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Neanche la Lega sa spiegare precisamente chi sono i “maranza”
Quando, nella storica sede di via Bellerio a Milano, un cronista de Il Fatto Quotidiano ha chiesto a Matteo Salvini di definire in termini giuridici la parola scelta dal Carroccio come descrizione della sua proposta di legge sulla cittadinanza, il vicepremier ha accennato un sorriso, ha abbassato lo sguardo e ha passato la palla all’“estensore” della norma. E così ha preso la parola Igor Iezzi, deputato leghista e primo firmatario del testo, e da quel momento la conferenza stampa ha preso la piega di un seminario di etimologia improvvisata seguito dalla lettura ad alta voce del codice penale. Iezzi ha esordito evocando un’accezione culturale del termine, che a suo dire nascerebbe dalla fusione tra “marocchino” e “zanza”, voce gergale per indicare ladruncoli o piccoli imbroglioni. Mentre Salvini ammetteva con disarmante candore di non averne idea, il deputato ha preso la rincorsa: «Tra gli italiani di seconda generazione molti sono maranza, cioè coloro che compiono dei reati». Ne è seguito un catalogo di delitti «tipici del maranza» che andava dall’oltraggio a pubblico ufficiale all’associazione mafiosa, passando per la pornografia minorile, lo sfruttamento del lavoro e l’interruzione di gravidanza non consensuale, fino alla strage. Il ritratto che ne esce è quello di un ragazzo in tuta e borsello capace, nella stessa settimana, di insultare un vigile, mettere in piedi una cosca e pianificare un attentato: un curriculum che avrebbe fatto impallidire i balordi di Scerbanenco. Il testo, presentato all’indomani dei disordini che nel fine settimana hanno attraversato il centro di Milano e appena approdato nell’Aula di Montecitorio, prevede tra l’altro che chi nasce in Italia da genitori stranieri non possa ottenere la cittadinanza al compimento dei diciotto anni se condannato a pene superiori ai tre anni per una serie di reati, tra i quali quelli elencati sopra. Parlando del ddl sull’imputabilità dei minori, Salvini aveva liquidato l’etichetta “anti-maranza” come «un titolo giornalistico», peccato che già a fine 2025 fosse stato lui a rivendicare sui social le «norme anti-maranza» di una proposta del partito. La domanda del cronista aveva un precedente illustre: nel 1989, durante una puntata di «Serata d’onore» condotta da Pippo Baudo, a un giovanissimo Jovanotti fu chiesto che cosa volesse dire maranza, e lui rispose che era uno che si impunta, uno che porta il quarantaquattro di scarpe ma se le compra più grandi perché così gli va. Una definizione bislacca, che però aveva il pregio di non contemplare la strage. Era stato proprio Lorenzo Cherubini a lasciare la prima traccia documentata della parola: secondo l’Accademia della Crusca l’attestazione più antica si trova nella canzone Il capo della banda, brano incluso nell’album La mia moto, dove il maranza era semplicemente il tamarro, figlio della musica dance e dei locali notturni. Sull’origine, invece, nessuno ha certezze: c’è chi la lega ai Marantz, gli impianti stereo che negli anni Ottanta i tamarri esibivano a tutto volume, un’etimologia popolare ripresa anche dal linguista Giuseppe Antonelli. La Crusca, sulla scia degli studi di Emanuele Banfi e Lorenzo Coveri dei primi anni Novanta, ipotizza invece il meridionale maranza, cioè melanzana, incrociato con “marocco” e “marakesch”, che nel gergo giovanile di allora servivano a indicare con disprezzo i meridionali. Se fosse questa la pista giusta, il primo bersaglio dell’insulto sarebbero stati proprio loro: un dettaglio che in via Bellerio, per decenni quartier generale della Lega Nord, dovrebbe suonare piuttosto familiare. Il resto è cronaca recente: è nell’estate del 2022, dopo i raduni di giovani tra Peschiera del Garda e Riccione finiti su giornali e telegiornali, che la parola esplode, con un picco di ricerche su Google ad agosto di quell’anno. Da allora il tamarro da discoteca ha ceduto il posto al ragazzo di seconda generazione, spesso di famiglia nordafricana, e la sfumatura etnica, con una chiara connotazione negativa, è scivolata al centro del significato. È esattamente questa l’accezione che Iezzi ha messo nero su bianco davanti alle telecamere, saldando in una sola frase seconde generazioni e reati. La Lega ha dunque battezzato una norma sulla cittadinanza con un insulto da strada e, chiamata a spiegarlo, ha finito per dire la cosa più sincera dell’intera conferenza: nella sua idea il maranza è il figlio di immigrati che delinque, e l’origine della persona conta almeno quanto il reato. È una definizione che nessun giurista scriverebbe mai in un articolo di legge, ma che chiarisce meglio di qualsiasi relazione illustrativa a chi è destinata la norma. The post Neanche la Lega sa spiegare precisamente chi sono i “maranza” appeared first on L'Indipendente.
