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Sotto le valli lombarde le ex miniere diventano itinerari di ecoturismo
Casco in testa, lampada accesa e dieci gradi costanti anche ad agosto. Si entra a piedi dove per secoli si è scavato zinco, ferro, fluorite e talco, e si esce in mezzo a un bosco. In Lombardia, la regione delle fabbriche, dell’industrializzazione e dei capannoni, alcune delle valli che hanno alimentato il motore produttivo del Nord oggi vivono di un turismo lento e curioso. Quello che scende sottoterra per capire come si lavorava e risale per camminare in una montagna che si è ripresa i suoi spazi. Proprio mentre l’Europa discute di riaprire le miniere per assicurarsi le materie prime della transizione, le vecchie gallerie lombarde stanno trovando una seconda vita molto diversa. L’ecomuseo delle miniere di Gorno, in Val del Riso Dietro questa rinascita non c’è il caso, ma un piano preciso. La legge regionale 28 del 2009, titolata Disposizioni per l’utilizzo e la valorizzazione del patrimonio minerario dismesso in Lombardia, ha introdotto i parchi geominerari, cioè aree in cui più siti estrattivi vicini vengono recuperati e promossi in modo coordinato da enti pubblici e privati, e ha previsto un programma regionale pluriennale per il loro recupero. I parchi oggi sono sei: la Via del Ferro della Val Trompia, la Via del Ferro delle Orobie, la Via del Piombo e dello Zinco delle Orobie, la Fluorite delle Orobie, la Valsassina e la Valmalenco, per un totale di nove miniere autorizzate alle visite. Nel 2021 la Regione ha stanziato oltre 5,6 milioni di euro per metterle in sicurezza e valorizzarle, più 1,86 milioni affidati alla società regionale Explora per promuoverle. Nel 2024 la legge è stata modificata per semplificare le autorizzazioni, distinguendo i lavori di messa in sicurezza dalla gestione ordinaria delle visite. La Lombardia è anche tra i promotori di ReMi, la rete nazionale dei parchi e musei minerari nata nel 2015 con 40 siti e arrivata a 67. La miniera Schilpario in Val di Scalve Gli itinerari sono vari quanto i minerali che li hanno resi interessanti e sono tutti descritti nella guida regionale. A Gorno, in Val del Riso, l’ecomuseo gestito da volontari accompagna i visitatori per circa 500 metri nella miniera di zinco Costa Jels, chiusa nel 1972, prima del rientro attraverso il bosco, nelle gallerie invecchiano bottiglie di spumante. A Dossena, in Val Brembana, dal 2014 un’ottantina di volontari ha riaperto le miniere di fluorite, dove dal 2019 stagionano tre formaggi locali. A Schilpario, in Val di Scalve, un trenino storico entra nella miniera di ferro Gaffione, sfruttata dal Medioevo agli anni Settanta, e accanto c’è un museo con migliaia di lampade da minatore. In Val Trompia, nel Bresciano, il trenino giallo della miniera Marzoli di Pezzaze simula perfino un’esplosione, mentre a Collio la miniera Sant’Aloisio, riaperta nel 2015, offre un trekking sotterraneo di due chilometri e mezzo, un parco avventura con ponti sospesi e un centro di speleoterapia, dove l’aria umida e pulita delle gallerie viene usata per curare disturbi respiratori. Nel Lecchese, a Cortabbio di Primaluna, si visita una miniera di barite, minerale usato anche come mezzo di contrasto in radiologia, attiva fino al 2012 e dotata di un percorso per persone cieche. Ai Piani Resinelli si cammina nelle vene di piombo argentifero che Leonardo da Vinci descrisse nel Codice Atlantico, e una delle gallerie ospita concerti. In Valmalenco, infine, si raggiunge la miniera di talco della Bagnada dopo venti minuti di cammino tra i larici, a quasi 1.500 metri. Il trenino giallo della miniera Marzoli di Pezzaze Il lato naturalistico non è solo un contorno. Il programma regionale impone di valutare l’impatto delle visite sui pipistrelli, specie tutelate dalla direttiva europea Habitat che trovano rifugio nelle gallerie abbandonate, e molti percorsi uniscono la parte sotterranea a sentieri nei boschi. I numeri crescono: in Val di Scalve la società privata Ski-Mine, che gestisce il parco minerario di Schilpario, contava già a ottobre 2023 oltre 13mila visitatori, in netto aumento sull’anno prima, con l’obiettivo di arrivare a 30mila. Ma lo stesso studio dell’Università di Bergamo che riporta questi dati segnala i limiti: i gestori privati non possono accedere ai fondi pubblici, le guide locali scarseggiano, manca un biglietto comune tra le valli e a Schilpario gli alberghi sono passati da diciotto negli anni Ottanta a tre. Molti siti, inoltre, aprono solo la domenica e reggono sull’impegno dei volontari. È proprio qui che si gioca la partita. Le ex miniere possono diventare uno strumento concreto, almeno dal punto di vista turistico, contro lo spopolamento delle valli, a patto che dietro le gallerie illuminate crescano anche servizi, posti letto e lavoro per chi in montagna vuole restare. Intanto, per chi cerca una Lombardia diversa da quella delle vetrine e delle città, basta prenotare una visita, infilarsi una giacca pesante anche in piena estate – un lusso non indifferente in questi torridi tempi – e scendere a scoprire cosa c’è sotto i propri piedi. The post Sotto le valli lombarde le ex miniere diventano itinerari di ecoturismo appeared first on L'Indipendente.
