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L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica
Tagliare la spesa pubblica per finanziare il riarmo: una conseguenza che il governo Meloni ha provato a mascherare in ogni modo, fino all’intervento dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB). Quest’ultimo avverte che le spese militari programmate dall’esecutivo rischiano di incidere direttamente sulle altre voci della spesa pubblica. L’audizione dell’UPB si è svolta nell’ambito dell’esame del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP). Ieri, dopo l’attivazione della clausola di salvaguardia europea per le spese per la difesa, la Camera ha approvato uno scostamento di bilancio destinato a finanziare, tra le altre voci, proprio il riarmo. L’UPB mette in guardia sulle conseguenze di un eventuale peggioramento del quadro macroeconomico: in presenza dei vincoli europei, eventuali «interventi discrezionali di sostegno» non potrebbero essere attuati «senza misure compensative». Il rischio, insomma, è che una volta esaurita la flessibilità concessa dall’UE, il mantenimento di una spesa militare strutturalmente più elevata renda necessari interventi correttivi sui conti pubblici, anche attraverso tagli alle altre voci di spesa. Le osservazioni dell’UPB sono arrivate insieme alla relazione presentata da Giorgetti al Parlamento, in cui il ministro dell’Economia illustra la richiesta di scostamento di bilancio, uno strumento che consente allo Stato di ricorrere a un indebitamento superiore a quello inizialmente previsto e che richiede l’approvazione parlamentare. A consentire all’Italia di ricorrere a questo margine aggiuntivo di indebitamento è stata la Commissione europea, che a inizio mese ha autorizzato l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale (o National Escape Clause, NEC). Il meccanismo permette agli Stati membri di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare le spese per la difesa, entro i limiti e le condizioni previsti a livello europeo. Per l’Italia, il governo ha indicato un margine potenziale di circa 29 miliardi di euro, che intende destinare per metà al riarmo e per metà all’energia. Per quanto riguarda la destinazione delle risorse, la relazione di Giorgetti è avara di dettagli. Sul fronte della difesa, il ministro si limita a precisare che «l’incremento delle risorse destinate al settore della difesa, previsto fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL per ciascuno degli anni 2027 e 2028, potrà contribuire al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito NATO. Gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali». Le misure finanziate attraverso la NEC riguarderanno il periodo 2025-2028. È proprio su questo punto che si concentra l’attenzione dell’UPB: la flessibilità fiscale viene meno, mentre le spese militari restano. La natura degli interventi nel settore della difesa possono infatti richiedere il mantenimento di una spesa strutturalmente più elevata, anche una volta esaurito il margine aggiuntivo garantito dalla NEC. Dal 2029, queste spese dovranno quindi trovare copertura nei bilanci ordinari. «Qualora tali spese [ndr. quelle militari] assumessero carattere permanente, come indicato dall’UE, esse dovrebbero essere compensate da interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti», scrive a tal proposito l’UPB. «In assenza di misure compensative, il disavanzo e il debito risulterebbero più elevati dal 2029». Insomma, nel 2029, dopo la scadenza della clausola l’Italia dovrà mantenere alta la spesa militare, così come stabilito dagli impegni assunti in sede internazionale. Le alternative sono due: compensare l’aumento delle spese per il settore oppure accettare un peggioramento dei conti pubblici. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, si scontrerebbe con i vincoli europei: come sottolinea l’UPB, «la crescita della spesa netta eccederebbe inoltre i limiti raccomandati». La relazione del governo non chiarisce nel dettaglio come finanziare le spese aggiuntive nel lungo periodo né quali misure compensative l’esecutivo intenda adottare. Se l’obiettivo è mantenere una spesa militare più elevata senza aumentare il deficit oltre i limiti previsti, le strade percorribili sono quindi aumentare le tasse o tagliare la spesa in altri settori. Nel frattempo, dall’UE è arrivato il via libera sul piano italiano nell’ambito del fondo SAFE per la difesa. SAFE è uno dei due principali strumenti ideati dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo europeo, con l’obiettivo di sostenere gli appalti congiunti tra gli Stati membri e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa. Il fondo prevede la raccolta di fino a 150 miliardi di euro sui mercati finanziari, da erogare agli Stati sotto forma di prestiti diretti, e contempla procedure di appalto comuni e semplificate. Per accedere ai finanziamenti, gli Stati membri devono presentare un piano nazionale di spesa, che deve essere approvato dalla Commissione europea prima della firma dell’accordo di prestito.  