October 22, 2026
L'INDIPENDENTE
«Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap
Mentre nel centro di Milano si infiammava la protesta e al Sud camionisti e agricoltori bloccavano caselli e statali contro il caro gasolio e i problemi irrisolti del comparto, su TikTok i video delle proteste scorrevano con una colonna sonora ricorrente: In Italia 2024, la versione aggiornata del brano di Fabri Fibra con Baby Gang. Nel giro di pochi giorni, a quei suoni si sono aggiunte le parole di chi la musica la fa, e il racconto degli artisti sempre zitti, che non hanno il coraggio di esporsi, è andato a farsi benedire. Marracash, cresciuto alla Barona, periferia di Milano, ha scritto su Instagram di aver sempre trovato la protesta via social «troppo facile, cheap», salvo rivendicare subito dopo: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». Poi richiama due precedenti: il discorso del giugno 2025 dallo stadio Maradona di Napoli, quando, parlando di Gaza, spiegò che se la voce non basta il popolo deve far sentire il proprio potere, perché «il potere capisce solo il potere»; e È finita la pace, disco uscito a sorpresa nel dicembre 2024, in cui già attaccava un governo convinto di colmare il vuoto a colpi di decreti sicurezza, come in Crash, dove canta di un «governo di fasci che dice cose preistoriche, pensino che basti riempire il vuoto con l’ordine». La chiusura del post non lascia margini di interpretazione: «Con le buone non cambi le cose». Il rapper italiano Marracash Quella frase finale gli è costata una pioggia di critiche, anche da parte di molti fan, che lo hanno accusato di non aver condannato i disordini. La replica, affidata ai commenti sotto lo stesso post, non arretra di un passo: «A tutti gli indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista». La violenza va condannata, scrive, «ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale». Va condannata anche quella che subisce una generazione senza futuro, che studia per niente, finisce stordita dagli psicofarmaci e resta ai margini, davanti a una vetrina di status symbol che non potrà mai permettersi, sottolinea, prima di chiudere ricordando che: «Esistono molte forme di violenza». Ancora più duro Kid Yugi, che rientrato a Massafra, nel Tarantino, racconta strade bloccate, supermercati vuoti e distributori a secco, «nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali». «Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito», scrive, prima di congedarsi con un: «Mi fate schifo». Alle parole ha affiancato due estratti, da 64 Barre di Terrore, il freestyle che racconta il Sud profondo, quello che sta al di sotto della linea Gustav, la vecchia linea difensiva tedesca che tagliava in due il Paese, e da Armato di Nerissima Serpe: in entrambi, uno Stato sordo alle richieste d’aiuto della sua gente. Il genovese Sayf sostiene che puntare il dito contro la violenza serva solo a delegittimare le piazze: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto». Ghali invita i ragazzi a continuare a lottare, mentre il milanese Nerone separa i milioni che protestano pacificamente dai «400 clown minorenni» che hanno sfondato negozi e auto, regalando un alibi a chi di risposte non ne ha. Quelle dei rapper sono posizioni diverse, a tratti opposte, ma nessuna reticente, e chi se ne stupisce dimentica da dove arriva questa musica. Il rap nasce nel Bronx degli anni Settanta, tra palazzi fatiscenti e quartieri dimenticati, per raccontare quello che i telegiornali non raccontano, tanto che Chuck D dei Public