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Usa, il boia di Stato cerca di uccidere Christa Pike senza…
… senza riuscirci. La denuncia di Amnesty, un articolo di Giovanna Branca e una nota della Bottega. Quelle che avrebbero dovuto essere le ultime ore di vita di Christa Pike sono state un’atroce replica della sofferenza che aveva vissuto da piccola. Per 40 minuti, due volte, gli addetti all’esecuzione dello stato del Tennessee hanno provato a iniettarle per vena i farmaci
Un nuovo rapporto Amnesty dettaglia le violenze dell’ICE negli USA
Un nuovo rapporto diramato da Amnesty, intitolato “Noi avevamo i fischietti, loro le armi” denuncia massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (ICE), dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie federali statunitensi. Basato su 154 interviste e sull’analisi di 29 video e tre fotografie, l’analisi prende in esame quattro operazioni: Washington DC (Federal Takeover), Chicago (Midway Blitz), New Orleans (Catahoula Crunch) e Minneapolis-St. Paul (Metro Surge e PARRIS). Nell’inchiesta, che si basa su ricerche effettuate tra i mesi di marzo e giugno 2026 nei quattro territori oggetto di analisi e in cui Amnesty chiede l’abolizione dell’ICE, vengono dettagliati arresti arbitrari, discriminazioni razziali, uso eccessivo della forza, uccisioni illegali, sorveglianza illecita e detenzioni crudeli. Uno dei nuclei centrali del rapporto riguarda le modalità con cui gli agenti dell’ICE, della Border Patrol e di altre agenzie federali avrebbero selezionato le persone da fermare. In tutti e quattro gli scenari ricorre infatti, secondo Amnesty, un modello fondato su razza, colore della pelle, origine nazionale o etnica, lingua, accento, luogo di lavoro e quartiere frequentato. In numerosi casi la verifica dello status migratorio sarebbe avvenuta soltanto dopo il fermo; anche cittadini statunitensi, titolari di uno status regolare, richiedenti asilo, rifugiati e persone indigene sarebbero stati sottoposti a controlli o detenzioni. L’organizzazione qualifica questo schema come una forma sistematica di profilazione razziale. I controlli si sono infatti concentrati in cantieri, ristoranti, parcheggi di ferramenta e quartieri associati alle comunità migranti. In termini numerici, l’operazione Midway Blitz a Chicago ha portato a circa 3.800 detenzioni e 2.500 deportazioni; a Minneapolis-Saint Paul l’operazione Metro Surge, durata 70 giorni, ha superato i 4.000 arresti; a New Orleans, con l’operazione Catahoula Crunch, gli arresti erano già 370 a metà dicembre; nella più ampia regione metropolitana di Washington (DMV), gli arresti dell’ICE hanno raggiunto quasi 20.000 tra gennaio 2025 e marzo 2026. Il quadro descritto non si limita agli arresti. Amnesty documenta ingressi nelle abitazioni senza mandato, con armi spianate, raid notturni di impostazione militare, veicoli accerchiati, finestrini infranti e persone gettate a terra pur senza opporre resistenza. Gli agenti hanno aperto il fuoco contro sette persone; tre di loro sono state uccise – Silverio Villegas González a Chicago, Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis – e per Amnesty queste tre uccisioni potrebbero configurarsi come esecuzioni extragiudiziali. È la vicenda di Renee Good, cittadina statunitense uccisa mentre con la moglie cercava di avvisare i vicini dell’arrivo degli agenti, a dare il nome al rapporto: il titolo riprende infatti le parole con cui Becca Good, sua moglie, ha ricordato quel momento in una dichiarazione diffusa dopo la morte di Renee: «Mercoledì 7 gennaio ci siamo fermati per sostenere i nostri vicini. Noi avevamo i fischietti. Loro avevano le pistole». Il rapporto documenta anche condizioni detentive che definisce crudeli, disumane o degradanti in strutture pensate per trattenimenti di poche ore, come il centro di Broadview a Chicago, gli uffici di Chantilly in Virginia e l’edificio federale di Fort Snelling in Minnesota: le persone vi sarebbero rimaste per giorni, ben oltre il limite regolamentare di 72 ore, in condizioni di sovraffollamento, senza