
Guerra ibrida: la “regia occulta” diventa l’alibi dei governi di fronte alle proteste
L'INDIPENDENTE - Thursday, October 22, 2026«I fatti di Milano» sono «il frutto, il punto di arrivo» della «guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni»: così Guido Crosetto ha interpretato le proteste che stanno avvenendo in Europa e in Italia, indicando nei social gli strumenti dell’offensiva. Maurizio Molinari, su La7, aveva già avvertito: «Non possiamo escludere che la guerra ibrida faccia capolino». Di fronte al malcontento che attraversa in particolare le piazze italiane e francesi, cercare un nemico esterno sembra diventato più urgente che interrogarsi sulle ragioni delle proteste. Il ministro della Difesa si ferma a un generico «qualcuno»; a completare l’allusione provvede il racconto mediatico, che porta l’ombra del Cremlino in prima pagina mentre le responsabilità sono ancora da accertare. L’utilità politica di sventolare lo spauracchio della regia occulta è evidente: permette di rileggere una crisi sociale come un’aggressione dall’esterno, spostando il dibattito dalle scelte di chi governa alle manovre di chi vorrebbe destabilizzarci. Carovita, rincari dei carburanti, salari insufficienti, servizi pubblici in affanno e sfiducia nelle istituzioni finiscono così in secondo piano. Insinuare che i cittadini abbiano bisogno di istruzioni dall’estero per esasperarsi offre alle classi dirigenti il comodo alibi di cercare a Mosca le responsabilità che dovrebbero riconoscere a casa propria.
A raffreddare le suggestioni sulla regia occulta è però lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che il 21 ottobre precisa come, allo stato, «non vi è alcuna evidenza» di una manipolazione dall’esterno dei giovani coinvolti negli scontri. Una cautela che stride con la prontezza con cui i mezzi d’informazione hanno fatto da cassa di risonanza alle parole di Crosetto. La Repubblica titola: «Dubbi sulla chiamata in piazza. Crosetto: “È guerra ibrida”». Nel sommario, bot e algoritmi alimentano la mobilitazione; nel testo, però, le responsabilità restano da accertare. Persino la capacità di raggiungere utenti sensibili alla protesta diventa un indizio d’interferenza, come se profilare il pubblico non fosse il mestiere quotidiano delle piattaforme e del capitalismo della sorveglianza. Per passare dall’algoritmo alla regia occulta servirebbe qualche prova in più, ma i giornalisti si accontentano del sospetto. Il coautore dell’articolo, Giuliano Foschini, non è nuovo a questi accostamenti: già nel giugno 2024, dopo aver descritto i finanziamenti russi alla disinformazione, introduceva nello stesso racconto gli «anonimi donatori» de L’Indipendente, preannunciando approfondimenti della polizia senza documentare finanziamenti di Mosca alla testata. Un’associazione respinta dal direttore Andrea Legni, che spiegò come il giornale si sostenesse attraverso gli abbonamenti e, in misura marginale, le donazioni dei lettori. Sempre su Repubblica, Mariangela Zappia, presidente dell’Ispi, ritiene legittimo sospettare del Cremlino, pur precisando che i fatti vanno verificati. Domani rilancia il Financial Times: «L’Ue indaga su possibili interferenze russe sulle proteste in Francia». Il quotidiano britannico riferisce di verifiche su campagne di disinformazione e account filorussi che avrebbero amplificato il caos, riportando sospetti anche su Iran e Algeria. Il catalogo dei nemici si allunga; la prova di una regia delle violenze resta, invece, da produrre.
Su La Stampa, Alessandro De Angelis affianca all’esultanza di Aleksandr Dugin per i disordini in Europa, i «professionisti dell’eversione» e «i no vax che, dopo il Covid, hanno scoperto Vannacci», senza peraltro negare le radici sociali della rivolta. Nel calderone entrano così il filosofo russo, le persone contrarie ai vaccini e i simpatizzanti del generale, senza alcun nesso logico che trasformi l’accostamento in una spiegazione. Anche Lia Quartapelle prospetta un’eventuale amplificazione straniera delle mobilitazioni, chiedendo accertamenti. Nicola Fratoianni si interroga, invece, sull’origine delle sigle che convocano i cortei, dichiarando di non sapere chi vi sia dietro. Una richiesta di chiarimenti che, nel dibattito mediatico, rischia di essere assorbita dalla ricerca di una regia occulta, verso cui si mostra un’indulgenza piuttosto selettiva: ciò che altrove verrebbe liquidato come “complottismo” acquista dignità di analisi geopolitica non appena il sospetto conduce a Mosca. Resta, però, da spiegare perché l’interesse del Cremlino a sfruttare una crisi dovrebbe dimostrarne la responsabilità nell’averla provocata: compiacersi delle difficoltà altrui (come nel caso di Dugin) non significa esserne gli artefici, per quanto faccia comodo confondere le due cose.
Molinari richiama, invece, le dichiarazioni di Burnham sulla Brexit, trasformando una certezza politica in un argomento a sostegno di un altro sospetto. Il premier britannico aveva annunciato conferme delle interferenze russe senza esibirne le prove; incalzato sui dettagli dalla BBC, Stephen Doughty, ministro di Stato al Foreign Office, non era stato in grado di fornirli, precisando poi che i tentativi non avevano, in verità, avuto successo. Anche il capo dell’MI5, Ken McCallum, aveva ridimensionato la portata delle attività di media russi, troll e bot. Un precedente che dovrebbe invitare alla prudenza diventa così una conferma per analogia: dalla Brexit alle piazze europee, basta pronunciare «Mosca» perché il collegamento sembri dimostrato. Il continuo richiamo a vicende controverse finisce per costruire l’immagine di una regia russa onnipresente: ogni nuovo sospetto sembra confermare i precedenti, mentre la ripetizione prende il posto dei riscontri e l’accusa acquista, per assuefazione, l’apparenza di un fatto.
La cornice era pronta prima delle rivolte: nel novembre 2025, Crosetto proponeva un’Arma Cyber di cinquemila unità, mentre Bruxelles restringeva i visti ai cittadini russi richiamando rischi di sabotaggio. A dicembre, von der Leyen annunciava che «la pace di ieri non c’è più». Ma quando la guerra ibrida diventa una spiegazione universale, l’allarme esterno si trasforma al contempo in diversivo e in un’assoluzione interna: chi governa veste i panni del difensore di una società sotto attacco, evitando di rispondere delle scelte che hanno contribuito a esasperarla. Chi reclama salari e servizi rischia, invece, di essere trattato come un’inconsapevole pedina del nemico. Una democrazia che scredita il dissenso in nome della propria difesa finisce per proteggere soprattutto chi esercita il potere. Perché le interferenze vanno provate, mentre le responsabilità di chi governa non si cancellano agitando lo spettro di Mosca.
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