Enemy arrivò a definirlo la CNN dell’America nera. Nel 1988, a Compton, gli NWA trasformano un fermo di polizia subito da MC Ren in Fuck tha Police, un processo immaginario agli agenti. L’anno dopo, a Detroit, la polizia intima al gruppo di non suonarla: Ice Cube lo annuncia al pubblico, «ma noi siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire», prima di far partire la canzone con la conseguente interruzione del concerto. Nell’agosto di quell’anno l’FBI scrive alla casa discografica per protestare contro il brano, accusato di incitare alla violenza contro gli agenti, con l’unico risultato di consacrare gli NWA come “il gruppo più pericoloso del mondo”. Il gangsta rap diventa così un fenomeno nazionale, cronaca senza filtri delle strade che anticipa di pochi anni la rivolta di Los Angeles del 1992, esplosa dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato Rodney King. Il rapper italiano Sayf In Italia la miccia si accende nei centri sociali dei primi anni Novanta, con un filo rosso che passa per il G8 di Genova del 2001, la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz e di Bolzaneto, che entrano nelle rime di una generazione intera. Nel 2011 Caparezza pubblica Non siete Stato voi, due anni dopo la morte di Stefano Cucchi. Ma quello che si muove in questi giorni potrebbe essere l’inizio di qualcosa di più grande: i ragazzi scendono in piazza convocati su TikTok, senza bandiere né sigle, mentre al Sud sono padri e nonni a fermare i tir ai caselli, e le due generazioni si ritrovano a gridare la stessa impotente disperazione. Intanto nel Consiglio dei ministri convocato oggi, 20 ottobre, approda l’ennesimo decreto sicurezza, che sarebbe l’ottavo di questo governo. Secondo le bozze prevede cinquecento militari in più per le strade di Milano con funzioni di polizia giudiziaria, il fermo preventivo esteso fino a ventiquattro ore anche per i minorenni, l’arresto differito per chi danneggia in gruppo e pene più severe per i blocchi stradali, una stretta che colpisce proprio camionisti e agricoltori del Sud. Sul caro carburante, sugli stipendi o sugli affitti, invece, nel testo non c’è nulla. Davanti al disagio, insomma, lo Stato rinuncia ancora una volta a interrogarsi sulle cause e sceglie l’ennesima svolta repressiva. The post «Gli artisti non si espongono mai»: la smentita arriva dal rap appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
USA, le stragi armate sono continue, ma non fanno più notizia
Erano da poco passate le tredici di giovedì 15 ottobre quando Griffin John II, 16 anni, ha fatto irruzione nella Silver Rail Elementary School di Bend, in Oregon – la scuola in cui da bambino era stato seguito come alunno con bisogni speciali – sparando contro le porte chiuse a chiave, per poi aprire il fuoco in un’aula di sostegno con un fucile a pompa. Ha ucciso 3 bambini di 5, 8 e 11 anni e una maestra di 25, Meghan Lambert, ferendo gravemente un altro alunno e una seconda insegnante, prima che Kaylub Giamanco, padre di due bambine iscritte all’istituto, lo uccidesse con la propria pistola, circa 3 minuti dopo la prima chiamata al 911. Per il Gun Violence Archive, l’organizzazione no profit che dal 2013 censisce gli episodi di violenza armata negli Stati Uniti, quella di Bend è stata la 369esima sparatoria di massa – cioè con almeno quattro persone colpite, esclusi gli aggressori – dall’inizio dell’anno. Nei 3 giorni successivi se ne sono aggiunte almeno altre 5. E dopo qualche anno di calo la curva ha ripreso a salire, visto che alla stessa data del 