Il potere della gente comune, da Macklemore al boicottaggio

L'INDIPENDENTE - Monday, September 21, 2026

Circa 300mila follower persi in due settimane da Ed Sheeran, oltre un milione guadagnati dal rapper che aveva urlato «Free Palestine» sopra 80mila teste al MetLife Stadium. È il rovescio della medaglia della storia raccontata su queste pagine la settimana scorsa, quando Macklemore veniva accusato da giornalisti e colleghi – Pink su tutti – e cacciato dal Loop Tour dopo essersi schierato per la causa palestinese dal palco. Oggi quello stesso rapper non è più il problema da allontanare dagli stadi americani: è l’artista che l’opinione pubblica ha scelto di premiare, mentre chi lo aveva messo alla porta fatica a spiegarsi.

Nel giro di quarantotto ore tutte le altre band di supporto del tour (Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga) hanno lasciato le date rimaste per schierarsi con lui, e anche i loro profili social sono cresciuti. Online sono partite migliaia di richieste di rimborso dei biglietti, e altrettanti fan hanno annunciato di non voler più assistere ai concerti di Sheeran. Allora la questione si è spostata sui soldi. Macklemore ha annunciato che donerà l’intero milione di dollari guadagnato dal tour a sei organizzazioni umanitarie attive a Gaza, sfidando Robert Kraft – il patron degli stadi che avrebbe concertato la sua esclusione – a fare altrettanto. Sheeran, travolto dalle critiche per il suo silenzio, ha promesso a sua volta due milioni di dollari per l’assistenza umanitaria nella regione, e lo stesso Kraft si è impegnato a raddoppiare la cifra. Ma un bonifico non cancella una scelta, né la sua assenza: Sheeran si era limitato a dirsi estraneo alla decisione, definendo il conflitto una generica «tragedia umana», perché aveva scelto di non prendere posizione; la sua scelta è stata quella di non scegliere e i fan questa volta non l’hanno perdonato. Dall’altro lato al rapper americano è appena stato dedicato un murales a Gaza, dipinto dall’artisti locali Anne Radwan e Ubayy Al-Qarashli, per ringraziarlo del suo sostegno.

Al di là della cronaca, la lezione è un’altra, e va al di là di questa vicenda: da soli contiamo poco, insieme diventiamo una forza che aziende e governi non possono ignorare. Bob Dylan trasformò le canzoni in editoriali cantati e diede voce al movimento per i diritti civili americano. Fabrizio De André scelse sempre la parte degli ultimi – prostitute, ladri, disertori – e ne fece letteratura, senza mai concedere nulla al potere costituito. Roger Waters porta avanti da oltre un decennio una battaglia scomoda per la causa palestinese, pagandone il prezzo in polemiche e date cancellate quasi a ogni tour. Nel 1985 fu invece un intero movimento a muoversi insieme: Steven Van Zandt radunò oltre cinquanta artisti, da Bruce Springsteen a Miles Davis, in Artists United Against Apartheid, per il brano Sun City, nel quale promettevano di non esibirsi più in quel resort sudafricano, simbolo del regime segregazionista.

Il modello del boicottaggio organizzato, del resto, funziona anche fuori dal mondo della musica. Nel luglio 2021 Ben & Jerry’s ha annunciato che avrebbe smesso di vendere i propri gelati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, definendo quella presenza «incompatibile con i propri valori», dopo anni di pressioni da gruppi di consumatori. Puma, dal canto suo, nel 2024 ha comunicato che non avrebbe rinnovato la sponsorizzazione della federazione calcistica israeliana, che schiera anche squadre con sede negli insediamenti in Cisgiordania: una campagna di boicottaggio partita nel 2018 da oltre duecento club sportivi palestinesi aveva accompagnato l’azienda tedesca per sei anni, tra picchettaggi davanti ai negozi e occupazioni degli uffici. Stessa storia, più di recente, per Starbucks, costretta a chiudere oltre 200 punti vendita, o per Carrefour, che dopo essere stata a lungo al centro del boicottaggio, abbandona il mercato italiano.

Il potere ci vuole divisi, perché il singolo può fare poco sulle macro-dinamiche di cui diventiamo spettatori inermi; altra cosa, però, è quando riusciamo ad andare oltre le differenze, perché uniti da un comune obiettivo possiamo diventare inarrestabili e incidere davvero.

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