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Il governo presenta la manovra a Bruxelles: alle armi il doppio dei soldi della sanità
Ventitré miliardi e mezzo di euro per il 2027: è questo il valore della manovra di bilancio in preparazione da parte del governo Meloni. Ieri, il governo ha inviato a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio (DPB), che contiene le tabelle con le risorse previste per i diversi interventi della prossima legge di Bilancio. Nel complesso, la manovra destinerà circa 4,5 miliardi di euro alla difesa, contro i 2,4 miliardi previsti per la sanità. La voce relativa alla difesa è la seconda più onerosa, dopo quella destinata al sostegno delle famiglie e alla spesa sociale, pari a circa 5 miliardi di euro. Per finanziare gli interventi, il governo farà ricorso a misure a carico del settore finanziario, alla revisione della spesa dei ministeri e a interventi in materia di giochi. Dei 23,5 miliardi di euro complessivi, tuttavia, la quota maggiore sarà finanziata attraverso un maggiore indebitamento, reso possibile dall’attivazione della clausola di salvaguardia concessa dall’Unione Europea per finanziare le misure in materia di energia e riarmo. Il DPB è stato pubblicato ieri, due giorni dopo la sua approvazione in Parlamento. Il documento illustra le principali misure previste dalla legge di Bilancio, gli obiettivi di finanza pubblica e il loro impatto sui conti pubblici, indicando le voci di spesa e le risorse destinate a finanziarle. Va rimarcato che il DPB non indica l’intera spesa pubblica: il documento presenta, piuttosto, le misure aggiuntive introdotte dal governo con la legge di Bilancio per l’anno successivo. Il valore complessivo delle misure previste per il 2027 è di circa 23,52 miliardi di euro. Considerando alcune delle principali voci di spesa e un PIL nominale stimato in circa 2.400 miliardi di euro, le risorse corrispondono allo 0,21% del PIL per le politiche per la famiglia e la spesa sociale, allo 0,10% per la sanità, allo 0,14% per il sostegno alle imprese, allo 0,13% per le infrastrutture, allo 0,01% per gli enti territoriali e allo 0,19% per la difesa. Tradotto in termini assoluti, si tratta di circa 5 miliardi di euro per le politiche per la famiglia e la spesa sociale, 2,4 miliardi per la sanità, 3,36 miliardi per il sostegno alle imprese, 3,12 miliardi per le infrastrutture, 240 milioni per gli enti territoriali e 4,56 miliardi per la difesa. Per quanto riguarda le coperture finanziarie, le tabelle del DPB indicano che circa 5 miliardi di euro (lo 0,21% del PIL) proverrebbero da misure a carico del settore finanziario, 1,2 miliardi (lo 0,05%) dalla revisione della spesa dei ministeri e 720 milioni (lo 0,03%) da misure in materia di giochi. Il documento riporta inoltre la voce «altre entrate e coperture», per un valore di 1,68 miliardi di euro (lo 0,07% del PIL), di cui 480 milioni (lo 0,02%) derivanti da misure una tantum, e quella relativa ad «altre spese e coperture», che ammonta a ulteriori 1,68 miliardi di euro. Si tratta di un totale di circa 10,76 miliardi di euro, 12,76 miliardi di euro in meno rispetto alle voci di spesa. Tali risorse saranno reperite attraverso un maggiore indebitamento: a inizio mese, infatti, la Commissione Europea ha autorizzato l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, un meccanismo che consente agli Stati membri di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare le spese per la difesa, entro i limiti e le condizioni previsti a livello europeo. Per l’Italia, il governo ha indicato un margine potenziale di circa 29 miliardi di euro nel biennio 2027-2028, che intende destinare per metà alla difesa e per metà alla sicurezza energetica. The post Il governo presenta la manovra a Bruxelles: alle armi il doppio dei soldi della sanità appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
I portuali di tutto il mondo hanno proclamato un sciopero globale contro il riarmo