2025 gli episodi erano 340. Numeri che raccontano un fenomeno ormai trattato come rumore di fondo, capace di bucare le prime pagine solo quando il bersaglio è una scuola. Il 9 ottobre Matthew Stone Sr., quarantacinque anni, ha ucciso la moglie, i due figli maschi, la figlia incinta all’ottavo mese e i due nipoti di ventidue mesi e cinque anni, oltre a due donne del vicinato freddate davanti a casa, prima di togliersi la vita. Pochi giorni prima, in Georgia, più di cinquanta colpi esplosi su una festa di quartiere per l’homecoming del liceo hanno lasciato a terra due morti e trentacinque feriti. Il 23 agosto Alan Smith ha sterminato otto parenti riuniti per la cena della domenica in Montana, tra i 7 e i 92 anni, e poi si è sparato. A luglio, a Grand Haven, in Michigan, un uomo aveva fatto lo stesso con la moglie e i 6 figli, mentre ad aprile, a Shreveport, in Louisiana, un padre aveva ucciso 8 bambini, 7 dei quali suoi. Stragi familiari che finiscono quasi sempre derubricate a cronaca nera di provincia, anche se ormai sono la regola: secondo il database curato da Associated Press, USA Today e Northeastern University, ad agosto 11 dei 22 omicidi di massa del 2026 erano nati da conflitti domestici, contro una media storica di circa la metà. Il record risale al 2021, con 689 sparatorie di massa, scese a 408 l’anno scorso, quando hanno comunque provocato 395 morti e 1.867 feriti. In mezzo ci sono i 19 bambini e le 2 maestre di Uvalde, nel 2022, i 118 morti di Lewiston, nel Maine, l’anno successivo, i 2 bambini uccisi mentre assistevano alla messa nella chiesa della Annunciation Catholic School di Minneapolis, nell’agosto del 2025. Ed è proprio questa assuefazione il risultato più prezioso per la lobby delle armi, che negli anni ha imparato a trasformare ogni massacro in un evento naturale, imprevedibile come un tornado e altrettanto inevitabile. Dopo Bend, la National Rifle Association ha commentato che la tragedia dimostra quanto sia importante una cittadinanza armata e rispettosa della legge, e Donald Trump ha lodato il «grande eroe» senza il quale sarebbe andata molto peggio. Se nel 2018, dopo la strage nel liceo di Parkland, gli studenti avevano riempito le strade di Washington per chiedere leggi più severe, a Bend nessuno è sceso in piazza: sabato, a Drake Park, sono comparsi soltanto candele, fiori e biglietti. Intanto, lontano dai riflettori, l’amministrazione smonta quanto fatto finora: l’ufficio della Casa Bianca per la prevenzione della violenza armata è stato chiuso a meno di 24 ore dall’insediamento e ad aprile l’ATF, l’agenzia federale che vigila su armi ed esplosivi, ha presentato una trentina di regole, tra definitive e proposte, che permetterebbero di spedire pistole per posta, renderebbero più difficile ritirare la licenza ai rivenditori e restituirebbero il diritto alle armi ad alcune persone escluse per motivi psichiatrici, nonostante la stessa agenzia avesse messo in guardia dal rischio di nuove stragi. Nel 2023 i gruppi pro armi hanno speso in lobbying a Washington 13,2 milioni di dollari, quasi 6 volte quanto investito da chi chiede regole più severe, e la National Shooting Sports Foundation, l’associazione dei produttori, ha salutato la deregolamentazione come «l’alba di una nuova era». Un’era in cui un bambino di cinque anni può morire in classe un giovedì pomeriggio e, il lunedì successivo, essere già stato superato nel conteggio da qualcun altro. The post USA, le stragi armate sono continue, ma non fanno più notizia appeared first on L'Indipendente.