assistenza sanitaria e con l’accesso ad avvocati e familiari negato, fino a ipotizzare casi di detenzione incommunicado (in cui il detenuto viene isolato totalmente dal mondo esterno) e possibili sparizioni forzate. Amnesty segnala inoltre l’uso diffuso dell’applicazione di riconoscimento facciale Mobile Fortify, che incrocia i volti fotografati con oltre 200 milioni di documenti governativi e i cui esiti, secondo quanto raccolto dall’organizzazione, sarebbero talvolta considerati dagli agenti più affidabili degli stessi documenti d’identità. Le conseguenze, sostiene Amnesty, si sono estese ben oltre le persone arrestate o espulse. In diversi quartieri migranti e altre persone razzializzate avrebbero evitato per settimane o mesi di uscire di casa, andare al lavoro, frequentare la scuola, ricevere cure mediche, recarsi nei luoghi di culto o presentarsi agli appuntamenti con le autorità migratorie e alle udienze. I minori avrebbero assistito all’arresto di genitori e caregiver, subito separazioni familiari e assunto nuove responsabilità domestiche. Parallelamente, il rapporto racconta la nascita di reti di quartiere – numeri di emergenza, pattugliamenti civili, corsi sui propri diritti e sistemi di allerta basati sui fischietti – nate per monitorare e segnalare la presenza degli agenti federali. Secondo Amnesty si tratta di un’impunità strutturale che, come evidenzia il rapporto, precede la stessa amministrazione Trump – risalendo alla nascita dell’ICE nel 2003 e attraversando governi di entrambi gli schieramenti – ma che l’amministrazione in carica ha aggravato con il sostegno pubblico agli agenti coinvolti e l’indebolimento degli organi di controllo interni. L’organizzazione chiede perciò non semplici riforme, ma l’abolizione immediata dell’ICE, insieme alla fine delle politiche di detenzione ed espulsione di massa, definite dell’organizzazione «crudeli» e «razzise», delle pratiche discriminatorie nell’applicazione delle norme migratorie e della sorveglianza di massa. The post Un nuovo rapporto Amnesty dettaglia le violenze dell’ICE negli USA appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 30, 2026
L'INDIPENDENTE
CS Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher.
È uscito oggi un nuovo rapporto di Amnesty International sulle atrocità compiute dalle Forze di supporto rapido in Sudan, a El Fas Qui sotto il comunicato stampa con il link al report Nuovo rapporto di Amnesty International sul Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher, “macchia sulla coscienza dell’umanità” In evidenza: * le Forze di supporto rapido (Fsr) hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica * bambine e bambini presi intenzionalmente di mira durante gli attacchi delle Fsr * l’urgente bisogno di un cessate il fuoco e di protezione internazionale In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) di aver commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante la conquista di El Fasher, nello stato sudanese del Darfur settentrionale. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto un immediato cessate il fuoco e l’urgente dispiegamento di una forza internazionale per proteggere la popolazione civile. Il rapporto, intitolato “Città sotto assedio, bambine e bambini sotto tiro”, descrive uccisioni, ferimenti, pestaggi, torture e arresti avvenuti dall’inizio del 2024 a ottobre del 2025 nella città di El Fasher e nei suoi dintorni, mentre le Fsr combattevano con le Forze armate sudanesi e le Forze congiunte, alleate dell’esercito, in una guerra che stava devastando il Darfur settentrionale. In quel periodo le Fsr si sono rese responsabili dei crimini di uccisione, trasferimento forzato, imprigionamento, stupro, schiavitù sessuale, ulteriori forme di violenza sessuale, schiavitù, sterminio e persecuzione. Centinaia di migliaia di bambine e bambini sono stati sfollati, molti dei quali a ripetizione, rischiando di essere uccisi o di rimanere feriti durante gli attacchi o la fuga. Gli orfani non si contano. Persone con disabilità e anziane sono state vittime di