I portuali hanno deciso di unire nuovamente le forze e scioperare contro riarmo, economia di guerra e genocidio in Palestina. Dall’Italia alla Spagna, passando per Grecia, Marocco, Turchia e Francia: più di 40 porti si mobiliteranno il prossimo 30 ottobre, dando continuità alla manifestazione di febbraio. Lo sciopero internazionale dei portuali è organizzato in Italia dall’Unione Sindacale di Base (USB), cui si è aggiunta ORSA. I lavoratori incroceranno le braccia in un periodo già segnato da forti rivendicazioni in tutta Europa, che hanno riproposto con forza nell’agenda politica temi per anni sacrificati: casa, salari, istruzione. A tenere insieme il loro sottofinanziamento è oggi la corsa al riarmo, a cui i portuali si oppongono, sostenendo che «le risorse pubbliche devono essere destinate ai bisogni delle persone e non al finanziamento della guerra». Ad affiancare le sigle italiane nella giornata internazionale di mobilitazione saranno CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), ODT (Marocco) e Liman-İş (Turchia). Proprio a Istanbul si erano dati appuntamento i delegati sindacali a tre mesi dallo sciopero di febbraio, che ha mobilitato più di 20 scali portuali contro il riarmo. In Turchia è stato deciso di dare seguito a quella protesta, ampliandola. I numeri sono così raddoppiati. Il prossimo 30 ottobre sono attese manifestazioni e blocchi in almeno 40 porti sparsi tra il Mar Cantabrico e il Mar Mediterraneo, come quello di Genova o di Gioia Tauro. A Istanbul i sindacati hanno adottato anche una Dichiarazione, che rappresenta di fatto il manifesto programmatico della loro lotta transfrontaliera. Come primo punto, i portuali rivendicano «l’immediata fine del genocidio del popolo palestinese e il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente riconosciuto dalla comunità internazionale entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est capitale». Una posizione coerente con la postura adottata dai portuali negli ultimi tre anni, che li ha visti in prima fila nelle manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese, partecipando anche all’ultima Flotilla diretta a Gaza e assaltata illegalmente da Israele in acque internazionali. Legato a doppio filo al genocidio palestinese è l’interesse dell’economia bellica, che ne trae profitto, come denunciato dalla Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese. Non a caso, i portuali rivendicano il «no all’economia di guerra, ai piani di riarmo dei governi e alla militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche». Piuttosto, si chiede che le risorse pubbliche vengano «destinate ai bisogni delle persone» e che i contratti collettivi garantiscano «veri aumenti salariali, occupazione stabile, riduzione dell’orario di lavoro e un sistema pensionistico dignitoso». La mobilitazione nei porti si lega così allo sciopero generale indetto proprio per il 30 ottobre da USB, rivolgendo un appello a tutti i lavoratori del pubblico e del privato per realizzare una diffusa giornata di protesta. «In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti, che pesa fortemente sui magri salari di milioni di lavoratori e lavoratrici che ormai non recuperano neanche più l’inflazione, di contro, l’inconsistenza dei provvedimenti assunti dal governo Meloni, schierato apertamente dalla parte delle compagnie petrolifere e delle banche». Nel Sud Italia, da giorni, agricoltori e autotrasportatori hanno unito le forze contro il caro carburante, che sta mandando in crisi migliaia di lavoratori e aziende. Sull’orizzonte occupazionale pesa poi la chiusura dell’Ex Ilva e l’assenza di piani di ricollocazione, che ha fatto scattare la protesta a oltranza a Genova e Taranto. Nelle scuole si moltiplicano le occupazioni, con gli studenti che denunciano affitti insostenibili e carenze nel diritto allo studio, unendosi al filone di lotta spagnolo e francese. Il filo conduttore è la contestazione alle priorità del decisore politico, appiattitesi sui tagli alla spesa pubblica, fatta eccezione per quella bellica. The post I portuali di tutto il mondo hanno proclamato un sciopero globale contro il riarmo appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
La non-strategia del governo Meloni per la finanziaria
Chi vivrà (alla gabbia dell’Unione Europea) vedrà. È questa la sintesi che si può fare delle ultime 36 ore della politica italiana, tra il Consiglio dei ministri del 13 sera e le comunicazioni di Giorgia Meloni al Senato nella giornata di ieri, in vista del Consiglio Europeo che si svolgerà […] L'articolo La non-strategia del governo Meloni per la finanziaria su Contropiano.
