
Lavoratori invisibili, diritti negati
Comune-info - Friday, October 16, 2026Dagli sporteDagli sportelli territoriali dell’area vesuviana e nolana emerge un quadro sempre più preoccupante: procedure bloccate, attese interminabili per i permessi di soggiorno e lavoratori e lavoratrici che rischiano di essere ricacciati nell’irregolarità e nello sfruttamento. Ma insieme alla precarietà cresce anche la volontà di reagire e organizzarsi. Lo racconta la straordinaria partecipazione alla Marcia dei Lavoratori Invisibili e alla mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno. Un’esperienza che interroga il mondo dell’associazionismo e del sindacato e ci ricorda che la lotta per i documenti, la libertà di movimento e il diritto all’abitare è parte integrante della lotta per la dignità e i diritti di tutti i lavoratori.lli dell’area vesuviana e nolana alla Marcia dei Lavoratori Invisibili. Le difficoltà crescenti nell’accesso ai documenti, la mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno e una domanda che riguarda tutti: se questo sta succedendo qui, cosa sta succedendo altrove?

Dai nostri sportelli, le storie dei lavoratori invisibili
Gli sportelli territoriali sono luoghi particolari. Sono spazi di ascolto, orientamento e accompagnamento, nei quali ogni giorno incontriamo persone alle prese con problemi molto concreti: un permesso di soggiorno da ottenere o rinnovare, un appuntamento in Questura che non arriva, un contratto di lavoro che non corrisponde alle condizioni effettive di impiego, una casa che non si trova, una residenza anagrafica che non si riesce a ottenere.
Ma sono anche qualcosa di più. Sono luoghi dai quali è possibile osservare le trasformazioni che attraversano i nostri territori, cogliere l’emergere di nuovi problemi e riconoscere, attraverso le storie individuali, fenomeni che assumono progressivamente una dimensione collettiva.
Sono, soprattutto, luoghi nei quali si percepisce lo stato d’animo delle persone. Le preoccupazioni, le aspettative, le speranze, la stanchezza, la rabbia. E dove si può osservare come queste cambino nel tempo, anche in relazione alle politiche pubbliche e al funzionamento delle istituzioni.
È da uno di questi punti di osservazione che vogliamo partire.
Da oltre un decennio, attraverso gli sportelli territoriali delle associazioni che oggi compongono la Rete Vesuviana Solidale, incontriamo e accompagniamo persone migranti che vivono e lavorano nella provincia di Napoli, tra l’area vesuviana e quella nolana. Nel tempo abbiamo conosciuto migliaia di persone, ascoltato le loro storie, cercato insieme soluzioni ai problemi più diversi.
Negli ultimi anni, una parte crescente di queste storie ha cominciato ad assomigliarsi.
Abbiamo incontrato persone arrivate in Italia attraverso il Decreto Flussi, dopo aver investito somme enormi, spesso indebitandosi con familiari e conoscenti, per scoprire che il datore di lavoro che avrebbe dovuto assumerle era irreperibile o non aveva alcuna intenzione di farlo. Persone entrate regolarmente, attraverso un canale previsto e disciplinato dallo Stato, che si sono ritrovate senza lavoro e senza la possibilità concreta di completare il percorso per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Per molte di loro, in assenza di altre strade concretamente accessibili, la richiesta di protezione internazionale è diventata il tentativo di trovare una via d’uscita.
Sono diventate così persone in attesa di un appuntamento per formalizzare la domanda d’asilo. Poi richiedenti asilo in attesa dell’audizione davanti alla Commissione territoriale. Poi persone in attesa di conoscerne l’esito, non di rado negativo. E ancora persone costrette a ricostruire, insieme a un avvocato, le ragioni della propria richiesta, per presentare un ricorso e affrontare un nuovo periodo di attesa.
