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Appello alla mobilitazione il 24 ottobre, contro il ritorno del nucleare in Italia
Il governo ha approvato la legge delega sul nucleare: fermiamoli! Mobilitiamoci su tutti i territori contro il ritorno del nucleare in Italia! Nella Giornata Internazionale Contro i Cambiamenti Climatici, il 24 ottobre, affermiamo chiaro e tondo che IL NUCLEARE È INSOSTENIBILE! Il Governo ha appena convertito in legge il quadro […] L'articolo Appello alla mobilitazione il 24 ottobre, contro il ritorno del nucleare in Italia su Contropiano.
October 10, 2026
Contropiano
In Cile è fiorito il deserto di Atacama, uno dei più aridi al mondo
Vaste distese di terra normalmente spoglie si sono coperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, a circa 800 chilometri da Santiago. Sotto il suolo del deserto di Atacama semi e bulbi di circa duecento specie restano in letargo per lunghi periodi. A risvegliarli sono state le ingenti piogge stagionali acuite da El Nino, così ingenti che in alcune zone sono caduti oltre 180 millimetri d’acqua, una quantità «mai stata registrata prima», ha specificato all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama per la Corporazione Forestale Nazionale (Conaf). Secondo le stime dell’ente, il deserto fiorito toccherà l’apice nella seconda metà di ottobre e la fioritura potrebbe estendersi per oltre 15 mila chilometri quadrati. Nell’Acatama, il fenomeno è documentato dal 1887, quando la spedizione di Federico Philippi raccolse in piena fioritura esemplari di 258 specie, 74 delle quali sconosciute fino a quel momento. L’ultima volta che il deserto è fiorito era il 2015 e i fiori si presentarono due volte nello stesso anno. Ma non è l’unico deserto in cui si può osservare questo fenomeno. A marzo 2026 la Death Valley, il luogo più caldo e arido del Nord America, ha vissuto la prima superfioritura dal 2016, dopo quelle del 2005 e del 1998, grazie a più di un anno di pioggia caduta fra novembre 2025 e gennaio 2026. All’origine della fioritura c’è El Niño, il riscaldamento ciclico delle acque superficiali del Pacifico equatoriale che altera venti e precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatena eventi meteorologici estremi. In genere al deserto bastano fra 15 e 30 millimetri di pioggia e un numero sufficiente di ore fredde, ma l’episodio in corso, forse il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, ha portato anche a ben altro: in Cile le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4mila case. Dietro i fiori resta un fenomeno fuori scala. Secondo l’analisi di Carbon Brief, il 21 settembre l’anomalia di temperatura nel tratto di Pacifico usato per misurare El Niño ha toccato 3,11 gradi, battendo il record di 3,08 del novembre 2015 con mesi di anticipo sul picco, atteso fra novembre e gennaio intorno ai 4,1 gradi. Una parte di quel valore riflette il riscaldamento di fondo degli oceani: con l’indice introdotto dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA, l’ente scientifico statunitense che si occupa di studiare il clima, l’atmosfera, gli oceani e le coste) nel 2024, che sottrae il riscaldamento dei mari tropicali legato alla crisi climatica, a metà settembre l’anomalia si fermava a circa 2,5 gradi, un record per il periodo ma ancora sotto il primato del 1982. L’effetto sulle temperature globali arriverà con alcuni mesi di ritardo e si sentirà soprattutto nel 2027. Intanto le conseguenze si vedono già lontano dal Cile. Il Canale di Panama è stato costretto a ridurre i transiti giornalieri da 36 a 32 per le piogge scarse, con le autorità che temono un peggioramento legato a El Niño, e lo Zimbabwe, dove dopo la siccità del 2024 aggravata dal fenomeno le comunità rurali recuperano le colture tradizionali con le banche dei semi. La stessa anomalia che porta acqua nel deserto più arido la toglie altrove.   The post In Cile è fiorito il deserto di Atacama, uno dei più aridi al mondo appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 25, 2026
L'INDIPENDENTE
L’urgenza climatica di cui facciamo finta di niente
