Germania: una fabbrica Volkswagen passerà alla produzione di armi israelianeDopo 17 anni di gestione Volkswagen, lo stabilimento di Osnabrück passerà nelle
mani del fondo israeliano Aurelius Capital, che lo riconvertirà alla produzione
bellica. L’accordo, che ora attende il via libera definitivo da parte delle
autorità tedesche, è stato raggiunto dopo una lunga trattativa e si inserisce
nel più vasto piano di ristrutturazione annunciato dalla Volkswagen per far
fronte alla crisi economica. Degli attuali 1.800 operai impegnati nello
stabilimento della Bassa Sassonia, 1200 dovrebbero mantenere il posto, mentre
resta incerto il futuro degli altri. Il primo progetto dopo la riconversione
dovrebbe coinvolgere l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems, nota ai più
per aver costruito i sistemi di difesa antimissile Iron Dome e Iron Beam.
Dei dettagli dell’accordo preliminare tra Volkswagen e Aurelius Capital si sa
ancora poco. Il fondo israeliano dovrebbe guidare lo stabilimento di Osnabrück
da socio di maggioranza, affiancato dallo Stato tedesco della Bassa Sassonia.
Nei primi passi della nuova società dovrebbe essere coinvolta anche la
produttrice israeliana di armamenti Rafael Advanced Defense Systems, per la
realizzazione di sistemi e componenti per la difesa aerea destinati alla
Germania e all’Europa, almeno secondo quanto dichiarato da Volkswagen, che
tuttavia non esclude «ulteriori partenariati e progetti sotto l’egida della
nuova società». L’accordo, che ora attende l’approvazione definitiva da parte
delle autorità tedesche, era nell’aria. Già ad aprile la multinazionale era in
trattative con la Rafael Advanced Defense Systems, di proprietà dello Stato
israeliano e controllata dal Ministero della Difesa. Ha un rapporto
preferenziale con le Forze di Difesa Israeliane (IDF), i cui crimini sono stati
denunciati da ong e Nazioni Unite.
Questi legami sono stati denunciati dai cittadini tedeschi, riuniti
nell’Osnabrücker Friedensinitiative (OFRI). La portavoce Marie Dominique Guyard
ha sottolineato come «la produzione per un’azienda israeliana di armi equivalga
di fatto a un sostegno alle guerre che lo Stato di Israele sta conducendo contro
i palestinesi, il Libano e l’Iran». Le proteste contro l’accordo non sono
arrivate soltanto dalla società civile tedesca, ma anche dal Qatar (terzo
azionista della Volkswagen), che ha ottenuto una modifica limitata, facendo
virare la cessione sul fondo di investimenti Aurelius, con base operativa a Tel
Aviv.
Quello di Osnabrück è uno stabilimento storico, all’interno del quale si
producono automobili da 125 anni. Nel 2010, a seguito del fallimento di Karmann,
venne rilevato dalla Volkswagen. Quando l’emergenza sembrava rientrata, alle
porte dell’impianto della Bassa Sassonia venne a bussare la crisi della
multinazionale tedesca. A dieci anni di distanza, Volkswagen ha messo a punto un
imponente piano di licenziamenti. Pochi giorni fa, ha annunciato l’intenzione di
tagliare ulteriori 50mila posti di lavoro, che si aggiungono agli altri 50mila
previsti entro il 2030. Nel piano di ristrutturazione rientra anche la chiusura
o la cessione di diversi stabilimenti, a partire da quello di Osnabrück, dove
non sarà rinnovato il contratto per la produzione della T-Roc Cabriolet, in
scadenza l’anno prossimo. Al suo posto ci sarà, secondo i piani della
multinazionale tedesca, la riconversione bellica, a favore di sistemi di difesa
aerea. Volkswagen difende la decisione traslandola sul piano dell’occupazione.
Secondo la dirigente Daniela Cavallo, verranno garantiti, almeno fino al
2029, 1.200 posti di lavoro.
La vendita dello stabilimento di Osnabrück si inserisce in una tendenza più
ampia, che sfrutta la crisi in cui versa l’industria automobilistica europea per
portare avanti gli ambiziosi piani di riarmo messi a punto di recente. In
Francia, Renault ha siglato un accordo con il Ministero delle Forze armate per
produrre in serie – negli stabilimenti di La Mans e Cléon — il drone militare
polifunzionale denominato “Chorus”. La sensazione è che Renault e Volkswagen
possano essere presto seguite da altre aziende. In Italia il ministro del Made
in Italy, Adolfo Urso, aveva annunciato — senza poi dargli seguito — un
possibile piano per convertire le fabbriche del settore auto in industrie per la
difesa, soprattutto alla luce della crisi di Stellantis.
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