Il grande inganno del «Sì, puoi»: se la libertà capitalista coincide con il burnout
Han, filosofo, ci spiega e svela uno dei meccanismi più infidi e mostruosi del
capitalismo che uccide, oggi più di ieri.
Non fatevi ingannare dal mito della prestazione individuale. È il momento di
disubbidire. Bisogna fare resistenza civile nonviolenta.
C’era un tempo in cui il capitale aveva il volto feroce del padrone di fabbrica.
C’erano i cancelli, i cartellini da timbrare, le tute blu e i divieti. Era la
società disciplinare descritta dai filosofi del Novecento: un sistema
autoritario, certo, ma che quantomeno manteneva intatta una linea di
demarcazione chiarissima. Da una parte i dominanti, dall’altra i dominati. Il
nemico era visibile, tangibile, e contro di lui si poteva – e si doveva –
organizzare il conflitto.
Oggi quel muro è crollato, ma non per fare spazio alla liberazione dell’essere
umano. Al contrario, il capitalismo avanzato ha compiuto il suo capolavoro più
perverso: ha interiorizzato il padrone. Nel suo fulminante saggio La società
della stanchezza, Byung-Chul Han ha scoperchiato il meccanismo di questa
mutazione antropologica. Siamo passati dal paradigma del “Tu devi” a quello,
apparentemente progressista e accattivante, del “Tu puoi”.
È la nascita della società della prestazione. Il lavoratore contemporaneo non si
percepisce più come un proletario sfruttato, ma come un “imprenditore di se
stesso”. Ci specchiamo nella retorica tossica del self-made man, del
multitasking elevato a virtù, della reperibilità totale scambiata per
flessibilità. Ci viene venduta l’illusione di una totale autonomia: gestisci i
tuoi orari, ottimizza le tue performance, monetizza le tue passioni. Ma la
verità dietro questo paravento neoliberista è radicale: non siamo liberi, siamo
gli aguzzini di noi stessi.
L’auto-sfruttamento volontario è infinitamente più efficiente di quello imposto
dall’esterno. Quando il carnefice coincide con la vittima, la lotta di classe
diventa impossibile perché la guerra si sposta all’interno del nostro stesso Io.
Se fallisci, se non arrivi a fine mese, se non sei abbastanza performante, la
colpa è solo tua. Non del mercato cinico, non della precarizzazione strutturale,
ma della tua scarsa resilienza.
Le conseguenze sanitarie di questo totalitarismo della positività sono sotto gli
occhi di tutti. Le grandi epidemie del nostro secolo non sono più immunologiche,
causate da agenti esterni, ma neuronali.
La depressione, il disturbo da deficit di attenzione, la sindrome da fatica
cronica e il burnout non sono fragilità individuali. Sono ferite di guerra. Sono
le risposte immunitarie di una mente che implode, incapace di reggere il ritmo
di una macchina che esige una crescita infinita in un corpo e in un tempo che
sono, per natura, finiti. Il capitalismo ha colonizzato persino il nostro sonno
e i nostri momenti di vuoto, trasformandoli in colpa o in spazi da monetizzare.
L’unica vera resistenza biologica e politica rimasta è il rifiuto della
performance. Riconquistare il diritto alla stanchezza collettiva, all’indugio,
alla noia profonda che genera il pensiero critico. Dobbiamo smettere di
celebrare l’iperattivismo cieco, che ci riduce ad animali da lavoro nella savana
del libero mercato.
Dire di “no” all’idolo della produttività a tutti i costi non è un atto di
pigrizia, ma il primo, rivoluzionario passo per smantellare l’oppressione
psicologica in cui siamo immersi. È tempo di riscoprire una stanchezza che
unisca le persone anziché isolarle, per tornare finalmente a respirare fuori dai
confini del profitto.
Piango tutti i morti sul lavoro e per il lavoro nella speranza di una nuova
consapevolezza contro il capitalismo che uccide, isola, e riduce il cervello in
cenere, ultima frontiera di questo modello economico feroce e disumano.
Ray Man