
E dopo, che ne sarà di loro?
Comune-info - Tuesday, October 20, 2026
Foto Milano in MovimentoLi vediamo arrivare in gruppo. Felpe scure, cappucci tirati sulla testa, i volti nascosti. Corrono per le strade della città come se quel movimento continuo potesse proteggerli da qualcosa. Attraversano piazze, stazioni, giardini pubblici. Gridano, provocano, colpiscono. A volte danneggiano ciò che trovano davanti a loro. Altre volte cercano semplicemente uno scontro, un limite da oltrepassare, uno spazio da occupare.
Quando agiscono, sembrano una sola cosa: un corpo collettivo che si muove compatto, senza differenze. Da lontano sembrano tutti uguali. Stessi abiti. Stessi atteggiamenti. Stessa rabbia esibita.
L’opinione pubblica li osserva e li rinchiude rapidamente dentro una parola. Da noi sono diventati i “maranza”. Cambia il nome, ma il meccanismo è sempre lo stesso. Un’etichetta che sostituisce le persone. Una categoria che prende il posto delle storie. E così il gruppo cancella il volto. Forse è proprio questa l’operazione più comoda. Perché quando una persona diventa un’etichetta non siamo più costretti a domandarci chi sia davvero. Non dobbiamo più chiederci da dove venga, quali relazioni abbia costruito, quali opportunità abbia incontrato o quali porte abbia trovato chiuse. Ci basta il nome. “Maranza”. E il problema sembra risolto.
Eppure, dietro quell’uniformità esibita, potrebbero nascondersi decine di storie diverse. Perché quei ragazzi fanno di tutto per apparire uguali. Ma ogni essere umano desidera essere riconosciuto nella propria singolarità. Forse è proprio qui che dovremmo fermarci.
Di quei ragazzi sappiamo quasi sempre pochissimo
Chi non ha vissuto fino in fondo l’esperienza del riconoscimento, chi non si sente visto, ascoltato, considerato, spesso cerca altrove ciò che gli manca. Cerca appartenenza, protezione, visibilità. E il gruppo può diventare una risposta. Una risposta fragile. Talvolta pericolosa. Talvolta violenta. Ma pur sempre una risposta. Se nessuno ti vede come individuo, almeno qualcuno ti vedrà come parte di qualcosa.
Naturalmente questo non basta a spiegare tutto e non giustifica nulla. I danni provocati restano danni. Le responsabilità restano responsabilità. Una comunità ha il diritto e il dovere di difendere ciò che appartiene a tutti. Ma una comunità ha anche il dovere di interrogarsi su ciò che accade dopo. Perché una società che si limita a punire senza comprendere finisce per occuparsi soltanto delle conseguenze. E una società che guarda soltanto alle conseguenze è destinata a inseguire all’infinito le emergenze senza mai affrontarne le radici.
Di quei ragazzi sappiamo quasi sempre pochissimo. Li vediamo quando vengono identificati, denunciati o arrestati. Li osserviamo nel momento in cui diventano un problema. Raramente ci chiediamo chi fossero prima di quel gesto. Quale rapporto abbiano con la scuola, quale esperienza abbiano del lavoro, quali relazioni vivano nelle loro famiglie, quali adulti abbiano incontrato., quali spazi frequentino. Che cosa li faccia sentire riconosciuti, ascoltati o semplicemente parte di una comunità.
Non si tratta di cercare una spiegazione unica. Sarebbe un errore. Le storie individuali non possono essere compresse dentro una formula valida per tutti.
Dietro quegli stessi gesti possono convivere rabbia, frustrazione, conformismo, desiderio di appartenenza, ricerca di visibilità, gusto della trasgressione o semplice disprezzo per le regole. Comprendere questa complessità non significa assolvere nessuno. Significa riconoscere che le persone non coincidono mai interamente con l’errore che commettono. E significa capire che la punizione, da sola, raramente produce il cambiamento che promette.
Il banco di prova arriva quando sarà terminato il clamore mediatico
Per questo la domanda decisiva non riguarda soltanto ciò che hanno fatto. Riguarda ciò che accadrà dopo. Dopo gli arresti, dopo i processi, dopo le condanne. Che cosa incontreranno questi ragazzi una volta terminato il clamore mediatico? Troveranno qualcuno capace di chiedere conto del danno provocato e, nello stesso tempo, di accompagnarli in un percorso diverso? Troveranno comunità, educatori, istituzioni, in grado di ricostruire legami spezzati? Troveranno occasioni per sperimentare quel riconoscimento che hanno inseguito nei luoghi sbagliati? Oppure torneranno semplicemente negli stessi contesti da cui provengono, con le stesse difficoltà, le stesse compagnie e gli stessi vuoti? Questa domanda riguarda loro, ma riguarda soprattutto noi. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire.
Se pensiamo che il compito delle istituzioni termini con la sanzione, allora la vicenda si conclude con un arresto e ricomincia con il reato successivo. Se invece crediamo che la sicurezza abbia a che fare anche con la capacità di prevenire, educare e ricostruire, allora il problema non è soltanto come punire chi sbaglia. È capire come evitare che continui a sbagliare. Una comunità matura non rinuncia alla responsabilità individuale, ma non rinuncia nemmeno alla responsabilità collettiva: chiede conto delle azioni compiute, difende le regole, ripara i danni quando possibile. E allo stesso tempo si domanda che cosa stia accadendo ai propri ragazzi, quali spazi stia offrendo loro, quali legami stia costruendo e quali, invece, abbia lasciato spezzare. Perché il vero banco di prova non arriva nel momento dell’arresto. Arriva dopo, quando le telecamere se ne sono andate, quando l’indignazione si è spenta. Quando resta soltanto una domanda che continua a interpellare tutti noi: che cosa ne sarà di loro? E, soprattutto, che cosa ne sarà di una società che decide di non chiederselo più?
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