rapporti con imprese collegate a pratiche di apartheid o operazioni militari; * Sensibilizzazione: educare correntisti e cittadini a scegliere istituti con politiche etiche e responsabili. Le risposte dei gruppi bancari si sono rivelate finora vaghe o inesistenti, evidenziando la distanza tra gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie e i diritti umani universali. Questi quattro fatti – controllo civico e libertà di espressione, escalation penale e discriminatoria, complicità economica e responsabilità finanziaria – rappresentano un unico processo di erosione delle garanzie democratiche. In questo contesto, se lo Stato stesso viola la legge e manca di trasparenza, la mobilitazione civica è uno strumento concreto per resistere a derive autoritarie e riaffermare i diritti umani. Convergenza: il potere dei cittadini Ricordiamo che nel febbraio 2025, al porto di Ravenna, è stato sequestrato un carico di circa 13 tonnellate di componenti metalliche destinate inizialmente “a uso civile”, ma collegate all’industria militare israeliana. L’Agenzia delle Dogane, su disposizione del Tribunale di Ravenna, ha rilevato l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge italiana 185/1990, aprendo un procedimento penale. Il sequestro ha evidenziato come materiali classificati come armamenti possano essere dichiarati per uso civile senza i necessari permessi, rivelando illegalità e criticità nel controllo delle esportazioni italiane verso contesti di conflitto e il rischio di complicità in operazioni belliche. Le istituzioni si sono mosse solo dopo la pressione di associazioni civiche e cittadini attivi, fondamentali nel sollecitare controlli e trasparenza. In questo contesto, movimenti come BDS Italia sono essenziali per tutelare lavoratori, whistleblowers, docenti e ricercatori minacciati di licenziamento, permettendo a chiunque di dare il proprio contributo e di segnalare il passaggio di armi in modo sicuro e anonimo. Sono disponibili schede con QR code che consentono ai dipendenti di denunciare container sospetti senza esporsi. A livello regionale, la mobilitazione prende forma con la campagna 𝐁𝐀𝐒𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’ – Rispettiamo il diritto internazionale: stop ai rapporti economici con Israele, promossa in Emilia-Romagna. L’iniziativa chiede alla Regione azioni concrete per interrompere le complicità locali con l’occupazione e le violazioni dei diritti dei palestinesi, intervenendo in ambiti come il porto di Ravenna, fiere, appalti pubblici, accordi con multinazionali delle armi e scuole. Circa 60 realtà locali e nazionali hanno già aderito. Sono previsti incontri aperti a tutte le realtà culturali, artistiche e politiche, oltre che a singoli cittadini interessati a informarsi. Dal primo incontro a Rimini il 1° aprile all’ultimo a Piacenza il 22 aprile, questi appuntamenti offrono a tutti l’opportunità di conoscere le complicità presenti nella regione e di unirsi ai movimenti. Partecipare significa agire concretamente per fermare complicità economiche e difendere i diritti umani. La mobilitazione civica e il volontariato sono strumenti essenziali per resistere a derive autoritarie. Chiunque può contribuire, anche da remoto e senza esperienza: informatevi e scrivete alle associazioni. Abbiamo bisogno più che mai di nuove mani. InformAzioni: BDS Italia * La petizione nazionale: FUORI LE ARMI DA PORTI, FERROVIE E AEROPORTI ITALIANI Basta Complicità – Emilia Romagna: * La petizione regionale: BASTA COMPLICITA Redazione Romagna
March 31, 2026
Pressenza
La rendita della catastrofe
Ogni ordine imperiale ha un proprio motore storico. Quello dell’unipolarismo a guida americana è la guerra. Non la guerra come eccezione, come rottura traumatica della normalità, bensì la guerra come condizione ordinaria del ciclo economico, come strumento strutturale attraverso cui il capitale finanziario, periodicamente soffocato dal proprio stesso eccesso, ricrea […] L'articolo La rendita della catastrofe su Contropiano.
March 15, 2026
Contropiano
Missili su Dubai: fine di un’era?
