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L’industria della colonizzazione lunare
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società. È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”. Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno  infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera. È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture. Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile). I PRIMI COMMERCI SPAZIALI Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano. La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali. Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori. La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne. Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo. Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo. OBIETTIVO: ELIO-3 Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra. Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra. Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare. Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare. COLONIZZARE LA LUNA Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare… Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).  La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici. Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna. Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti. Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti. Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare. La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo. L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica. L'articolo L’industria della colonizzazione lunare proviene da Guerre di Rete.
July 16, 2026
Guerre di Rete
La sfida dei data center spaziali
Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita. Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo. È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati. A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione. I PROGETTI A STELLE E STRISCE I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra. In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti). Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra. LA CINA ACCELERA: LA THREE-BODY COMPUTING CONSTELLATION Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri. Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita. IL RUOLO DELLE AZIENDE PRIVATE C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps. Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga. A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale. Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario. C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale. VULNERABILITÀ E LIMITI Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa. Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio. Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile. IL VUOTO NORMATIVO L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica.  A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata. Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati. Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti. Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio. Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle. L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.
June 11, 2026
Guerre di Rete
Pensare contro se stessi – di Tiziana Villani
Pubblichiamo su Effimera l'introduzione tratta dal libro di Tiziana Villani, Territori dell'infanzia. Sovvertire l'immaginario del presente, Ortothes, Napoli 2025 * * * * * In alcune fasi della vita, della storia che si attraversano e dalle quali siamo attraversati, occorre a un certo punto fermarsi e riflettere sui modi e gli strumenti attraverso i [...]
February 12, 2026
Effimera
Lo spazio: da bene comune dell’umanità a nuova frontiera commerciale
Il 27 gennaio ricorre l’anniversario dell’apertura alla firma del Trattato sullo spazio extra-atmosferico, il pilastro del diritto spaziale internazionale. Firmato nel 1967, il trattato rappresentò un atto di lungimiranza politica e giuridica: per la prima volta l’umanità riconosceva che lo spazio non poteva diventare terreno di conquista, ma doveva restare un bene comune, destinato a usi pacifici e a beneficio di tutti. Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, quello stesso trattato è chiamato a confrontarsi con una realtà radicalmente cambiata, segnata dall’ingresso massiccio di attori privati e dallo sfruttamento commerciale dell’orbita terrestre. Il trattato fu aperto alla firma a Washington, Londra e Mosca, ed entrò in vigore il 10 ottobre 1967. I tre Stati depositari furono Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, a testimonianza del tentativo di sottrarre lo spazio alla logica del confronto militare tra blocchi. I suoi principi fondamentali sono chiari: – lo spazio extra-atmosferico non può essere oggetto di appropriazione nazionale, né tramite rivendicazioni di sovranità, né tramite occupazione o altri mezzi; – l’esplorazione e l’utilizzo dello spazio devono avvenire per scopi pacifici e a beneficio dell’intera umanità; – è vietato collocare armi nucleari o di distruzione di massa in orbita o su corpi celesti; – gli Stati sono responsabili delle attività spaziali condotte sia da enti pubblici sia da