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«Aspiranti fascisti»
Recensione di Gianmarco Martignoni al vademecum scritto dallo storico argentino Federico Finchelstein per contrastare la più grave minaccia alla democrazia   Oltre che eversivo rispetto ad un diritto internazionale già precario e diseguale nella sua    applicazione, il trumpismo al secondo mandato presidenziale sta sferrando un attacco furibondo ai principi fondamentali della democrazia americana, sulla base delle indicazioni provenienti dal
ICE, da Minneapolis a noi: cronache di guerra e di resistenza [22/04]
(L’iniziativa, già precedentemente anticipata, è stata riprogrammata al 22 aprile) Mercoledì 22 aprile, ore 18Via Ponziana 5/B, Trieste Serata di discussione con una compagna in collegamento dagli USA Gli attacchi degli USA e “Israele” all’Iran, ci riguardano. Siamo consci che non saranno i tiranni di due paesi che si dichiarano democratici (qualunque cosa significhi in […]
Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza
Mondiali 2026: notti magiche? Un appello di…
… di Amnesty a proposito degli Usa trumpizzati. A seguire, una (vecchia) storia di calcio e solidarietà tra Bosnia e Italia. Per la terza volta di fila la Nazionale italiana non si è qualificata ai Mondiali di calcio in programma la prossima estate. Tuttavia, è fortemente consigliato firmare l’appello di Amnesty contro le politiche di Trump negli Usa, uno dei
No Kings Day, più di 3.000 eventi in tutti gli Stati Uniti
La terza giornata di mobilitazione No Kings negli Stati Uniti (dopo quelle di giugno e ottobre 2025) ha coinvolto oltre 3.000 località, dalle grandi città ai piccoli centri rurali e quasi 300 organizzazioni. Foto di U.S. Democratic Socialists L’opposizione a Trump e alle sue velleità da re assoluto si è unita alla protesta contro la guerra, il razzismo e la brutale violenza dell’ICE nei confronti degli immigrati. Una sollevazione creativa testimoniata dalle migliaia di cartelli fatti a mano esibiti nelle diverse manifestazioni, un esempio di quella “gentilezza radicale” evocata da Jane Fonda durante l’evento più atteso della giornata: il raduno a St Paul, in Minnesota, a cui hanno partecipato tra l’altro Bruce Springsteen, Joan Baez e Bernie Sanders. Bruce Springsteen ha definito il Minnesota “un’ispirazione per l’intero Paese” e ha eseguito la canzone “Streets of Minneapolis”, dedicata alla resistenza degli abitanti alle retate dell’ICE e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good, uccisi dagli agenti dell’”esercito privato di Trump”, mentre la folla cantava “ICE out now!” A New York Robert De Niro ha partecipato all’enorme manifestazione insieme alla procuratrice generale Leticia James e al reverendo Al Sharpton. Ai link https://www.facebook.com/groups/nokingsprotest https://www.nokings.org/ https://www.facebook.com/TheOther98 https://www.facebook.com/AnonymousLegionWarriors si possono trovare moltissime foto e video delle varie proteste.   Redazione Italia
March 29, 2026
Pressenza
…l’antiscienza del clima…
di Stella Levantesi La crisi climatica è praticamente scomparsa dal dibattito pubblico globale, e non è un caso: è una precisa strategia della seconda amministrazione Trump. Se nel primo mandato era il negazionismo a farla da padrone, ora il manuale del nuovo ostruzionismo climatico si è fatto più subdolo, insidioso e spietato. Ne parla in questa puntata – per il
Storia, fatiche e speranze del popolo chicano – messicani e nativi statunitensi
Ho cercato online uno specialista di orchidee perché mi dispiace ogni volta vederle appassire lentamente e morire. L’esperta spiegava che il 90% vengono malamente invasate in contenitori di plastica con un solo foro sul fondo (a volte manca anche quello) e le loro lunghe radici vengono così tanto compresse da stritorarle. Sebbene mostrino fiori dai colori sgargianti e dalla forma perfetta, in verità stanno morendo per soffocamento. Per salvarle bisogna liberarle dal vaso e ripulirle, tagliando con una forbice sterile la parte radicale ormai secca. Sono piante robuste e si riprenderanno, ma “l’operazione è da fare con cura e amore, perché non vogliamo creare loro altre ferite”. E mentre parlava accarezzava le radici delle piantine. Le radici del mondo vegetale le possiamo toccare e vedere, mentre altre, quelle degli esseri che si muovono, sono immateriali, ma ciò non significa che non siano forti e ben presenti. E quando vengono strappate, che sia per cattiveria, ignoranza o interesse, il soggetto che subisce prova dolore. Bob Marley cantava che i progenitori dei neri americani furono “stolen from Africa”; altri, come i navajo o gli armeni, furono costretti a marce estenuanti per allontanarli dalla loro terra; oggi si propone ai palestinesi l’“emigrazione volontaria”. E poi ci sono altri popoli che vivono come le orchidee: le loro