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l’Iran, che in risposta ha lanciato missili e droni sui propri vicini, tra cui Dubai. In serata è stato colpito l’aeroporto di Dubai, un incendio è divampato al Fairmont The Palm, e anche nella zona del porto, ci sono stati alcuni feriti. Centinaia di persone hanno filmato le scie dei missili sul cielo e le conseguenti esplosioni, seminando il panico online e nell’emirato su cosa stesse accadendo. Abbiamo visto i video di turisti e turiste in lacrime – tra cui Big Mama – bloccate all’aeroporto, e influencer dai loro appartamenti di lusso su Dubai Marina domandarsi «come sia possibile che stia accadendo proprio qui». Come se gli Emirati Arabi Uniti non fossero al centro di una regione in fiamme.  > Ai primi video di panico, sono seguiti video rassicuranti. «Non hai paura di > restare a Dubai? No, perché so chi mi protegge» con l’immagine degli emiri al > governo della patria che camminano con tuniche bianche nei centri commerciali > di Dubai, montati sopra la canzone Papaoutai. I buoni padri al potere che rassicurano la popolazione. Una macchina di propaganda informale e diffusa che ripete in centinaia, migliaia di video che tutto è tranquillo, business as usual, grazie alla difesa, ai missili, allo scudo antiaereo, alla famiglia reale. Ma sono tantissime le persone in fuga, e che – tra l’altro – dietro di sé abbandonano i propri animali domestici. Ed è già evidente il rallentamento dei flussi finanziari e degli investimenti immobiliari, mentre le borse internazionali crollano. In effetti anche se non fossero direttamente forzati dal governo, i e le content creator residenti a Dubai hanno un interesse diretto nel mostrare che va tutto bene: Dubai è il brand che loro stessi/e vendono sui social.  In effetti, Dubai è il simbolo della globalizzazione, del capitalismo finanziario, e dell’imprenditoria neoliberale. Una città costruita nel deserto, sui resti di antichi villaggi nomadi, esplode nel 1966 grazie alla scoperta del petrolio. Nel 1971 insieme ad altri sei emirati fonda gli Emirati Arabi Uniti, con una moneta comune e un accordo difficile ma duraturo sui confini. I profitti del petrolio iniziano a inondare l’economia, sotto la ferma guida di Rashid bin Sa’id Al Maktum, padre dell’attuale emiro, si costruiscono grandi infrastrutture, porti, aeroporti, strade con l’obiettivo di fare di Dubai un grande hub commerciale globale e diversificare l’economia, anche perché i giacimenti trovati erano modesti rispetto a quelli dei paesi limitrofi.  Esemplificativa di questo periodo è la costruzione di Porto Rashid, chiamato così in onore dell’emiro, inizialmente progettato con quattro attracchi e ampliato durante la costruzione a sedici. Aperto nel 1972, ha talmente tanto successo che già nel 1975 viene esyterso fino a 35 moli. > Poco dopo, nel 1979, è stato aperto il secondo porto di Jebel Ali, e la > relativa zona di libero scambio, ai confini occidentali di Dubai verso Abu > Dhabi. Qui nel 1985 si contavano 19 aziende, oggi sono più di 11.000. E nelle zone circostanti sono stati costruiti tre aeroporti, tra cui l’aeroporto internazionale di Dubai, oggi uno degli hub principali del mondo. Questa non è l’unica zona di libero scambio, come si legge sul sito del governo: «Gli Emirati Arabi Uniti offrono agli investitori oltre 40 zone franche multidisciplinari, in cui gli espatriati e gli investitori stranieri possono detenere la piena proprietà delle aziende. Queste zone sono caratterizzate da infrastrutture altamente efficienti e servizi distintivi che facilitano flussi di lavoro fluidi, consentendo alle aziende di risparmiare tempo e fatica». Zero tasse di dogana o dazi, zero tasse sul rientro di capitale e profitti, esenzione totale dalle imposte sulle società e sul reddito. Questo ha fatto di Dubai un hub commerciale e finanziario globale, dove già nel 2004 il petrolio rappresentava solo il 7% del PIL. Un’ascesa senza sosta quella di Dubai, ma anche della vicina Abu Dhabi e di tutti gli Emirati: poche o zero tasse, nessun controllo sulla provenienza dei capitali, spazio per la libera impresa, servizi alle imprese e facilità di ricollocazione.  All’inizio degli anni 2000 è iniziata la costruzione delle isole artificiali al largo della costa di Dubai e nel 2010 è stato inaugurato il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, costruendo quello skyline che vediamo oggi in tutti i video sui social. E così, il turismo diventa uno dei settori in espansione dell’emirato, che a gennaio 2026 contava due milioni di visitatori e visitatrici. Un viaggio aspirazionale, un luogo simbolo del successo, “dove non si può non andare” per avere il senso di dove corre il mondo.  Nel 2006 la guida dell’emirato è passata a Shaykh Mohammed bin Rashid Al Maktum, oggi considerato uno degli uomini più ricchi del mondo, anche perché non esiste una netta distinzione tra il suo patrimonio personale e quello dell’Emirato. L’emiro è stato denunciato da una ex-moglie e il suo nome compare nei Panama Papers, dove vengono citati i suoi conti in paradisi fiscali. Del resto, questa rimane una monarchia assoluta, con piena libertà d’iniziativa economica, limitate libertà civili e quasi nessun diritto sul lavoro. Ma di tutto questo i video degli influencer non parlano, se la prendono invece con l’astio degli italiani rosiconi rimasti in patria che non capiscono cosa significhi avere fiducia in un governo. > «Godiamo di servizi e qualità della vita ineguagliabili, di un sistema di > difesa militare tra i migliori del mondo e questo senza pagare un briciolo di > tasse […]. Gli sceicchi emiratini sono profondamente amati dal popolo in > quanto infondono leadership e autorevolezza», leggo tra i tanti commenti sotto > un reel di critiche al governo di Dubai. E non è certo una discussione solo italiana, succede lo stesso nelle sfere digitali francesi, inglesi, spagnole e tedesche. Si omette sempre, però, che la fortuna degli Emirati si è costruita anche sulle rovine degli stati circostanti. Ad esempio, negli anni ‘90 e primi 2000, Dubai è diventato luogo di rifugio per capitali e investitori libanesi in fuga dalla guerra nel proprio paese. Negli stessi anni, i grandi porti emiratini sono serviti anche come base di partenza per le truppe statunitensi e dei loro alleati per attaccare l’Iraq nelle due guerre del Golfo, che hanno provocato distruzione e povertà in tutta l’area, mentre l’emirato si arricchiva grazie alla situazione. E poi la città si è costruita sullo sfruttamento della manodopera proveniente dai paesi asiatici, tra cui Bangladesh, Pakistan e India, sia nel settore edile che nel lavoro di cura dentro le case.  Oggi a Dubai il 90% della popolazione è composta da popolazione non emiratina, una città globale per eccellenza, dove però è difficilissimo – se non quasi impossibile – prendere la cittadinanza. Il simbolo estremo del neoliberalismo, cuore della speculazione immobiliare, una città in eterna espansione verso luoghi prima inabitabili come il deserto, simbolo del lusso estremo e di chi il lusso lo vorrebbe, anche non se non può permetterselo.  »Chi critica Dubai la considera un paradiso per persone superficiali. Ma è proprio la sua superficialità e sterilità che rendono questo luogo un punto di riferimento. I nuovi membri della classe media indiana, i russi che sfuggono alle sanzioni, i baristi uzbeki, i colletti bianchi migranti economici provenienti da una Gran Bretagna o Francia in fase di rallentamento economico nessuno di loro deve adattarsi molto a questo luogo. Una cultura locale più “densa” richiederebbe una maggiore capacità di orientamento» – scrive Janan Ganesh sul “Financial Times” per spiegare cosa sia Dubai.  E’ facile vivere a Dubai perchè ha costruito uno spazio di privilegio per gli e le expat ricchi, luoghi lontano dal centro per i nuovi schiavi e le nuove schiave razzializzate, mentre l’emiro in capo si arricchisce e comanda uno stato che è di fatto sua proprietà personale. Ecco l’enorme contraddizione di Dubai: tutti la raggiungono per arricchirsi, solo qualcuno ce la fa, alcuni riescono comunque a vivere bene, altri muoiono senza passaporto in cantieri a cinquanta gradi d’estate. Mentre la regione circostante è al collasso, dal genocidio in Palestina, la guerra in Libano, la guerra in Yemen, l’Iraq, la Siria,e ora l’Iran.    > Ecco i missili su Dubai sono un colpo al cuore del modello neoliberale, del > libero mercato, dei grandi grattacieli costruiti sull’invisibilità della > classe operaia e del lavoro di cura migrante, le isole artificiali, gli > alberghi di lusso, i video di influencer con macchine di lusso, anche se > vivono in appartamenti condivisi, l’aeroporto internazionale tra i più grande > del mondo, l’esposizione del corpo online in uno stato dove è vietato baciarsi > in pubblico, aria condizionata ovunque perché le temperature oltrepassano i > cinquanta gradi in estate, centri commerciali e sacche di povertà immensa. Un capitalismo neoliberale esasperato, con un piede nel capitale finanziario e l’altro nell’immobiliare e nella logistica, un hub di contraddizioni e commercio internazionale. Dove girano soldi, tanti soldi. Almeno per alcuni.   Le lacrime degli e delle influencer e content creator di Dubai in video con milioni di visualizzazioni, sono anche degli e delle agenti immobiliari, di chi si occupa di trading e di servizi finanziati, di chi fa impresa e business, si pongono di fatto la stessa domanda: i missili su Dubai rappresentano la fine di questo modello? O solo una crisi momentanea? Nel frattempo cosa accade ai capitali investiti nel mattone e nella logistica dell’emirato? E se Dubai non è sicura, quale posto è sicuro?  Immagine di copertina Wikimedia commons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Missili su Dubai: fine di un’era? proviene da DINAMOpress.
March 13, 2026
DINAMOpress
Se il conflitto fa scoppiare la bolla
«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali. Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran. […] L'articolo Se il conflitto fa scoppiare la bolla su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
calcio e sponsor finanziari illegali
L’industria europea del calcio è finita nelle maglie delle sponsorizzazioni di gruppi finanziari ad alto rischio, marchi di Cryptovalute e trading che investono milioni sulle grandi squadre, ma comportano un vero e proprio gioco d’azzardo per i piccoli investitori, ovvero i tifosi. Nonostante molti di questi gruppi finanziari siano catalogati come “ad alto rischio” o addirittura “non autorizzati ad operare” in alcuni paesi, il mercato delle sponsorizzazioni è in continua crescita. Il mondo del calcio è una vetrina scintillante e promuovere aziende volte alla speculazione e al gioco d’azzardo in borsa è una minaccia concreta per chi decide di investire i propri risparmi su un marchio che associa alla squadra del cuore. ne parliamo con Lorenzo Buzzoni autore di “Crypto e tarding: calcio e tifosi nella rete di sponsor finanziari non autorizzati” uscito su Altreconomia ( https://altreconomia.it/crypto-e-trading-calcio-e-tifosi-nella-rete-di-sponsor-finanziari-non-autorizzati/)
March 9, 2026
Radio Blackout