L’oro. LORO

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, September 24, 2026

Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar. 

Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni. 

Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.

Notizie

Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale

Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026

Roberta Derosas 12 Febbraio 2026

Nome amaro. Si usa per descrivere il valore economico che un aventurier genera a chi lo sfrutta. La ricchezza viene estratta dal suo corpo, dal suo lavoro e dalla sua vulnerabilità. L’espressione unisce il colore della pelle con la materia da sfruttare. Oro nero parla di sfruttamento. Racconta un’economia vasta, costruita sul controllo della mobilità e sui profitti che possono nascere dall’impossibilità di muoversi liberamente. La parola rivela così una verità dolorosa: il migrante in cammino è una miniera che produce ricchezza per altri, anche quando non possiede nulla.

La definizione lascia spazio a domande: chi trae beneficio dal movimento delle persone? E chi ne paga il prezzo?

Oro nero

Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova

Or noir è un’espressione di uso comune tra gli aventurier in Tunisia e in Libia che sottolinea quanto la loro presenza sia una risorsa economica fondamentale. L’oro rimanda alla generazione o estrazione di ricchezza e il nero al colore della pelle. I corpi neri migranti, obbligati a un lavoro mal pagato e senza diritti, sono metaforicamente rappresentati come una miniera che genera denaro facile e risorse per i locali. Ma l’uso di questo termine ha all’origine una rappresentazione subita. Gli aventurier infatti raccontano di aver ascoltato dai loro chefs tunisini o libici l’uso dell’espressione «oro nero» per designarli: questo li rende consapevoli di essere una risorsa umana, una fonte di facile profitto, di essere utili ma non benvenuti. L’e spressione evoca così la dimensione del lavoro, dello sfrutta mento, della schiavitù. In Tunisia or noir è associato al termine or vert che si riferisce alla coltivazione delle olive e alla produzione dell’olio che ha bisogno di manodopera migrante. In altri casi è riferita allo sfruttamento nei cantieri edili, evidenziando come sia il sudore e la fatica dei soggetti razzializzati a costruire materialmente i paesi che li ospitano. In un gioco di specchi un’espressione che riflette uno sguardo esterno – quello dei padroni arabi –, o che è immaginata tale, diviene per gli aventurier black un modo per esperire e autodefinire il proprio ruolo in Libia e Tunisia (si veda Black). 

Per molti or noir è direttamente legato alla riduzione in schiavitù e alla logica economica soggiacente i respingimenti in mare finanziati dall’Unione Europea. A questi seguono le deportazioni verso il deserto e le frontiere algerine e libiche. I testimoni del rapporto State Trafficking raccontano, con estrema precisione, luoghi, prezzi e fasi attraverso cui l’oro nero viene estratto, venduto e comprato: l’intercettazione in mare, la reclusione nel carcere di Sfax, l’arresto nei luoghi di lavoro o negli accampamenti dove si prepara il viaggio, permettono di generare uno stock che gli apparati di stato tunisini scambiano con le milizie e polizie libiche lungo le frontiere. Poi l’oro nero viene messo a valore tra prigioni e lavoro coatto, dopo una serie infinita di violenze e torture: un migrante nero venduto a un prezzo variabile dai dieci ai cinquanta euro da funzionari tunisini in uniforme può rendere sino a mille, millecinquecento euro nelle prigioni libiche attraverso il riscatto richiesto alle famiglie nei paesi di origine. L’oro nero è in fondo tale anche in virtù delle politiche migratorie europee che foraggiano Tunisia e Libia con mezzi, tecnologie e denaro in abbondanza al fine di bloccare le partenze verso Lampedusa. 

Esempi dal campo

Non è facile trovare una miniera d’oro, non è facile trovare una vena di petrolio, ma è facile trovare dei migranti. È la tratta. Quando hai un nero, in Tunisia o in Libia, è come avere del bestiame. I libici ti comprano dai soldati tunisini alla frontiera a pochi euro e poi chiedono il riscatto alla tua famiglia. È un grande mercato. Per questo ci chiamano «oro nero», per questo siamo «oro nero». La vendita di noi migranti è più fruttuosa della vendita della droga.

Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking 

OR NOIR In Tunisia per noi neri una giornata di lavoro varia dai venti ai trenta dinari. Siamo oro nero. Questo è sfruttamento, questa è la schiavitù che continua. 

Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle Rotte 

Ho visto i militari libici che ci compravano. Io stesso ho scaricato le casse di droga e le taniche di carburante dai loro pick up per metterli sui camion della Garde Nationale tunisina. Il prezzo della nostra vendita. Noi siamo una risorsa, una miniera, per la Tunisia, per la Libia. 

Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking

Sono i padroni arabi che ci chiamano «oro nero». Ci chiamano «oro nero» o schiavi. Noi siamo l’oro nero per loro. Siamo come una materia prima. Noi siamo cash diretto, non come il petrolio che si deve cercare o come i diamanti che ci vogliono delle macchine per scavare. No. Basta solo che tu cammini per strada, ti imbatti in un nero e lo arresti e poi lo metti in prigione. E non hai speso un centesimo. E lui deve pagare per uscire. Per questo ci chiamano oro nero, noi siamo l’oro diretto.

Intervista con William, corrispondente del Giornale delle Rotte