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Il miliardario va dal socio: Del Vecchio, Fedez e l’intervista senza domande
Il conflitto d’interessi, almeno, viene dichiarato subito: al terzo minuto Federico Lucia, per tutti Fedez, avverte il pubblico che l’ospite è un suo caro amico e che le domande, quelle vere, toccheranno al collega Davide Marra. L’ospite è Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica e il programma è Pulp Podcast, con la puntata intitolata “Chi vuol esser Miliardario?”. Marra osserva che almeno qualcuno lo ammette, cosa non scontata in Italia. Vero, peccato che, una volta ammesso, il conflitto nessuno si prenda la briga di risolverlo. Anche perché ha un nome e un’etichetta: Boem, il marchio di bevande alcoliche in lattina fondato da Fedez e dal rapper Lazza, rilevati al 100% nel settembre 2025 da LMDV Capital, la holding di Del Vecchio, lasciando ai due fondatori il ruolo di ambasciatori del marchio. In un’ora e 25 minuti Boem non viene mai nominata, ma in compenso si scopre chi ha spinto l’imprenditore a sbarcare su X: Del Vecchio scherza dando la colpa a Fedez, che conferma. Il resto è un’arringa difensiva in cui l’avvocato siede dalla parte del conduttore. Tra una confessione sulla droga e il ricordo di un padre che, a suo dire, ha dato tutto tranne l’amore, Fedez interviene solo per rinforzare le tesi sostenute dall’ospite. Ricorda che l’amico paga le tasse in Italia e tiene lo yacht sotto bandiera italiana; gli yacht sono due, sottolinea l’ospite, precisando che uno è in vendita e chiedendo se qualcuno tra il pubblico fosse interessato, mentre in studio ci si chiede ridendo se sia pubblicità occulta. Battere bandiera italiana anziché maltese, spiega Del Vecchio, gli è costato 25 milioni di tasse per il primo yacht e altri 10 per il secondo. In studio gli riconoscono perfino che la goffaggine mostrata a gennaio a Otto e mezzo ha oscurato i suoi risultati. Oggi la spiegazione di Del Vecchio è clinica: denti del giudizio appena tolti, un’iniezione di morfina e la volontà di non disdire l’intervista. Quando Marra confessa di aver faticato a empatizzare con lui, Del Vecchio ribatte di avere un miliardo di debiti. A inizio settembre, quando la stampa parlava di oltre un miliardo, la holding si era affrettata a correggere: 950 milioni, senza posizioni scadute. Del bilancio 2024 di LMDV Capital, invece, non si parla, nonostante Il Fatto Quotidiano lo avesse passato al setaccio a settembre: approvato in ritardo, senza consolidato, con 358 milioni di debiti e un utile di poco meno di 32mila euro. All’inchiesta Del Vecchio aveva risposto con un post ironico su X. L’unico momento in cui si sente odore di notizia è il grafico con cui attacca Francesco Milleri, l’uomo di fiducia del padre alla guida di EssilorLuxottica. Sotto la sua gestione, sostiene, il titolo ha perso metà del valore e stavolta i numeri gli danno quasi ragione: da 323 euro nel novembre 2025 a circa 164 a giugno. Poi arriva il giornalismo, e la puntata tocca il suo apice. Da maggio Del Vecchio controlla l’80% di Editoriale Nazionale, cioè Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione e QN, e possiede il 30% della casa editrice de Il Giornale. In studio spiega di aver investito nell’editoria per riportare il giornalismo vero, che, nella sua opinione, deve fare inchiesta, non clickbait, mentre i tiktoker spingono i ragazzi verso posizioni estreme. È lo stesso concetto raccontato a gennaio a Otto e mezzo, quando disse di investire nel giornalismo perché la figlia potesse un giorno informarsi «da firme autorevoli e non da tiktoker». Stavolta però il pulpito è il canale di un influencer da milioni di follower, e come esempio di clickbait cita i titoli sul suo incidente in Ferrari, che per lui è stato solo un tamponamento. Il fatto risale al 16 novembre 2025, sulla Tangenziale Est di Milano, quando la sua Ferrari Purosangue ha urtato una BMW, e la donna alla guida è finita al San Raffaele in codice verde. Secondo l’accusa, sul posto un ex dipendente si sarebbe attribuito la guida del veicolo, versione che le telecamere avrebbero smentito: ecco perché Del Vecchio è indagato per sostituzione di persona in concorso. A Pulp la vicenda diventa una gag: aveva chiesto se gli sarebbe arrivata una multa, ed è arrivato un avviso di garanzia; come sia finita, dice, non lo sa, perché nessuno vuole dirglielo. Risate in studio, si passa oltre. Di Giorgia Meloni dice che è «una donna fantastica», che ne è innamorato e che la trova sexy. La presidente del Consiglio, del resto, conosce bene il salotto perché a marzo, alla vigilia del referendum sulla giustizia, era stata ospite della trasmissione: anche lì domande poche, e secondo YouTrend aveva parlato per il 77% del tempo. Ai saluti viene sottolineato come Fedez sia stato completamente inutile: è l’unico giudizio della puntata su cui non pesa alcun conflitto d’interessi.   The post Il miliardario va dal socio: Del Vecchio, Fedez e l’intervista senza domande appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE
Università Pegaso sotto inchiesta: soldi ai giornali in cambio di articoli favorevoli
Soldi e investimenti pubblicitari in cambio di un’informazione “addomesticata”, con contenuti giornalistici scomodi modificati, ridimensionati o bloccati prima della pubblicazione. È attorno a questo meccanismo che ruota il presunto sistema di condizionamento della stampa ricostruito dalla Procura di Napoli nell’inchiesta sull’Università telematica Pegaso e sul gruppo Multiversity, che negli scorsi giorni ha portato alla notifica di 22 avvisi di garanzia. Tra gli indagati figurano dirigenti aziendali, manager dell’editoria e direttori di alcune delle principali testate italiane. Secondo i magistrati, la finalità sarebbe stata quella di proteggere la reputazione dell’ateneo dalle notizie relative a una precedente indagine su irregolarità nelle iscrizioni, negli esami e nei titoli di studio. Al centro della vicenda c’è la figura di Fabio Domenico Vaccarono, presidente del gruppo UniPegaso-Multiversity. Con alcuni dirigenti del fondo proprietario Cvc, l’amministratore delegato Francesco Durante e i rappresentanti della società di comunicazione Comin & Partners, avrebbe organizzato una rete di interlocutori privilegiati nel mondo dell’informazione. I pm contestano, a vario titolo, associazione per delinquere finalizzata a corruzione tra privati, istigazione alla corruzione e, in alcuni casi, estorsione. Il meccanismo, definito nelle conversazioni «coverage one to one», prevedeva di utilizzare campagne pubblicitarie, collaborazioni editoriali e stanziamenti aggiuntivi come leva per poter conoscere in anticipo i contenuti degli articoli, intervenire sui titoli e sulle pagine o ottenere che determinati pezzi non venissero pubblicati. Il decreto di perquisizione cita rapporti con editori e concessionarie collegati, tra gli altri, a Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Il Mattino, Domani, Il Foglio, Libero, Fanpage e Il Fatto Quotidiano. La presenza nell’elenco non implica, di per sé, che tutte le testate o i loro rappresentanti abbiano accettato le richieste. Secondo gli inquirenti, tuttavia, il nesso tra gli investimenti pubblicitari prospettati agli editori e le richieste di intervenire sulle notizie giudiziarie andrebbe a dimostrare il tentativo di condizionare l’informazione a favore del gruppo. Uno degli episodi più significativi risale all’8 giugno 2026, quando si profilava la pubblicazione delle prime notizie sull’indagine relativa alla precedente gestione dell’università. Vaccarono chiedeva a un collaboratore di organizzare una riunione per decidere «se contestualmente attiviamo Il Mattino per mettere quello all’acqua di rose». Il giorno successivo il quotidiano trattava la vicenda nelle pagine locali di Napoli. Anche Repubblica, stando agli atti dell’indagine, avrebbe circoscritto la copertura all’edizione locale. Parallelamente, con la concessionaria Piemme si discuteva di investimenti pubblicitari nell’ordine di 400-600mila euro, e, secondo la Procura, la proposta di un investimento pubblicitario da 100mila euro a favore di Domani sarebbe stata finalizzata a ottenere dal direttore della testata un articolo dai contenuti più vaghi o direttamente la rinuncia alla sua pubblicazione. I rapporti economici erano consistenti anche altrove. Tra il 2023 e il 2026 Multiversity e Pegaso avrebbero versato oltre 1,1 milioni di euro in pubblicità al gruppo Sole 24 Ore. Per Il Foglio si prospettava un investimento fino a 300mila euro. A Francesco Cancellato, direttore di Fanpage e indagato, Vaccarono avrebbe proposto un sistema di segnalazioni preventive, vantandosi successivamente di aver ottenuto la modifica di un titolo. Un altro passaggio riguarda Il Fatto Quotidiano. Dopo un articolo sulle presunte irregolarità di Pegaso, Vaccarono ha contattato il direttore del portale web Peter Gomez, lamentando il titolo e chiedendo di evitarne la pubblicazione online. I pm ritengono che il contenuto sia