October 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Messina, 5 ottobre: No alla guerra e alla militarizzazione della società! Costruiamo un fronte contro il riarmo
LUNEDÌ 5 OTTOBRE 2026, ORE 17:30 CASA DEL POPOLO DI MESSINA (VIA DEGLI AMICI, 21) Lunedì 5 ottobre 2026, alle ore 17:30, la Casa del Popolo di Messina (Via degli Amici, 21) ospiterà l’incontro pubblico dal titolo “No alla guerra e alla militarizzazione della società! Costruiamo un fronte contro il riarmo e per la giustizia sociale”. L’evento è promosso dal CO.S.RE.S.S. (Comitato di Studi sulla Realtà Sociale e Sindacale Siciliana) con l’obiettivo di stimolare una riflessione collettiva e trasversale contro le attuali politiche di riarmo e la crescente penetrazione della cultura militare nei diversi ambiti della vita civile, a partire dal mondo della scuola e della formazione. Il dibattito vedrà la partecipazione di autorevoli relatori del panorama politico, sociale e giornalistico: * Tania Poguisch: Segretaria regionale PRC Sicilia. * Antonio Mazzeo: Giornalista e attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. * Carmelo Buscema: Sociologo dell’Università della Calabria e componente dell’ufficio politico di Agorà. * Paolo Ferrero: Direttore della rivista “Su la testa”, editorialista di DigintàTv e componente della Direzione Nazionale PRC. L’iniziativa vuole essere un momento di confronto aperto a cittadinanza, associazioni e movimenti per unire le forze nella costruzione di un fronte comune che rimetta al centro i temi della pace, del disarmo e della giustizia sociale come priorità assolute del territorio siciliano e nazionale. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Brasile ha vietato le scommesse online perché “danneggiano la salute mentale”
Luiz Inácio Lula da Silva ha firmato una misura provvisoria che mette al bando le “bets”, le piattaforme di scommesse sportive, e con loro i casinò virtuali. Da quel giorno nessuno può più versare un real sui conti di gioco: chi ha un saldo aperto ha tempo fino alle 23.59 del 5 ottobre per ritirarlo, perché il 6 ottobre siti e app spariranno dalla rete. Il Congresso ha centoventi giorni per convertire il testo in legge, mentre un disegno di legge separato prevede da quattro a sei anni di carcere per chi continuerà a raccogliere giocate. «Le scommesse online stanno distruggendo i redditi delle famiglie, danneggiando la salute mentale e portando sofferenza nelle case delle persone», ha detto il Presidente, a nove giorni dal primo turno delle presidenziali in cui si gioca la rielezione. Calcolo elettorale? Anche, ma i numeri gli offrono una sponda solida. Secondo il ministero della Salute oltre 1,3 milioni di brasiliani hanno chiesto di autoescludersi dalle piattaforme, e più della metà ha collegato la scelta a problemi di salute. Intanto protestano sia i bookmaker, che annunciano ricorsi alla Corte suprema, sia i club: nella Serie A brasiliana quattordici squadre su venti hanno un operatore del settore come sponsor principale. Aziende dello stesso settore sponsorizzano da tempo anche le squadre del campionato italiano. L’8 settembre l’Inter è scesa in campo al Bernabéu con la maglia senza sponsor: in Spagna un Real Decreto del 2020 vieta sulle divise qualunque marchio riconducibile alle scommesse, e Betsson.Sport lo è. Nella stessa settimana, a Istanbul, la Roma ha dovuto rinunciare a Eurobet.live per via della legge turca. In Italia, invece, quei loghi campeggiano sul petto ogni domenica. Il motivo? Da noi Betsson.Sport si presenta come piattaforma di “infotainment” ed Eurobet.live come sito di risultati: tanto basta ad aggirare il divieto di pubblicità, anche indiretta, introdotto nel 2018 dal decreto Dignità. Nel 2025 in Italia si sono giocati 165,3 miliardi di euro, il 5% in più dell’anno precedente, con 11,4 miliardi di entrate per l’erario, secondo la relazione sui dati dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli trasmessa in aprile al Parlamento. Per la prima volta il canale online ha superato i cento