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Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene che non sia più il momento di limitare l’obiezione di coscienza a un mero diritto individuale, da esercitarsi come eccezione entro i confini del servizio militare. In un momento storico in cui la guerra viene normalizzata e i nostri luoghi del sapere vengono trasformati in avamposti ideologici e tecnologici per il conflitto, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vuole segnalare i rischi che il servizio civile oggi può rappresentare. Infatti, nell’attuale contesto di guerra permanente esso diventa uno strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare nei Paesi europei la leva militare: l’obiezione di coscienza in questa fase deve essere totale e farsi scelta collettiva e politica. 1. IL RIPUDIO DELLA GUERRA COME VALORE ASSOLUTO Richiamiamo con forza l’Articolo 11 della Costituzione Italiana: l’Italia ripudia la guerra non solo come strumento di offesa, ma come logica di risoluzione dei conflitti. Questo ripudio non può essere sospeso né subordinato ad alleanze internazionali o logiche di riarmo. Rifiutiamo a priori ogni politica, ogni investimento e ogni decisione che spinga l’umanità verso l’autodistruzione. 2. SCUOLA E UNIVERSITÀ: LUOGHI DI PACE, NON DI GUERRA Denunciamo la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. La scuola e l’università devono essere spazi di pensiero critico e di cooperazione. NO alla ricerca scientifica asservita all’industria bellica. NO ai protocolli tra istituzioni scolastiche e forze armate. NO alla militarizzazione e al nazionalismo dei programmi educativi. NO ad ogni forma di schedatura di massa finalizzata alla leva. La conoscenza deve servire alla vita e al progresso della società, non al perfezionamento di strumenti di distruzione e morte. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università considera rilevante l’impatto dell’obiezione non solo nell’ambito di scuole e università, ma anche nel resto della società per le implicazioni che ha sulle comunità e nei luoghi di lavoro. 3. OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE E COLLETTIVA Rivendichiamo il diritto all’Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: – Nel mondo del lavoro, per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto di armamenti. – Nella ricerca, per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici. – In tutta la società, come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. 4. CONTRO LA COMPLICITÀ E IL GENOCIDIO La nostra obiezione è un atto di solidarietà internazionale. Dire NO alla guerra oggi significa: – Dire NO al genocidio del popolo palestinese e ad altri genocidi in atto. – Dire NO al sionismo e al fascismo, basati sulla sopraffazione e sull’esclusione. – Dire NO alle politiche coloniali e alla complicità dell’Occidente nei massacri in corso. – Dire NO alla corsa al RIARMO. 5. CONTRO LA REPRESSIONE DEL DISSENSO Rifiutiamo la narrazione unica. La criminalizzazione di chi manifesta per la pace, il clima di minacce e ritorsioni contro la libertà d’insegnamento, la censura nelle scuole e nelle università e la repressione nelle piazze sono i sintomi di un sistema globale di guerra. Non esiste pace né democrazia senza libertà di dissenso. L’obiezione collettiva è la nostra risposta alla paura. L’Obiezione di Coscienza Totale è oggi un atto di realismo possibile contro la folle corsa verso la guerra. Non basta limitarsi a esercitare questo diritto individualmente solo in funzione del servizio di leva o di un’eventuale chiamata per entrare nell’esercito in caso di guerra, occorre rifiutare di essere ingranaggi del meccanismo bellico anche da un posizionamento civile. Riteniamo che oggi il servizio civile non si configuri più come scelta alternativa al militare: in tutta Europa è lo strumento che i guerrafondai utilizzano per militarizzare tutta la società, applicando la dottrina militare della “difesa totale” per la quale ogni cittadino e ogni cittadina sono considerati “soldati” a partire dai propri posti di lavoro o di studio o di cooperazione sociale. L’Obiezione di Coscienza Totale è la forza collettiva per salvare l’intero Paese dalla guerra in tutti gli ambiti della società nei quali si esercitano i diritti di cittadinanza. Non chiediamo il permesso di restare umani: NOI ESERCITIAMO IL DIRITTO DI RESTARE UMANI. LA NOSTRA PROPOSTA * Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze. * Vogliamo difendere le giovani ed i giovani e non lasciarli soli davanti