Guerre dimenticate: il silenzio come seconda violenza (seconda parte)

Pressenza - Friday, October 16, 2026

L’articolo prosegue dalla prima parte.

Il Darfur mostra in modo feroce che alcune guerre vengono rimosse proprio mentre producono conseguenze enormi. Il World Food Programme segnala per il Sudan quasi 19,5 milioni di persone in livelli critici di fame e 825.000 bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta severa nel 2026. Medici Senza Frontiere ha inoltre documentato, tra gennaio 2024 e novembre 2025, migliaia di vittime e sopravvissute a violenza sessuale assistite nelle strutture supportate in Darfur, con donne e ragazze pari al 97% dei casi trattati. Qui il diritto internazionale incontra la sua prova più dura: non basta proclamare diritti, occorre renderli accessibili anche quando lo Stato crolla, le milizie dominano e l’umanitario resta l’ultima presenza visibile.

La testimonianza del chirurgo di guerra restituisce un punto essenziale: neutralità e imparzialità non significano indifferenza morale. Curare il ferito, qualunque sia la sua appartenenza, non vuol dire equiparare politicamente aggressore e vittima. Vuol dire difendere l’ultimo nucleo di umanità dentro la disumanizzazione della guerra. È la stessa logica dell’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra: anche nei conflitti non internazionali, anche quando lo Stato si frammenta, anche quando gli attori armati non rispettano nulla, resta un divieto minimo di brutalità.

Il problema, però, è politico prima ancora che giuridico. Le crisi umanitarie non hanno soluzioni soltanto umanitarie. Hanno cause politiche, economiche, militari, coloniali, commerciali. In Congo, la violenza si intreccia con lo sfruttamento delle risorse. Ad Haiti, il collasso istituzionale si salda alla violenza delle gang e al traffico di armi. In Sudan, la guerra distrugge comunità già stremate da fame, sfollamento e violenza sistemica. A Gaza, la distruzione della vita civile ha assunto una dimensione tale da rendere insufficiente qualsiasi linguaggio attenuato.

In questo scenario, la crescita della spesa militare mondiale non è un dettaglio contabile. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di aumento. Ogni scelta di bilancio è anche una scelta costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non è una formula decorativa: è un criterio politico e giuridico che dovrebbe orientare scuola, sanità, ricerca, giustizia, diplomazia e cooperazione.

La militarizzazione della società comincia spesso prima delle armi. Comincia dal linguaggio, dall’idea che la guerra sia inevitabile, dalla rappresentazione dell’esercito come unico orizzonte di sicurezza, dalla svalutazione del dissenso, dalla marginalizzazione di chi obietta. Personalmente sono sfavorevole alle guerre, ma non a qualsiasi costo: la pace non può diventare resa davanti all’aggressione, né indifferenza verso chi subisce violazioni gravi e sistematiche. Una democrazia matura, però, non educa alla rassegnazione bellica. Educa alla responsabilità, alla verifica delle fonti, alla protezione dei civili, al rifiuto della propaganda e alla difesa di chi testimonia.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto quante guerre abbiamo dimenticato. È che cosa accade a noi quando accettiamo di dimenticarle. Perché ogni guerra rimossa restringe il perimetro della nostra coscienza giuridica. Ogni giornalista zittito rende più fragile il diritto di tutti a sapere. Ogni ospedale colpito indebolisce l’idea stessa di umanità. Ogni vittima senza nome consegna un pezzo di mondo all’impunità.

Parlare di guerre dimenticate significa rifiutare il campismo, cioè quella tentazione di giudicare i crimini non in base al diritto, ma in base alla convenienza dello schieramento. Il diritto internazionale vale o non vale. Non può valere soltanto contro i nemici. Gaza, Ucraina, Sudan, Congo, Haiti e Myanmar ci obbligano alla stessa disciplina morale: guardare i fatti, proteggere i civili, pretendere responsabilità, difendere medici, giornalisti, operatori umanitari, donne, bambini, dissidenti e persone in fuga.

Il silenzio mediatico può diventare una seconda violenza contro le vittime. La prima distrugge i corpi, le case, gli ospedali, le famiglie. La seconda cancella il racconto, impedisce il riconoscimento, rende più difficile la giustizia. Per questo ricordare non è un gesto sentimentale. È un atto politico, giuridico e democratico. E oggi, forse, una delle forme più serie di resistenza civile.

Valeria Sirigu