attacchi mirati, abbandonate ed escluse da forme essenziali di assistenza. Durante i loro attacchi nel Darfur settentrionale, le Fsr hanno regolarmente usato l’espressione falangay, che indica servitù o schiavitù, riferendosi alle popolazioni civili di etnia non araba. “La guerra in Sudan è una guerra contro i civili. Il mondo era stato messo in guardia sugli orrori cui la popolazione civile di El Fasher sarebbe andata incontro durante l’assedio delle Fsr. Questa è una macchia sulla coscienza dell’umanità”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “I civili non sono stati un danno collaterale della violenza. Spesso sono stati presi di mira e hanno patito sofferenze immense, vittime di uccisioni, ferimenti, stupri, rapimenti e reclutamenti forzati su scala massiccia”, ha aggiunto Callamard. “Occorrono urgentemente un cessate il fuoco a livello nazionale e il dispiegamento di una forza internazionale indipendente e dotata di risorse adeguate a proteggere la popolazione civile dai crimini di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Se la comunità internazionale non agirà con urgenza, gli attacchi contro i civili, l’immensa sofferenza e i traumi inferti alle bambine e ai bambini proseguiranno senza sosta”, ha commentato Callamard. Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 247 persone, 208 delle quali (169 adulte e 39 bambine e bambini) hanno subito le conseguenze del conflitto o ne sono state testimoni. Il rapporto inoltre analizza materiale tratto da fonti aperte, tra cui 89 video e molte immagini satellitari. Il 10 giugno 2026 Amnesty International ha scritto al generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Fsr, presentandogli le conclusioni del suo rapporto. Al momento della pubblicazione non aveva ricevuto alcuna risposta. L’analisi delle prove raccolte nello spazio geografico e temporale esaminato ha portato Amnesty International alla conclusione, senza alcuna riserva, che le Fsr abbiano commesso il crimine di persecuzione basata sull’identità etnica. Gli atti documentati in questo rapporto, così come ulteriori crimini oggetto di altre indagini, possono essere riferiti al crimine di genocidio, tema su cui l’organizzazione per i diritti umani sta attualmente indagando. L’assedio come arma di guerra  Nel novembre 2023 le Fsr controllavano quattro delle cinque capitali del Darfur. Mancava quella del Darfur settentrionale, El Fasher. All’inizio del 2024 hanno avviato attacchi sistematici contro le città, i villaggi e i campi per sfollati intorno ad El Fasher, colpendo i civili, facendo razzie e dando alle fiamme infrastrutture civili. Molte delle comunità attaccate erano prevalentemente di etnia zaghawa. Durante i loro attacchi, le Fsr hanno incendiato le abitazioni di persone fuggite da tempo, dando l’idea che il loro obiettivo fosse quello di rendere quelle zone inabitabili. Queste azioni, insieme al continuo controllo territoriale esercitato dalle Fsr e all’impedimento alle persone fuggite di tornare, costituiscono il crimine di pulizia etnica. Nel dicembre 2024 Yagoub*, un ragazzo zaghawa di 17 anni, si trovava presso la fattoria della famiglia nei pressi di Abu Zerega, 35 chilometri a sud di El Fasher. Quando le Fsr hanno attaccato, ha tentato di fuggire ma è stato arrestato: “Mi hanno legato e picchiato con un bastone e col calcio di un Ak-47. Poi è arrivato un tipo su un cammello e ha detto ‘Questo è il figlio di un falangay’ e mi ha sparato a una gamba”. Yagoub ora ha bisogno delle stampelle per camminare. Otto dei suoi cugini, quattro dei quali di età compresa tra 11 e 17 anni, sono stati uccisi nel corso dell’attacco. A partire da maggio 2024, via via che i villaggi intorno a El Fasher venivano spopolati a forza, le Fsr hanno stretto brutalmente d’assedio la capitale, limitando l’ingresso di cibo e di forniture umanitarie e bombardandola quasi quotidianamente. Per far fronte alla fame, la popolazione è stata costretta a mangiare ambaz, un derivato dalla produzione di olio di arachidi usato normalmente come cibo per il bestiame. Tutta la