In Cile è fiorito il deserto di Atacama, uno dei più aridi al mondo

L'INDIPENDENTE - Friday, September 25, 2026

Vaste distese di terra normalmente spoglie si sono coperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, a circa 800 chilometri da Santiago. Sotto il suolo del deserto di Atacama semi e bulbi di circa duecento specie restano in letargo per lunghi periodi. A risvegliarli sono state le ingenti piogge stagionali acuite da El Nino, così ingenti che in alcune zone sono caduti oltre 180 millimetri d’acqua, una quantità «mai stata registrata prima», ha specificato all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama per la Corporazione Forestale Nazionale (Conaf). Secondo le stime dell’ente, il deserto fiorito toccherà l’apice nella seconda metà di ottobre e la fioritura potrebbe estendersi per oltre 15 mila chilometri quadrati.

Nell’Acatama, il fenomeno è documentato dal 1887, quando la spedizione di Federico Philippi raccolse in piena fioritura esemplari di 258 specie, 74 delle quali sconosciute fino a quel momento. L’ultima volta che il deserto è fiorito era il 2015 e i fiori si presentarono due volte nello stesso anno. Ma non è l’unico deserto in cui si può osservare questo fenomeno. A marzo 2026 la Death Valley, il luogo più caldo e arido del Nord America, ha vissuto la prima superfioritura dal 2016, dopo quelle del 2005 e del 1998, grazie a più di un anno di pioggia caduta fra novembre 2025 e gennaio 2026.

All’origine della fioritura c’è El Niño, il riscaldamento ciclico delle acque superficiali del Pacifico equatoriale che altera venti e precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatena eventi meteorologici estremi. In genere al deserto bastano fra 15 e 30 millimetri di pioggia e un numero sufficiente di ore fredde, ma l’episodio in corso, forse il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, ha portato anche a ben altro: in Cile le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4mila case.

Dietro i fiori resta un fenomeno fuori scala. Secondo l’analisi di Carbon Brief, il 21 settembre l’anomalia di temperatura nel tratto di Pacifico usato per misurare El Niño ha toccato 3,11 gradi, battendo il record di 3,08 del novembre 2015 con mesi di anticipo sul picco, atteso fra novembre e gennaio intorno ai 4,1 gradi. Una parte di quel valore riflette il riscaldamento di fondo degli oceani: con l’indice introdotto dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA, l’ente scientifico statunitense che si occupa di studiare il clima, l’atmosfera, gli oceani e le coste) nel 2024, che sottrae il riscaldamento dei mari tropicali legato alla crisi climatica, a metà settembre l’anomalia si fermava a circa 2,5 gradi, un record per il periodo ma ancora sotto il primato del 1982. L’effetto sulle temperature globali arriverà con alcuni mesi di ritardo e si sentirà soprattutto nel 2027. Intanto le conseguenze si vedono già lontano dal Cile. Il Canale di Panama è stato costretto a ridurre i transiti giornalieri da 36 a 32 per le piogge scarse, con le autorità che temono un peggioramento legato a El Niño, e lo Zimbabwe, dove dopo la siccità del 2024 aggravata dal fenomeno le comunità rurali recuperano le colture tradizionali con le banche dei semi. La stessa anomalia che porta acqua nel deserto più arido la toglie altrove.

 

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