Sotto le valli lombarde le ex miniere diventano itinerari di ecoturismo
Casco in testa, lampada accesa e dieci gradi costanti anche ad agosto. Si entra
a piedi dove per secoli si è scavato zinco, ferro, fluorite e talco, e si esce
in mezzo a un bosco. In Lombardia, la regione delle fabbriche,
dell’industrializzazione e dei capannoni, alcune delle valli che hanno
alimentato il motore produttivo del Nord oggi vivono di un turismo lento e
curioso. Quello che scende sottoterra per capire come si lavorava e risale per
camminare in una montagna che si è ripresa i suoi spazi. Proprio mentre l’Europa
discute di riaprire le miniere per assicurarsi le materie prime della
transizione, le vecchie gallerie lombarde stanno trovando una seconda vita molto
diversa.
L’ecomuseo delle miniere di Gorno, in Val del Riso
Dietro questa rinascita non c’è il caso, ma un piano preciso. La legge regionale
28 del 2009, titolata Disposizioni per l’utilizzo e la valorizzazione del
patrimonio minerario dismesso in Lombardia, ha introdotto i parchi geominerari,
cioè aree in cui più siti estrattivi vicini vengono recuperati e promossi in
modo coordinato da enti pubblici e privati, e ha previsto un programma regionale
pluriennale per il loro recupero. I parchi oggi sono sei: la Via del Ferro della
Val Trompia, la Via del Ferro delle Orobie, la Via del Piombo e dello Zinco
delle Orobie, la Fluorite delle Orobie, la Valsassina e la Valmalenco, per un
totale di nove miniere autorizzate alle visite. Nel 2021 la Regione ha stanziato
oltre 5,6 milioni di euro per metterle in sicurezza e valorizzarle, più 1,86
milioni affidati alla società regionale Explora per promuoverle. Nel 2024 la
legge è stata modificata per semplificare le autorizzazioni, distinguendo i
lavori di messa in sicurezza dalla gestione ordinaria delle visite. La Lombardia
è anche tra i promotori di ReMi, la rete nazionale dei parchi e musei minerari
nata nel 2015 con 40 siti e arrivata a 67.
La miniera Schilpario in Val di Scalve
Gli itinerari sono vari quanto i minerali che li hanno resi interessanti e sono
tutti descritti nella guida regionale. A Gorno, in Val del Riso, l’ecomuseo
gestito da volontari accompagna i visitatori per circa 500 metri nella miniera
di zinco Costa Jels, chiusa nel 1972, prima del rientro attraverso il bosco,
nelle gallerie invecchiano bottiglie di spumante. A Dossena, in Val Brembana,
dal 2014 un’ottantina di volontari ha riaperto le miniere di fluorite, dove dal
2019 stagionano tre formaggi locali. A Schilpario, in Val di Scalve, un trenino
storico entra nella miniera di ferro Gaffione, sfruttata dal Medioevo agli anni
Settanta, e accanto c’è un museo con migliaia di lampade da minatore. In Val
Trompia, nel Bresciano, il trenino giallo della miniera Marzoli di Pezzaze
simula perfino un’esplosione, mentre a Collio la miniera Sant’Aloisio, riaperta
nel 2015, offre un trekking sotterraneo di due chilometri e mezzo, un parco
avventura con ponti sospesi e un centro di speleoterapia, dove l’aria umida e
pulita delle gallerie viene usata per curare disturbi respiratori. Nel Lecchese,
a Cortabbio di Primaluna, si visita una miniera di barite, minerale usato anche
come mezzo di contrasto in radiologia, attiva fino al 2012 e dotata di un
percorso per persone cieche. Ai Piani Resinelli si cammina nelle vene di piombo
argentifero che Leonardo da Vinci descrisse nel Codice Atlantico, e una delle
gallerie ospita concerti. In Valmalenco, infine, si raggiunge la miniera di
talco della Bagnada dopo venti minuti di cammino tra i larici, a quasi 1.500
metri.
Il trenino giallo della miniera Marzoli di Pezzaze
Il lato naturalistico non è solo un contorno. Il programma regionale impone di
valutare l’impatto delle visite sui pipistrelli, specie tutelate dalla direttiva
europea Habitat che trovano rifugio nelle gallerie abbandonate, e molti percorsi
uniscono la parte sotterranea a sentieri nei boschi. I numeri crescono: in Val
di Scalve la società privata Ski-Mine, che gestisce il parco minerario di
Schilpario, contava già a ottobre 2023 oltre 13mila visitatori, in netto aumento
sull’anno prima, con l’obiettivo di arrivare a 30mila. Ma lo stesso studio
dell’Università di Bergamo che riporta questi dati segnala i limiti: i gestori
privati non possono accedere ai fondi pubblici, le guide locali scarseggiano,
manca un biglietto comune tra le valli e a Schilpario gli alberghi sono passati
da diciotto negli anni Ottanta a tre. Molti siti, inoltre, aprono solo la
domenica e reggono sull’impegno dei volontari.
È proprio qui che si gioca la partita. Le ex miniere possono diventare uno
strumento concreto, almeno dal punto di vista turistico, contro lo spopolamento
delle valli, a patto che dietro le gallerie illuminate crescano anche servizi,
posti letto e lavoro per chi in montagna vuole restare. Intanto, per chi cerca
una Lombardia diversa da quella delle vetrine e delle città, basta prenotare una
visita, infilarsi una giacca pesante anche in piena estate – un lusso non
indifferente in questi torridi tempi – e scendere a scoprire cosa c’è sotto i
propri piedi.
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