Google mette alla prova il concetto di data centre spaziali
Negli scorsi mesi si è molto discusso dell’idea di realizzare data centre per
l’addestramento delle intelligenze artificiali nello spazio, una soluzione la
cui fattibilità concreta è stata ampiamente messa in dubbio. Al fine di ottenere
dati reali sulla questione, Google si appoggerà a SpaceX per mandare in orbita
un satellite contenente strumentazione elettronica, programmando una missione
che mira a stabilire se lo spazio possa essere usato o meno per ospitare
efficacemente le infrastrutture necessarie a costruire e alimentare le nuove
tecnologie.
L’esistenza della missione è stata resa pubblica direttamente da Google, che
giovedì 24 settembre ha pubblicato sul proprio blog una presentazione
approfondita dei prossimi passi del Project Suncatcher, il “progetto
acchiappasole” lanciato nel novembre 2025. La settimana prossima la Big Tech
spedirà in orbita, grazie al sostegno dell’azienda satellitare Planet Labs e a
un volo di SpaceX, quattro tensor processing unit (TPU) – i chip specializzati
in IA sviluppati dalla stessa Google – per verificare l’effetto che lo spazio
avrà sui singoli componenti.
Nonostante i risultati dei test in laboratorio, è infatti importante capire se
la teoria possa reggere alla prova della concretezza, a partire dal fatto che i
chip devono sopravvivere al decollo turbolento e alle vibrazioni legate al
lancio. Altri elementi critici sono rappresentati dagli effetti delle radiazioni
solari sulle componenti elettriche e, soprattutto, dall’efficacia della
dispersione termica prodotta dai semiconduttori. L’idea di collocare i data
centre in orbita si fonda infatti sulla possibilità di sfruttare un flusso
costante di energia solare e il freddo siderale per tenere sotto controllo i
picchi termici legati al funzionamento dei processori.
Entrambi questi propositi si scontrano però con due grossi ostacoli: le
radiazioni emesse dal sole possono danneggiare e disturbare la strumentazione
elettronica e l’assenza di atmosfera nello spazio rende molto più complessa la
dispersione del calore, che sulla Terra viene tradizionalmente gestita tramite
convezione nell’aria o nei liquidi. Alla luce di questi presupposti, Google
precisa che la missione non è stata pensata per testare un vero e proprio data
centre in miniatura, quanto piuttosto per “identificare i punti di guasto” e
capire quali e quanti test di laboratorio possano effettivamente rispecchiare le
condizioni reali dell’ambiente siderale.
Un precursore di un collaudo sul campo, insomma, che dovrebbe aprire la strada
al lancio di due ulteriori satelliti, previsti entro il 2027. Un passo avanti
importante, che però la stessa azienda ridimensiona facendo notare che il tipo
di evoluzione tecnica a cui si punta richiederà molto tempo. La questione dei
data centre in orbita non va dunque vista come una soluzione a problemi
immediati, ma come un obiettivo che, internamente a Google, si spera di
realizzare nel lungo periodo, dai cinque ai quindici anni – sempre ammesso che
sia effettivamente realizzabile.
Gli stessi tecnici di Google, in una presentazione esclusiva rilasciata al New
York Times, hanno infatti rivelato che, in laboratorio, le radiazioni solari
simulate hanno causato errori tali da richiedere il riavvio occasionale delle
TPU e che l’attuale sistema di raffreddamento concede ai processori solo 15
minuti di attività prima che si surriscaldino. Prestazioni che dovranno fare
passi da gigante prima che si possa avere tra le mani un prodotto realmente in
grado di competere con i data centre terrestri.
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