October 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni
Se un alieno atterrasse domani sulla terra, non troverebbe abitanti ma extra-terrestri, alienati come lui. Vedrebbe un ambiente sofferente, dominato dalla violenza, dall’abuso e dall’umiliazione. Proviamo a immaginarcelo. Alberto Boatto, già nel 1992, descriveva la terra come “oggetto disponibile … Leggi tutto L'articolo Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
“Catania non dà più le spalle al mare”: contro il nuovo Piano Regolatore Portuale
Ogni catanese ha due punti di riferimento che definiscono il suo orizzonte: da una parte l’Etna e dall’altra il mare. È l’ossimoro su cui si fonda lo spirito della città e dei suoi abitanti. Lo scorso inverno il ciclone Harry ha colpito le coste catanesi, ma un altro, più devastante, silenzioso e subdolo, è da sempre complice della loro distruzione: quello della privatizzazione e della cementificazione. Viene da chiedersi se il mare non abbia gridato di essere liberato, da una nuova trasformazione che non vuole subire. Infatti, dopo cinquant’anni dall’ultimo piano, nell’ottobre 2025, il presidente dell’AdSP – Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale Francesco Di Sarcina ha ottenuto l’approvazione del nuovo Piano Regolatore Portuale che punta a rafforzare il ruolo di Catania come hub portuale siciliano: espansione del porto a nord verso la Scogliera d’Armisi con un molo per mega-yacht e a sud sulla foce dell’Acquicella con molo di attracco commerciale, nuove infrastrutture commerciali, un’area crocieristica di 84 mila mq, una stazione marittima, un waterfront urbano e nuove edificazioni fino a 24 metri di altezza. DAI RENDERING ALLA REALTÀ: GLI IMPATTI AMBIENTALI DEL NUOVO PRP Una favola smart illustrata con rendering patinati non racconta però il destino di una trasformazione irreversibile della costa e della sua idrogeomorfologia: una cementificazione per un’estensione pari quasi a venti campi di calcio, secondo le rilevazioni degli esperti, con un impatto immediato sugli ecosistemi costieri che verrebbero distrutti, tombando di fatto flora e fauna di straordinario pregio dei siti. Un altro, invece, a lungo termine, sarebbe l’inquinamento atmosferico paragonabile a una zona industriale in città, se si considerano insieme le due principali funzioni su cui punta il piano: si chiede al porto cittadino di potenziare tanto la funzione turistica, accogliendo fino a quattro navi crociera di 340 metri e fino a un milione di passeggeri all’anno, tanto quella commerciale (traffico commerciale pesante, traghetti Ro-Ro dei semirimorchi). Il progetto sembra andare, inoltre, contro lo stesso DPSS (Documento di Programmazione Strategica di Sistema) che impone, invece, di seguire la vocazione dei singoli porti della Sicilia Orientale, cioè prediligendo scali più grandi e funzionali ai ruoli, come il porto di Augusta (fondali profondi e ampi spazi retroportuali), ridefinendo gli stessi ruoli strategici e tenendo in conto le nuove annessioni di Pozzallo e Siracusa. ASSOCIAZIONI E COMITATI UNITI PER RIDEFINIRE IL RAPPORTO TRA CITTÀ E MARE   Da anni associazioni e comitati chiedono all’amministrazione di “non voltare le spalle al mare” e di costruire un dialogo comune per una progettazione partecipata della città, perché il mare e le coste sono della cittadinanza e l’anima della città non può essere snaturata. > A maggio 2026 nasce la mobilitazione “Catania non dà più le spalle al mare” > per unire le vertenze che da anni si battono per il diritto al mare, in > contrapposizione alla visione e ai vizi del nuovo PRP, promossa dall’attivista > Pietro Pignataro: «Il mare è un bene comune e deve avere accessibilità > universale. La visione di una città va costruita con la cittadinanza, prima di > distruggere un assetto urbanistico, ancor più un ecosistema. Chiediamo una > partecipazione permanente alle decisioni». Tra i promotori Arci Catania: «Stiamo definendo una delibera di iniziativa popolare per proporre la nostra idea di sviluppo della città», spiega il presidente Matteo Iannitti, già in prima linea contro la concessione di fondi pubblici per la riqualificazione del Porto Rossi, nell’area naturale de “il Caito”, dove il ciclone ha restituito la costa ai cittadini. «Il mare ci sta chiedendo di rinaturalizzare le coste e di ripensare il rapporto tra città e mare». Tuttavia, si può difendere solo ciò che si conosce, perché dietro recinzioni e muri imponenti si nascondono luoghi di straordinario valore naturale. Salmastra, associazione nata attorno al Porto di San Giovanni Licuti a sostegno dei pescatori del borgo, così risponde «Promuoviamo