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In Cile è fiorito il deserto di Atacama, uno dei più aridi al mondo
Vaste distese di terra normalmente spoglie si sono coperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, a circa 800 chilometri da Santiago. Sotto il suolo del deserto di Atacama semi e bulbi di circa duecento specie restano in letargo per lunghi periodi. A risvegliarli sono state le ingenti piogge stagionali acuite da El Nino, così ingenti che in alcune zone sono caduti oltre 180 millimetri d’acqua, una quantità «mai stata registrata prima», ha specificato all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama per la Corporazione Forestale Nazionale (Conaf). Secondo le stime dell’ente, il deserto fiorito toccherà l’apice nella seconda metà di ottobre e la fioritura potrebbe estendersi per oltre 15 mila chilometri quadrati. Nell’Acatama, il fenomeno è documentato dal 1887, quando la spedizione di Federico Philippi raccolse in piena fioritura esemplari di 258 specie, 74 delle quali sconosciute fino a quel momento. L’ultima volta che il deserto è fiorito era il 2015 e i fiori si presentarono due volte nello stesso anno. Ma non è l’unico deserto in cui si può osservare questo fenomeno. A marzo 2026 la Death Valley, il luogo più caldo e arido del Nord America, ha vissuto la prima superfioritura dal 2016, dopo quelle del 2005 e del 1998, grazie a più di un anno di pioggia caduta fra novembre 2025 e gennaio 2026. All’origine della fioritura c’è El Niño, il riscaldamento ciclico delle acque superficiali del Pacifico equatoriale che altera venti e precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatena eventi meteorologici estremi. In genere al deserto bastano fra 15 e 30 millimetri di pioggia e un numero sufficiente di ore fredde, ma l’episodio in corso, forse il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, ha portato anche a ben altro: in Cile le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4mila case. Dietro i fiori resta un fenomeno fuori scala. Secondo l’analisi di Carbon Brief, il 21 settembre l’anomalia di temperatura nel tratto di Pacifico usato per misurare El Niño ha toccato 3,11 gradi, battendo il record di 3,08 del novembre 2015 con mesi di anticipo sul picco, atteso fra novembre e gennaio intorno ai 4,1 gradi. Una parte di quel valore riflette il riscaldamento di fondo degli oceani: con l’indice introdotto dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA, l’ente scientifico statunitense che si occupa di studiare il clima, l’atmosfera, gli oceani e le coste) nel 2024, che sottrae il riscaldamento dei mari tropicali legato alla crisi climatica, a metà settembre l’anomalia si fermava a circa 2,5 gradi, un record per il periodo ma ancora sotto il primato del 1982. L’effetto sulle temperature globali arriverà con alcuni mesi di ritardo e si sentirà soprattutto nel 2027. Intanto le conseguenze si vedono già lontano dal Cile. Il Canale di Panama è stato costretto a ridurre i transiti giornalieri da 36 a 32 per le piogge scarse, con le autorità che temono un peggioramento legato a El Niño, e lo Zimbabwe, dove dopo la siccità del 2024 aggravata dal fenomeno le comunità rurali recuperano le colture tradizionali con le banche dei semi. La stessa anomalia che porta acqua nel deserto più arido la toglie altrove.   The post In Cile è fiorito il deserto di Atacama, uno dei più aridi al mondo appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 25, 2026
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Sirāt: Oliver Laxe e lo specchio del nostro tempo inquieto
Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025 e in corsa per l’Oscar come miglior film internazionale, è il quarto lungometraggio del regista franco-galiziano Oliver Laxe. La storia si svolge nel deserto del Marocco, dove viene montato un sound system per dare inizio a un rave di 36 ore organizzato da un collettivo di tekno traveller. Il suono prende forma e domina in quello che sembra un luogo asettico e al contempo insidioso, dove i corpi diventano protagonisti alla ricerca di un significato. In questo spazio appare un elemento dissonante: un uomo di mezza età accompagnato da un bambino, probabilmente suo figlio, distribuisce volantini ai partecipanti. Stanno cercando una ragazza, la figlia, che mesi prima ha deciso di tagliare i ponti con la famiglia. Nel frattempo la musica continua incessante, determinando l’equilibrio che scandisce il tempo. Solo un evento riesce a rompere quel ritmo: l’arrivo dei militari, che non intervengono per interrompere il rave, ma per annunciare l’inizio della guerra. Questo elemento, che spezza l’immersione dello spettatore, ci riporta bruscamente alla realtà, diventando una componente cruciale nelle scelte e negli eventi che determineranno le vite dei personaggi. Nonostante ci troviamo in uno spazio tanto spettacolare quanto pericoloso, la cornice definita dall’avvento della guerra ci avvicina a una dimensione molto più verosimile. > Qui si interrompe l’incantesimo: non stiamo assistendo alla storia di persone > che scelgono una forma di vita alternativa; i protagonisti, pur desiderando di > fuggire, si ritrovano intrappolati in un mondo da cui è impossibile scappare. I fatti che si susseguono possono sembrarci cinici e crudeli, ponendoci in una condizione di totale disarmo di fronte a qualcosa di allucinante. Tuttavia, quelle sensazioni non sono lontane dalle contraddizioni e dalle assurdità che la guerra, sempre più presente nelle nostre vite, ci costringe a vivere. Quell’elemento che nel film si pone tecnicamente come una cornice ci richiama a una condizione molto più vicina a noi. Le immagini di guerra che vediamo quotidianamente ci pongono in una situazione identica, mettendo in gioco i corpi nelle zone di conflitto con la stessa assurdità. Durante il viaggio riflettiamo su quanto sia difficile trovare spiegazioni di fronte a certi eventi, e il valore stesso della vita diventa effimero. La sensazione di shock, quindi, non deriva solo dall’anomalia di quegli eventi, ma ci fa riflettere sul fatto che tali percezioni non siano troppo diverse dal contesto nel quale siamo immersi. Ciò che il film trasmette appartiene a qualcosa di molto più reale e concreto di quanto pensiamo. Una scena in particolare farà da spartiacque per tutte le contraddizioni che ci portiamo addosso: nel momento di maggiore sconforto, la musica e i corpi diventano rivelazione. La materialità incontra la spiritualità e, anche in questo caso, la risposta sarà devastante. > Il riferimento al “Sirāt”, il sottile ponte che nella tradizione islamica > separa la salvezza dall’aldilà, porta con sé un duplice significato: la Ṣirāṭ > al-Mustaqīm è considerata la retta via da seguire in vita per giungere a Dio, > ma è anche il ponte sottilissimo che le anime devono attraversare nel Giorno > del Giudizio, sospeso sopra l’inferno, per accedere al Paradiso. Raramente il cinema riesce a farsi carne e ossa in questo modo. Cercando gli sguardi delle persone in sala, ho trovato un senso di appartenenza che non credevo possibile. Sirāt non è solo la storia di una ricerca o di un conflitto; è lo specchio del nostro tempo inquieto. Mi sono riscoperta parte di un tutto, legata agli altri da una vulnerabilità comune. In copertina un fotogramma del film SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Sirāt: Oliver Laxe e lo specchio del nostro tempo inquieto proviene da DINAMOpress.
February 6, 2026
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