
Una stanza tutta loro
Comune-info - Saturday, October 3, 2026
Pixabay.comCi sono storie che entrano nella nostra vita quasi per caso e poi, giorno dopo giorno, diventano parte di noi. Qualche mese fa ho incontrato una famiglia: papà, mamma e due figlie, richiedenti asilo, che vivevano da qualche anno a Pomigliano d’Arco (Napoli). Abitavano in una vecchia struttura alberghiera non più agibile, affittata loro irregolarmente e in nero. Una situazione abitativa fragile, che li esponeva continuamente al rischio di ritrovarsi da un giorno all’altro senza un tetto.
La famiglia ha iniziato a frequentare il nostro Sportello Diritti, dove abbiamo cercato di accompagnarla nel percorso della protezione internazionale, nell’iscrizione sanitaria e nell’accesso ai servizi e ai diritti.
A un certo punto ho pensato di chiedere aiuto a un caro amico Marco Iasevoli (non perché fosse un consigliere comunale, ma semplicemente perché è un cittadino di Pomigliano d’Arco) che, davanti a una famiglia in difficoltà, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. E Marco, davvero, non si è risparmiato. Ha preso a cuore questa famiglia e, insieme, abbiamo affrontato tante piccole e grandi difficoltà: le questioni scolastiche, l’attivazione dei buoni libro, gli accompagnamenti nel percorso sanitario, il sostegno scolastico per la figlia più piccola. Anche attraverso il nostro Sportello di contrasto allo sfruttamento lavorativo abbiamo accompagnato il papà nell’attivazione del conto corrente necessario per poter regolarizzare il suo percorso lavorativo.
Nel frattempo qualcosa cominciava a cambiare. La mamma aveva trovato un lavoro stabile in una pizzeria, il papà lavorava come guardiano notturno. La famiglia stava lentamente costruendo una propria autonomia, con sacrificio e dignità. Ma c’era ancora un problema enorme: la casa.
La struttura in cui vivevano continuava a essere una sistemazione precaria e il proprietario aveva deciso di mandarli via, dando loro pochi giorni per trovare un’altra soluzione. Per mesi abbiamo cercato una casa. Abbiamo bussato a porte, chiesto, cercato possibilità. Ma trovare un’abitazione in zona, soprattutto per una famiglia migrante, non è stato semplice. A quel punto abbiamo cercato un’altra strada: l’inserimento in accoglienza, in un SAI. Finalmente la risposta è arrivata: la famiglia è stata accolta, anche se in un’altra provincia.
Lunedì li ho accompagnati nella loro nuova casa. E lì è successa una cosa che difficilmente dimenticherò. Quando siamo entrati nell’appartamento e le due bambine hanno visto la loro cameretta, sono esplose di felicità. Sembrava una cosa semplice: due letti, una stanza, uno spazio tutto loro. Ma per quelle bambine, non era semplicemente una cameretta: era sicurezza, era dignità, era la possibilità di sentirsi finalmente a casa, era la fine della paura di dover andare via da un momento all’altro. Le loro facce felici valevano più di mille parole. E in quella felicità c’era anche un pezzo del lavoro fatto insieme, passo dopo passo, senza lasciare quella famiglia sola.
Abbiamo dimostrato che, al di là dei ruoli e degli incarichi, prima di tutto siamo cittadini e persone. E che quando una comunità decide di prendersi cura di qualcuno, anche una piccola cosa può diventare enorme.
Quella cameretta ci ricorda una cosa semplice ma fondamentale: la solidarietà non è dare qualcosa a qualcuno. È camminare insieme finché quella persona non riesce a riprendere in mano la propria vita. E lunedì, vedendo quelle due bambine esplodere di felicità, ho pensato che ne è valsa davvero la pena. Perché dietro ogni pratica, ogni documento, ogni accompagnamento e ogni difficoltà, ci sono persone. Ci sono famiglie. Ci sono bambini e bambine che hanno soltanto bisogno di poter sognare, finalmente, una stanza tutta loro.
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