un’esperienza pubblica della costa attraverso forme di fruizione ed esplorazione che non impattano sull’ambiente e sviluppano coscienza civica», dice il fondatore Federico Guarnaccia. «Abbiamo previsto “escursioni piratesche” lungo la costa in luoghi raggiungibili a remi», aggiunge l’attivista Gaetano Libranti. «Ci riappropriamo dei luoghi attraverso un racconto naturalistico e politico». LA SCOGLIERA D’ARMISI: DALLA VITTORIA AL TAR ALLO SCACCO DELL’ADSP La sorte peggiore interessa i due siti naturalistici dell’Acquicella e della Scogliera d’Armisi. Il Comitato per la salvaguardia dei due siti da subito ha evidenziato le criticità e i vizi del progetto, studiandone gli impatti con esperti, promuovendo una petizione a difesa della Scogliera, la candidatura al FAI e un ricorso al TAR presentato insieme alle associazioni ambientali WWF Sicilia Nord Orientale, LIPU e O.P.U.T. – Osservatorio politiche urbane e territoriali, proprio all’indomani dall’approvazione del PRP nel dicembre 2025. Al centro del ricorso, insieme all’impatto ambientale dovuto agli oltre due milioni di metri cubi di cemento che si vorrebbe riversare a ridosso di aree naturali, c’è il paradosso definito come «il porto disegnato prima dei confini»: l’inserimento dei siti nel PRP è avvenuto senza che le parti fossero state inserite anche nella circoscrizione demaniale dell’AdSP. Per questo il 13 luglio il TAR si pronuncia con sentenza di illegittimità parziale del piano, confermando il vizio procedurale e temporale che era stato sollevato, bloccando l’espansione in questi tratti di costa. All’indomani dalla sentenza l’Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana iscrive la Scogliera d’Armisi nel LIM, il registro ufficiale dei Luoghi dell’Identità e della Memoria della Regione Siciliana. «Un dossier stilato insieme all’Ufficio per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura racconta il profondo legame tra la Scogliera e Catania», afferma il presidente del Comitato a difesa della Scogliera d’Armisi, Attilio Scuderi. > «Emergono le origini geologiche, il valore storico, archeologico e religioso, > dal tempio di Artemide agli omaggi alla Madonna Bambina di Ognina, il > patrimonio naturalistico e il ruolo che, da oltre un secolo, questo tratto di > mare ricopre come primo accesso al mare per i catanesi e sede del primo lido > cittadino. Vogliono sacrificare tutto questo in nome di un turismo estrattivo > e coloniale». Se il TAR ha pronunciato in primo grado l’illegittimità di espansione sul sito e la nullità parziale del piano, c’è però un decreto ministeriale firmato dopo un lungo iter dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 19 giugno 2026 che ha approvato e regolarizzato l’espansione, attribuendo all’AdSP la facoltà giuridica adesso di ripresentare le stesse pianificazioni. Il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 agosto è in vigore dal 15 settembre, intanto il ministro Salvini ha rinnovato l’incarico di commissario per Di Sarcina sino al 30 novembre per poter proseguire le attività in corso, in attesa della nomina di un nuovo presidente. Mentre restano aperti i termini di ricorso al CGA, Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana vengono nuovamente ridisegnate le sorti delle coste, in questa storia ancora tutta da scrivere. Infatti, proprio quando cittadini e cittadine si chiedevano se l’AdSP avrebbe presentato ricorso nonostante il riconoscimento del LIM e le sentenze che danno ragione agli ambientalisti, il Commissario Di Sarcina il 23 ottobre emette una delibera attraverso una strategia legale nota come “riedizione del potere pianificatorio”, aggirando così la necessità di attendere un ricorso o una sentenza del CGA. Agendo in qualità di commissario straordinario firma la delibera in autonomia, con una scorciatoia amministrativa che gli consente di evitare la paralisi delle attività prima della scadenza del suo mandato. TAMQUAM NON ESSET: L’ALTRA CATANIA PER IL TURISTA Tamquam non esset – è come risponde il Comitato per la salvaguardia della Scogliera d’Armisi, «come se non esistessero» le 5000 e più firme raccolte sin ora con la petizione, l’iscrizione al LIM e le sentenze del TAR a protezione dei siti naturali, perché non sono valse a impedire al Commissario in scadenza di applicare il principio di “conservazione degli atti” e riutilizzare i vecchi pareri tecnici e la Valutazione Ambientale Vas del 2025 per poter procedere come in origine sulla pianificazione. Il Comitato non si ferma, e insieme al movimento e al sostegno di M5S e Sinistra Italiana, ha prontamente richiesto la convocazione urgente del consiglio