Da Kyoto a Parigi, da una COP all’altra, il mondo conosce da decenni la gravità della crisi climatica. Eppure continuiamo a vivere come se avessimo a disposizione un altro pianeta. Governi e grandi interessi economici hanno responsabilità enormi, ma anche noi cittadini possiamo scegliere, partecipare e pretendere un cambiamento. Non possiamo più dire che non lo sapevamo. GLI UNDICI ANNI PIÙ CALDI MAI REGISTRATI Gli undici anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media globale di circa 1,43 °C superiore alla media del periodo preindustriale 1850-1900. Gli oceani continuano ad accumulare calore, mentre gli eventi meteorologici estremi provocano danni, vittime e conseguenze economiche in molte parti del mondo. L’Europa, poi, si sta riscaldando più di due volte più rapidamente della media globale ed è il continente che si riscalda più velocemente. Nel 2025 almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media. Ondate di calore, siccità, incendi, riduzione della neve e dei ghiacciai e temperature marine eccezionalmente elevate stanno modificando territori ed ecosistemi, dall’Artico al Mediterraneo. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto questo fosse un avvertimento per il futuro. Il futuro, invece, è già arrivato. DA KYOTO A PARIGI: TRENT’ANNI DI PROMESSE La politica mondiale non ha scoperto ieri il cambiamento climatico. Nel 1997 fu adottato in Giappone il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005. Per la prima volta furono stabiliti obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra per i Paesi industrializzati aderenti. Nel primo periodo di applicazione, dal 2008 al 2012, 37 Paesi industrializzati ed economie in transizione e la Comunità europea si impegnarono complessivamente a ridurre le emissioni in media di circa il 5% rispetto ai livelli del 1990. Era un passaggio storico, ma insufficiente. Gli Stati Uniti firmarono il Protocollo senza ratificarlo e le economie emergenti non erano sottoposte agli stessi obiettivi quantitativi previsti per i Paesi industrializzati. Diciotto anni dopo Kyoto, il 12 dicembre 2015, alla COP21 arrivò l’Accordo di Parigi. Questa volta l’ambizione era coinvolgere praticamente il mondo intero. L’obiettivo comune: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Ogni Paese aderente deve presentare e aggiornare periodicamente il proprio piano climatico, il cosiddetto NDC, indicando gli interventi previsti per ridurre le emissioni e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Ma conoscere il traguardo non significa raggiungerlo. Nel 2025, dieci anni dopo Parigi, l’UNEP ha calcolato che, anche ipotizzando la piena realizzazione degli impegni climatici nazionali, il riscaldamento globale previsto nel corso del secolo sarebbe nell’ordine di 2,3-2,5 °C. Con le politiche effettivamente in vigore, la traiettoria arriva invece a circa 2,8 °C. Per riallinearsi a un percorso compatibile con 1,5 °C, le emissioni annuali globali nel 2035 dovrebbero essere inferiori del 55% rispetto a quelle del 2019. C’è persino un ritorno indietro: dal 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti non sono più parte dell’Accordo di Parigi, dopo aver notificato la propria uscita un anno prima. E allora la domanda diventa inevitabile: quanti altri accordi dobbiamo firmare prima di comportarci come se li avessimo davvero sottoscritti? I “REGNANTI DEL MONDO” E NOI Quando si parla di crisi climatica, lo sguardo si rivolge inevitabilmente ai governi, ai grandi decisori politici ed economici, a quelli che potremmo chiamare i “regnanti del mondo”. Ed è giusto che sia così. Le decisioni sulla produzione energetica, sui combustibili fossili, sui trasporti, sulle infrastrutture, sull’agricoltura, sulla tutela dei territori e sugli investimenti pubblici possono modificare le emissioni su una scala che nessun singolo individuo potrebbe mai raggiungere. Non sarebbe quindi corretto mettere sullo stesso piano la responsabilità di un cittadino che prende l’automobile per andare al lavoro e quella di chi decide per decenni le politiche energetiche di uno Stato. Ma sarebbe altrettanto comodo concludere che noi non possiamo fare nulla. La crisi climatica non può essere affrontata soltanto modificando qualche comportamento individuale. L’IPCC