Mesi, talvolta anni, durante i quali la possibilità di costruire un progetto di vita rimane sospesa, condizionata da procedure, scadenze e decisioni sulle quali le persone hanno pochissimo controllo.
Nel frattempo, continuano ad arrivare ai nostri sportelli nuove persone. E sempre più spesso ci raccontano storie che assomigliano a quelle delle vittime delle truffe legate al Decreto Flussi italiano, ma che hanno avuto inizio altrove.
Sono persone arrivate in Europa attraverso canali di ingresso per lavoro in altri Paesi: dalla Romania alla Serbia, ad esempio, e attraverso altri territori dell’Europa orientale e balcanica. Anche loro hanno pagato intermediari, contratto debiti, inseguito la promessa di un lavoro regolare e di una vita migliore. Alcune hanno conosciuto condizioni di sfruttamento gravissime, salari mai corrisposti, documenti trattenuti, minacce e condizioni di vita degradanti.
Per alcune, l’unica possibilità di sottrarsi a quelle condizioni è stata una nuova fuga. Un altro viaggio, talvolta pagato contraendo ulteriori debiti. E infine l’arrivo in Italia, dove spesso si ritrovano ad affrontare nuove difficoltà per ottenere documenti, un lavoro dignitoso e un’abitazione.
Sono queste alcune delle persone che incontriamo quotidianamente.
Sono i lavoratori invisibili che versano sudore e sangue negli opifici, sui cantieri, nei campi della nostra provincia. Persone indispensabili al funzionamento di interi settori dell’economia locale, eppure esposte a condizioni di precarietà e ricattabilità che rendono enormemente difficile rivendicare i propri diritti.
È dall’ascolto di queste storie, dal riconoscimento di ciò che le accomuna, che è nata l’idea del Presidio dei Lavoratori Invisibili. Dalla consapevolezza che non bastava più affrontare ogni vicenda individualmente, che occorreva costruire occasioni di incontro e organizzazione collettiva.
Nella primavera del 2026 abbiamo cominciato a discuterne insieme ai lavoratori e alle lavoratrici, dedicando anche diverse giornate normalmente riservate alle attività degli sportelli alla realizzazione di assemblee collettive. Non volevamo semplicemente organizzare una manifestazione in solidarietà con le persone migranti. Volevamo contribuire a costruire uno spazio nel quale fossero loro stesse a prendere parola, riconoscersi in una condizione comune, formulare rivendicazioni e organizzarsi.
Il Primo Maggio, a Napoli, insieme alla FLAI CGIL, questa esperienza ha cominciato a prendere forma pubblicamente. Da quel primo Presidio è nato un percorso che abbiamo chiamato Marcia dei Lavoratori Invisibili e che, attraverso successive iniziative e mobilitazioni, ha portato nelle strade e nelle piazze della nostra provincia rivendicazioni che riguardano il lavoro, i documenti, la casa, la libertà e la dignità.
Un percorso che non nasce soltanto per chiedere il riconoscimento di diritti negati, ma anche per affermare il protagonismo di persone che troppo spesso vengono raccontate esclusivamente come vittime dello sfruttamento o destinatarie di interventi assistenziali.

Ma oggi qualcosa sta cambiando. E troppo in fretta.
Da mesi osserviamo un progressivo allungamento dei tempi di attesa per ottenere un appuntamento in Questura e formalizzare una richiesta di protezione internazionale. Tempi già molto lunghi, che continuano a dilatarsi, lasciando le persone in una condizione di incertezza sempre più difficile da sostenere.
Intanto cresce la preoccupazione per l’entrata a pieno regime delle nuove procedure previste dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Un cambiamento profondo del quadro normativo, che introduce procedure più rapide e stringenti, con conseguenze potenzialmente molto gravi per le persone che cercano protezione.
Sapevamo di essere nel mezzo di un passaggio cruciale. Eppure, quello che sta accadendo ci sta cogliendo alla sprovvista.
