
Il grande inganno del «Sì, puoi»: se la libertà capitalista coincide con il burnout
Pressenza - Saturday, September 26, 2026Han, filosofo, ci spiega e svela uno dei meccanismi più infidi e mostruosi del capitalismo che uccide, oggi più di ieri.
Non fatevi ingannare dal mito della prestazione individuale. È il momento di disubbidire. Bisogna fare resistenza civile nonviolenta.
C’era un tempo in cui il capitale aveva il volto feroce del padrone di fabbrica. C’erano i cancelli, i cartellini da timbrare, le tute blu e i divieti. Era la società disciplinare descritta dai filosofi del Novecento: un sistema autoritario, certo, ma che quantomeno manteneva intatta una linea di demarcazione chiarissima. Da una parte i dominanti, dall’altra i dominati. Il nemico era visibile, tangibile, e contro di lui si poteva – e si doveva – organizzare il conflitto.
Oggi quel muro è crollato, ma non per fare spazio alla liberazione dell’essere umano. Al contrario, il capitalismo avanzato ha compiuto il suo capolavoro più perverso: ha interiorizzato il padrone. Nel suo fulminante saggio La società della stanchezza, Byung-Chul Han ha scoperchiato il meccanismo di questa mutazione antropologica. Siamo passati dal paradigma del “Tu devi” a quello, apparentemente progressista e accattivante, del “Tu puoi”.
È la nascita della società della prestazione. Il lavoratore contemporaneo non si percepisce più come un proletario sfruttato, ma come un “imprenditore di se stesso”. Ci specchiamo nella retorica tossica del self-made man, del multitasking elevato a virtù, della reperibilità totale scambiata per flessibilità. Ci viene venduta l’illusione di una totale autonomia: gestisci i tuoi orari, ottimizza le tue performance, monetizza le tue passioni. Ma la verità dietro questo paravento neoliberista è radicale: non siamo liberi, siamo gli aguzzini di noi stessi.
L’auto-sfruttamento volontario è infinitamente più efficiente di quello imposto dall’esterno. Quando il carnefice coincide con la vittima, la lotta di classe diventa impossibile perché la guerra si sposta all’interno del nostro stesso Io. Se fallisci, se non arrivi a fine mese, se non sei abbastanza performante, la colpa è solo tua. Non del mercato cinico, non della precarizzazione strutturale, ma della tua scarsa resilienza.
Le conseguenze sanitarie di questo totalitarismo della positività sono sotto gli occhi di tutti. Le grandi epidemie del nostro secolo non sono più immunologiche, causate da agenti esterni, ma neuronali.
La depressione, il disturbo da deficit di attenzione, la sindrome da fatica cronica e il burnout non sono fragilità individuali. Sono ferite di guerra. Sono le risposte immunitarie di una mente che implode, incapace di reggere il ritmo di una macchina che esige una crescita infinita in un corpo e in un tempo che sono, per natura, finiti. Il capitalismo ha colonizzato persino il nostro sonno e i nostri momenti di vuoto, trasformandoli in colpa o in spazi da monetizzare.
L’unica vera resistenza biologica e politica rimasta è il rifiuto della performance. Riconquistare il diritto alla stanchezza collettiva, all’indugio, alla noia profonda che genera il pensiero critico. Dobbiamo smettere di celebrare l’iperattivismo cieco, che ci riduce ad animali da lavoro nella savana del libero mercato.
Dire di “no” all’idolo della produttività a tutti i costi non è un atto di pigrizia, ma il primo, rivoluzionario passo per smantellare l’oppressione psicologica in cui siamo immersi. È tempo di riscoprire una stanchezza che unisca le persone anziché isolarle, per tornare finalmente a respirare fuori dai confini del profitto.
Piango tutti i morti sul lavoro e per il lavoro nella speranza di una nuova consapevolezza contro il capitalismo che uccide, isola, e riduce il cervello in cenere, ultima frontiera di questo modello economico feroce e disumano.