Guerre dimenticate: il silenzio come seconda violenza (seconda parte)L’articolo prosegue dalla prima parte.
Il Darfur mostra in modo feroce che alcune guerre vengono rimosse proprio mentre
producono conseguenze enormi. Il World Food Programme segnala per il Sudan quasi
19,5 milioni di persone in livelli critici di fame e 825.000 bambini sotto i
cinque anni a rischio di malnutrizione acuta severa nel 2026. Medici Senza
Frontiere ha inoltre documentato, tra gennaio 2024 e novembre 2025, migliaia di
vittime e sopravvissute a violenza sessuale assistite nelle strutture supportate
in Darfur, con donne e ragazze pari al 97% dei casi trattati. Qui il diritto
internazionale incontra la sua prova più dura: non basta proclamare diritti,
occorre renderli accessibili anche quando lo Stato crolla, le milizie dominano e
l’umanitario resta l’ultima presenza visibile.
La testimonianza del chirurgo di guerra restituisce un punto essenziale:
neutralità e imparzialità non significano indifferenza morale. Curare il ferito,
qualunque sia la sua appartenenza, non vuol dire equiparare politicamente
aggressore e vittima. Vuol dire difendere l’ultimo nucleo di umanità dentro la
disumanizzazione della guerra. È la stessa logica dell’articolo 3 comune alle
Convenzioni di Ginevra: anche nei conflitti non internazionali, anche quando lo
Stato si frammenta, anche quando gli attori armati non rispettano nulla, resta
un divieto minimo di brutalità.
Il problema, però, è politico prima ancora che giuridico. Le crisi umanitarie
non hanno soluzioni soltanto umanitarie. Hanno cause politiche, economiche,
militari, coloniali, commerciali. In Congo, la violenza si intreccia con lo
sfruttamento delle risorse. Ad Haiti, il collasso istituzionale si salda alla
violenza delle gang e al traffico di armi. In Sudan, la guerra distrugge
comunità già stremate da fame, sfollamento e violenza sistemica. A Gaza, la
distruzione della vita civile ha assunto una dimensione tale da rendere
insufficiente qualsiasi linguaggio attenuato.
In questo scenario, la crescita della spesa militare mondiale non è un dettaglio
contabile. Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto
2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di aumento. Ogni scelta
di bilancio è anche una scelta costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione
italiana ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non è una
formula decorativa: è un criterio politico e giuridico che dovrebbe orientare
scuola, sanità, ricerca, giustizia, diplomazia e cooperazione.
La militarizzazione della società comincia spesso prima delle armi. Comincia dal
linguaggio, dall’idea che la guerra sia inevitabile, dalla rappresentazione
dell’esercito come unico orizzonte di sicurezza, dalla svalutazione del
dissenso, dalla marginalizzazione di chi obietta. Personalmente sono sfavorevole
alle guerre, ma non a qualsiasi costo: la pace non può diventare resa davanti
all’aggressione, né indifferenza verso chi subisce violazioni gravi e
sistematiche. Una democrazia matura, però, non educa alla rassegnazione bellica.
Educa alla responsabilità, alla verifica delle fonti, alla protezione dei
civili, al rifiuto della propaganda e alla difesa di chi testimonia.
La domanda decisiva, allora, non è soltanto quante guerre abbiamo dimenticato. È
che cosa accade a noi quando accettiamo di dimenticarle. Perché ogni guerra
rimossa restringe il perimetro della nostra coscienza giuridica. Ogni
giornalista zittito rende più fragile il diritto di tutti a sapere. Ogni
ospedale colpito indebolisce l’idea stessa di umanità. Ogni vittima senza nome
consegna un pezzo di mondo all’impunità.
Parlare di guerre dimenticate significa rifiutare il campismo, cioè quella
tentazione di giudicare i crimini non in base al diritto, ma in base alla
convenienza dello schieramento. Il diritto internazionale vale o non vale. Non
può valere soltanto contro i nemici. Gaza, Ucraina, Sudan, Congo, Haiti e
Myanmar ci obbligano alla stessa disciplina morale: guardare i fatti, proteggere
i civili, pretendere responsabilità, difendere medici, giornalisti, operatori
umanitari, donne, bambini, dissidenti e persone in fuga.
Il silenzio mediatico può diventare una seconda violenza contro le vittime. La
prima distrugge i corpi, le case, gli ospedali, le famiglie. La seconda cancella
il racconto, impedisce il riconoscimento, rende più difficile la giustizia. Per
questo ricordare non è un gesto sentimentale. È un atto politico, giuridico e
democratico. E oggi, forse, una delle forme più serie di resistenza civile.
Valeria Sirigu