Da qualche settimana, la Questura di Napoli ha interrotto gli appuntamenti per la manifestazione della volontà di richiedere asilo.
Per oltre quindici giorni, gli appuntamenti sono rimasti sospesi. Poi è arrivata la comunicazione della volontà di riprenderli, ma in numero drasticamente ridotto e con la prospettiva di applicare le nuove procedure.
Nel frattempo, la notizia di quanto stava accadendo ha cominciato a circolare tra le persone migranti, attraverso le comunità, i gruppi di amici e conoscenti, le reti informali attraverso le quali ci si scambia informazioni e si cerca di orientarsi.
Le giornate ai nostri sportelli sono cambiate.
Alle consuete richieste di assistenza si sono aggiunte domande sempre più insistenti sugli appuntamenti in Questura. Persone che tornano a chiedere aggiornamenti, che vogliono sapere se ci sono novità, se la propria richiesta è stata presa in considerazione, se esiste ancora la possibilità di ottenere una convocazione.
E le nostre risposte, giorno dopo giorno, sono diventate sempre più incerte.
Non perché avessimo smesso di cercare informazioni o di sollecitare risposte. Ma perché anche noi, che quotidianamente accompagniamo le persone in questi percorsi, ci siamo trovati nell’impossibilità di dare indicazioni attendibili sui tempi e sulle modalità di accesso alla procedura.
Poi hanno cominciato ad arrivare altre notizie. Alcune persone ci hanno raccontato di aver ricevuto comunicazioni di cancellazione di appuntamenti già fissati. Altre riferivano di amici o conoscenti ai quali era accaduta la stessa cosa.
Informazioni che non sempre siamo stati in grado di verificare, ma che hanno contribuito ad alimentare un clima di crescente preoccupazione.
L’ansia sale. Monta il nervosismo. Le persone tornano, chiedono, aspettano. Le vedi sempre più provate, consumate da un’incertezza che si aggiunge a tutte le altre difficoltà della loro vita quotidiana.
Perché dietro ogni appuntamento che non arriva non c’è semplicemente una pratica amministrativa in sospeso. C’è una persona che non sa quando potrà formalizzare la propria domanda, ottenere un documento, accedere pienamente ai diritti connessi alla propria condizione, provare a costruire una prospettiva di stabilità.
E per molte delle persone che incontriamo, già segnate da percorsi di indebitamento, sfruttamento e precarietà, questa ulteriore incertezza rischia di diventare insostenibile.
Quando anche rinnovare un permesso diventa un’impresa
Ma le difficoltà non riguardano soltanto chi sta cercando di formalizzare una nuova richiesta d’asilo.
Ai nostri sportelli accompagniamo quotidianamente persone che devono rinnovare il proprio permesso di soggiorno per richiesta asilo, che sono in attesa dell’esito di un ricorso contro il diniego della protezione internazionale o che, dopo aver ottenuto il riconoscimento di una forma di protezione, devono finalmente ricevere il relativo permesso.
Per queste pratiche utilizziamo ordinariamente Prenota Facile, il sistema telematico attraverso il quale la Questura gestisce la prenotazione degli appuntamenti.
Ma per queste tipologie di permesso il sistema è diventato, nei fatti, praticamente inutilizzabile.
Si accede alla piattaforma, si compilano i campi richiesti, si segue l’intera procedura. Poi, arrivati al momento di selezionare un appuntamento, si scopre che non ci sono date disponibili.
Si riprova. Il giorno dopo, la settimana successiva. Il risultato non cambia.
In assenza di appuntamenti disponibili, inviamo una PEC alla Questura, chiedendo formalmente che venga fissata una convocazione. È il tentativo di lasciare traccia della richiesta e di ottenere comunque accesso alla procedura.
Ma anche attraverso questo canale le risposte tardano ad arrivare. In molti casi non arrivano affatto.