October 15, 2026
Contropiano
L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica
Tagliare la spesa pubblica per finanziare il riarmo: una conseguenza che il governo Meloni ha provato a mascherare in ogni modo, fino all’intervento dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB). Quest’ultimo avverte che le spese militari programmate dall’esecutivo rischiano di incidere direttamente sulle altre voci della spesa pubblica. L’audizione dell’UPB si è svolta nell’ambito dell’esame del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP). Ieri, dopo l’attivazione della clausola di salvaguardia europea per le spese per la difesa, la Camera ha approvato uno scostamento di bilancio destinato a finanziare, tra le altre voci, proprio il riarmo. L’UPB mette in guardia sulle conseguenze di un eventuale peggioramento del quadro macroeconomico: in presenza dei vincoli europei, eventuali «interventi discrezionali di sostegno» non potrebbero essere attuati «senza misure compensative». Il rischio, insomma, è che una volta esaurita la flessibilità concessa dall’UE, il mantenimento di una spesa militare strutturalmente più elevata renda necessari interventi correttivi sui conti pubblici, anche attraverso tagli alle altre voci di spesa. Le osservazioni dell’UPB sono arrivate insieme alla relazione presentata da Giorgetti al Parlamento, in cui il ministro dell’Economia illustra la richiesta di scostamento di bilancio, uno strumento che consente allo Stato di ricorrere a un indebitamento superiore a quello inizialmente previsto e che richiede l’approvazione parlamentare. A consentire all’Italia di ricorrere a questo margine aggiuntivo di indebitamento è stata la Commissione europea, che a inizio mese ha autorizzato l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale (o National Escape Clause, NEC). Il meccanismo permette agli Stati membri di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare le spese per la difesa, entro i limiti e le condizioni previsti a livello europeo. Per l’Italia, il governo ha indicato un margine potenziale di circa 29 miliardi di euro, che intende destinare per metà al riarmo e per metà all’energia. Per quanto riguarda la destinazione delle risorse, la relazione di Giorgetti è avara di dettagli. Sul fronte della difesa, il ministro si limita a precisare che «l’incremento delle risorse destinate al settore della difesa, previsto fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL per ciascuno degli anni 2027 e 2028, potrà contribuire al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito NATO. Gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali». Le misure finanziate attraverso la NEC riguarderanno il periodo 2025-2028. È proprio su questo punto che si concentra l’attenzione dell’UPB: la flessibilità fiscale viene meno, mentre le spese militari restano. La natura degli interventi nel settore della difesa possono infatti richiedere il mantenimento di una spesa strutturalmente più elevata, anche una volta esaurito il margine aggiuntivo garantito dalla NEC. Dal 2029, queste spese dovranno quindi trovare copertura nei bilanci ordinari. «Qualora tali spese [ndr. quelle militari] assumessero carattere permanente, come indicato dall’UE, esse dovrebbero essere compensate da interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti», scrive a tal proposito l’UPB. «In assenza di misure compensative, il disavanzo e il debito risulterebbero più elevati dal 2029». Insomma, nel 2029, dopo la scadenza della clausola l’Italia dovrà mantenere alta la spesa militare, così come stabilito dagli impegni assunti in sede internazionale. Le alternative sono due: compensare l’aumento delle spese per il settore oppure accettare un peggioramento dei conti pubblici. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, si scontrerebbe con i vincoli europei: come sottolinea l’UPB, «la crescita della spesa netta eccederebbe inoltre i limiti raccomandati». La relazione del governo non chiarisce nel dettaglio come finanziare le spese aggiuntive nel lungo periodo né quali misure compensative l’esecutivo intenda adottare. Se l’obiettivo è mantenere una spesa militare più elevata senza aumentare il deficit oltre i limiti previsti, le strade percorribili sono quindi aumentare le tasse o tagliare la spesa in altri settori. Nel frattempo, dall’UE è arrivato il via libera sul piano italiano nell’ambito del fondo SAFE per la difesa. SAFE è uno dei due principali strumenti ideati dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo europeo, con l’obiettivo di sostenere gli appalti congiunti tra gli Stati membri e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa. Il fondo prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti diretti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito.  Per quanto riguarda l’Italia, l’esecutivo comunitario ha approvato un piano dal valore di oltre 8 miliardi di euro. Per procedere all’erogazione dei fondi restano l’approvazione del Consiglio e la firma dell’accordo di prestito: solo a quel punto potrà essere versato un anticipo pari al 15% dell’importo. The post L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Leonardo a Siena? Istituzioni, CGIL, CISL e UIL sull’attenti, ma Potere al Popolo non ci sta!