popolazione civile, ma soprattutto le bambine e i bambini su cui le malattie e la malnutrizione possono avere effetti irreversibili, hanno subito le conseguenze di questa carestia provocata dall’uomo. Le donne intervistate da Amnesty International hanno raccontato cos’ha voluto dire partorire in condizioni di grave privazione e stress, in rifugi sotterranei, in ospedali sotto bombardamento o in fuga dalla violenza. Impossibilitate ad alimentarsi adeguatamente, non potevano produrre abbastanza latte per i neonati. Senza alcuna prospettiva di sicurezza, molte di loro hanno dovuto assistere all’agonia dei loro piccoli. Rashida*, 39 anni, ha perso il figlio più piccolo di un anno nell’agosto 2025: “Era diventato molto debole e non prendeva il latte. Si era fatto magrissimo”. La conquista di El Fasher Il 26 ottobre 2025 le Fsr hanno lanciato l’offensiva finale contro El Fasher. La popolazione civile che tentava di fuggire si è imbattuta in una barriera di sabbia ampia 57 chilometri. È iniziato il massacro: centinaia di persone sono state uccise, molte altre torturate o imprigionate.  Quasi tutte le persone sopravvissute intervistate da Amnesty International sono state testimoni di uccisioni, stupri, altre forme di tortura e cattura di ostaggi. Una donna di 58 anni ha visto oltre 1000 corpi: “Le persone uccise sono state buttate all’interno della barriera di sabbia. Le Fsr dicevano che l’avrebbero riempita di cadaveri”. Tra questi, molti bambini e bambine. Taiseer*, una zaghawa di 68 anni fuggita coi suoi cinque nipoti, ha raccontato che le Fsr hanno sparato a morte contro un bambino di 12 anni che era con loro. Zubeida*, una bambina di 15 anni, è l’unica sopravvissuta al massacro di circa 25 persone solo perché ha detto due bugie: che era “mezza araba” e che suo padre era nelle Fsr. Ha assistito all’uccisione di adulti e bambini e di donne che avevano opposto resistenza allo stupro. Chi è rimasto a El Fasher ha assistito a terribili violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha parlato con 18 tra pazienti, loro parenti e operatori sanitari che erano all’interno della Clinica materna saudita quando le Fsr hanno attaccato la struttura, uccidendo decine di civili. Le strutture sanitarie sono protette dal diritto internazionale umanitario e attaccarle costituisce un crimine di guerra. Violenza sessuale, cattura di ostaggi e arruolamento di bambini  Le Fsr hanno commesso stupri e altre forme di violenza sessuale su scala massiccia. Amnesty International ha intervistato 26 persone sopravvissute alla violenza sessuale, tra le quali 20 donne e, di queste ultime, quattro minorenni. Tutte hanno descritto le gravi umiliazioni cui sono state sottoposte, con conseguenze fisiche e psicologiche di lungo periodo. Tasneem*, una zaghawa di 13 anni, è stata rapita nell’aprile 2025 quando le Fsr hanno attaccato il suo villaggio a ovest di El Fasher. Al momento dell’attacco, stava pascolando le greggi insieme al padre. Suo padre è stato ucciso e lei catturata e portata a El Dain, a circa 350 chilometri di distanza: “[La prima volta che mi hanno stuprata] erano in tre. Mi hanno bendata e mi hanno costretta a stare a terra. Mi hanno detto che era per colpa dei ragazzi del mio gruppo, dei falangayat, che combattevano contro di loro”. Le Fsr hanno inoltre arrestato illegalmente persone civili, trattenendole in molti casi a scopo di riscatto e spesso in condizioni terribili. Amnesty International ha intervistato 45 persone che avevano trascorso periodi di detenzione, tra le quali bambini anche di soli 13 anni, tra luglio 2024 e gennaio 2026, sottoposte a violenza e a trattamenti degradanti: pestaggi, offese di natura etnica, diniego di acqua e cibo, sovraffollamento e mancanza d’aria. Decine se non centinaia di persone sono morte di disidratazione o malattie. Amnesty International ha intervistato nove uomini trattenuti nel centro di detenzione di Mina al-Bari, situato nella periferia orientale di El Fasher, per periodi anche di cinque mesi tra la metà del 2024 e l’inizio del 2026. Hanno riferito di