Conosciamo persone che attendono un appuntamento da mesi. In alcuni casi, l’attesa ha già superato abbondantemente i sei mesi di validità del permesso di soggiorno per richiesta asilo.
Sei mesi. Il tempo nel quale un documento dovrebbe accompagnare una persona nel suo percorso amministrativo. Un tempo che può trascorrere interamente aspettando anche soltanto la possibilità di presentarsi a uno sportello della Questura.
E ancora una volta, davanti alle domande delle persone che accompagniamo, ci ritroviamo a dare risposte sempre più insicure.
Quando arriverà l’appuntamento? Cosa succede se il permesso scade? Posso continuare a lavorare? Il mio datore di lavoro mi rinnoverà il contratto? Come faccio a dimostrare che sto aspettando una convocazione che non dipende da me?
Sono domande alle quali dovrebbero esistere risposte chiare, procedure accessibili, tempi ragionevoli. Invece, troppo spesso, ci troviamo a spiegare che abbiamo inviato una richiesta, che abbiamo sollecitato, che non abbiamo ancora ricevuto riscontro.
E tutto questo ha conseguenze molto concrete.
Perché la precarietà dei documenti si traduce facilmente in precarietà del lavoro, dell’abitare, dell’intera esistenza.
Chi non riesce a documentare la regolarità del proprio soggiorno incontra ostacoli enormi nell’accesso a un’occupazione regolare, ai servizi, a un contratto di locazione. E finisce più facilmente esposto al lavoro nero, a retribuzioni arbitrarie, ad alloggi sovraffollati e degradanti, alla dipendenza da intermediari e datori di lavoro senza scrupoli.
Ma c’è un’altra conseguenza, che osserviamo con particolare preoccupazione.
Tra le persone che accompagniamo ce ne sono alcune che, dopo una lunga gavetta nel lavoro nero, nello sfruttamento e nell’iper-precarietà, sono finalmente riuscite a ottenere un contratto di lavoro regolare.
Non è stato facile. Hanno dovuto cercare alternative, costruire relazioni, acquisire competenze, sottrarsi a situazioni di ricatto. A volte hanno dovuto cambiare lavoro, casa, territorio. Hanno conquistato, passo dopo passo, un minimo di stabilità.
E adesso rischiano di perdere tutto.
Perché un permesso scaduto, una ricevuta che non si riesce a ottenere, un appuntamento che non arriva possono diventare, agli occhi di un datore di lavoro, un motivo per non assumere, interrompere un rapporto o non rinnovare un contratto.
Anche quando la normativa consente di continuare a lavorare durante le procedure di rinnovo, l’incertezza documentale e la difficoltà di dimostrare la propria condizione finiscono per trasformarsi in ostacoli concreti. E talvolta offrono un ulteriore pretesto a chi vuole liberarsi di un lavoratore o di una lavoratrice.
Così persone che credevano di essersi lasciate alle spalle il lavoro nero e lo sfruttamento rischiano di tornarci.
Non perché abbiano smesso di lavorare, di cercare un’occupazione regolare o di rispettare le procedure. Ma perché quelle procedure, nei fatti, non riescono a garantire loro tempi e strumenti adeguati per esercitare i propri diritti.
È un meccanismo che rischia di vanificare anni di percorsi individuali di emancipazione e il lavoro quotidiano di associazioni, sindacati, operatori sociali e istituzioni impegnati nel contrasto allo sfruttamento lavorativo.
E che ci pone una domanda difficile da eludere: che senso ha investire risorse e lavoro per accompagnare le persone fuori dallo sfruttamento, se poi gli ostacoli amministrativi rischiano continuamente di ricacciarle nelle stesse condizioni dalle quali stavano cercando di uscire?

Dall’incertezza alla mobilitazione. Perché diciamo no al CPR di Castel Volturno
È dentro questo scenario che si colloca la mobilitazione contro la realizzazione di un Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno.