miliardi, raccogliendo sei euro su dieci giocati. Le perdite nette dei giocatori, calcola il Libro nero dell’azzardo di Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon, hanno toccato 21,9 miliardi e, secondo lo stesso rapporto, in cinque anni gli utili delle imprese del settore sono cresciuti del 165% in termini reali. L’indagine più recente dell’Istituto superiore di sanità conta un milione e mezzo di giocatori problematici, che scelgono di giocare spinti da una pubblicità due volte più spesso dei giocatori occasionali: il 30% contro il 14,5%. L’ultima novità è arrivata alla seconda giornata di campionato, con la Lega Serie A che ha proiettato sui maxischermi degli stadi e in tv la campagna “True Data”, nata per spingere i bookmaker a comprare i dati ufficiali delle partite. Lo slogan finale recita: «Se i dati non sono ufficiali, la tua scommessa è meno sicura». Un messaggio che l’Agenzia delle dogane, in una nota, ha bollato come fuorviante e promozione indiretta del gioco, vietata dalla legge, capace di confondere gli utenti e di spingerli verso piattaforme irregolari. L’Agenzia ne ha chiesto lo stop, ma nelle giornate successive ha continuato ad andare in onda. Intanto la settimana scorsa, in audizione al Senato, il presidente della Lega Ezio Simonelli è tornato a chiedere di superare il divieto di pubblicità delle scommesse imposto dal decreto Dignità. Nel tennis il problema è sempre più evidente, con i cosiddetti disturbatori che assistono alle partite e, con urla e provocazioni, provano a incidere direttamente sul risultato. Pochi giorni fa, durante gli US Open, Matteo Berrettini ha raccontato che al Roland Garros il fratello Jacopo aveva ricevuto sul telefono messaggi di scommettitori che minacciavano di morte la famiglia se non avesse convinto Matteo a perdere. Lo sfogo è nato da una domanda del giornalista Ben Rothenberg su Kalshi, piattaforma di “prediction market” che di fatto raccoglie puntate sull’esito dei match, diventata proprio quest’anno partner ufficiale del torneo newyorkese. In Brasile Lula ha ricordato che la Seleção ha vinto cinque Mondiali quando le piattaforme non esistevano, mentre in Italia, dopo la terza esclusione consecutiva dai Mondiali, i club di Serie A hanno presentato al governo un piano di rilancio in ventinove punti. Tra le richieste c’è proprio l’abolizione del divieto di pubblicità sulle scommesse: in fondo, ognuno ha le sue priorità.   The post Il Brasile ha vietato le scommesse online perché “danneggiano la salute mentale” appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Verbi e declinazioni possibili
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
September 28, 2026
Osservatorio Repressione
Il potere della gente comune, da Macklemore al boicottaggio
Circa 300mila follower persi in due settimane da Ed Sheeran, oltre un milione guadagnati dal rapper che aveva urlato «Free Palestine» sopra 80mila teste al MetLife Stadium. È il rovescio della medaglia della storia raccontata su queste pagine la settimana scorsa, quando Macklemore veniva accusato da giornalisti e colleghi – Pink su tutti – e cacciato dal Loop Tour dopo essersi schierato per la causa palestinese dal palco. Oggi quello stesso rapper non è più il problema da allontanare dagli stadi americani: è l’artista che l’opinione pubblica ha scelto di premiare, mentre chi lo aveva messo alla porta fatica a spiegarsi. Nel giro di quarantotto ore tutte le altre band di supporto del tour (Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga) hanno lasciato le date rimaste per schierarsi con lui, e anche i loro profili social sono cresciuti. Online sono partite migliaia di richieste di rimborso dei biglietti, e altrettanti fan hanno annunciato di non voler più assistere ai concerti di Sheeran. Allora la questione si è spostata sui soldi. Macklemore ha annunciato che donerà l’intero milione di dollari guadagnato dal tour a sei organizzazioni umanitarie attive a Gaza, sfidando Robert Kraft – il patron degli stadi che avrebbe concertato la sua esclusione – a