essere stati confinati in container tenuti chiusi per la maggior parte del tempo, con un caldo asfissiante e con pochissima circolazione d’aria. Queste sono due testimonianze: “Non potevamo allungare le gambe, non potevamo dormire sdraiati. Quelli delle Fsr dicevano che non gl’importava se saremmo morti”. “Il mio corpo era completamente disidratato, io e molte altre persone svenivamo. Una volta le Fsr, pensando che fossimo morti, ci hanno gettato fuori dal container, poi si sono accorte che eravamo ancora vivi, ci hanno riportato nel container e ci hanno torturati”. Amnesty International ha anche documentato il massiccio ricorso, da parte delle Fsr, all’arruolamento e all’impiego di bambini appartenenti a gruppi arabi alleati o a gruppi non arabi, in questo caso rapiti durante gli attacchi ai villaggi e ai campi per sfollati. A loro veniva chiesto di combattere, raccogliere informazioni o badare al bestiame. Rashid* è stato rapito dalle Fsr nel luglio 2024, quando aveva circa 17 anni. Per quasi nove mesi è stato costretto a occuparsi delle capre. Era sorvegliato da tre ragazzi armati, a loro volta arruolati dalle Fsr, che lo sottoponevano a umiliazioni e pestaggi e gli negavano acqua e cibo: “Mi controllavano e quando cercavo di riposare mi puntavano le armi addosso. Mi hanno picchiato su ogni parte del corpo”. Chi sono i comandanti  Amnesty International ha identificato comandanti delle Fsr responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Le Fsr hanno filmato esecuzioni di massa e poi condiviso le immagini. Amnesty International ha verificato 19 video di un grande massacro avvenuto nei pressi della barriera di sabbia, 12 chilometri a nordovest di El Fasher. In nove di essi si vede il comandante delle Fsr Al-Fateh Abdullah Idris, noto come ‘Abu Lulu’, uccidere persone fatte prigioniere che indossavano abiti civili. Tra gli alti comandanti delle Fsr nel centro di detenzione di Mina al-Bari figurano il maggiore Gedo Hamdan Ahmed Mohamed (“Abu Shoukh”), che ha diretto gli interrogatori e ha partecipato alle torture, e il colonnello Abbas Khater Bakhtir, che ordinava le torture e si occupava del pagamento dei riscatti. Queste violazioni si sono verificate ripetutamente e su vasta scala e ciò porta alla conclusione che persone con ruolo di autorità conoscessero, o avrebbero dovuto conoscere, ciò che stava accadendo e non sono intervenute per fermarlo o per punire i responsabili. Raccomandazioni “La comunità internazionale deve andare oltre le espressioni di preoccupazione e agire concretamente per proteggere i civili e spezzare il ciclo dell’impunità”, ha sottolineato Callamard. “Il Sudan è stato colpito duramente dal taglio ai finanziamenti umanitari, che ha aggravato una già catastrofica crisi dei diritti umani ai danni di una comunità che ha perso ogni cosa. Tutti i partner internazionali del Sudan dovranno assicurare che aiuti adeguati raggiungano le persone rifugiate e sfollate e che siano messi a disposizione servizi specifici per le bambine e i bambini”, ha aggiunto Callamard. “Occorrerà anche rafforzare i meccanismi di accertamento delle responsabilità dando il necessario sostegno a quelli esistenti, come la Corte penale internazionale e le Missioni di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e dell’Unione africana. I comandanti identificati in questo rapporto dovranno essere sottoposti a indagini e, nel caso emergano sufficienti prove ammissibili, processati”, ha proseguito Callamard. “Tutti gli stati dovranno immediatamente cessare di fornire armi e munizioni a ogni parte coinvolta nel conflitto del Sudan e anche agli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore delle Fsr, fino a quando non rispetteranno l’embargo sulle armi dichiarato dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dovrà ampliare al resto del Sudan l’embargo attualmente vigente sull’invio di armi in Darfur”, ha concluso Callamard. *I nomi sono stati modificati per ragioni di sicurezza. Per maggiori informazioni: www.amnesty.it/5×1000 Amnesty International
July 1, 2026
Pressenza