
Ma che democrazia è, senza politica?
Comune-info - Wednesday, October 7, 2026Recensione al libro di Italo Di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo edizioni). Dove si spiega, attraverso la lettura delle trasformazioni sociali e di potere degli ultimi decenni, come la democrazia abbia bisogno, per essere tale, di nutrirsi di conflitto e disobbedienza al potere, cioè di politica


Il libro di Italo di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo edizioni) dovrebbe essere preso sul serio. Anzitutto per la lucidità dell’analisi di quanto accaduto nel nostro Paese in questi ultimi decenni. Poi per la riflessione, più in generale, sul senso da dare alla democrazia.
In un recente editoriale del sito “Volere la luna” si ricordava che la democrazia non è democratica ma che può diventarlo, a certe condizioni. Nell’opera citata l’autore ci aiuta a cogliere alcune delle ragioni per le quali la democrazia si è trasformata in punitiva e anche alcune piste per ri-democratizzarla: l’importanza ad esempio del conflitto, costitutivo di ogni processo sociale, della “disobbedienza” come condizione perché il cambiamento accada e in fondo dell’eresia come costante provocazione della politica. Il potere nel libro diventa lo strumento per “recludere” la società tramite la paura e la violenza repressiva, ed è diverso dall’autorità: quest’ultima si definisce come strumento costante nella ricerca del bene comune. La politica è inclusione e dunque opera della giustizia per tutti.
Il libro aiuta a smascherare la menzogna che costruisce il nemico, per la quale i più fragili e vulnerabili sono realtà naturalizzate da cui difendersi. La legalità assunta come unico orizzonte diventa funzionale allo svuotamento della politica che nel Paese ha trovato nella stagione di “Mani Pulite” la grande svolta. La prigione, la scuola, i media, i populismi e il “gentismo” non sono che alcuni dei sintomi della malattia della democrazia. Le leggi, i decreti e la repressione disegnano tutto ciò che esce dal paradigma securitario, inteso come sicurezza per il sistema, come sovversivo.
La conclusione del libro, con l’appello all’abolizionismo, è un’indicazione di percorso. Lo scritto è attraversato da una sola e grande preoccupazione: ridare alla politica il posto che le spetta. Non potrà avvenire senza una lettura cosciente e critica di quanto sta accadendo. Il sistema repressivo-punitivo non è che la logica conseguenza del tradimento della politica e dell’asservimento al neoliberalismo. Ridare consistenza ai legami sociali “feriali” e quotidiani, ri-tessere il conflitto e la disobbedienza come metodi, ricordare che, come diceva don Milani, “il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Quel “da soli”, per dirla con Italo, è il vittimismo.
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