fare altrettanto. Sheeran, travolto dalle critiche per il suo silenzio, ha promesso a sua volta due milioni di dollari per l’assistenza umanitaria nella regione, e lo stesso Kraft si è impegnato a raddoppiare la cifra. Ma un bonifico non cancella una scelta, né la sua assenza: Sheeran si era limitato a dirsi estraneo alla decisione, definendo il conflitto una generica «tragedia umana», perché aveva scelto di non prendere posizione; la sua scelta è stata quella di non scegliere e i fan questa volta non l’hanno perdonato. Dall’altro lato al rapper americano è appena stato dedicato un murales a Gaza, dipinto dall’artisti locali Anne Radwan e Ubayy Al-Qarashli, per ringraziarlo del suo sostegno. Al di là della cronaca, la lezione è un’altra, e va al di là di questa vicenda: da soli contiamo poco, insieme diventiamo una forza che aziende e governi non possono ignorare. Bob Dylan trasformò le canzoni in editoriali cantati e diede voce al movimento per i diritti civili americano. Fabrizio De André scelse sempre la parte degli ultimi – prostitute, ladri, disertori – e ne fece letteratura, senza mai concedere nulla al potere costituito. Roger Waters porta avanti da oltre un decennio una battaglia scomoda per la causa palestinese, pagandone il prezzo in polemiche e date cancellate quasi a ogni tour. Nel 1985 fu invece un intero movimento a muoversi insieme: Steven Van Zandt radunò oltre cinquanta artisti, da Bruce Springsteen a Miles Davis, in Artists United Against Apartheid, per il brano Sun City, nel quale promettevano di non esibirsi più in quel resort sudafricano, simbolo del regime segregazionista. Il modello del boicottaggio organizzato, del resto, funziona anche fuori dal mondo della musica. Nel luglio 2021 Ben & Jerry’s ha annunciato che avrebbe smesso di vendere i propri gelati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, definendo quella presenza «incompatibile con i propri valori», dopo anni di pressioni da gruppi di consumatori. Puma, dal canto suo, nel 2024 ha comunicato che non avrebbe rinnovato la sponsorizzazione della federazione calcistica israeliana, che schiera anche squadre con sede negli insediamenti in Cisgiordania: una campagna di boicottaggio partita nel 2018 da oltre duecento club sportivi palestinesi aveva accompagnato l’azienda tedesca per sei anni, tra picchettaggi davanti ai negozi e occupazioni degli uffici. Stessa storia, più di recente, per Starbucks, costretta a chiudere oltre 200 punti vendita, o per Carrefour, che dopo essere stata a lungo al centro del boicottaggio, abbandona il mercato italiano. Il potere ci vuole divisi, perché il singolo può fare poco sulle macro-dinamiche di cui diventiamo spettatori inermi; altra cosa, però, è quando riusciamo ad andare oltre le differenze, perché uniti da un comune obiettivo possiamo diventare inarrestabili e incidere davvero. The post Il potere della gente comune, da Macklemore al boicottaggio appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Taylor Swift, Messi e gli altri: le star che si fanno difendere da agenti israeliani
L’esternalizzazione della sicurezza personale delle élite occidentali verso agenzie composte da ex membri dell’intelligence e delle forze armate israeliane non è derubricabile a una mera scelta di mercato. Rappresenta, al contrario, un fenomeno sistemico di privatizzazione e dislocazione del potere in cui le capacità operative di apparati statali, storicamente impiegati in contesti di occupazione e controterrorismo, vengono riconvertite in un servizio di lusso per oligarchi, vertici aziendali, stelle dello sport e dello spettacolo. Questo trasferimento di competenze dal settore militare statale (IDF, Shin Bet, Mossad) all’imprenditoria privata solleva interrogativi geopolitici ineludibili. Affidare la protezione e, inevitabilmente, l’accesso ai dati più intimi di personaggi tanto influenti sull’opinione pubblica, a reti strettamente collegate a un’intelligence straniera configura una silente ma pervasiva egemonia basata sulla raccolta di informazioni