Per quanto riguarda l’Italia, l’esecutivo comunitario ha approvato un piano dal valore di oltre 8 miliardi di euro. Per procedere all’erogazione dei fondi restano l’approvazione del Consiglio e la firma dell’accordo di prestito: solo a quel punto potrà essere versato un anticipo pari al 15% dell’importo. The post L’ufficio parlamentare smaschera il governo: per il riarmo sarà tagliata la spesa pubblica appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
La Corte dei Conti dettaglia i trucchi del governo per raggiungere il 2% in spese militari
L’Italia ha raggiunto la soglia del 2% del Prodotto interno lordo fissata dagli impegni assunti in sede NATO attraverso una riclassificazione della spesa interna. A evidenziarlo è la Corte dei conti nella sua annuale relazione sulle spese dello Stato. Pubblicata la scorsa estate, la relazione è finita negli ultimi giorni sui banchi delle Commissioni Esteri e Difesa del Senato, che ne stanno discutendo i contenuti. Il documento mette in luce le differenze tra i diversi criteri utilizzati per classificare la spesa destinata alla Difesa, che hanno fatto apparire l’aumento della spesa militare più consistente di quanto non sia stato in realtà. Nel 2,01% del PIL attribuito all’Italia per il 2025 rientrano infatti anche risorse provenienti da altri capitoli e amministrazioni, tra cui, tra le varie, quelle del Ministero delle Imprese. La Corte dei conti chiede maggiore trasparenza e un’armonizzazione dei criteri di contabilizzazione, anche alla luce del prossimo obiettivo del 5% fissato dalla stessa Alleanza Atlantica. La sorta di artificio numerico alla base del raggiungimento dell’obiettivo viene illustrata nel secondo tomo del secondo volume del rendiconto generale dello Stato per il 2025 redatto dalla Corte dei conti. L’impegno assunto in sede NATO prevedeva il raggiungimento di una spesa per la Difesa pari al 2% del PIL e una quota del budget della Difesa destinata agli investimenti pari al 20%. L’Italia ha sempre raggiunto il secondo obiettivo; il primo, invece, si è rivelato più difficile da centrare: «L’Italia», scrive la Corte, «avrebbe dovuto prevedere una spesa per la difesa a prezzi correnti in euro pari a circa 46 miliardi, quasi 14 miliardi in più rispetto ai dati della spesa difesa in chiave NATO relativi agli stanziamenti iniziali precedentemente comunicati». La spesa destinata al riarmo è risultata in costante aumento, ma non abbastanza da consentire il raggiungimento dell’obiettivo entro il 2028. Sono dunque intervenute una generale «attività di riclassificazione della spesa della difesa» e una «riconsiderazione di alcune voci all’interno del perimetro della stessa», che hanno inciso sulla definizione del bilancio in chiave NATO. La riclassificazione, si legge nel documento, ha interessato anche gli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica e ha contribuito a portare l’Italia al raggiungimento dell’obiettivo del 2% fissato nel 2014. Nel perimetro della spesa per la Difesa vengono considerate, attraverso i diversi criteri di classificazione, anche risorse provenienti da altre amministrazioni e programmi: dagli investimenti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy ai fondi per le missioni internazionali, inizialmente stanziati presso il Ministero dell’Economia, fino ad alcune risorse del PNRR. Il perimetro può inoltre comprendere voci relative alla cybersicurezza, allo spazio e alle infrastrutture a doppio uso civile e militare, nonché alcune spese riferite ad altri corpi dello Stato e alle pensioni delle forze dell’ordine. Davanti alla nuova classificazione delle spese, la Corte chiede una «armonizzazione» che tenga conto «delle differenze nelle tecniche di rilevazione, nei momenti per la contabilizzazione delle voci elementari e nelle valute di riferimento, nonché