Quando si entra in clima di campagna elettorale il governo si ricorda dei lavoratori dello stabilimento Beko di Siena; è un’operazione di sciacallaggio politico non solo per gli evidenti risvolti in chiave elettorale, ma anche perché pone i lavoratori e la comunità davanti al ricatto tra la disoccupazione e riarmo, […] L'articolo Leonardo a Siena? Istituzioni, CGIL, CISL e UIL sull’attenti, ma Potere al Popolo non ci sta! su Contropiano.
October 13, 2026
Contropiano
Nel 2025 i Paesi UE hanno speso 418 miliardi per le armi, è la cifra più alta di sempre
«Gli Stati membri dell’UE hanno raggiunto livelli di spesa per la Difesa senza precedenti negli ultimi 30 anni». A dirlo è l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), nel primo rapporto annuale sul riarmo. Nel 2025 la spesa dei Paesi membri per la Difesa ha raggiunto quota 418 miliardi di euro (2,2% del PIL), in aumento per l’undicesimo anno consecutivo. Per il 2026 è prevista una spesa ancora maggiore, di 454 miliardi di euro, pari al 2,4% del PIL degli Stati membri. «Ciò significa che nel 2026 la spesa per la Difesa è aumentata dell’8,6% rispetto all’anno precedente e del 75,3% rispetto al 2021». Secondo le stime dell’EDA, la spesa per la Difesa UE potrebbe raggiungere i 547 miliardi di euro nel 2029. L’agenzia fotografa la personale corsa europea al riarmo internazionale, ricordando le iniziative intraprese da Bruxelles negli ultimi mesi. A partire dal piano ReArm Europe, che prevede appunto i rapporti annuali dell’EDA, e dal suo meccanismo di finanziamento, ribattezzato fondo SAFE. Negli ultimi anni, la spesa che gli Stati europei riservano al settore della difesa ha vissuto una vera e propria impennata. Il grafico condiviso dall’EDA mostra una curva che schizza verso l’alto nell’arco di una manciata di anni. Dai 259 miliardi del 2021, ai 454 miliardi del 2025, la cifra destinata al riarmo è aumentata del 75,3% in soli cinque anni. A crescere sono tutte le voci di spesa: gli investimenti nel settore della difesa sono aumentati del 23% rispetto al 2024, raggiungendo un importo «record» di 134 miliardi di euro nel 2025; tale tendenza al rialzo dovrebbe proseguire anche nel 2026, in cui le stime parlano di 163 miliardi di euro; paragonati a cinque anni fa, si tratta di un aumento del 158,7%. Sempre in materia di investimenti, il 2025, segnala l’EDA «ha segnato il settimo anno consecutivo in cui gli Stati membri hanno superato il parametro di riferimento collettivo per la difesa del 20%». Aumenti anche sul fronte delle spese per gli appalti, che nel 2025 hanno raggiunto la cifra di 115 miliardi di euro, segnando un +26% rispetto al 2024; le previsioni per il 2026 parlano di aumenti fino all’87%. Le voci in materia di ricerca e sviluppo sono aumentate del 31%, e hanno toccato quota 17 miliardi di euro nel 2025; la spesa dovrebbe toccare i 20 miliardi di euro nel 2026. Il piano di riarmo europeo, insomma, prosegue celermente. Esso punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030, attraverso la raccolta di risorse sui mercati e specifici strumenti finanziari. Uno degli strumenti principali del piano prevede che i Paesi membri possano incrementare in modo significativo la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli imposti dal Patto di stabilità e crescita, grazie all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale. Secondo le stime della Commissione europea, questo meccanismo potrebbe consentire di mobilitare fino a 650 miliardi di euro di spesa aggiuntiva per la Difesa nei prossimi quattro anni. Il secondo strumento del piano di riarmo è il cosiddetto fondo SAFE per la Difesa, che prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito. Finora Bruxelles ha ricevuto richieste di finanziamento da 19 Stati membri, Italia compresa, e sta ancora valutando alcuni dei piani presentati. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere definita la ripartizione delle risorse. The post Nel 2025 i Paesi UE hanno speso 418 miliardi per le armi, è la cifra più alta di sempre appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 1, 2026
L'INDIPENDENTE
La gran parte dei soldi del riarmo europeo sta finendo negli Stati Uniti