comunale in seduta straordinaria per riesaminare il piano e annunciato nuovi ricorsi al TAR. > L’attenzione mediatica sulla realizzazione di quello che viene descritto come > un gigantesco ecomostro, sembra restare limitata e locale, come se non si > stesse ridisegnando nella morfologia della città e delle coste la sua stessa > storia, e ancor di più la sua anima ancestrale, sacrificando un patrimonio > naturale caratteristico per quel tratto di costa del Mediterraneo. La cittadinanza, quella parte almeno che legge tra le righe delle promesse di nuovo splendore, vive queste decisioni come un grave abbandono, se si pensa che proprio il primo cittadino e la sua amministrazione restano silenti rispetto ai rischi ambientali e alle incongruenze operative perpetrate. Il sindaco Enrico Trantino, infatti, sostiene la narrazione di crescita che il nuovo PRP porterebbe, perché è la stessa su cui l’intera città quotidianamente viene ridisegnata. Basta guardare ai nuovi piani di riqualificazione del quartiere Civita che prevedono la creazione di un nuovo asse pedonale per collegare il centro della città al porto e quelli in programma su Corso dei Martiri della Libertà con forte vocazione turistica e congressuale, che sembrano chiudere un unico grande cerchio progettuale per l’altra Catania. Ma è sempre l’altra Catania per il turista. IL MANIFESTO DI TUTELA DEL MARE: L’ALTRA CATANIA DEI CITTADINI E DELLE CITTADINE Il movimento “Catania non dà più le spalle al mare” è la voce di un civismo che rivendica in modo attivo e permanente il coinvolgimento nella progettazione della città e delle sue coste, per garantire la valorizzazione di secoli di storia catanese e del suo ecosistema marino, messi in pericolo dalla speculazione edilizia e dal regime di turistificazione, da quella battaglia per lo spazio pubblico a Catania che, come ironizzano alcuni, si gioca ormai da anni a “colpi di rendering” e con un solo destinatario in mente: il turista. Il ciclone Harry ha imposto di liberare le coste e anche l’Etna non smette di ricordarci che la natura ha leggi ingovernabili, capaci di azzerare la “routine turistica”. Per questo i promotori sostengono che la programmazione partecipata non sia solo un diritto dei cittadini, stanchi della carenza di spazi e servizi. Si tratta, soprattutto, di un dovere politico per garantire sostenibilità economica, ambientale e sociale a lungo termine. > Il movimento si prepara a momenti di mobilitazione cittadina per opporsi alla > prosecuzione del piano sui due siti naturali e di cittadinanza partecipata per > costruire un Manifesto condiviso di tutela del mare, una proposta per l’altra > Catania che si articola nei seguenti punti principali: * Liberazione della costa: eliminare le “cortine di ferro” degli accessi privati e bloccare la cementificazione. * Concentrazione delle attività: spostare le attività di diporto, pesca e crocieristica esclusivamente al porto centrale di Catania. * Spostamento della funzione commerciale: trasferire tutte le attività commerciali nel porto di Augusta. * Bonifica ambientale: risanare le acque e recuperare le aree urbane in stato di degrado e abbandono. * Parco Urbano Lineare Costiero: costruire un’unica costa pubblica, naturale e sicura, uno spazio restituito alla collettività da cui poter finalmente tornare a guardare, insieme, la montagna e il mare. Dalle parole di chi lotta sul territorio emerge insomma un’indicazione chiara: l’altra Catania è quella da ritrovare nell’anima ancestrale di lava e mare, è la città dei cittadini e delle cittadine che la abitano, la vivono e che ogni giorno scrivono la sua storia. È proprio lì, nelle millenarie colate laviche sul mare e negli strati lavici della città-fenice, non in quelle di cemento e speculazione, che si conserva la vera storia e la sua unicità riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Quella per cui vale la pena di guardare al mare, per poter guardare ancora all’orizzonte. Immagine di copertina Pixabay Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. 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October 5, 2026
DINAMOpress
Spagna: la grande rivolta contro gentrification e turismo cannibale
In Spagna è nata la prima ribellione di massa contro l’industria turistica selvaggia che è diventata il simbolo del caro vita diffuso. Assistiamo infatti a una rivolta aperta che ha come detonatore la critica assoluta a un modello economico speculativo, estrattivo, devastatore. I cittadini si ribellano alla Gentrification, alla trasformazione […] L'articolo Spagna: la grande rivolta contro gentrification e turismo cannibale su Contropiano.