stato bloccato, mentre la testata precisa che l’articolo era rimasto online per oltre mezza giornata ed era accessibile agli abbonati digitali. Gomez ha negato di aver ricevuto denaro o favori personali; Cancellato ha rivendicato l’autonomia editoriale di Fanpage. Claudio Cerasa, direttore del Foglio, ha assicurato che tutto sarebbe avvenuto regolarmente, mentre Andrea Malaguti, ex direttore della Stampa, si è dichiarato disponibile a fornire chiarimenti agli investigatori. La magistratura farà il suo corso e chiarirà i dettagli di queste specifiche vicende. Certo è che quelli descritti nelle carte sono tra i metodi più in voga tra le aziende – e le università telematiche non fanno evidentemente eccezione – per cercare di influenzare i media. Non si parla infatti solo dell’acquisto di semplici spazi pubblicitari, cosa di per sé perfettamente legale, ma di veicolare denari alle testate con lo scopo di ottenere in cambio contenuti giornalistici favorevoli. Questa perversa dinamica è una delle ragioni per le quali L’Indipendente, per poter incarnare un metodo giornalistico che non faccia sconti a nessuno, ha sin dall’inizio scelto di non ospitare alcuna pubblicità. Il nostro giornale è peraltro tra i pochi che, sulle numerose opacità del mondo delle università private (e specialmente delle università telematiche) ha realizzato importanti inchieste. In due approfondimenti ci siamo in particolare concentrati sui rapporti tra università private e mondo politico, sull’espansione economica delle università online e sui problemi legati alla qualità dell’offerta formativa. The post Università Pegaso sotto inchiesta: soldi ai giornali in cambio di articoli favorevoli appeared first on L'Indipendente.
October 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Geopop: quando il marketing aziendale veste i panni della divulgazione scientifica
Spiegazioni accessibili, animazioni, esempi semplici, un tono amichevole e una conduzione informale: Geopop ha reso la scienza familiare a un pubblico sempre più vasto, soprattutto giovane. Ma che cosa succede quando la fiducia conquistata dal canale viene messa al servizio di aziende e opere controverse, in video pagati da chi ha interesse a promuoverle? Il progetto fondato da Andrea Moccia affianca alla divulgazione contenuti pubblicitari per grandi aziende, tra cui Amazon, Nestlé, Enel, BYD e Dompé, raccolti in pagine dedicate sul proprio sito. La sponsorizzazione è dichiarata, ma il confine resta sfumato: quanto è riconoscibile, agli occhi dello spettatore, il punto in cui la spiegazione scientifica diventa promozione aziendale? I servizi raccolti da Ciaopeople Studios, la struttura che realizza contenuti pubblicitari per il gruppo editoriale cui appartengono Geopop e Fanpage.it, mostrano come funziona questo intreccio. Il 6 agosto 2026 Geopop entra in un centro di distribuzione Amazon: scaffali robotici, sistemi predittivi, nastri trasportatori, con enfasi su sicurezza ed ergonomia. Per Nestlé spiega come si produce il caffè solubile, con riferimento a Nescafé, e accompagna il pubblico negli stabilimenti dei Baci Perugina: la curiosità per il processo produttivo diventa una porta d’ingresso nel mondo del marchio. Seguono la storia di Enel, le auto ibride BYD, la ricerca sull’NGF per la farmaceutica Dompé e uno spot televisivo con Ferrarelle. Anche le ricostruzioni del Ponte sullo Stretto di Messina figurano tra i contenuti pubblicitari per Webuild, già Salini Impregilo, che guida il consorzio Eurolink incaricato di realizzare l’opera. A finanziare la spiegazione del Ponte è, dunque, il gruppo che ha un interesse economico diretto a costruirlo. Raccontare questi colossi soltanto attraverso l’efficienza degli impianti e l’innovazione lascia fuori i costi sociali e i conflitti che ne accompagnano l’attività. Amazon è stata ripetutamente criticata per lo sfruttamento denunciato dai lavoratori e per i licenziamenti di massa, ed è finita nel mirino delle autorità statunitensi per i rischi di lesioni nei magazzini. Le controversie su Nestlé risalgono al boicottaggio del 1977, contro la promozione del latte artificiale nei Paesi poveri a scapito dell’allattamento. Nel 2024, Public Eye e IBFAN hanno denunciato un doppio standard: zuccheri aggiunti negli alimenti per bambini dei Paesi meno ricchi, assenti nei corrispondenti prodotti svizzeri. Nel gennaio 2026, diversi lotti di latte artificiale sono stati richiamati precauzionalmente per la possibile presenza di cereulide, una tossina resistente