Non è un mistero che l’Europa abbia preso parte all’ultima corsa agli armamenti. Lo strumento principale è il piano ReArm Europe — ribattezzato Readiness 2030 in uno slancio eufemistico — con il quale i membri dell’UE si sono impegnati a spendere una cifra complessiva di 800 miliardi di euro nel settore militare. Con non poche perplessità. Di recente, la Corte dei Conti europea ha messo nero su bianco gli ostacoli agli obiettivi dichiarati da Bruxelles, come il «coordinamento insufficiente tra i vari flussi di finanziamento dell’UE, nonché tra i finanziamenti dell’UE e quelli nazionali». A ciò si aggiunge «la continua dipendenza dagli Stati Uniti». Due aspetti su cui ha indagato Investigate Europe, denunciando l’estrema frammentazione dei sistemi d’arma nel vecchio continente e il fatto che «gli europei comprano circa il 40 per cento del loro equipaggiamento militare dagli Stati Uniti, mentre questi ultimi ne acquistano appena l’1 per cento dall’Europa». Ciò vuol dire che, nonostante i proclami di Bruxelles sull’indipendenza militare, il riarmo premierà Washington, sia dal punto di vista economico che da quello strategico. Nel suo ultimo rapporto, la Corte dei Conti europea metteva in guardia dal rischio di sprecare risorse pubbliche, procedendo con acquisti mal coordinati. Queste preoccupazioni sono state confermate dal recente lavoro di inchiesta realizzato da Investigate Europe. Come denuncia il collettivo, «attualmente non esiste una politica comune completa dell’UE in materia di spesa per la Difesa e ogni governo dà priorità alla sovranità nazionale, perseguendo il riarmo alle proprie condizioni». La frammentazione ha diverse conseguenze, a partire da un coordinamento più complicato tra i vari eserciti europei, abituati a sistemi d’arma diversi. Per la precisione, ne utilizzano 178, mentre le forze armate statunitensi solo 30 — come sottolineato l’anno scorso da Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo. Non va poi sottovalutato l’aspetto economico: ordini nazionali e dunque frammentati riguardano unità relativamente basse, a prezzi più elevati rispetto a quelli che scatterebbero in caso di acquisti numericamente sostenuti. Per finanziare parte del ReArm Europe, Bruxelles ha messo a punto un fondo di prestiti agevolati dal valore complessivo di 150 miliardi di euro. Investigate Europe ha scoperto una lacuna all’interno del programma, che permette ai Paesi UE aderenti (19, tra cui l’Italia) di usare i suoi fondi per pagare i contratti firmati prima di giugno 2026 con le aziende statunitensi. La dipendenza europea verso Washington passa soprattutto per i cieli, dove dominano gli F-35 di progettazione americana. Due settimane fa, Berlino ha ricevuto il suo primo caccia targato Lockheed Martin. Al momento ne risultano ordinati 35. La Germania ha stipulato negli anni diversi contratti militari, per un valore di 72 miliardi di euro. La cifra, condivisa dalla Polonia, è la più alta in termini assoluti tra i membri UE. A inizio settembre, il governo svedese ha autorizzato l’acquisto di un sistema HIMARS dalla statunitense Lockheed Martin, chiudendo un accordo da oltre 600 milioni di euro. I lanciarazzi proteggeranno anche il territorio della Finlandia, che nel corso degli anni ha aumentato vertiginosamente la sua dipendenza dalle forniture americane, rappresentando il 90% di quelle totali. Gli Stati Uniti sono il primo fornitore di armi anche dell’Italia. Soltanto dal 2023, Roma ha avviato nove nuovi programmi di acquisizione, dal valore di circa 2 miliardi di euro, prevedendo un onere complessivo di 4,4 miliardi. C’è poi il progetto relativo alla produzione di 25 caccia F-35, che costerà all’Italia almeno 7 miliardi di euro, secondo le ultime stime. I nuovi acquisti si inseriscono in una più ampia corsa al riarmo che vede l’Italia, insieme agli altri Paesi NATO, intenzionata a spendere il 5% del proprio PIL nel settore della Difesa. The post La gran parte dei soldi del riarmo europeo sta finendo negli Stati Uniti appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo
A partire da ieri, 27 settembre, entrano in vigore in Italia i cambiamenti che la UE ha deciso di introdurre per i prodotti sugli scaffali dei supermercati e anche sulle pagine dell’e-commerce. Si tratta di una stretta sull’utilizzo di alcune formule (“green“, “ecologico”, “amico dell’ambiente”, “climate friendly“) che non possono […] L'articolo Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo su Contropiano.
September 28, 2026
Contropiano