In India c’è un golpe silenzioso: milioni di elettori scomparsi dalle liste
Sono più di 130 milioni le persone che, da un momento all’altro, si sono
ritrovate escluse dalle liste elettorali indiane. Una revisione straordinaria
senza precedenti, che ha scatenato la protesta delle opposizioni parlamentari.
Queste ultime puntano il dito contro il governo Modi, accusato di trarre
vantaggio dall’intervento della Commissione elettorale, che ha decimato le fasce
di votanti generalmente ostili al premier. Al momento Narendra Modi non gode
della massima popolarità. Nei mesi scorsi la tenuta del suo esecutivo era stata
seriamente minacciata dall’ascesa del movimento degli scarafaggi. Su
quest’ultimo è tornata ad abbattersi nel fine settimana la repressione statale
con una nuova ondata di arresti, che non ha risparmiato neanche i leader,
rilasciati soltanto ieri.
Nonostante i tentativi della polizia di fermare le proteste, in migliaia sono
scesi oggi in piazza a Nuova Delhi, marciando verso la sede della Corte Suprema.
Si chiedono le dimissioni di Gyanesh Kumar, presidente della Commissione
elettorale, protagonista di una revisione senza precedenti delle liste indiane.
Le verifiche, di per sé, sono eventi ordinari, in India come nel resto del
mondo, e servono ad aggiornare le liste in base a decessi e trasferimenti. A
provocare la levata di scudi delle opposizioni è stata la mole dell’intervento,
che ha riguardato 133 milioni di elettori, su un totale di circa 950 milioni. Si
tratterebbe perlopiù di persone appartenenti alle fasce più povere della
popolazione e di religione non induista. Due categorie generalmente ostili a
Modi e al suo Bharatiya Janata Party (BJP), esponenti del nazionalismo indù
impegnati nella progressiva erosione della laicità dello Stato indiano.
L’intervento della Commissione elettorale è iniziato nel 2025, dopo l’elezione
di Gyanesh Kumar avvenuta grazie al voto favorevole di Modi e del ministro
dell’Interno Amit Shah. I sospetti di interferenza politica verso un organo in
teoria indipendente si sono fatti più seri quando sono emersi i primi dettagli
sulla revisione straordinaria. Nel corso dei mesi, quest’ultima è arrivata a
interessare 30 Stati indiani. A Delhi è stato colpito più di un elettore su due
(il 55%). Ciò ha scatenato un’ondata di ricorsi ripresa anche nelle altre
regioni interessate. Non tutti però hanno gli strumenti materiali per presentare
domanda, configurando per milioni di persone una violazione del proprio diritto
al voto. I manifestanti lo hanno ribadito oggi durante la marcia organizzata tra
le strade della capitale.
Sabato, per bloccare il corteo convocato da partiti e associazioni, sono state
arrestate migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Rahul Gandhi e
diversi esponenti del movimento degli scarafaggi, che in estate ha fatto tremare
le autorità indiane. A luglio, dopo settimane di cortei, presidi e scioperi
della fame, ha ottenuto le dimissioni di Dharmendra Pradhan, ministro
dell’Istruzione indiano, considerato il volto di un sistema scolastico
inefficiente e corrotto. Nel tentativo di reprimere le proteste, Modi ha
conferito poteri straordinari alla polizia, salvo poi scendere a compromessi con
il movimento. A pochi mesi di distanza si è aperta una nuova fase dello scontro
politico, gettando non pochi dubbi sul futuro del Paese.
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