Per noi, il CPR rappresenta l’esatto contrario della visione delle migrazioni e delle politiche migratorie che cerchiamo quotidianamente di praticare e costruire.
Alla criminalizzazione delle persone migranti, alla detenzione amministrativa, alla violenza e alla produzione di marginalità contrapponiamo un approccio fondato sull’accesso ai diritti, sull’inclusione sociale, sull’emancipazione e sulla conquista dell’autonomia. Un approccio che riconosce nelle persone migranti non soltanto destinatari di interventi e servizi, ma soggetti capaci di organizzarsi, partecipare alla vita pubblica e diventare protagonisti delle trasformazioni dei territori nei quali vivono e lavorano.
È questa la visione che orienta il nostro impegno quotidiano nel contrasto allo sfruttamento lavorativo e all’intermediazione illecita. Un impegno che ci ha insegnato quanto la precarietà della condizione giuridica e la difficoltà di accedere ai diritti possano diventare strumenti di ricatto nelle mani di chi sfrutta il lavoro altrui.
Per questo guardiamo con profonda preoccupazione a politiche migratorie che attribuiscono un ruolo sempre più centrale alla detenzione, al controllo delle frontiere e ai rimpatri, anziché alla costruzione di percorsi accessibili di regolarità del soggiorno e inclusione. È in questa prospettiva che leggiamo tanto l’espansione del sistema dei CPR quanto le trasformazioni introdotte dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
Quando è stata annunciata la realizzazione di un CPR in Campania, a Castel Volturno, abbiamo sentito immediatamente la necessità di prendere parte alla mobilitazione.
Non soltanto per le ragioni che ci portano a opporci ai CPR in generale, ma anche per il significato particolare che Castel Volturno ha nella storia delle migrazioni e delle lotte per i diritti nel nostro Paese.
Castel Volturno è uno dei luoghi simbolo delle mobilitazioni delle persone migranti, delle esperienze di organizzazione contro lo sfruttamento e delle battaglie che hanno contribuito a trasformare il dibattito pubblico e il quadro delle tutele in materia di immigrazione e asilo. Una storia di movimenti, associazioni, lavoratori e lavoratrici nella quale riconosciamo anche una parte delle nostre radici politiche e sociali.
Per noi, dunque, partecipare alla mobilitazione contro il CPR e per politiche migratorie radicalmente diverse non poteva che rappresentare una tappa naturale del percorso intrapreso con la Marcia dei Lavoratori Invisibili.
Del resto, il Presidio nato il Primo Maggio si era già rimesso in movimento il 20 giugno, in occasione delle mobilitazioni contro il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
E quando abbiamo cominciato a discutere della nuova mobilitazione con i lavoratori e le lavoratrici che frequentano i nostri sportelli, abbiamo trovato immediatamente un consenso molto ampio.
Ma non avremmo mai immaginato quello che sarebbe accaduto.
Abbiamo convocato alcune assemblee per discutere della manifestazione, spiegare le ragioni della mobilitazione, confrontarci sulla proposta di partecipare collettivamente.
Fin dal primo momento la partecipazione è stata straordinaria. A ciascuna assemblea hanno preso parte più di cento persone. E un dato ci ha colpito particolarmente: la grande maggioranza dei partecipanti non aveva ancora un permesso di soggiorno.
Avevamo la sensazione di aver intercettato qualcosa di profondo. Che le preoccupazioni, le incertezze e il crescente nervosismo che registravamo quotidianamente agli sportelli stessero trovando nella proposta di mobilitazione una possibilità di espressione collettiva.
Ma la sorpresa più grande è arrivata quando abbiamo cominciato a raccogliere le adesioni e i contributi per il viaggio.
In una sola giornata, nel solo sportello di Poggiomarino, più di 120 persone hanno chiesto di partecipare e acquistare un biglietto per raggiungere la manifestazione.
Nel giro di un paio di giorni avevamo raccolto adesioni sufficienti a riempire quattro autobus.