evidenzia come le scelte dei singoli interagiscano con infrastrutture, norme sociali e trasformazioni strutturali. Allo stesso tempo, indica un potenziale molto significativo nelle strategie che agiscono sulla domanda nei settori degli edifici, del trasporto terrestre e dell’alimentazione. È proprio qui, però, che rischiamo di commettere un errore: ridurre il cittadino al suo ruolo di consumatore. Il cittadino è anche un elettore. È un abitante di una città e di un territorio. Può associarsi ad altri, partecipare a un comitato, interrogare un’amministrazione, scegliere a chi affidare il proprio denaro, sostenere un’iniziativa, chiedere conto a un sindaco, a un parlamentare, a un governo. Forse è proprio questa la parte che abbiamo dimenticato. NON SIAMO SPETTATORI DELLA NATURA Per troppo tempo abbiamo parlato della natura come di qualcosa che ci circonda: un paesaggio da proteggere, un bosco da salvare, un mare da non sporcare. Ma non siamo spettatori della natura. Ne facciamo parte. Respiriamo l’aria che alteriamo, beviamo l’acqua che inquiniamo, mangiamo ciò che cresce nei terreni. Dipendiamo dagli oceani, dagli insetti impollinatori, dalle foreste e dalla stabilità di un clima nel quale si è sviluppata la nostra civiltà. Essere sostenibili, allora, non significa semplicemente essere “più buoni” con il pianeta. Significa proteggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa esistenza e quella delle generazioni che verranno dopo di noi. Ma la consapevolezza, da sola, non basta. DAL COMPORTAMENTO INDIVIDUALE ALLA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA Spegnere una luce inutile, consumare meno energia, evitare gli sprechi, comprare meno e meglio, riparare e riutilizzare, scegliere quando possibile il trasporto pubblico o il treno, ridurre lo spreco alimentare: sono comportamenti che hanno un valore. Ma sarebbe illusorio pensare che la crisi climatica possa essere risolta sommando milioni di piccoli gesti individuali mentre le grandi scelte energetiche, industriali e territoriali rimangono immutate. La responsabilità del cittadino non finisce quindi davanti allo scaffale di un supermercato o nella scelta del mezzo con cui andare al lavoro. Comincia anche nello spazio pubblico. Significa chiedere ai Comuni, alle Regioni e ai governi quali obiettivi climatici abbiano assunto e con quali risultati verificabili. Significa leggere i programmi elettorali cercando proposte concrete su energia, trasporto pubblico, consumo di suolo, acqua, rifiuti, riforestazione, adattamento alle ondate di calore e prevenzione del dissesto idrogeologico, senza accontentarsi della parola “sostenibilità”. Significa partecipare. Un comitato territoriale, un’associazione, un’assemblea pubblica, una consultazione o una campagna civica possono trasformare una preoccupazione individuale in una questione collettiva. Anche difendere un’area verde, denunciare un corso d’acqua inquinato o contestare nuovo cemento inutile significa occuparsi della crisi ambientale nel luogo concreto in cui viviamo. E significa fare rete. Un cittadino isolato può essere ignorato. Cento cittadini che pongono la stessa domanda molto meno. Migliaia possono trasformare quella domanda in un problema politico. Non si tratta, dunque, di scegliere tra responsabilità individuale e responsabilità politica. Si tratta di non utilizzare l’una per cancellare l’altra. Soprattutto, non possiamo cedere all’idea che sia ormai troppo tardi. Ogni frazione di grado di riscaldamento evitata significa minori perdite e minori danni per le persone e gli ecosistemi. La distanza tra 1,5, 2 o 3 gradi non è un numero astratto: significa conseguenze profondamente diverse per società, territori ed ecosistemi. Kyoto è stato nel 1997. Parigi nel 2015. Siamo nel 2026. Non possiamo più dire che non sapevamo. E forse la domanda da lasciare ai nostri governanti, e contemporaneamente a noi stessi, è molto semplice: che cosa stiamo aspettando? FONTI * World Meteorological Organization – State of the Global Climate 2025 * Copernicus Climate Change Service / WMO – European State of the Climate 2025 * UNFCCC – The Kyoto Protocol * UNFCCC – The Paris Agreement * UNEP – Emissions Gap Report 2025: Off Target * IPCC – Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change – Summary for Policymakers * UNFCCC – United States of America: Paris Agreement withdrawal Redazione Napoli