sensibili, mascherata da servizio di tutela personale. Il caso Epstein deve essere una guida rispetto alla relazione tra potere e ricatto. Gli agenti dei servizi segreti israeliani non muoiono o svaniscono ma si trasferiscono a Hollywood, scrive il New York Post. Così è stato per decenni, in una relazione speciale con Israele, e ora ci sono una miriade di agenzie di sicurezza israeliane, sia a Los Angeles che in tutto il mondo, a guardia di molte delle figure più ricche, famose e influenti del pianeta. La superstar del calcio Lionel Messi, che nel 2020 è diventato il volto di una società israeliana di intelligenza artificiale con personale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), è accompagnato da una forza selezionata di ex agenti israeliani ovunque vada. Già da tempo sappiamo di Brad Pitt e Jennifer Aniston, così come di Mel Gibson e anche Justin Bieber, il cui caso è venuto alla luce nel 2013 per una rissa con il suo bodyguard, Moshe Benabou, ex IDF e CEO di IsraGuard Security Services. Ma sappiamo anche di Taylor Swift, e di una sua guardia del corpo tornata in Israele per combattere, così come di Kim Kardashian, Madonna, Pink e Jennifer Lopez. L’attrice Lucy Liu, già nel 2014 diceva di essere seguita ovunque da una squadra di sicurezza israeliana. In breve, le guardie del corpo israeliane sono molto ricercate. “C’è domanda in tutto il mondo. La sicurezza israeliana è come la Coca-Cola”, ha detto Roman Tukh, cofondatore di Guise Security; “non devi pubblicizzare te stesso, hai un nome”, ha chiosato. La penetrazione di questo complesso militare-privato nel tessuto connettivo occidentale è il risultato di una pianificazione decennale. L’architettura di questo monopolio risale almeno al 1985, anno in cui Moshe Alon, ex agente dei servizi segreti israeliani giunto negli Stati Uniti per le Olimpiadi di Los Angeles, fondò la Professional Security Consultants (PSC). Nata inizialmente come società di consulenza per le aziende della lista Fortune 500, la PSC ha progressivamente espanso il proprio raggio d’azione fino a includere la protezione esecutiva e la gestione della sicurezza per infrastrutture civili su larga scala. Oggi l’azienda impiega migliaia di addetti e opera in oltre quaranta Stati americani, con ramificazioni in Europa e Medio Oriente. Questo modello pionieristico ha fatto da apripista a innumerevoli altre realtà corporative. Aziende come la R&H Global Protection commercializzano apertamente l’estrazione militare dei propri operatori, vantando squadre guidate da veterani delle forze speciali israeliane e dello Shin Bet (l’Agenzia di sicurezza interna di Israele). L’offerta di questi servizi si rivolge a diplomatici, manager e individui ad alto patrimonio, garantendo operazioni “discrete” su scala globale e vendendo la provenienza militare israeliana come il massimo standard di eccellenza e affidabilità. L’approccio operativo di questi agenti deriva da istituzioni che hanno teorizzato e praticato la rimozione dei vincoli etici. Come documentato nell’inchiesta The Gatekeepers, del 2013, in cui l’ex direttore dello Shin Bet, Avraham Shalom, difendeva apertamente le azioni della sua agenzia affermando che “con il terrorismo non c’è morale”, l’addestramento di questi operatori si fonda su tattiche spietate che storicamente hanno incluso l’abbattimento di interi edifici e uccisioni di civili, insomma su un approccio amorale alla “neutralizzazione” di ciò che è ritenuto una minaccia. Nell’Occidente odierno, questo curriculum controverso, forgiato nei Territori Occupati e a Gaza e altrove, non rappresenta uno stigma, ma viene contrabbandato dal marketing come consapevolezza situazionale, disciplina ineguagliabile, professionalità e orientamento al risultato. Insomma il male viene ripulito nel suo opposto, il bene, per la sicurezza dei ricconi che devono difendersi dalle orde di poveri e ignoranti che voglio farsi foto con gli idoli della società dello spettacolo. 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September 21, 2026
L'INDIPENDENTE