A quel punto ci siamo fermati. Avevamo raggiunto il limite delle possibilità organizzative che eravamo riusciti a mettere in campo.
Ma le richieste non si sono fermate.
Chi tra noi si occupa di rispondere ai telefoni dell’associazione ha continuato a raccontarci, quasi incredulo, della quantità di chiamate e messaggi che arrivavano ogni giorno. Persone che chiedevano se ci fossero ancora posti, se fosse possibile aggiungere un autobus, se ci fosse un modo per partecipare.
Abbiamo provato a fare una stima. Tra richieste dirette, telefonate e messaggi, calcoliamo di aver ricevuto fino a oggi circa seicento manifestazioni di interesse a partecipare.

Seicento persone. In pochi giorni. A partire da una rete di sportelli territoriali nella provincia di Napoli.
Non sappiamo quante di queste persone avrebbero effettivamente partecipato se avessimo avuto la possibilità di organizzare altri autobus. Ma sappiamo che una risposta di queste dimensioni non può essere liquidata come un semplice successo organizzativo.
Ci racconta qualcosa.
Ci racconta che, dietro l’ansia, la stanchezza e la paura che osserviamo quotidianamente, esiste anche una fortissima domanda di partecipazione, di riconoscimento e di protagonismo.
Che persone alle quali viene continuamente chiesto di aspettare, di dimostrare, di giustificare la propria presenza, di accettare condizioni di lavoro e di vita che altri non accetterebbero, vogliono invece prendere parola e rendersi visibili.
E che proprio tra coloro che vivono le condizioni di maggiore precarietà giuridica può emergere una straordinaria disponibilità a mobilitarsi collettivamente per rivendicare i propri diritti.
Forse, attraverso i nostri sportelli, avevamo colto il crescente disagio delle persone che incontriamo. Ma non avevamo compreso fino in fondo quanto fosse grande anche la loro volontà di reagire.
Se questo sta succedendo qui, cosa sta succedendo altrove?
Siamo partiti dal racconto di quello che osserviamo quotidianamente nei nostri sportelli, in una porzione relativamente piccola della provincia di Napoli, tra l’area vesuviana e quella nolana.
Abbiamo raccontato le storie delle persone che incontriamo, le difficoltà crescenti nell’accesso ai documenti, l’incertezza che accompagna percorsi di vita già profondamente segnati dalla precarietà e dallo sfruttamento.
Abbiamo raccontato il clima di ansia, stanchezza e nervosismo che si respira ogni giorno di più. Ma anche la risposta, per molti versi inattesa, alla proposta di partecipare a una mobilitazione collettiva.
Una risposta che ci ha sorpresi e che continua a interrogarci.
Perché se tutto questo sta succedendo qui, che cosa sta succedendo altrove?
Che cosa stanno osservando gli altri sportelli territoriali, le associazioni, i sindacati, le realtà che accompagnano quotidianamente le persone migranti nell’accesso ai diritti?
Si stanno registrando difficoltà simili nell’accesso alle procedure d’asilo e nel rinnovo dei permessi di soggiorno? Si percepisce lo stesso deterioramento del clima di fiducia e delle aspettative? E soprattutto, esiste anche altrove una domanda di partecipazione e mobilitazione collettiva che rischiamo di non vedere, perché troppo impegnati a rispondere, una per una, alle emergenze quotidiane?
Non conosciamo le risposte. Ma crediamo che sia importante cominciare a cercarle insieme.
Perché dietro le pratiche amministrative, gli appuntamenti mancati, i documenti scaduti e le procedure che si allungano ci sono persone, relazioni sociali, condizioni di lavoro e di vita. E ci sono anche aspettative, rivendicazioni, capacità di organizzazione e volontà di partecipare.
L’esperienza della Marcia dei Lavoratori Invisibili ci sta mostrando quanto sia importante riconoscere questa dimensione collettiva.