August 31, 2026
Pressenza
In Svezia oltre 50.000 persone hanno manifestato in difesa dell’ambiente
Un corteo da decine di migliaia di persone si è snodato tra le strade di Stoccolma, la capitale della Svezia. Erano in 50mila, secondo organizzatori e forze dell’ordine: tutti uniti nella richiesta di misure pubbliche a tutela dell’ambiente. Presente anche la giovane attivista Greta Thunberg, a guida di Fridays for Future (FFF), la sigla da lei fondata nel 2018. FFF faceva parte delle quasi 300 organizzazioni che hanno aderito al corteo, emerso come uno dei più partecipati degli ultimi anni. La manifestazione è stata organizzata a pochi giorni dalle elezioni, con le sigle promotrici che denunciano la sostanziale assenza della questione ambientale e del contrasto ai cambiamenti climatici all’interno del dibattito pubblico. Un corteo colorato, lungo chilometri e con partecipanti di ogni età si è mosso domenica scorsa tra le strade della capitale svedese. «Raduniamo le nostre forze e facciamo del cambiamento climatico la questione più importante delle elezioni! Trasformiamo l’ansia in azione e speranza per il futuro. Lo facciamo per poter guardare negli occhi i nostri figli, per il nostro futuro, per una politica che rifletta realmente ciò che pensiamo! Siamo la maggioranza: è tempo di venire ascoltati». Con queste parole Naturskyddsföreningen, tra le sigle promotrici, ha commentato la riuscita della manifestazione, a cui hanno aderito oltre 280 organizzazioni e almeno 50mila persone. «È commovente perché sono molti anni che non vedevo manifestazioni per il clima di questa portata in Svezia. È davvero ora che soprattutto gli adulti si diano da fare», ha dichiarato Greta Thunberg, presente al corteo. Nel mirino dei manifestanti è finito anzitutto l’indirizzo politico dell’attuale governo di centrodestra, guidato dal 2022 da Ulf Kristersson. Durante il proprio mandato la maggioranza ha invertito la rotta degli obiettivi climatici, tagliando il budget per gli interventi ambientali e le accise sulla benzina. L’incentivo all’uso dei combustibili fossili mina il raggiungimento degli obiettivi sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO₂). Entro il 2030, il Paese dovrebbe tagliare del 70 per cento le emissioni di CO₂ dei trasporti, rispetto ai livelli del 2010. Sullo sfondo si staglia poi la neutralità carbonica — la condizione dove le emissioni dei gas serra prodotte dall’attività umana vengono compensate o rimosse dall’atmosfera — da raggiungere entro il 2045. Tali emissioni contribuiscono al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici in corso. «Oggi ci opponiamo alla politica svedese sulle emissioni mortali, per il futuro dei nostri figli e per la giustizia globale», dichiarano i manifestanti scesi in piazza a Stoccolma. Questi ultimi puntano il dito non solo contro il governo ma verso l’intero arco partitico, reo di aver lasciato la questione ambientale fuori dal dibattito pubblico. Viene chiesta l’adozione di misure urgenti, a livello nazionale e sovranazionale, anche alla luce dei recenti eventi estremi, come le ondate di calore che si sono abbattute sull’Europa. L’obiettivo è chiaro: imporre dal basso il tema della difesa dell’ambiente nell’agenda politica, indipendentemente da chi sarà il vincitore alle prossime elezioni parlamentari in programma il 13 settembre. The post In Svezia oltre 50.000 persone hanno manifestato in difesa dell’ambiente appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Restituire ruolo e valore ai migranti
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti.     Guido Viale
July 22, 2026
Pressenza
Bologna e i servizi educativi: una questione di classe
Da Palestra popolare Gino Milli e Guernelli una riflessione su centri estivi, taglio del contributo comunale e criminalizzazione dei soggetti marginalizzati. Le stesse due realtà raccontano anche l'ennesimo allagamento per pioggia: "Via Gandusio discriminata dall'amministrazione". Riceviamo e pubblichiamo.