October 4, 2026
Contropiano
Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico
A notte fonda cadi dal letto e batti la testa, badabum! Ti svegli e ti accorgi che stavi dormendo da anni, un sonno incosciente e passivo, un torpore arido. Certo che eri contrario alle oligarchie autoritarie, alle multinazionali rapaci, alla … Leggi tutto L'articolo Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Catastrofe tra Tibet e Nepal: cosa è successo nel Langtang
Il 26 agosto un evento catastrofico ha colpito le vallate al confine tra Tibet e Nepal, nell’area del Langtang Lirung. Verso le 8 del mattino si è verificato il cedimento della montagna nel punto in cui poggiava la parte inferiore di un ghiacciaio, che ha trascinato con sé roccia e ghiaccio in una rock ice avalanche di oltre 100 milioni di metri cubi. Il bilancio, ancora in aggiornamento, ha superato le 900 vittime e oltre 4000 persone disperse. Comprendere le cause dell’evento, di cosa può aver innescato il collasso, e darne una corretta definizione scientifica, è un passo fondamentale sia per lo sviluppo di sistemi di allerta capaci di agire in situazioni simili, sia per saper inserire eventi estremi di questo tipo in un contesto più ampio di cambiamento climatico. Il concetto di rischio legato agli eventi estremi, non dipende solo dalla pericolosità dell’evento ma anche dall’esposizione dei territori: il Langtang è un’area storicamente densamente popolata e sempre più interessata dal turismo. Ragionare quindi di adattamento, e di come poter convivere con una criosfera che cambia per via del surriscaldamento globale, è un tema che non riguarda solo l’Himalaya, ma tocca da vicino anche le nostre montagne, tra turismo crescente e il drammatico bilancio dell’ultima stagione glaciale. Ne abbiamo parlato con Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso l’università di Roma Tre, curatore del blog Storie Minerali, autore per l’AltraMontagna e autore di I ghiacciai raccontano.
August 31, 2026
Radio Blackout - Info
La turistificazione del palco
C’è una logica che negli ultimi anni abbiamo imparato a riconoscere: la città trattata come risorsa da estrarre. L’abbiamo vista all’opera sulle case, sui centri storici, sui flussi turistici. Funziona sempre allo stesso modo. Un luogo è denso, servito, riconoscibile e questa densità produce valore, ma il valore non resta dove è stato generato. Viene catturato a monte, da chi controlla l’accesso e a valle lascia inaridimento. Rendita di posizione in cima, deserto alla base. Il Rapporto Siae 2025, senza volerlo, documenta questa logica mentre trova un nuovo terreno: la musica dal vivo. Non lo dice, naturalmente. Dice l’opposto e lo dice con un titolo pronto da mesi, prima ancora dei dati: i concerti di musica pop, rock e leggera hanno superato per la prima volta il miliardo di euro di spesa del pubblico, 1.064.869.479 per la precisione. «Un anno record per la musica dal vivo». Con appena il 2% degli eventi complessivi del sistema dello spettacolo, i concerti raccolgono il 27% della spesa: sono il motore economico dell’intero comparto e nessun altro macro-aggregato gli si avvicina. Il problema non è il miliardo. È dove si concentra e cosa lascia dietro di sé. E per capirlo non serve alcuna dietrologia: bastano i numeri che il Rapporto stampa da sé, a condizione di leggerli come si legge una mappa dell’estrazione e non come un bollettino di vittoria. POCHI EVENTI: IL GROSSO DEL VALORE Il primo dato è quello spaziale ed è anche il più netto. Le grandi venue, gli stadi, le arene, le strutture oltre i trentamila posti, sono lo 0,4% di tutti gli eventi del comparto. Ma catturano il 35,6% della spesa. Un evento su duecentocinquanta produce più di un terzo del fatturato. Preso da solo è un grado di concentrazione altissimo, ma una concentrazione può essere stabile, una caratteristica strutturale con cui si convive. Qui non lo è. Nel 2024 quella stessa fetta pesava per il 31,4% della spesa, nel 2025 è al 35,6%: quattro punti guadagnati in dodici mesi. Non è una fotografia, è un movimento in accelerazione. E il Rapporto lo certifica in un altro capitolo, senza accorgersi di quel che ammette: «La concentrazione del valore si intensifica». Pochi eventi, pochi nomi, due o tre città. Il valore della musica dal vivo italiana si sta addensando in un numero sempre più ristretto di punti sulla mappa. Non sono punti qualsiasi. Sono le città che funzionano da giacimento: dense di trasporti, ricettività, richiamo, un nome che vende da solo. Qui il parallelo con la turistificazione smette di essere un’analogia e diventa una descrizione, perché il meccanismo è identico in ognuno dei suoi passaggi. La rendita che un’industria turistica estrae non è qualcosa che ha prodotto: è l’attrattività che una città ha accumulato in generazioni, la sua densità, il suo nome. L’operatore non la crea, la incassa. Il concerto allo stadio fa lo stesso: non costruisce il richiamo di Milano o di Roma, lo usa. Estrae una rendita di posizione da un’infrastruttura costruita e mantenuta collettivamente, di cui è, per una sera, il concessionario. Come nel turismo, quella rendita non torna indietro. Gli incassi degli affitti brevi lasciano il quartiere gentrificato, il valore del grande evento si concentra su pochi headliner e pochi organizzatori. Nel frattempo il costo di stare in quel luogo sale per tutti: gli affitti nella città turistificata, il prezzo del biglietto nella città del live. E qui i due circuiti smettono di correre paralleli e si saldano: il mega-evento è esso stesso un volano turistico, produce arrivi, pernottamenti, domanda di affitti brevi, cioè alimenta direttamente la stessa pressione che espelle la cittadinanza. Non somiglia alla turistificazione, la mette in moto e ne diventa un asset. Così la trama che quel valore aveva reso possibile si assottiglia due volte: i residenti spinti fuori e le botteghe fattesi negozi di souvenir da un lato, le venue piccole che chiudono e gli esordi senza palco dall’altro. C’è persino l’ultimo passaggio, il più sottile. La turistificazione trasforma un luogo vissuto in una destinazione da raggiungere. Lo stesso accade alla musica quando si concentra in pochi mega-eventi: da pratica diffusa, quotidiana, di prossimità, diventa un’occasione verso cui si viaggia. E il Rapporto lo festeggia: i concerti, scrive Luca Castaldo nell’editoriale, alimentano «un forte richiamo al turismo e all’indotto». Grazie per l’assist. È esattamente il punto. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LA PARTITA CONTRO IL MERCATO NON È CHIUSA Alberto «Bebo» Guidetti CHI RESTA PAGA DI PIÙ Se il valore si concentra in alto, il costo dell’accesso, invece, sale ovunque. È il secondo movimento della stessa dinamica e si legge scomponendo la crescita di quel miliardo. Un ricavo può aumentare per due ragioni diverse: più gente che paga o ognuno che paga di più. Nel 2025 gli spettacoli sono fermi (+0,7%), il pubblico cresce del 9,3%, la spesa del 18,5%. Il divario tra le ultime due cifre dice tutto: la spesa corre a quasi il doppio della velocità delle presenze. Metà della crescita viene da più gente in sala, l’altra metà dal fatto che ciascuno spende di più. Il prezzo medio per spettatore sale dell’8,3%; il biglietto, al netto di prevendite e omaggi, del 12,4% in un anno. Il settore non si sta allargando, sta rivalutando l’accesso. Un’obiezione è legittima: non sarà solo inflazione? No e il Rapporto stesso fornisce il metro. L’inflazione media annua che cita, su dato Istat, è dell’1,5%. Il prezzo del biglietto cresce sei volte tanto. È un rincaro reale, non un riallineamento monetario. Il Rapporto lo sa e lo racconta come una virtù: il pubblico, scrive, «continua a riconoscere valore all’esperienza del live anche di fronte a un accesso mediamente più costoso». Tradotto: la domanda è rigida, regge il rincaro senza contrarsi, e una domanda rigida è esattamente ciò che permette a chi controlla l’offerta di alzare i prezzi fin dove il pubblico non rinuncia. La rendita chiamata riconoscimento. C’è un dettaglio che chiude il quadro e che il Rapporto tiene su pagine diverse senza collegarlo. Nelle grandi venue il prezzo del biglietto, nel 2025, resta fermo: poco più di sessantaquattro euro, come l’anno prima. Il rincaro non nasce ai vertici, dove il ticket era già altissimo, nasce nell’ossatura media e diffusa del calendario, nei concerti «normali», quelli che non fanno notizia. A salire non è la punta del sistema, è tutto il corpo intermedio. Estrazione a monte, inaridimento a valle: il valore si concentra in cima e in pochi poli, mentre il costo per accedere alla musica dal vivo cresce ovunque, per tutti. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia IL REPORT CONTRO SÉ STESSO La cosa più divertente è che questa lettura non va importata dall’esterno, ma è già dentro il documento, solo confinata dove non disturba la contabilità. Lo stesso Castaldo che festeggia il richiamo turistico, nell’editoriale non riesce comunque a tacere i due punti dolenti che i capitoli-dati smussano. Sui prezzi: «La nota dolente dei prezzi, sono alti e sono ancora più alti considerando la pratica crescente della differenziazione del costo del biglietto per accedere a zone riservate, Pit, incontri con l’artista». Sulla base del settore: «Dimentichiamo troppo spesso le carenze del livello di base, quello degli esordi. I posti dove poter suonare sono troppo pochi e poco incoraggiati dalle istituzioni». I prezzi che escludono e la base che si assottiglia: nominati a chiare lettere, due colonne più in là dai grafici che li ignorano. L’istituzione produce simultaneamente il dato e la sua rimozione. Non è un incidente ed è qui che la statistica lascia il posto alla struttura. Un indicatore misura ciò che si è deciso di fargli misurare. La nota metodologica è esplicita: l’unità di rilevazione è l’evento a pagamento, la spesa registrata è quella «derivante dall’acquisto del titolo di accesso». La Siae conta ciò che passa dal botteghino ed è una scelta legittima. Ma una contabilità costruita sul flusso di cassa in ingresso non ha alcuna casella per la sua distribuzione a valle, né per ciò che quel flusso lascia sul territorio dove nasce. Il documento non nasconde maliziosamente: non è attrezzato per vedere. E ciò che uno strumento non è attrezzato per vedere sparisce dal racconto che quello strumento produce. LEGGI ANCHE… BOLOGNA MORDI E FUGGI Alex Giuzio LA SALUTE E LA FEBBRE La retorica del record mette in scena un settore che sta benissimo. Ha però un difetto che nessuna prosa può correggere, perché è iscritto nei numeri che la prosa commenta: confonde la salute con la febbre. Un mercato in cui la spesa cresce al doppio del pubblico, il prezzo reale dell’accesso sale sei volte l’inflazione e la concentrazione guadagna quattro punti l’anno non è un mercato che si espande. È un mercato che si stringe e che chiama crescita l’aumento del prezzo di ciò che è rimasto. È il profilo di un giacimento: rende molto, in pochi punti, finché dura. E il cortocircuito si chiude qui. Le città che offrono di più sui grandi eventi sono le stesse che il grande evento contribuisce a rendere più care, meno accessibili, più difficili da abitare. La densità che attrae lo stadio e il festival è la stessa che attrae la rendita immobiliare; il movimento che alza il prezzo del biglietto è lo stesso che alza l’affitto, il costo della vita, la soglia per restare. Un solo gesto economico, letto due volte. Così il luogo che concentra l’offerta di musica dal vivo diventa il luogo dove chi quella musica la fa, la prova, la fa nascere, non può più permettersi di stare. La città massimizza il concerto ed espelle il musicista. Estrae la festa e prosciuga chi la festa la tiene in vita. La logica che abbiamo già visto all’opera sulle case e sui centri storici ha trovato un terreno nuovo e il Rapporto Siae ne è, suo malgrado, il catasto. Lo sa. Lo scrive. Poi cambia pagina. *Alberto Bebo Guidetti è consulente strategico e autore. Il suo ultimo libro, Il capitale musicale, è uscito a maggio per Timeo. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La turistificazione del palco proviene da Jacobin Italia.