Ci ricorda che le persone migranti non sono soltanto destinatarie delle politiche pubbliche, né soltanto vittime delle loro contraddizioni. Sono soggetti che possono prendere parola, organizzarsi, costruire alleanze e partecipare alla definizione delle politiche che riguardano le loro vite e i territori nei quali vivono.
Non c’è lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno
Quello che stiamo osservando ci impone anche di riflettere sul significato di queste mobilitazioni e sulla responsabilità che abbiamo di fronte a esse.
Perché le persone di cui abbiamo raccontato le storie sono lavoratori e lavoratrici. Sono coloro che ogni giorno lavorano nei campi, negli opifici, nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione, nei servizi e nel lavoro di cura. Persone il cui lavoro contribuisce a sostenere interi settori dell’economia, ma che troppo spesso rimangono invisibili quando si tratta di riconoscerne i diritti.
E quello che stiamo vivendo ci porta a ribadire una convinzione: non può esserci lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno.
Non può esserci una lotta efficace contro lo sfruttamento lavorativo che non affronti le condizioni giuridiche e materiali che rendono una parte della classe lavoratrice più vulnerabile al ricatto, più esposta al lavoro nero, meno libera di scegliere dove e per chi lavorare, di cambiare occupazione, di organizzarsi e rivendicare i propri diritti.
Nella nostra lettura, le politiche migratorie fondate sulla precarietà del soggiorno, sulla detenzione e sul rimpatrio contribuiscono a produrre e riprodurre gerarchie all’interno del mondo del lavoro. Alimentano divisioni, frammentazione, processi di razzializzazione e ghettizzazione che separano lavoratori e lavoratrici, rendendo più difficile riconoscere la comunanza delle loro condizioni e dei loro interessi.
Per questo, se vogliamo contrastare lo sfruttamento, dobbiamo intervenire anche sulle leve strutturali che alimentano queste disuguaglianze.
E per questo crediamo che le mobilitazioni che nascono dal protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti debbano essere riconosciute, sostenute e accompagnate.
Non si tratta soltanto di solidarizzare con chi rivendica un diritto negato. Si tratta di riconoscere che quelle rivendicazioni riguardano la condizione dell’intero mondo del lavoro.
La mobilitazione è anche una palestra. È il luogo nel quale si impara a riconoscersi, a discutere, a costruire rivendicazioni comuni, a organizzare una vertenza collettiva. È il luogo nel quale persone abituate ad affrontare individualmente problemi che sembrano insormontabili scoprono la possibilità di affrontarli insieme.
È così che si costruiscono una grammatica dell’agire comune, una cultura della solidarietà e una coscienza collettiva. Non come presupposti che devono necessariamente esistere prima delle mobilitazioni, ma come possibilità che prendono forma nel vivo delle lotte, attraverso la pratica quotidiana dell’organizzazione e della partecipazione.
La mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno si colloca, per noi, dentro questa prospettiva.
È una mobilitazione contro i CPR e contro un modello di politiche migratorie che attribuisce centralità alla detenzione amministrativa, al controllo e ai rimpatri.
Ma è anche una mobilitazione per politiche dell’immigrazione radicalmente diverse, fondate sulla libertà di movimento, sull’accesso ai diritti, sulla possibilità di costruire percorsi di autonomia e sulla partecipazione delle persone migranti alla vita sociale, economica e politica dei territori.
È una mobilitazione che contesta anche l’idea di poter intervenire dall’alto sui territori, attraverso operazioni di ingegneria sociale che li trattano come tabulae rasae, ignorandone la storia, le relazioni, i conflitti e le esperienze di solidarietà che li attraversano.
A questa visione contrapponiamo la possibilità di costruire politiche di sviluppo dal basso, attraverso la partecipazione della società civile, delle comunità locali, dei cittadini e delle cittadine, delle persone migranti. Politiche capaci di valorizzare le pratiche di accoglienza, inclusione e integrazione che già esistono, di rafforzarle e di farne strumenti di rigenerazione dei territori e delle comunità.