radici sono state inscatolate e compresse nel bieco tentativo di farle morire. Uno di questi è il popolo chicano. Richy Guzman, giovane messicano americano e membro dei Brown Berets, mi ha dato appuntamento a Tierra Mia Coffee, un locale chicano di Long Beach, a sud di Los Angeles, con l’intenzione di farmi gustare un vero caffè al cioccolato messicano e farmi vivere qualcosa della sua cultura. La sala è gremita da persone di ogni età dal chiaro aspetto centro-americano e il frappé al marzapane è delizioso. Sebbene si pensi alla California del sud come la terra delle star e dei surfisti, anche il turista più distratto non può evitare di incontrare i chicano; sono dietro le scrivanie degli uffici e alle casse dei supermercati, ti assistono negli ospedali e nelle banche, li vedi nello specchietto retrovisore della macchina. Sono, semplicemente, la maggioranza. Una maggioranza silenziosa, pacifica e che si lamenta poco e forse per questo in pochi conoscono la loro causa e la discriminazione di cui sono stati e sono ancora oggetto. Proviamo a conoscerli attraverso le parole di Richy. Sono cresciuto in una comunità a nord di Los Angeles, per il 98 % chicana; non tutte le famiglie sono emigrate, alcuni sono messicani che vivono qui da generazioni. Con mia sorella parlavo inglese, ma con i genitori era un segno di rispetto usare lo spagnolo (fino agli anni Sessanta dello scorso secolo era vietato). Nel quartiere succedeva la stessa cosa: tra noi ragazzi parlavamo in inglese, con gli anziani in spagnolo. Ascoltavo la musica che piace a tanti ragazzi, il punk-rock e mangiavo tacos e fajitas; per me quella era l’America e la consideravo la mia patria. E invece nel momento stesso in cui mi sono avventurato per il mondo, ho scoperto che vivevo in una bolla.   È faticoso riconoscersi come chicano?   Si, all’inizio lo è stato. La parola stessa è impegnativa, significa “non di qua-non di là”; accettarla fino a diventarne orgogliosi è un processo che prende tempo, che va a scavare nel profondo, che ti mette a nudo con te stesso. Tutti noi chicano abbiamo subito un indottrinamento bianco e fino a un certo punto della mia vita ero convinto di essere un messicano-americano alla pari degli altri cittadini americani; invece, fuori dalla bolla, l’altra America mi parlava come a un messicano forestiero, usando per altro tutti i più scontati cliché, dai baffi alla musica mariachi. A volte, fingendo di scherzare, mi sono persino sentito chiamare “wetback”(“schiena bagnata”, un termine denigratorio riferito a chi entra di nascosto negli Stati Uniti attraversando il fiume che fa confine con il Messico). Mai si permetterebbero simili libertà con un nero; così a un certo punto ho realizzato che non importa quello che fai e quanto ti sforzi, la maggior parte dei bianchi non ti vedrà mai come uguale a loro. Raccontami dei Brown Berets. Fu durante il servizio militare – sono stato in Marina per poter studiare fotografia e giornalismo – che tante piccole cose che non tornavano, indizi che negavo, composero un quadro chiaro. Dovetti accettare che non ero considerato nello stesso modo di un cittadino americano bianco. Tornato a casa sentii un gran bisogno di cercare le mie radici e incontrai i Brown Berets. Il gruppo è nato nel 1967 per aiutare il popolo messicano e nativo a emanciparsi e a reagire ai soprusi di cui erano vittime. Hanno fatto tanto per noi, tante battaglie; ad esempio è merito dei B.B. se in California nelle scuole è incluso il pasto. Prima era una spesa che le famiglie dovevano sostenere e per molte era difficile. Crediamo molto nella comunità e ci poniamo totalmente al suo servizio. Si tratta di una comunità interamente nativa e messicana? No, siamo tutti mischiati. Anche i B.B. non sono un gruppo chiuso, accogliamo chiunque sia motivato a difendere e proteggere i più deboli dalle ingiustizie.  Nel nostro gruppo c’è una donna bianca che crede molto nella causa; è sposata con un chicano, ma lui non ha voluto impegnarsi, mentre lei lo ha fatto e si trova benissimo. Che cosa succede con l’ICE? Danno da fare anche a voi? Sì, l’ICE ci dà un bel po’ da fare, ma soprattutto la nostra America, quella chicana, è costituita da nativi. In molti Stati dell’Ovest siamo la maggioranza, quindi come possono dirmi che loro proteggono l’America? Di quale America stiamo parlando? E che cosa fate? Come associazione offriamo sostegno economico e tutela legale e organizziamo feste: andiamo in un parco, montiamo tendoni e mettiamo bancarelle con cibo, vestiti, libri, gratuiti ovviamente, organizziamo giochi per bambini e facciamo musica. Una vera festa, ma circondiamo l’area e la pattugliamo perché ICE non si avvicini. Molti immigrati, intere famiglie, vivono segregati in casa; poter uscire e svagarsi è importante per tutti. Nel Giorno del Ringraziamento è venuta fuori una festa proprio bella. Recentemente sono emerse scomode verità su César Chavez, un leader contadino che negli anni Sessanta si è battuto per i diritti dei chicano. Alcune anziane militanti lo hanno accusato di averle violentate da ragazze. Che cosa significa questo per la causa chicana? Assolutamente nulla. I B.B. da molti anni hanno preso le distanze da Chavez; i politici (democratici) lo celebrano perché fa loro comodo, ma in pochi sanno che già a quei tempi le sue rivendicazioni erano limitate ai contadini residenti e cittadini. Chavez era contrario all’immigrazione e sosteneva che i braccianti venivano a rubare il lavoro. Questo fatto recente è solo un’ulteriore testimonianza che non era un uomo integro. Diversi gruppi di B.B. hanno emesso comunicati in cui si dichiara che “siamo vicini a Dolores Huerta e a tutte le donne che vorranno uscire dall’oblio. La verità va sostenuta e il nostro compito di tenere alta la fiaccola della causa chicana è diventato ancora più importante. È venuto il momento di salutarci. Ci abbracciamo calorosamente. Potrei essere un moscerino al cospetto di Richy, che ha la struttura tipica dei messicani nativi, spalle imponenti e un petto maestoso; impossibile per me abbracciarlo tutto. Mentre guido nel traffico rifletto. Ci sono popoli, come il mio, che secoli fa hanno elaborato la consapevolezza di diventare un popolo e riconoscersi in un territorio e infatti studiamo il Risorgimento; pensiamo mai che ce ne sono altri che stanno oggi elaborando le proprie radici? Chi sono? Da dove vengono? Che cosa gli corrisponde? Il caso dei chicano è particolarmente interessante perché rappresentano un popolo, e lo dicono i numeri, antico e giovane nello stesso tempo. Il loro sogno è di poter celebrare come patria quella che chiamano Aztlan, “la nostra terra indigena” (Richy mi mostra il nome scritto a caratteri cubitali e colorato sulla maglietta che indossa). È sbagliato? Non ci siamo noi liberati da secoli di dominazioni? Un popolo non prende forma in un giorno, è un fenomeno complesso e stratificato. È Richy a propormi questa visione e si dimostra ben conscio di vivere in un multiculturalismo che potrebbe essere un bene, se non fosse che una parte è cieca. Sempre recentemente ho scambiato due chiacchiere con due simpatiche signore bianche dagli occhi azzurri e lucenti. Erano state in Italia e ammiravano la nostra storia e i muri spessi delle nostre case e si lamentavano dicendo che loro hanno una storia così breve. No, signore care, in questa immensa terra millenni fa i pueblo costruivano splendidi villaggi a più piani in adobe, mattoni robusti che proteggono dal caldo e dal freddo. Quando i vostri progenitori sono arrivati questa terra non era vuota e possedeva già una lunga storia.           Marina Serina
March 27, 2026
Pressenza
USA – Texas: “Antifa” in tribunale come cellula terrorista
L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump che definisce “antifa” una organizzazione terroristica domestica riaccende un nodo giuridico e politico già emerso durante il suo primo mandato: negli Stati Uniti non esiste infatti un quadro legale che consenta di designare gruppi interni come terroristi, a differenza di quanto avviene per organizzazioni straniere. Esperti di politica interna sottolineano come “antifa” non sia un’organizzazione strutturata, ma una galassia fluida e decentralizzata di attivisti, priva di gerarchie, iscritti o leadership, rendendo la definizione stessa difficilmente applicabile sul piano legale. In questo contesto si inserisce anche un passaggio decisivo: in Texas, un gruppo di manifestanti è stato riconosciuto colpevole di aver fornito supporto al terrorismo e di altri reati, in un caso molto seguito in cui l’accusa ha sostenuto che attivisti anti-ICE facessero parte di una cellula “antifa”. Il processo, legato a una protesta del 4 luglio al Prairieland detention center nei pressi di Fort Worth, rappresenta la prima volta in cui il governo statunitense porta in tribunale l’idea di “antifa” come organizzazione terroristica. Un precedente che molti osservatori considerano un banco di prova cruciale per il Primo Emendamento e per l’uso estensivo delle leggi antiterrorismo contro il dissenso politico. Ne parliamo con la giornalista Giovanna Branca, che scrive per il Manifesto ed è coautrice del podcast Sindrome Americana.
March 19, 2026
Radio Blackout - Info
Il nuovo regolamento UE sui rimpatri prepara l’ICE europea
All’inizio di questa settimana la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo ha dato via libera alla nuova proposta del Regolamento Rimpatri, che dopo un breve passaggio in plenaria diventerà oggetto di trattative del trilogo, cioè di Strasburgo con Consiglio e Commissione Europei. […] L'articolo Il nuovo regolamento UE sui rimpatri prepara l’ICE europea su Contropiano.
March 14, 2026
Contropiano