July 13, 2026
Jacobin Italia
Uomini e turisti
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- La parola turista compare per la prima volta in italiano nel 1837 (turismo soltanto nel 1907). L’etimologia è chiara: il tour (il grand tour) è il viaggio di formazione che gli aristocratici e gli intellettuali europei compiono a partire dal XVIII secolo soprattutto in Italia per conoscerne la storia dell’arte, i modi di vita e la cultura. Come spesso avviene, quello che all’inizio era proprio di un’élite, si è trasformato col tempo in un fenomeno di massa. Significativo è che il suo antecedente siano certamente i pellegrinaggi che i credenti intraprendevano per visitare i luoghi sacri della loro religione: anche i turisti, come i pellegrini, sono peregrini, cioè, secondo il significato del termine latino, stranieri sulla terra. Il turismo è il segno di un mutamento epocale nel rapporto fra gli uomini e la terra che abitano: ovunque si trovino, essi sono extranei, di fuori (extra), innanzitutto nella stessa città in cui vivono. Ricordo perfettamente lo stupore con cui, già molti anni fa, quando abitavo a Venezia, mi accorsi che non era più possibile distinguere i veneziani dai turisti. Cambiato non è, però, solo il rapporto dei cittadini con la loro città, mutata è, insieme, la stessa città: gli uomini sono diventati turisti, cioè stranieri, nella misura stessa in cui extranea e peregrina è ora la terra che abitano (o, piuttosto, abitavano un tempo). Se si legge, come mi è capitato in questi giorni, la straordinaria descrizione che Joseph Roth fa di Marsiglia nell’autunno del 1925, con i suoi vicoli densi e avventurosi, dove in una superficie di pochi chilometri si affollavano vive tutte le epoche della storia e nessuno era straniero, è difficile sottrarsi all’amara, implacabile costatazione che le città oggi non esistono più: il turismo ha potuto distruggerle, perché esse avevano già smesso di essere vive. L’overtourism non viene da fuori, è cominciato dentro di noi, dentro i rioni e i quartieri familiari, che non siamo più capaci di abitare. Abitare è una forma intensiva del verbo avere (habeo) e significa un certo modo di dimorare e di vivere, di avere abiti e abitudini. E se ethos in greco designa la dimora abituale, allora l’abitazione è la forma primordiale dell’etica. Essere diventati turisti, aver perso la capacità di abitare, essere ovunque peregrini ed estranei, ci obbliga allora a immaginare da capo una possibile etica, a reinventare da cima a fondo la capacità di abitare. Compito certamente non facile, ma che ci offre forse la sola via per uscire dal turismo, per rendere nuovamente abitabili la nostra terra e le nostre città. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENZO SCANDURRA: > Quale futuro per le città? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini e turisti proviene da Comune-info.