ad un destino di guerra contro chi vuole trasformarli in carne da cannone, proponendo una Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva. * Con questo manifesto invitiamo a respingere con determinazione i provvedimenti di chi vuole la guerra, facendo valere la superiorità dei principi della Costituzione della Repubblica alla prospettiva di scivolare in una guerra che distruggerà il nostro Paese. È così che vogliamo difenderlo, seguendo quel Ripudio della guerra espresso nell’art. 11 della nostra Costituzione. Ed è proprio nel solco del ripudio totale della guerra che si colloca il nostro rifiuto nei confronti di qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Se saremo in tante e in tanti, i progetti di guerra non avranno la meglio e riusciremo a difendere i valori fondanti della nostra Repubblica e i diritti di tutti i popoli. IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, MA QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ. Scarica qui il PDF del Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra e stampalo per diffonderlo. Manifesto obiezione totale2Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il figlio che non muore
Lutto digitale, consenso e la menzogna che paghiamo a rate C’è un’anziana signora di ottant’anni, cardiopatica, che vive in una provincia dello Shandong, in Cina. Ogni giorno squilla il videotelefono. Suo figlio la saluta nel dialetto di casa, le dice che è tutto a posto, che è ancora troppo occupato per tornare, ma che le vuole bene. Lei aspetta. Lui promette. Suo figlio è morto in un incidente stradale all’inizio del 2025. Quello che parla è un clone costruito dall’intelligenza artificiale, commissionato dal nipote a un’azienda che si chiama Superbrain. Centinaia di foto, video, registrazioni audio del padre defunto, elaborate per ricostruirne la voce, il volto, il modo di parlare. Il fondatore dell’azienda, Zanguei, ha spiegato il modello di business con una franchezza che lascia senza parole: deceiving people’s emotion, ingannare le emozioni delle persone. Aggiunge che, in fondo, è quello che fanno dalla mattina alla sera: consolare chi resta. La storia l’ha raccontata il South China Morning Post nell’aprile del 2026, ripresa e analizzata da Matteo Flora nel suo Ciao Internet. Vale la pena fermarsi, perché questa non è una distopia futura. È già adesso. UN’INDUSTRIA, NON UN CASO ISOLATO In Cina esiste da anni una piccola — ma non troppo — industria del lutto digitale, documentata già nel 2024 dall’MIT Technology Review. Aziende come Silicon Intelligence, Superbrain e FushU ricreano voci, volti, conversazioni dei defunti. I prezzi vanno dai cinquanta dollari per un’app di base ai millequattrocento per il pacchetto premium, completo di tablet dedicato. Silicon Intelligence dichiara circa mille clienti attivi. Un’altra piattaforma, su Douyin — il TikTok cinese — ha raggiunto duemila abbonati a sette dollari al mese in pochi mesi, così in fretta che la piattaforma stessa ha dovuto emettere avvisi contro le ricreazioni non autorizzate di persone morte. Non è una stranezza orientale. Nel 2020 Joshua Barbeau, uno scrittore canadese, parlò per dieci ore consecutive con un clone GPT-3 della sua fidanzata morta, finché la storia sul San Francisco Chronicle costrinse OpenAI a restringere l’uso del modello. Nello stesso anno Kanye West regalò a Kim Kardashian un ologramma del padre Robert, morto nel 2003, che pronunciava parole costruite ad arte. Negli Stati Uniti operano già HereAfter AI, StoryFile, Project December: versioni più edulcorate dello stesso servizio. Un paper del maggio 2024 del Centre for the Future of Intelligence di Cambridge, pubblicato su Philosophy & Technology, ha identificato cinque rischi concreti che nessuno sta ancora regolando: * il deadbot che inserisce pubblicità nella voce del defunto; * il digital stalking con notifiche spam al sopravvissuto; * il danno psicologico da interazioni quotidiane troppo intense; * l’impossibilità per i sopravvissuti di spegnere il clone; * la manipolazione di bambini attraverso simulazioni dei genitori morti. Cinque rischi concreti. Zero risposte normative strutturate. LA GABBIA PIENA DI CUSCINI Prima ancora delle questioni giuridiche, c’è una questione umana che vale la pena guardare in faccia. Il lutto ha una funzione biologica e sociale. Gli esseri umani hanno passato centomila anni a ritualizzarlo: le veglie funebri, i riti di sepoltura, le lettere di condoglianze, i racconti sul nonno davanti al camino. Non sono convenzioni sentimentali: sono