nella cogenza dell’obiettivo». Un lavoro che assume particolare importanza alla luce del nuovo impegno assunto dall’Italia in sede NATO: secondo i nuovi termini, entro il 2035 i membri dovranno portare la spesa per la Difesa al 3,5% del PIL, a cui si aggiunge un ulteriore 1,5% destinato a investimenti legati alla sicurezza, tra cui infrastrutture e cybersicurezza. Senza il quadro di trasparenza chiesto dalla Corte, il rischio è che la sovrapposizione tra i diversi sistemi di classificazione renda sempre più difficile capire quante risorse vengano effettivamente destinate alle armi e come vengano impiegate. The post La Corte dei Conti dettaglia i trucchi del governo per raggiungere il 2% in spese militari appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 21, 2026
L'INDIPENDENTE
A Colleferro è esplosa una fabbrica di proiettili e granate da guerra
Prima il fumo, poi le fiamme, infine l’esplosione. Nel pomeriggio di ieri, a Colleferro, comune situato nella Valle del Sacco, nella Città Metropolitana di Roma, una violenta deflagrazione ha colpito lo stabilimento KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa, facendo tremare il terreno e provocando un vasto allarme nella zona. L’esplosione ha interessato il reparto di pressatura degli esplosivi dell’azienda, che produce, tra le altre cose, munizioni per l’artiglieria navale e terrestre. I lavoratori presenti sono stati evacuati prima dell’esplosione e nessuno risulta ferito. Sul posto sono intervenuti i mezzi di soccorso, i carabinieri e i vigili del fuoco, che hanno spento l’incendio. Le cause dell’incidente sono ancora ignote; c’è chi, tuttavia, scampato il peggio, ha iniziato a chiedere che vengano avviate riflessioni sulla destinazione del sito, già sede di un progetto per ampliare le attività produttive che è stato oggetto di un’inchiesta de L’Indipendente. L’esplosione presso l’impianto dell’azienda franco-tedesca di armamenti KNDS Ammo di Colleferro è avvenuta attorno alle 14.30 di ieri. Non è ancora chiaro cosa abbia provocato l’incidente: «Le circostanze dell’incidente sono attualmente oggetto di indagine e valutazione da parte dei team presenti sul posto. Pertanto, in questa fase, non siamo in grado di fornire ulteriori dettagli confermati in merito alla causa o all’esatta sequenza degli eventi», fa sapere KNDS in una nota. Il procuratore di Velletri, Carlo Villani, ha aperto un fascicolo d’inchiesta per fare luce sull’accaduto; l’ipotesi di reato formulata è quella di incendio. Sembrano invece escluse, al momento, ipotesi di sabotaggio. Per ora, tutto ciò che si sa è che l’incidente si sarebbe verificato nel reparto di pressatura delle polveri e che potrebbe essere partito da una pressa esplosa durante la lavorazione. L’incendio è durato ore ed è stato spento nel tardo pomeriggio. Secondo quanto ricostruito, il fumo avrebbe iniziato a propagarsi mentre l’impianto era ancora in attività, facendo scattare il sistema antincendio e permettendo così ai lavoratori di evacuare. Lo stabilimento di Colleferro conta 24 dipendenti e si occupa della produzione di munizioni di medio e grosso calibro per l’artiglieria terrestre e marittima, nonché della realizzazione di combustibili solidi per vettori aerospaziali. In questo periodo è al centro di un progetto volto ad ampliarne le attività produttive, che coinvolge anche lo stabilimento di Anagni, nella stessa Valle del Sacco. Presso quest’ultimo stabilimento, il piano prevede la produzione di una gelatina contenente il 60% di nitroglicerina, con una stima di produzione di 150 kg all’ora; tale materiale esplosivo verrebbe poi trasportato da Anagni a Colleferro, dove verrebbe integrato in missili e proiettili e «utilizzato quale materia prima per la produzione di propellenti a doppia e tripla base ad uso militare». Dopo l’incidente, diverse associazioni della società civile si sono mobilitate per chiedere spiegazioni e sollevare interrogativi sulle attività produttive dello stabilimento. «Da tempo denunciamo i rischi legati alla sicurezza e alla presenza, in questo territorio, di impianti industriali connessi alla produzione bellica», scrive l’Associazione Libera. «Quello che è accaduto oggi conferma, ancora una volta, la necessità di non abbassare la guardia. Sicurezza, salute, ambiente e pace non possono essere considerati temi separati», aggiunge. «Quanto successo a Colleferro pone una domanda inevitabile: cosa sarebbe successo se un