July 1, 2026
Comune-info
Circa il 70% di chi lavora nel turismo resta sotto la soglia di povertà
Il 50% delle lavoratrici e dei lavoratori occupati nei settori del terziario, del turismo e dei servizi percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale individuata dalla letteratura nel 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. È quanto emerge dal Focus sul lavoro povero commissionato da Filcams–CGIL, anticipazione di un Report sull’occupazione di prossima pubblicazione. “Dietro la percentuale, si legge nel focus, ci sono storie come quella di Ibrahim, che lavora di notte in un magazzino con un contratto legato a un appalto al massimo ribasso e con il permesso di soggiorno legato a quello stesso contratto, o di Simona, che dopo una vita passata a pulire le corsie di un grande ospedale teme che la pensione non basterà a coprire le spese mensili”. Nel turismo la situazione si fa ancora più drammatica: circa il 70% di chi lavora nel settore resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole sale oltre l’80%, quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva portano l’incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità, e il terziario, superiore al 30%. “Il part-time involontario, ha sottolineato Fabrizio Russo, Segretario Generale della Filcams CGIL, è ormai una condizione strutturale, che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante”. La geografia del dato conferma poi un Paese diviso: nel Mezzogiorno l’incidenza del lavoro povero si avvicina al 60% e, nel campione più ampio, coinvolge quasi due lavoratori su tre, contro il dato del Nord Ovest, che si attesta comunque oltre il 30%. A questo divario territoriale si somma quello di genere, pari a 18 punti percentuali a livello nazionale e prossimo ai 20 punti nei servizi, dove le donne in condizione di povertà lavorativa sono il 56,75% contro il 37,25% degli uomini. “Sono i settori del lavoro di cura esternalizzato, del part time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana, sottolinea la Filcams, a concentrare in modo sproporzionato l’occupazione femminile, come accade ad Anna, cassiera con un contratto part time a venti ore, che non riesce a programmare nemmeno una visita medica perché i turni cambiano di settimana in settimana”. E Fabrizio Russo aggiunge: “Siamo davanti a una vera e propria emergenza, quasi una persona su due guadagna meno di 15mila euro l’anno, un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo. È troppo facile sbandierare numeri e proclami nei contesti pubblici, se poi ai tavoli negoziali si lasciano milioni di lavoratrici e lavoratori senza adeguamenti salariali adeguati al costo della vita. Cgil Cisl e Uil stanno discutendo con le associazioni datoriali per giungere a un modello contrattuale e di rappresentanza che innovi e garantisca la tenuta dei salari. Il rinnovo dei contratti nazionali resta infatti il primo argine contro il lavoro povero: è da lì che ripartiamo nella prossima stagione contrattuale, che nel 2027 ci vedrà al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi, con la responsabilità di restituire dignità e riconoscimento alle persone che rappresentiamo. Purtroppo, assistiamo sempre più spesso all’assenza della politica: il Parlamento non discute più di lavoro e salari, la successione di decreti-legge ha ormai azzerato il confronto democratico e sta cercando di condizionare in peggio anche la contrattazione”. Nello specifico del settore del Turismo, la maggiore diffusione di rapporti di lavoro di breve durata si associa a retribuzioni più contenute e, conseguentemente, come si diceva, a una più elevata incidenza del lavoro povero. E i valori sono particolarmente alti, pari al 71,22% (66,72% uomini; 75,32% donne), con un divario di genere di 8,60 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori risultano elevati in tutto il Paese, attestandosi intorno al 66% nel Nord (66,10% Nord-Ovest; 66,44% Nord-Est), al 69,39% nel Centro e raggiungendo l’81,14% nel Sud e nelle Isole. Nel settore del Commercio, invece, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%. Si confermano un marcato divario di genere (25,33% uomini; 36,60% donne) e territoriale, con valori pari al 22,39% nel Nord-Ovest, al 25,48% nel Nord-Est, al 31,29% nel Centro e fino a toccare il 48,52% nel Sud e nelle Isole. Per quanto attiene ai Servizi, l’incidenza del lavoro povero è del 52,60% (42,06% uomini; 57,99% donne), con un divario di genere pari a 15,93 punti percentuali; a livello territoriale, i valori risultano di poco inferiori al 50% nel Nord (49,65% nel Nord-Ovest; 48,91% nel Nord-Est), superano tale soglia nel Centro (52,66%) e raggiungono i livelli più elevati nel Sud e nelle Isole (58,90%). Qui il Rapporto: https://magazine.ce-mu.it/download/focus_sul_lavoro_povero.pdf.   Giovanni Caprio
June 24, 2026
Pressenza
SALO’ (BRESCIA): IN DUECENTO ALLA PASSEGGIATA “SALVIAMO IL GARDA” CONTRO L’OVERTOURISM SELVAGGIO
200 persone a Salò (Brescia) nel pomeriggio di sabato 20 giugno 2026 per “SalviAmo il Garda”, passeggiata informativa organizzata per sensibilizzare la cittadinanza sulle gravi criticità che pesano sul territorio, a partire dall’over tourism: una pressione antropica oltre l’insostenibile, considerando le 28 milioni di presenze turistiche del 2025, a fronte delle 5 milioni di presenze del 1990. Il Garda soffoca, quindi, tra cemento, case introvabili – e affitti alle stelle -, infrastrutture spacciate per green (come ciclabili e pedonali) realizzate però occupando altro territorio vergine. E ancora: la pressione sulle reti viabilistiche, le fognature e il tessuto idrico, fino ai danni causati a un altro tessuto, quello sociale, con giovani, famiglie e lavoratori espulsi dalle varie località del Garda per fare spazio a un turismo ricco, mordi e fuggi. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Cristina Milani, vicepresidente Legambiente Lago di Garda e con Luca Cecchi, del Monastero dei Beni Comuni, due delle tante realtà che fanno parte del Coordinamento interregionale tutela del Lago di Garda. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto