
L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica
L'INDIPENDENTE - Wednesday, October 14, 2026Tagliare la spesa pubblica per finanziare il riarmo: una conseguenza che il governo Meloni ha provato a mascherare in ogni modo, fino all’intervento dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB). Quest’ultimo avverte che le spese militari programmate dall’esecutivo rischiano di incidere direttamente sulle altre voci della spesa pubblica. L’audizione dell’UPB si è svolta nell’ambito dell’esame del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP). Ieri, dopo l’attivazione della clausola di salvaguardia europea per le spese per la difesa, la Camera ha approvato uno scostamento di bilancio destinato a finanziare, tra le altre voci, proprio il riarmo. L’UPB mette in guardia sulle conseguenze di un eventuale peggioramento del quadro macroeconomico: in presenza dei vincoli europei, eventuali «interventi discrezionali di sostegno» non potrebbero essere attuati «senza misure compensative». Il rischio, insomma, è che una volta esaurita la flessibilità concessa dall’UE, il mantenimento di una spesa militare strutturalmente più elevata renda necessari interventi correttivi sui conti pubblici, anche attraverso tagli alle altre voci di spesa.
Le osservazioni dell’UPB sono arrivate insieme alla relazione presentata da Giorgetti al Parlamento, in cui il ministro dell’Economia illustra la richiesta di scostamento di bilancio, uno strumento che consente allo Stato di ricorrere a un indebitamento superiore a quello inizialmente previsto e che richiede l’approvazione parlamentare. A consentire all’Italia di ricorrere a questo margine aggiuntivo di indebitamento è stata la Commissione europea, che a inizio mese ha autorizzato l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale (o National Escape Clause, NEC). Il meccanismo permette agli Stati membri di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare le spese per la difesa, entro i limiti e le condizioni previsti a livello europeo. Per l’Italia, il governo ha indicato un margine potenziale di circa 29 miliardi di euro, che intende destinare per metà al riarmo e per metà all’energia.
Per quanto riguarda la destinazione delle risorse, la relazione di Giorgetti è avara di dettagli. Sul fronte della difesa, il ministro si limita a precisare che «l’incremento delle risorse destinate al settore della difesa, previsto fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL per ciascuno degli anni 2027 e 2028, potrà contribuire al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito NATO. Gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali». Le misure finanziate attraverso la NEC riguarderanno il periodo 2025-2028. È proprio su questo punto che si concentra l’attenzione dell’UPB: la flessibilità fiscale viene meno, mentre le spese militari restano. La natura degli interventi nel settore della difesa possono infatti richiedere il mantenimento di una spesa strutturalmente più elevata, anche una volta esaurito il margine aggiuntivo garantito dalla NEC. Dal 2029, queste spese dovranno quindi trovare copertura nei bilanci ordinari.
«Qualora tali spese [ndr. quelle militari] assumessero carattere permanente, come indicato dall’UE, esse dovrebbero essere compensate da interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti», scrive a tal proposito l’UPB. «In assenza di misure compensative, il disavanzo e il debito risulterebbero più elevati dal 2029». Insomma, nel 2029, dopo la scadenza della clausola l’Italia dovrà mantenere alta la spesa militare, così come stabilito dagli impegni assunti in sede internazionale. Le alternative sono due: compensare l’aumento delle spese per il settore oppure accettare un peggioramento dei conti pubblici. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, si scontrerebbe con i vincoli europei: come sottolinea l’UPB, «la crescita della spesa netta eccederebbe inoltre i limiti raccomandati». La relazione del governo non chiarisce nel dettaglio come finanziare le spese aggiuntive nel lungo periodo né quali misure compensative l’esecutivo intenda adottare. Se l’obiettivo è mantenere una spesa militare più elevata senza aumentare il deficit oltre i limiti previsti, le strade percorribili sono quindi aumentare le tasse o tagliare la spesa in altri settori.
Nel frattempo, dall’UE è arrivato il via libera sul piano italiano nell’ambito del fondo SAFE per la difesa. SAFE è uno dei due principali strumenti ideati dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo europeo, con l’obiettivo di sostenere gli appalti congiunti tra gli Stati membri e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa. Il fondo prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti diretti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito. Per quanto riguarda l’Italia, l’esecutivo comunitario ha approvato un piano dal valore di oltre 8 miliardi di euro. Per procedere all’erogazione dei fondi restano l’approvazione del Consiglio e la firma dell’accordo di prestito: solo a quel punto potrà essere versato un anticipo pari al 15% dell’importo.
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