Un nuovo rapporto Amnesty dettaglia le violenze dell’ICE negli USA

L'INDIPENDENTE - Wednesday, September 30, 2026

Un nuovo rapporto diramato da Amnesty, intitolato “Noi avevamo i fischietti, loro le armi” denuncia massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (ICE), dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie federali statunitensi. Basato su 154 interviste e sull’analisi di 29 video e tre fotografie, l’analisi prende in esame quattro operazioni: Washington DC (Federal Takeover), Chicago (Midway Blitz), New Orleans (Catahoula Crunch) e Minneapolis-St. Paul (Metro Surge e PARRIS). Nell’inchiesta, che si basa su ricerche effettuate tra i mesi di marzo e giugno 2026 nei quattro territori oggetto di analisi e in cui Amnesty chiede l’abolizione dell’ICE, vengono dettagliati arresti arbitrari, discriminazioni razziali, uso eccessivo della forza, uccisioni illegali, sorveglianza illecita e detenzioni crudeli.

Uno dei nuclei centrali del rapporto riguarda le modalità con cui gli agenti dell’ICE, della Border Patrol e di altre agenzie federali avrebbero selezionato le persone da fermare. In tutti e quattro gli scenari ricorre infatti, secondo Amnesty, un modello fondato su razza, colore della pelle, origine nazionale o etnica, lingua, accento, luogo di lavoro e quartiere frequentato. In numerosi casi la verifica dello status migratorio sarebbe avvenuta soltanto dopo il fermo; anche cittadini statunitensi, titolari di uno status regolare, richiedenti asilo, rifugiati e persone indigene sarebbero stati sottoposti a controlli o detenzioni. L’organizzazione qualifica questo schema come una forma sistematica di profilazione razziale. I controlli si sono infatti concentrati in cantieri, ristoranti, parcheggi di ferramenta e quartieri associati alle comunità migranti. In termini numerici, l’operazione Midway Blitz a Chicago ha portato a circa 3.800 detenzioni e 2.500 deportazioni; a Minneapolis-Saint Paul l’operazione Metro Surge, durata 70 giorni, ha superato i 4.000 arresti; a New Orleans, con l’operazione Catahoula Crunch, gli arresti erano già 370 a metà dicembre; nella più ampia regione metropolitana di Washington (DMV), gli arresti dell’ICE hanno raggiunto quasi 20.000 tra gennaio 2025 e marzo 2026.

Il quadro descritto non si limita agli arresti. Amnesty documenta ingressi nelle abitazioni senza mandato, con armi spianate, raid notturni di impostazione militare, veicoli accerchiati, finestrini infranti e persone gettate a terra pur senza opporre resistenza. Gli agenti hanno aperto il fuoco contro sette persone; tre di loro sono state uccise – Silverio Villegas González a Chicago, Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis – e per Amnesty queste tre uccisioni potrebbero configurarsi come esecuzioni extragiudiziali. È la vicenda di Renee Good, cittadina statunitense uccisa mentre con la moglie cercava di avvisare i vicini dell’arrivo degli agenti, a dare il nome al rapporto: il titolo riprende infatti le parole con cui Becca Good, sua moglie, ha ricordato quel momento in una dichiarazione diffusa dopo la morte di Renee: «Mercoledì 7 gennaio ci siamo fermati per sostenere i nostri vicini. Noi avevamo i fischietti. Loro avevano le pistole».

Il rapporto documenta anche condizioni detentive che definisce crudeli, disumane o degradanti in strutture pensate per trattenimenti di poche ore, come il centro di Broadview a Chicago, gli uffici di Chantilly in Virginia e l’edificio federale di Fort Snelling in Minnesota: le persone vi sarebbero rimaste per giorni, ben oltre il limite regolamentare di 72 ore, in condizioni di sovraffollamento, senza assistenza sanitaria e con l’accesso ad avvocati e familiari negato, fino a ipotizzare casi di detenzione incommunicado (in cui il detenuto viene isolato totalmente dal mondo esterno) e possibili sparizioni forzate. Amnesty segnala inoltre l’uso diffuso dell’applicazione di riconoscimento facciale Mobile Fortify, che incrocia i volti fotografati con oltre 200 milioni di documenti governativi e i cui esiti, secondo quanto raccolto dall’organizzazione, sarebbero talvolta considerati dagli agenti più affidabili degli stessi documenti d’identità.

Le conseguenze, sostiene Amnesty, si sono estese ben oltre le persone arrestate o espulse. In diversi quartieri migranti e altre persone razzializzate avrebbero evitato per settimane o mesi di uscire di casa, andare al lavoro, frequentare la scuola, ricevere cure mediche, recarsi nei luoghi di culto o presentarsi agli appuntamenti con le autorità migratorie e alle udienze. I minori avrebbero assistito all’arresto di genitori e caregiver, subito separazioni familiari e assunto nuove responsabilità domestiche. Parallelamente, il rapporto racconta la nascita di reti di quartiere – numeri di emergenza, pattugliamenti civili, corsi sui propri diritti e sistemi di allerta basati sui fischietti – nate per monitorare e segnalare la presenza degli agenti federali.

Secondo Amnesty si tratta di un’impunità strutturale che, come evidenzia il rapporto, precede la stessa amministrazione Trump – risalendo alla nascita dell’ICE nel 2003 e attraversando governi di entrambi gli schieramenti – ma che l’amministrazione in carica ha aggravato con il sostegno pubblico agli agenti coinvolti e l’indebolimento degli organi di controllo interni. L’organizzazione chiede perciò non semplici riforme, ma l’abolizione immediata dell’ICE, insieme alla fine delle politiche di detenzione ed espulsione di massa, definite dell’organizzazione «crudeli» e «razzise», delle pratiche discriminatorie nell’applicazione delle norme migratorie e della sorveglianza di massa.

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