UNICEF: quasi la metà dei bambini del mondo è esposta ad almeno tre pericoli climatici concomitanti
Il Rapporto sui rischi climatici per l’infanzia 2026 pubblicato oggi mostra che i rischi minacciano salute, istruzione e sopravvivenza di 1,1 miliardi di bambini, quasi ogni bambino nel mondo è esposto ad almeno un pericolo climatico, oltre 4 milioni a fino a sei pericoli sovrapposti e in Italia oltre 6 milioni sono esposti a ondate di calore prolungate e alla siccità e il 91,98% è esposto all’inquinamento atmosferico (PM. 2.5). Il rapporto utilizza i dati disponibili più recenti per mappare l’esposizione dei bambini alle otto minacce climatiche più frequenti, tra cui inondazioni costiere, siccità, calore estremo, incendi, ondate di calore, inondazioni fluviali, tempeste di sabbia e polvere e tempeste tropicali. Per la prima volta, il rapporto rivela esattamente dove – e con quale intensità – le minacce climatiche multiple e sovrapposte stanno colpendo i bambini e i servizi sociali essenziali da cui dipendono, e come i governi possono intraprendere azioni concrete per rispondere. La siccità, il caldo estremo e le ondate di calore sono la combinazione più diffusa di pericoli climatici, con oltre 296 milioni di bambini che vivono in aree esposte a tutte e tre le condizioni, secondo i risultati. La seconda combinazione più comune – siccità, caldo estremo e tempeste tropicali – espone oltre 115 milioni di bambini in tutto il mondo a queste minacce sovrapposte. I paesi ad alto reddito non sono immuni da shock climatici concomitanti. In Italia, ad esempio, i dati mostrano che oltre 6 milioni di bambini sono esposti a ondate di calore prolungate e alla siccità. Tuttavia, il paese dimostra come gli investimenti nell’adattamento ai cambiamenti climatici possano mitigare alcuni dei rischi che i bambini devono affrontare, sottolineando al contempo la necessità di ulteriori interventi man mano che la crisi climatica si intensifica. Nella regione africana del Sahel, una delle più colpite, oltre 4 milioni di bambini affrontano la triplice minaccia di ondate di calore, caldo estremo e tempeste di sabbia e polvere, mentre in paesi dell’Asia, come ad esempio Bangladesh, Myanmar e Pakistan, i bambini sono esposti a più pericoli climatici contemporaneamente e con un’intensità maggiore rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. «La vite dei bambini continuano a essere sconvolte dall’impatto di ondate di calore, incendi boschivi, siccità e inondazioni – ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice generale dell’UNICEF – La metà dei bambini del mondo vive oggi con almeno tre minacce climatiche sovrapposte che influenzano la loro vita quotidiana». Oltre agli otto pericoli climatici più frequenti, il rapporto analizza l’esposizione dei bambini all’inquinamento atmosferico e alla malaria, due rischi altamente sensibili agli effetti dei cambiamenti climatici. I dati mostrano che l’inquinamento atmosferico – a cui in Italia è esposto il 91,98% dei bambini – colpisce quasi tutti i bambini a livello globale, mentre 1 miliardo di bambini è esposto alla malaria, aggiungendo un ulteriore livello di pericolo per i bambini che già affrontano molteplici pericoli climatici. Il rapporto presenta inoltreun quadro di riferimento per analizzare i diversi tipi di rischi che i bambini devono affrontare, in base alla loro esposizione agli shock climatici e alla loro vulnerabilità, determinata dall’accesso a servizi sociali essenziali quali l’assistenza sanitaria, l’acqua potabile, l’istruzione e altro ancora. L’approccio può essere applicato in diversi modi, dall’analisi dei rischi legati a pericoli climatici singoli o multipli all’esame dei rischi trasversali