
Decrescita e rifiuto del potere
Comune-info - Sunday, October 11, 2026In Metapolitica della decrescita (Eleuthera), Serge Latouche ragiona sulla relazione tra decrescita e concetti come bene comune, economia solidale, sobrietà, pluriversalismo, pedagogia delle catastrofi, ma il volume si apre con un capitolo coraggioso sulla democrazia. L’orizzonte di senso, in un tempo contraddistinto da populismi e regimi autoritari o dall’esaltazione per le primarie, è quello della democrazia diretta capace di battere sentieri inediti. Latouche, parlando di autorganizzazione in basso che non aspira a impadronirsi dello Stato, richiama, ad esempio, l’esperienza delle comunità zapatiste ma anche quelle aymara, che il mondo ha conosciuto vent’anni fa con la straordinaria lotta per l’acqua di Cochabamba, riconoscendo importanti affinità con la resistenza gandhiana del satyāgraha (disobbedienza passiva) e del swaraj (autogoverno). “Il rifiuto del potere – scrive – è il modo in cui si esprime la forza dei poveri”. Quanto è profondo il bisogno di cambiare la direzione del nostro sguardo
Uno degli appuntamenti di Transizioni fest 2026. Foto Mag2
La «conversione» massiva del popolo alla decrescita – che resta l’obiettivo degli obiettori di crescita – rappresenta un punto di forza, ma in quanto «potere di» (auctoritas) e non in quanto «potere su» (potestas). I partiti politici possono eventualmente appropriarsi, in tutto o in parte, del progetto e proporre un loro programma e calendario. Ma dal momento che l’esercizio del potere è di per sé un tradimento dell’utopia, si tratta innanzitutto di ottenere dai governanti in carica (quali che siano) il rispetto della volontà del popolo decrescente, non di prendere il suo posto. Non è lo Stato in sé che ci interessa, ma il potere e la dialettica del potere e del contropotere. Detto altrimenti, la decrescita non mira alla presa di potere, ma ad avere una presa sul potere.
A nostro avviso, questa «rivoluzione nella rivoluzione» è stata tentata dal movimento zapatista in Chiapas. Già dalla prima Dichiarazione della Selva Lacandona, l’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) rigetta la presa del potere da parte dell’armata rivoluzionaria. Il che segna una prima rottura con la tradizione latinoamericana, rottura che sarà approfondita in seguito, come lo confermano le numerose dichiarazioni degli zapatisti.
Questa nuova visione ha così tracciato la via per tutta una serie di cambiamenti in America Latina che potrebbero segnare, nei decenni a venire, il destino dell’umanità. La si ritrova anche nei portavoce aymara che hanno portato avanti la guerra dell’acqua nell’aprile del 2000 a Cochabamba. Secondo Oscar Olivera:
«L’esperienza di Cochabamba dimostra che possiamo cambiare il mondo in cui viviamo a partire dalla base, senza fondare un partito, senza vincere le elezioni e senza prendere il potere, solo recuperando la nostra ‘voce’ e superando le nostre ‘paure’».
Il rifiuto del potere è il modo in cui si esprime la forza dei poveri con l’intento di farsi sentire senza correre il rischio di essere traditi. Ed era appunto questa la strategia gandhiana del satyāgraha e del swaraj – resistenza/disobbedienza passiva e autogoverno – che il Partito del Congresso non ha seguito e che Nehru si è affrettato ad abbandonare. Questo rifiuto del potere avvicina il progetto della decrescita all’anarchia, ma qui, a differenza di quest’ultima, non si tratta del rifiuto, per principio, di qualsiasi potere, bensì del rifiuto di esercitarlo in nome del progetto utopico. Il che si ricollega tanto all’idea di Claude Lefort secondo cui il potere non è da prendere, ma da contestare, quanto a certe analisi del filosofo Giorgio Agamben (“La potenza destituente – dice Agamben in un’intervista al quotidiano tedesco Die Zeit del 2015 – deve inventare strategie alternative, la cui definizione sarà il compito della politica a venire. Un potere che sia rovesciato da una violenza costituente tornerà facilmente sotto un’altra forma nell’incessante, desolata, chiusa dialettica tra potere costituente e potere costituito, violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva”).
Il compito della società civile, secondo il movimento della decrescita, dovrebbe quindi consistere nel controllare il potere e nell’esercitare su di esso le pressioni necessarie per ottenere l’accoglimento delle rivendicazioni popolari. Di conseguenza, si tratta di ripensare l’organizzazione politica costruendola a partire dalla società stessa. Come precisa Jérôme Baschet (in La scintilla zapatista),
«L’idea di autonomia non esprime altro che questa logica di autonomizzazione e auto-organizzazione della società; il che non significa che quest’ultima s’impadronisca dello Stato, né che questo scompaia completamente […] così si avrebbe, da un lato, un apparato statale che la società controlla dall’esterno, costringendolo a obbedirle; dall’altro, l’auto-organizzazione della società che costruisce da sé e dal basso nuove forme di potere».
Nel progetto zapatista ritroviamo la preoccupazione – che condividiamo – di conciliare la concretezza della specificità locale con la visione di un mondo al tempo stesso unico e plurale. In altre parole: «Costruire un mondo in cui molti mondi abbiano il loro posto» (subcomandante Marcos, 2009). Se a livello locale il funzionamento dell’autonomia è relativamente agevole, la sfida più ardua sarà sempre quella di impedire l’ingerenza abusiva delle istanze superiori che operano necessariamente più lontane dal controllo della base. Il funzionamento di tali istanze superiori, in questo contesto, fa riemergere la problematica secolare del «buon governo» nel senso tecnico del termine, ovvero la guida della nave che trasporta l’intera società nella direzione del bene comune.
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