al calore. In Francia, il Senato ha documentato carenze nei controlli sulle acque minerali e pressioni di Nestlé Waters sulle autorità. Anche la transizione “verde” di Enel incontra la resistenza delle comunità coinvolte: dalle contestazioni dei Mapuche in Cile alle accuse delle comunità brasiliane, che denunciano la sottrazione di terre per costruire parchi eolici. A questo si aggiungono legami con Israele di diversa natura: AWS, la divisione cloud di Amazon, partecipa con Google al progetto Nimbus per il settore pubblico e la difesa israeliani, contestato da No Tech for Apartheid e analizzato nel rapporto di Francesca Albanese sull’«economia del genocidio»; Nestlé opera nel Paese attraverso la controllata Osem. L’ultimo caso è il video sulla nuova pista dell’aeroporto “Amerigo Vespucci” di Firenze, sponsorizzato da Toscana Aeroporti. Geopop descrive i limiti dello scalo e presenta il progetto come l’unica naturale soluzione. Pisa viene liquidata perché troppo distante: lasciare Firenze senza aeroporto sarebbe «impensabile». Manca però un confronto tra costi, collegamenti e impatti delle alternative. Non trovano spazio i ricorsi al TAR, le contestazioni dei territori, il Parco della Piana e gli habitat protetti. È il limite del cherry picking: selezionare i dati che sostengono la tesi e omettere quelli che potrebbero complicare il racconto o metterne in discussione le conclusioni. Il pubblico viene accompagnato a comprendere i vantaggi dell’opera attraverso una narrazione in apparenza inappuntabile, ma riceve pochi elementi per valutarne il prezzo ambientale e le ragioni del dissenso. Questa selezione acquista forza attraverso il linguaggio dei social, soprattutto tra i più giovani: il tono confidenziale crea familiarità e il volto riconoscibile ispira fiducia. È l’effetto alone: la credibilità del divulgatore si estende al marchio, conferendo al messaggio commerciale un’apparenza di neutralità. La costruzione del racconto può inoltre suggerire un falso dilemma: accettare il progetto o rassegnarsi ai problemi attuali, mentre altre possibilità vengono marginalizzate. Studi, mappe e simulazioni rafforzano la persuasione e rischiano di diventare un appello all’autorità quando la competenza evocata prende il posto delle risposte alle obiezioni. È qui che la divulgazione scivola verso una postura scientista: interessi economici, diritti, equilibri ambientali, priorità politiche e scelte sul territorio vengono trattati come problemi che la competenza tecnica può risolvere da sola. La scienza diventa il sigillo apposto alla scelta del committente. Una divulgazione che formi senso critico dovrebbe rendere visibili anche limiti, incertezze, alternative e conflitti. Se la complessità scompare quando entra in scena lo sponsor, la scienza rischia di legittimare una scelta già compiuta e il formato “pop” di rendere digeribile il messaggio e indigeste le domande scomode.   The post Geopop: quando il marketing aziendale veste i panni della divulgazione scientifica appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Il governo all’attacco di Food For Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi
Prima di diventare un caso politico, era stato il caso cinematografico del 2024: primo film d’inchiesta e terzo lungometraggio in assoluto negli incassi italiani dell’anno, premiato all’Innsbruck Film Festival e proiettato in decine di città nel mondo, prima ancora di andare in onda su Report il 5 maggio, per essere visto da due milioni di spettatori. È Food for Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi firmato da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, il film finito a inizio agosto sotto quello che la stessa autrice ha definito sui social «un attacco senza precedenti»: un dossier vecchio di due anni sui suoi finanziamenti, riaperto da Il Giornale e rilanciato dal Corriere della Sera con affermazioni che Innocenzi e Report hanno bollato come false, seguito in pochi giorni da interrogazioni parlamentari annunciate dai partiti di maggioranza. Il primo articolo de Il Giornale ha attribuito al documentario un finanziamento di 5mila euro arrivato da un investitore olandese specializzato nel settore vegano, sollevando l’ipotesi di un conflitto di interessi. Innocenzi, che sottolinea come gli attacchi al suo lavoro siano in realtà diretti alla trasmissione di inchiesta della Rai, ha replicato spiegando di aver raccolto personalmente, senza un euro di fondi pubblici né una casa di produzione alle spalle, i circa 