ai vari settori, mettendo in luce le minacce che i bambini devono affrontare in contesti diversi. Ad esempio, se si considerano congiuntamente i molteplici rischi e le vulnerabilità, i bambini dei paesi senza sbocco sul mare e fragili come la Repubblica Centrafricana o il Ciad devono affrontare rischi climatici che si sovrappongono, non avendo allo stesso tempo accesso ai servizi di base, il che rende molto più difficile per loro far fronte alla situazione e riprendersi. Nel rapporto si osserva inoltre che tutti i bambini dei 24 piccoli Stati insulari in via di sviluppo, da Haiti a Vanuatu, sono esposti a tempeste tropicali, che possono mettere in ginocchio intere isole in un colpo solo e sovraccaricare i servizi essenziali. Senza sforzi urgenti per ridurre le emissioni di gas serra, i rischi climatici diventeranno più frequenti e gravi, mettendo a dura prova i bilanci e i sistemi governativi e minacciando il benessere dei bambini, avverte il rapporto. Per proteggere i diritti dei bambini dalle minacce climatiche e adattarsi ai crescenti cambiamenti ambientali, l’UNICEF invita i governi, le imprese e gli attori coinvolti a: * Ridurre le emissioni e intraprendere azioni ambiziose per adempiere agli impegni internazionali esistenti, sulla base delle migliori conoscenze scientifiche disponibili, compresa l’eliminazione graduale e urgente dei combustibili fossili e una transizione equa verso le energie rinnovabili. * Proteggere i bambini attraverso misure inclusive di adattamento ai cambiamenti climatici, di riduzione del rischio di catastrofi e di risposta a perdite e danni che diano priorità alla resilienza dei servizi sociali, garantendo che i bambini e i servizi essenziali per loro siano inclusi nei piani nazionali di adattamento e nelle strategie settoriali, nella governance del rischio di catastrofi, nonché nei piani di preparazione e risposta. Ciò include, ad esempio, lo sviluppo di strutture scolastiche sicure ed ecologiche e di strutture sanitarie resilienti al clima, la garanzia della sicurezza alimentare dei bambini, l’efficacia dei sistemi di allerta precoce multirischio per i bambini e la loro accessibilità ai servizi da cui dipendono, nonché il rafforzamento dell’efficienza dei servizi idrici e igienico-sanitari e dei sistemi di protezione sociale in grado di rispondere agli shock. * Consentire ai bambini e ai giovani di partecipare in modo significativo all’azione per il clima investendo nell’istruzione, nelle conoscenze e nelle competenze in materia di clima e rafforzando la capacità dei decisori e degli esperti di rispettare i diritti dei bambini di essere ascoltati, la libertà di espressione e la partecipazione alle decisioni che incidono sulle loro vite. «Questa analisi può aiutare i governi e i responsabili politici a pianificare meglio e a investire in modo più efficace in servizi resilienti – ha concluso Russell – Quando rafforziamo i sistemi sanitari e scolastici e miglioriamo le infrastrutture tenendo conto dei bambini, li proteggiamo dalle minacce climatiche odierne e contribuiamo a garantire il loro futuro». Children’s Climate Risk Report (2026) – https://data.unicef.org/resources/childrens-climate-risk-report-2026/ UNICEF
June 16, 2026
Pressenza
Lo Stato del Clima in Europa nel 2025
dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (*) Secondo il rapporto European State of the Climate (ESOTC) 2025, nel 2025 almeno il 95% dell’Europa ha registrato temperature annuali superiori alla media. Il riscaldamento sta riducendo la copertura di neve e ghiaccio, mentre temperature dell’aria superficiali pericolosamente elevate, siccità e ondate di calore, così come temperature oceaniche record, stanno influenzando le regioni del