soggetti privati autorizzati sul proprio territorio. Ad oggi, oltre 115 Stati hanno ratificato il trattato, inclusi tutti i principali attori spaziali: Stati Uniti, Russia, Cina, i Paesi dell’Unione Europea, il Giappone e l’India. Il consenso quasi universale ne fa ancora oggi la pietra angolare del diritto spaziale internazionale. Nei decenni successivi alla sua entrata in vigore, il trattato ha fornito il quadro giuridico entro cui si sono sviluppate le grandi imprese spaziali del Novecento: dalle missioni lunari del programma Apollo alla cooperazione scientifica che ha portato alla Stazione Spaziale Internazionale. Lo spazio veniva percepito come un luogo di esplorazione, prestigio scientifico e cooperazione, seppure in un contesto di competizione geopolitica controllata. Tuttavia, con l’inizio del XXI secolo, questo equilibrio ha iniziato a cambiare. Negli ultimi quindici anni lo spazio è diventato sempre più un ambiente economico. Il caso più emblematico è quello di SpaceX, fondata da Elon Musk. Attraverso il progetto Starlink, SpaceX ha costruito la più grande costellazione satellitare mai realizzata: – oltre 7.500 satelliti attivi in orbita terrestre bassa (LEO) nel 2025; – piani di espansione che potrebbero arrivare fino a 40.000 satelliti nei prossimi anni; – circa il 60% di tutti i satelliti attivi attorno alla Terra appartiene oggi a questa sola costellazione. Si tratta di un’infrastruttura privata con effetti globali: fornisce accesso a Internet in aree remote, ma occupa porzioni significative dell’orbita terrestre, sollevando interrogativi su congestione, detriti spaziali, sicurezza e governance. Giuristi e osservatori hanno evidenziato come questa concentrazione di satelliti rischi di configurare una forma di appropriazione di fatto, pur in assenza di una rivendicazione formale di sovranità. Negli Stati Uniti, lo sviluppo commerciale dello spazio è accompagnato da un apparato istituzionale dedicato. Agenzie e dipartimenti come la Federal Communications Commission (FCC) e l’Office of Space Commerce autorizzano e supervisionano le attività private, in linea con l’obbligo previsto dal trattato di controllo statale sugli operatori non governativi. Anche l’Europa si sta muovendo in questa direzione. Con il progetto IRIS, l’Unione Europea prevede la messa in orbita di circa 290 satelliti per comunicazioni sicure e strategiche, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da infrastrutture extra-europee e rafforzare la sovranità tecnologica dell’UE. Il rispetto del trattato è monitorato dal Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico, che da anni richiama gli Stati alla necessità di evitare una nuova corsa allo spazio, questa volta di natura economica e militare. In questo contesto si inseriscono anche interventi simbolicamente rilevanti, come quello in cui, lo scorso 30 ottobre, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha ribadito, davanti al Quarto Comitato dell’80ª sessione dell’Assemblea generale a New York, la necessità che lo spazio extra-atmosferico rimanga un “regno di pace”, non soggetto a logiche di dominio o di sfruttamento incontrollato. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 non nasceva per regolamentare megacostellazioni private, miniere lunari o infrastrutture commerciali globali. Eppure, i suoi principi restano sorprendentemente attuali. La sfida del nostro tempo non è riscriverli, ma interpretarli e rafforzarli, affinché lo spazio non diventi il nuovo Far West del XXI secolo, ma continui a essere ciò che il trattato immaginava quasi sessant’anni fa: un luogo di cooperazione, responsabilità e beneficio condiviso per tutta l’umanità. Tiziana Volta
January 28, 2026
Pressenza
SAN GIULIANO MILANESE (MI): “IL COMUNE VUOLE FERMARE LE ATTIVITÀ” DELLO SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO ETEROTOPIA
L’amministrazione di San Giuliano Milanese all’attacco di Eterotopia. Dopo aver già esercitato pressioni la scorsa primavera, è giunta richiesta ad attiviste e attivisti dello spazio di procedere con una nuova ispezione amministrativa. Per questo a fine dicembre era ripresa la mobilitazione in difesa dello spazio, anche con una partecipata assemblea pubblica, che aveva permesso di rinviare l’ispezione. Eterotopia rischia la chiusura per ragioni amministrative. Viene infatti richiesto, tra l’altro, “di abbattere la cucina, di togliere il palco e di rifare gli impianti”. Il tutto in uno stabile che è in realtà di proprietà del Comune. Il sindaco ha fatto sapere “di non voler mettere in discussione la convenzione” tra Comune ed Eterotopia, che permette di continuare le attività fino al 2028, ma non è nemmeno intenzionato a concedere altri spazi o ad ipotizzare soluzioni alternative. Intanto con l’inizio del nuovo anno, sono riprese le attività nei locali di via Risorgimento 21. Tra queste la mostra permanente “35 anni di vita” che ripercorre la storia di Eterotopia. L’aggiornamento sulla situazione con Giovanni, compagno di Eterotopia. Ascolta o scarica
January 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Lo spazio: orizzonte di gioco o campo di battaglia? Sulla militarizzazione dei territori
