Un nuovo rapporto Amnesty dettaglia le violenze dell’ICE negli USA
Un nuovo rapporto diramato da Amnesty, intitolato “Noi avevamo i fischietti,
loro le armi” denuncia massicce violazioni dei diritti umani perpetrate
dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (ICE),
dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie
federali statunitensi. Basato su 154 interviste e sull’analisi di 29 video e tre
fotografie, l’analisi prende in esame quattro operazioni: Washington DC (Federal
Takeover), Chicago (Midway Blitz), New Orleans (Catahoula Crunch) e
Minneapolis-St. Paul (Metro Surge e PARRIS). Nell’inchiesta, che si basa su
ricerche effettuate tra i mesi di marzo e giugno 2026 nei quattro territori
oggetto di analisi e in cui Amnesty chiede l’abolizione dell’ICE, vengono
dettagliati arresti arbitrari, discriminazioni razziali, uso eccessivo della
forza, uccisioni illegali, sorveglianza illecita e detenzioni crudeli.
Uno dei nuclei centrali del rapporto riguarda le modalità con cui gli agenti
dell’ICE, della Border Patrol e di altre agenzie federali avrebbero selezionato
le persone da fermare. In tutti e quattro gli scenari ricorre infatti, secondo
Amnesty, un modello fondato su razza, colore della pelle, origine nazionale o
etnica, lingua, accento, luogo di lavoro e quartiere frequentato. In numerosi
casi la verifica dello status migratorio sarebbe avvenuta soltanto dopo il
fermo; anche cittadini statunitensi, titolari di uno status regolare,
richiedenti asilo, rifugiati e persone indigene sarebbero stati sottoposti a
controlli o detenzioni. L’organizzazione qualifica questo schema come una forma
sistematica di profilazione razziale. I controlli si sono infatti concentrati in
cantieri, ristoranti, parcheggi di ferramenta e quartieri associati alle
comunità migranti. In termini numerici, l’operazione Midway Blitz a Chicago ha
portato a circa 3.800 detenzioni e 2.500 deportazioni; a Minneapolis-Saint Paul
l’operazione Metro Surge, durata 70 giorni, ha superato i 4.000 arresti; a New
Orleans, con l’operazione Catahoula Crunch, gli arresti erano già 370 a metà
dicembre; nella più ampia regione metropolitana di Washington (DMV), gli arresti
dell’ICE hanno raggiunto quasi 20.000 tra gennaio 2025 e marzo 2026.
Il quadro descritto non si limita agli arresti. Amnesty documenta ingressi nelle
abitazioni senza mandato, con armi spianate, raid notturni di impostazione
militare, veicoli accerchiati, finestrini infranti e persone gettate a terra pur
senza opporre resistenza. Gli agenti hanno aperto il fuoco contro sette persone;
tre di loro sono state uccise – Silverio Villegas González a Chicago, Renee Good
e Alex Pretti a Minneapolis – e per Amnesty queste tre uccisioni potrebbero
configurarsi come esecuzioni extragiudiziali. È la vicenda di Renee Good,
cittadina statunitense uccisa mentre con la moglie cercava di avvisare i vicini
dell’arrivo degli agenti, a dare il nome al rapporto: il titolo riprende infatti
le parole con cui Becca Good, sua moglie, ha ricordato quel momento in una
dichiarazione diffusa dopo la morte di Renee: «Mercoledì 7 gennaio ci siamo
fermati per sostenere i nostri vicini. Noi avevamo i fischietti. Loro avevano le
pistole».
Il rapporto documenta anche condizioni detentive che definisce crudeli, disumane
o degradanti in strutture pensate per trattenimenti di poche ore, come il centro
di Broadview a Chicago, gli uffici di Chantilly in Virginia e l’edificio
federale di Fort Snelling in Minnesota: le persone vi sarebbero rimaste per
giorni, ben oltre il limite regolamentare di 72 ore, in condizioni di
sovraffollamento, senza assistenza sanitaria e con l’accesso ad avvocati e
familiari negato, fino a ipotizzare casi di detenzione incommunicado (in cui il
detenuto viene isolato totalmente dal mondo esterno) e possibili sparizioni
forzate. Amnesty segnala inoltre l’uso diffuso dell’applicazione di
riconoscimento facciale Mobile Fortify, che incrocia i volti fotografati con
oltre 200 milioni di documenti governativi e i cui esiti, secondo quanto
raccolto dall’organizzazione, sarebbero talvolta considerati dagli agenti più
affidabili degli stessi documenti d’identità.
Le conseguenze, sostiene Amnesty, si sono estese ben oltre le persone arrestate
o espulse. In diversi quartieri migranti e altre persone razzializzate avrebbero
evitato per settimane o mesi di uscire di casa, andare al lavoro, frequentare la
scuola, ricevere cure mediche, recarsi nei luoghi di culto o presentarsi agli
appuntamenti con le autorità migratorie e alle udienze. I minori avrebbero
assistito all’arresto di genitori e caregiver, subito separazioni familiari e
assunto nuove responsabilità domestiche. Parallelamente, il rapporto racconta la
nascita di reti di quartiere – numeri di emergenza, pattugliamenti civili, corsi
sui propri diritti e sistemi di allerta basati sui fischietti – nate per
monitorare e segnalare la presenza degli agenti federali.
Secondo Amnesty si tratta di un’impunità strutturale che, come evidenzia il
rapporto, precede la stessa amministrazione Trump – risalendo alla nascita
dell’ICE nel 2003 e attraversando governi di entrambi gli schieramenti – ma che
l’amministrazione in carica ha aggravato con il sostegno pubblico agli agenti
coinvolti e l’indebolimento degli organi di controllo interni. L’organizzazione
chiede perciò non semplici riforme, ma l’abolizione immediata dell’ICE, insieme
alla fine delle politiche di detenzione ed espulsione di massa, definite
dell’organizzazione «crudeli» e «razzise», delle pratiche discriminatorie
nell’applicazione delle norme migratorie e della sorveglianza di massa.
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