350mila euro necessari a realizzare il film, attraverso donazioni di fondazioni e cittadini sensibili ai diritti degli animali: la lista dei donatori è pubblicata sul sito di Food for Profit fin dal primo giorno. La testata è poi tornata sull’argomento contestando il fatto che le inchieste avviate dopo il documentario siano sostenute anche da una raccolta fondi su GoFundMe e dal 5 per mille destinato a Unlocked, l’ente del terzo settore con cui Innocenzi collabora per i reportage su allevamenti e macelli. La giornalista non ha negato la circostanza, rivendicandola anzi come garanzia di indipendenza dai poteri economici che il documentario mette sotto accusa. Nel frattempo il Corriere della Sera ha pubblicato un pezzo, simile a quello de Il Giornale, in cui si sosteneva che il documentario promuovesse «il maggior consumo di cibi a base di insetti e carne a base cellulare» e che la puntata di Report fosse al vaglio della Commissione per il codice etico Rai. Sia Innocenzi sia Ranucci hanno definito entrambe le affermazioni false: il tema degli insetti, in particolare, non compare mai nel documentario, e la seconda circostanza sarebbe, nelle parole del conduttore di Report, «destituita di ogni fondamento». Innocenzi ha anche accusato Il Giornale di vivere di soldi pubblici, sottolineando che la testata ha come editore l’imprenditore e parlamentare della Lega Antonio Angelucci: il quotidiano ha respinto l’accusa, sostenendo di vivere di vendite e pubblicità e di aver ricevuto in passato solo un contributo, non più erogato dal 2023. Sulla vicenda dei finanziamenti al documentario intanto si è aperto un fronte istituzionale. I componenti di Fratelli d’Italia nella Commissione di vigilanza Rai hanno annunciato un’interrogazione, parlando di conflitto di interessi ai danni del settore agroalimentare e zootecnico italiano; la Lega ha accusato Report di essersi trasformato nel «megafono di una lobby», mentre il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri ha annunciato un’interrogazione e una segnalazione alla Guardia di Finanza. Sollecitata anche da Confagricoltura, la Commissione per il codice etico Rai avrebbe avviato verifiche: sul tema è intervenuto il consigliere d’amministrazione Roberto Natale, secondo cui «l’etica della professione è una cosa seria, non un randello di parte». Il caso dei finanziamenti si intreccia, nelle stesse settimane, con un secondo fronte che riguarda direttamente Ranucci ed è distinto da Food for Profit. Dopo l’arresto, il 10 agosto, dell’imprenditore Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato dinamitardo subito dal giornalista nell’ottobre 2025, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto più volte che Ranucci venga sospeso dalla conduzione di Report, sostenendo che «coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura debbano prendersi una pausa». L’eurodeputato del PD Sandro Ruotolo ha scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen, chiedendo se le dichiarazioni di Salvini configurino un’interferenza politica sulle decisioni editoriali del servizio pubblico, in violazione degli articoli 4 e 5 dell’European Media Freedom Act, che tutelano rispettivamente l’indipendenza editoriale dei media e quella dei media di servizio pubblico. «Trasformare la vittima di un attentato nell’imputato politico della vicenda è inaccettabile», ha dichiarato Ruotolo. Guardati in sequenza, i due fronti aperti in queste settimane si aggiungono a un elenco di pressioni che accompagna Report da anni: le querele dell’intero partito di Fratelli d’Italia, del presidente del Senato Ignazio La Russa, della ministra Daniela Santanchè e di numerosi altri esponenti di governo; lo scontro sulle dimissioni in blocco del Garante della Privacy, dopo un’inchiesta della trasmissione sull’Autorità, fino ai tagli alle risorse pubbliche del programma e lo stop deciso dalla Rai alle repliche estive. Arrivano ora, a un anno dalle elezioni politiche del 2027, in un momento in cui il conduttore è indebolito dall’inchiesta sull’attentato e dalle pressioni per la sua sospensione: più che un tentativo isolato di delegittimare un singolo documentario, il caso Food for Profit sembra l’ultimo tassello di una strategia più ampia, che punta a logorare la credibilità del programma d’inchiesta più seguito della televisione pubblica proprio alla vigilia della campagna elettorale. 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August 14, 2026
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