Nell’ambito della manifestazione “Frascatiscienza” è programmato per il 26 settembre 2025 un Open Day organizzato dall’ESRIN, il centro dell’Agenzia Spaziale Europea dedicato ai programmi di osservazione della Terra (https://www.frascatiscienza.it/fsapp/evento/1825/26). L’evento è inserito nell’ambito della Notte Europea dei Ricercatori e si presenta come una proposta volta a “sensibilizzare il pubblico sull’importanza della ricerca scientifica e alle missioni spaziali”, con attività destinate ad adulti e bambin3, accompagnati “in un viaggio attraverso il mondo dell’ESA, fatto di approfondimenti, talks ispirazionali e quiz interattivi pensati per mettere alla prova la curiosità e la voglia di esplorare”. Nel programma leggiamo che “I lanci di razzo-modelli saranno un’altra attrazione della serata, che porterà entusiasmo e stupore tra grandi e piccoli”. Il programma della giornata potrebbe apparire innocuo da un punto di vista ingenuo, ma è anche attraverso attività come queste che passa la strategia di diffusione della “cultura della difesa” che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si impegna a denunciare. É noto il ruolo dell’industria aerospaziale nell’ambito della filiera bellica italiana e non c’è bisogno di richiamare il peso di colossi come Leonardo e Thales Alenia Space in questo specifico ambito produttivo, in cui la foglia di fico del “dual use” offusca lo sguardo del pubblico sul peso che questo settore riveste oggi in ambito militare. La stessa ESRIN-ESA d’altra parte ha nella stessa Frascati, dove ha sede, ospitato il 12 settembre l’evento “Il Lazio hub europeo dell’aerospazio” (https://www.regione.lazio.it/notizie/Frascati-evento-Lazio-hub-europeo-Aerospazio), svoltosi nell’ambito degli Stati generali difesa, spazio e cybersecurity, tra i cui obiettivi dichiarati c’è “la  costituzione del nuovo Distretto industriale e tecnologico dell’Aerospazio e della Sicurezza, con l’obiettivo di attivare risorse pubbliche e private e favorire la collaborazione tra imprese, ricerca e istituzioni”. Il Lazio, definito come “uno dei più grandi ecosistemi aerospaziali in Europa”, si candida a “a giocare un ruolo fondamentale in tutte le articolazioni di un settore chiave per l’industria e la sovranità tecnologica europea”, attraendo investimenti e mobilitando risorse economiche e “umane” in grado di sostenere la trasformazione della regione in un vero e proprio “hub dell’aerospazio”. Come Osservatorio vorremmo evidenziare il fatto che per capire cosa si muove dietro a queste iniziative è sufficiente svolgere un piccolo lavoro di ricognizione delle notizie: siamo partiti dalla curiosità per il programma di “Frascatiscienza”, in cui compare esclusivamente il riferimento all’ESRIN-ESA; siamo risaliti alla notizia dell’evento del 12 settembre pubblicata sul portale di Regione Lazio, in cui l’industria aerospaziale è presentata come perno della crescita economica del territorio. Se però vogliamo farci un’idea più precisa dei partecipanti a questo incontro e facciamo un’ulteriore ricerca, arriviamo alla “foto di gruppo” dell’evento (https://www.esa.int/Space_in_Member_States/Italy/Stati_Generali_su_Difesa_Spazio_e_Cybersicurezza._Foto_di_gruppo) e solo qui appare evidente il nesso, denunciato dall’Osservatorio, tra attività “ludiche” proposte alla cittadinanza, industria bellica, Ministero della Difesa e Forze Armate, che a questo punto è inquadrato nel contesto internazionale: “Rappresentanti delle maggiori entità europee hanno discusso del futuro dell’Unione Europea, che sta affrontando sfide senza precedenti dal periodo del dopoguerra, in un contesto geopolitico sempre più complesso. I partecipanti hanno esaminato le necessità dell’Europa in materia di spazio, sicurezza informatica e difesa, nel quadro più ampio dell’Alleanza Atlantica”. Tra i partecipanti all’incontro leggiamo il nome dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato Militare della NATO, così come tra gli interventi è stato dato dalla stampa ampio risalto a quello di Andrius Kubilius, ex primo ministro della Lituania, è il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, che ha dichiarato: “Lo spazio sta diventando un campo di battaglia. Nell’Unione europea siamo già sotto attacco” (clicca qui). Eravamo partiti da un’apparentemente innocente proposta per cittadini e famiglie, in cui si legge: “I più giovani potranno partecipare a divertenti laboratori didattici, pensati su misura per la loro età con l’obiettivo di avvicinarli alla scienza e allo spazio”. Non possiamo che concludere che l’obiettivo, come ormai da tempo l’Osservatorio denuncia, è proprio questo: avvicinare i giovani allo spazio, oggi, significa avvicinarli al campo di battaglia del presente e del futuro, e il reclutamento delle nuove leve avviene in modo subdolo e indiretto attraverso iniziative di cui non è sempre facile smascherare le intenzioni. L’Osservatorio lavora proprio per svolgere questo compito. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Partnership nello #spazio tra l’Italia e l’industria #militare israeliana #israel Lanciato a bordo di un missile SpaceX Falcon 9 il satellite NAOS realizzato da OHB SpA; le telecamere sono di #Elbit Systems Ltd., #Haifa). https://pagineesteri.it/2025/08/29/mondo/partnership-nello-spazio-tra-litalia-e-lindustria-militare-israeliana/
August 29, 2025
Antonio Mazzeo