Restituire ruolo e valore ai migranti
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al
rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che
indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea
mitologica di una identità inesistente.
Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi
connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne
antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di
sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le
attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza”
dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione
alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da
sventare ma una leva per cambiare la società.
Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche
anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per
tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei
migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a
disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei
migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava.
Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la
narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener
lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche
altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se
si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si
ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è
perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il
fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi
climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata
alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati.
Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere
quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta
trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non
peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma
governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose
non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini.
O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati
dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote…
Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti
della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande
caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi
meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul
caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi
climatica…
Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia”
rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti
dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima
e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le
forze politiche che non l’hanno fatto finora.
Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e
inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente,
decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni.
Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni
danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le
persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di
altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di
mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social
network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora
di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e
poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del
calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in
genere non riusciamo a raggiungere.
Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno
sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive,
quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle
priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito,
occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti
finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva
in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini,
spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori
e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e
culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte
dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati,
piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque,
agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità
energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui
dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono
quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro
i migranti.
Guido Viale