incidente di questa natura fosse avvenuto ad Anagni, nello stabilimento KNDS in località La Macchia, con la produzione di nitrogelatina?», fa eco il comitato Disarmiamoli – Valle del Sacco. «L’Assemblea No War Valle del Sacco ribadisce la propria contrarietà alla trasformazione della Valle del Sacco in un polo della produzione bellica e di materiali esplosivi. Non accetteremo che alla storica emergenza ambientale si aggiunga una nuova dimensione di rischio industriale e militare». Lo stabilimento di Colleferro era già stato teatro di un incidente simile nel 2007, quando, nella fabbrica allora di proprietà della Simmel Difesa, un’esplosione provocò un morto e 13 feriti. The post A Colleferro è esplosa una fabbrica di proiettili e granate da guerra appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Il governo Meloni ha venduto un’azienda militare strategica agli USA
Soltanto un anno fa Tekne era considerata un’azienda strategica, meritevole del Golden Power. Oggi invece è stata scaricata dal governo Meloni, che ha dato il via libera alla cessione del 70% delle quote alla statunitense Nuburu. Fino a questo momento Tekne era posseduta per l’83% da Ambrogio D’Arrezzo. La società è specializzata nella produzione di scudi anti-drone e di sistemi Electromagnetic Pulse (EMP), capaci di disabilitare i circuiti elettronici nemici. Negli anni ha investito parecchio su ricerca e innovazione, accumulando circa 32 milioni di perdite. È finita così nel mirino di Nuburu, azienda della difesa statunitense, che dopo un anno di trattative è riuscita a strappare l’accordo di acquisizione. Il governo Meloni ha subordinato l’operazione ad alcune clausole, come il mantenimento della produzione in Italia e una lista di clienti limitata ai Paesi UE e NATO. L’azienda statunitense ha valutato Tekne 50 milioni di euro e ha presentato un piano di risanamento volto a colmare le difficoltà finanziarie generate dagli investimenti nell’ampliamento delle attività e nello sviluppo di nuovi sistemi, impiegati anche sui blindati in dotazione all’Esercito italiano. Il piano industriale di Nuburu prevede l’espansione delle attività produttive, oggi concentrate a Ortona, in provincia di Chieti, anche in altre aree dell’Abruzzo e dell’Emilia-Romagna. Complessivamente, l’organico dovrebbe crescere fino a 370 dipendenti, inclusi quelli già attualmente impiegati. Nuburu ha dichiarato di voler fare di Tekne «il fulcro della nostra piattaforma integrata per la Difesa e Sicurezza in Italia» e stima di generare ricavi cumulati pari a circa 565 milioni di euro nel periodo 2026-2030. «L’attuale contesto geopolitico impone un criterio di massima precauzione nella valutazione degli elementi di rischio per il sistema di difesa e sicurezza nazionale», si legge nel provvedimento con cui il governo ha autorizzato la cessione delle quote all’azienda statunitense. Palazzo Chigi ha subordinato l’operazione al rispetto di dieci prescrizioni vincolanti, tra cui l’obbligo di «mantenere sul territorio italiano la sede e gli impianti industriali di Tekne» destinati alle attività nel settore della difesa e della sicurezza nazionale e di garantire «la disponibilità delle tecnologie e dei suoi frutti per soddisfare le esigenze della difesa nazionale». Il provvedimento stabilisce inoltre che le conoscenze tecniche utilizzate dalle Forze armate e dalle forze di polizia italiane non vengano «cedute o rivelate ad altri» e limita la commercializzazione dei sistemi ai soli Paesi dell’Unione Europea e della NATO. Non è la prima volta che Nuburu tenta di acquisire Tekne. Già lo scorso anno la società statunitense aveva presentato un’offerta per rilevare l’azienda italiana specializzata in sistemi antidrone, scontrandosi però con il veto del governo, che aveva esercitato i poteri speciali del Golden Power. Lo strumento consente allo Stato di intervenire nelle operazioni riguardanti imprese considerate strategiche per gli interessi nazionali e, nel contesto del riarmo europeo, Tekne era stata ritenuta tale dall’esecutivo. La produzione di sistemi antidrone rappresenta infatti uno dei principali filoni di investimento del piano di riarmo dell’Unione Europea. Tra i progetti più rilevanti figura la realizzazione del cosiddetto “muro antidrone” lungo i confini orientali dell’Unione. The post Il governo Meloni ha venduto un’azienda militare strategica agli USA appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 7, 2026
L'INDIPENDENTE