Sotto le valli lombarde le ex miniere diventano itinerari di ecoturismo

L'INDIPENDENTE - Thursday, October 22, 2026

Casco in testa, lampada accesa e dieci gradi costanti anche ad agosto. Si entra a piedi dove per secoli si è scavato zinco, ferro, fluorite e talco, e si esce in mezzo a un bosco. In Lombardia, la regione delle fabbriche, dell’industrializzazione e dei capannoni, alcune delle valli che hanno alimentato il motore produttivo del Nord oggi vivono di un turismo lento e curioso. Quello che scende sottoterra per capire come si lavorava e risale per camminare in una montagna che si è ripresa i suoi spazi. Proprio mentre l’Europa discute di riaprire le miniere per assicurarsi le materie prime della transizione, le vecchie gallerie lombarde stanno trovando una seconda vita molto diversa.

L’ecomuseo delle miniere di Gorno, in Val del Riso

Dietro questa rinascita non c’è il caso, ma un piano preciso. La legge regionale 28 del 2009, titolata Disposizioni per l’utilizzo e la valorizzazione del patrimonio minerario dismesso in Lombardia, ha introdotto i parchi geominerari, cioè aree in cui più siti estrattivi vicini vengono recuperati e promossi in modo coordinato da enti pubblici e privati, e ha previsto un programma regionale pluriennale per il loro recupero. I parchi oggi sono sei: la Via del Ferro della Val Trompia, la Via del Ferro delle Orobie, la Via del Piombo e dello Zinco delle Orobie, la Fluorite delle Orobie, la Valsassina e la Valmalenco, per un totale di nove miniere autorizzate alle visite. Nel 2021 la Regione ha stanziato oltre 5,6 milioni di euro per metterle in sicurezza e valorizzarle, più 1,86 milioni affidati alla società regionale Explora per promuoverle. Nel 2024 la legge è stata modificata per semplificare le autorizzazioni, distinguendo i lavori di messa in sicurezza dalla gestione ordinaria delle visite. La Lombardia è anche tra i promotori di ReMi, la rete nazionale dei parchi e musei minerari nata nel 2015 con 40 siti e arrivata a 67.

La miniera Schilpario in Val di Scalve

Gli itinerari sono vari quanto i minerali che li hanno resi interessanti e sono tutti descritti nella guida regionale. A Gorno, in Val del Riso, l’ecomuseo gestito da volontari accompagna i visitatori per circa 500 metri nella miniera di zinco Costa Jels, chiusa nel 1972, prima del rientro attraverso il bosco, nelle gallerie invecchiano bottiglie di spumante. A Dossena, in Val Brembana, dal 2014 un’ottantina di volontari ha riaperto le miniere di fluorite, dove dal 2019 stagionano tre formaggi locali. A Schilpario, in Val di Scalve, un trenino storico entra nella miniera di ferro Gaffione, sfruttata dal Medioevo agli anni Settanta, e accanto c’è un museo con migliaia di lampade da minatore. In Val Trompia, nel Bresciano, il trenino giallo della miniera Marzoli di Pezzaze simula perfino un’esplosione, mentre a Collio la miniera Sant’Aloisio, riaperta nel 2015, offre un trekking sotterraneo di due chilometri e mezzo, un parco avventura con ponti sospesi e un centro di speleoterapia, dove l’aria umida e pulita delle gallerie viene usata per curare disturbi respiratori. Nel Lecchese, a Cortabbio di Primaluna, si visita una miniera di barite, minerale usato anche come mezzo di contrasto in radiologia, attiva fino al 2012 e dotata di un percorso per persone cieche. Ai Piani Resinelli si cammina nelle vene di piombo argentifero che Leonardo da Vinci descrisse nel Codice Atlantico, e una delle gallerie ospita concerti. In Valmalenco, infine, si raggiunge la miniera di talco della Bagnada dopo venti minuti di cammino tra i larici, a quasi 1.500 metri.

Il trenino giallo della miniera Marzoli di Pezzaze

Il lato naturalistico non è solo un contorno. Il programma regionale impone di valutare l’impatto delle visite sui pipistrelli, specie tutelate dalla direttiva europea Habitat che trovano rifugio nelle gallerie abbandonate, e molti percorsi uniscono la parte sotterranea a sentieri nei boschi. I numeri crescono: in Val di Scalve la società privata Ski-Mine, che gestisce il parco minerario di Schilpario, contava già a ottobre 2023 oltre 13mila visitatori, in netto aumento sull’anno prima, con l’obiettivo di arrivare a 30mila. Ma lo stesso studio dell’Università di Bergamo che riporta questi dati segnala i limiti: i gestori privati non possono accedere ai fondi pubblici, le guide locali scarseggiano, manca un biglietto comune tra le valli e a Schilpario gli alberghi sono passati da diciotto negli anni Ottanta a tre. Molti siti, inoltre, aprono solo la domenica e reggono sull’impegno dei volontari.

È proprio qui che si gioca la partita. Le ex miniere possono diventare uno strumento concreto, almeno dal punto di vista turistico, contro lo spopolamento delle valli, a patto che dietro le gallerie illuminate crescano anche servizi, posti letto e lavoro per chi in montagna vuole restare. Intanto, per chi cerca una Lombardia diversa da quella delle vetrine e delle città, basta prenotare una visita, infilarsi una giacca pesante anche in piena estate – un lusso non indifferente in questi torridi tempi – e scendere a scoprire cosa c’è sotto i propri piedi.

The post Sotto le valli lombarde le ex miniere diventano itinerari di ecoturismo appeared first on L'Indipendente.