Una prospettiva che richiede rivendicazioni concrete.
Significa battersi per la libertà di movimento e per canali di ingresso e soggiorno che non subordinino continuamente la possibilità di vivere regolarmente in Italia alla disponibilità di un datore di lavoro. Significa rivendicare permessi di soggiorno per attesa occupazione e, ancora meglio, per ricerca di occupazione, che permettano alle persone di cercare un lavoro senza essere costrette a dipendere da intermediari o da rapporti di impiego già costituiti.
Ma significa, soprattutto in questa fase, rivendicare la possibilità effettiva di accedere a procedure certe, rapide e giuste per manifestare, quando lo si desidera, la volontà di richiedere protezione internazionale. E a procedure di valutazione delle domande che garantiscano il pieno rispetto dei diritti, tempi ragionevoli e la possibilità di far valere le proprie ragioni.
Significa chiedere una drastica riduzione dei tempi di attesa per gli appuntamenti, per il rilascio e per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Significa impedire che le inefficienze amministrative si traducano in nuove condizioni di precarietà e ricattabilità.
E significa anche battersi per il diritto alla residenza anagrafica.
Una rivendicazione che può apparire distante dalle questioni del lavoro, ma che nella nostra esperienza rappresenta uno degli strumenti più importanti per costruire autonomia e rafforzare la capacità contrattuale delle persone.
La residenza, insieme alla disponibilità di documenti validi e al riconoscimento effettivo dei diritti, facilita l’accesso ai servizi bancari, ai rapporti di lavoro regolari, a un’abitazione dignitosa, ai servizi sociali e sanitari. Può rendere più semplice costruire un rapporto diretto con i proprietari degli immobili, sottraendo spazio al potere degli intermediari che controllano l’accesso agli alloggi e spesso lucrano sulla precarietà abitativa.
Sono condizioni materiali di autonomia. E l’autonomia è una delle premesse fondamentali per poter rifiutare un lavoro sottopagato, denunciare uno sfruttatore, cambiare occupazione, organizzarsi insieme ad altri lavoratori e lavoratrici.
Non sono quindi rivendicazioni separate dalla lotta per condizioni di lavoro giuste. Ne costituiscono una parte essenziale.
A chi sostiene che tutto questo non sia propriamente lotta di classe, o che non lo sia ancora, vorremmo rispondere che la coscienza di classe e la solidarietà di classe non nascono per decreto, né possono essere attese come condizioni preliminari dell’azione collettiva.
Si costruiscono insieme, nel vivo delle mobilitazioni. Si imparano praticandole, diffondendone la cultura e la grammatica attraverso esperienze concrete di organizzazione, conflitto e solidarietà.
E oggi abbiamo davanti agli occhi persone che, pur vivendo condizioni di estrema precarietà, chiedono di esserci, di partecipare, di prendere parola.
Non possiamo considerare questa disponibilità un fatto secondario.
Se vogliamo ricostruire la forza di un movimento collettivo di lavoratori e lavoratrici capace di rivendicare condizioni di lavoro giuste, rapporti di impiego che garantiscano sicurezza, condizioni abitative e di vita caratterizzate da dignità e benessere, dobbiamo riconoscere l’importanza di ciò che sta accadendo.
E se vogliamo che quel movimento sappia tenere insieme persone con storie, provenienze e condizioni giuridiche differenti, dobbiamo cominciare dalle lotte che oggi stanno prendendo forma.
Non possiamo lasciare sole le persone migranti. Non possiamo lasciare soli i lavoratori e le lavoratrici invisibili.
Se vogliamo ricostruire solidarietà e forza collettiva, dobbiamo esserci ora.
L'articolo Lavoratori invisibili, diritti negati proviene da Comune-info.