il modo in cui la specie ha imparato a elaborare la perdita, a integrare l’assenza, a continuare a vivere sapendo che qualcuno non c’è più. Ogni chiamata del clone alla signora di Shandong conferma una possibilità alternativa: il figlio è lontano, non è morto. Il processo di elaborazione viene sospeso indefinitamente. Flora richiama in questo contesto la learned helplessness, l’impotenza appresa teorizzata da Seligman nel 1975: quando il controllo sulla realtà viene sistematicamente sottratto, il soggetto smette di cercare risposte autonome. La tenerezza della famiglia che vuole proteggere la nonna dal dolore si trasforma, senza volerlo, in una gabbia piena di cuscini. C’è poi un secondo livello, più sottile. Un clone costruito per consolare non dirà mai nulla che disturbi. Non farà domande scomode. Non porterà conflitto, né crescita. La macchina premia la versione di chi resta che non deve fare i conti con la perdita, perché è quella versione che continua a pagare l’abbonamento. Il clone del figlio non è un sostituto imperfetto: è un sostituto ottimizzato per non far guarire. CHI HA CHIESTO IL PERMESSO? Arriviamo al punto che più dovrebbe preoccupare chi si occupa di diritto, di etica, di politica. In Italia, la materia è sfiorata dall’articolo 2-terdecies del Codice della Privacy, che riconosce ai familiari alcuni diritti sul trattamento dei dati del defunto. Ma non esiste ancora una cornice specifica per l’addestramento di modelli generativi sulla voce, sul volto, sulla gestualità di una persona morta. Il GDPR non si occupa dei morti. L’AI Act europeo non affronta il tema del consenso post mortem in modo diretto. Il risultato è una lacuna enorme. Chi ha autorizzato la clonazione? Chi detiene i server su cui gira il clone? Cosa succede quando scade l’abbonamento? Chi decide quando spegnere il sistema? Nessun ordinamento giuridico europeo ha una risposta strutturata. LA VERITÀ CONDIVISA COME BENE COMUNE «La verità condivisa è la base della dignità delle persone, anche quando fa male.» Non si tratta di demonizzare ogni forma di lutto digitale. Conservare la voce di una persona amata può essere legittimo. La questione è un’altra: cosa succede quando il clone diventa più presente del morto nella memoria di chi resta? Zanguei dice che il suo lavoro è consolare chi resta. Tecnica­mente è vero. Ma queste tecnologie non sono neutrali: sono progettate per trattenere, non per lasciare andare. L’ultima volta che la signora di Shandong ha sentito davvero la voce di suo figlio, lui era vivo. La prossima volta che crederà di sentirlo, quella voce girerà su un server gestito da un estraneo. Qualcuno parla al posto di suo figlio, a sua madre. E nessuno gli ha chiesto il permesso. South China Morning Post, aprile 2026 https://www.scmp.com/news/people-culture/trending-china/article/3349344/china-family-creates-ai-clone-comfort-elderly-mum-after-only-son-dies-car-accident Matteo Flora, Ciao Internet, ep. 1549, aprile 2026 https://www.youtube.com/watch?v=bUnfFGuo9O4 Centre for the Future of Intelligence, University of Cambridge, “Deadbots and the Right to Rest in Peace”, Philosophy & Technology, maggio 2024 https://link.springer.com/article/10.1007/s13347-024-00761-4 Francesco Russo
April 22, 2026
Pressenza
Tra natura, cultura e cura: a Capri un convegno per restituire complessità al pensare la famiglia
Due giornate di confronto tra psicoanalisi, antropologia e istituzioni per ripensare i legami familiari e la condizione dell’adolescenza contemporanea Capri, 24-25 aprile 2026 — Centro Congressi, Sala Pollio In una fase storica in cui i legami familiari, le pratiche genitoriali e la condizione dell’adolescenza interrogano profondamente le scienze umane e le istituzioni della cura, il Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) dell’Associazione Aristemi Connessioni promuove il convegno “La Famiglia. Tra Natura, Cultura e Cura”, in programma a Capri il 24 e 25 aprile 2026. Due giornate di lavoro presso il Centro Congressi della Sala Pollio, con il patrocinio della Città di Capri, che riuniscono alcune tra le voci più autorevoli del panorama italiano della psicoanalisi, dell’antropologia, della psichiatria, della psicologia clinica e giuridica. UN PROGRAMMA AL CROCEVIA TRA DISCIPLINE Il convegno si apre venerdì 24 aprile alle ore 15.00 con i saluti istituzionali di Giuseppe Esposito, presidente dell’Associazione Aristemi Connessioni, e di Gemma Trapanese, presidente del DPACF. A seguire, Roberto Beneduce e Simona Taliani, antropologi e psicoterapeuti dell’Università di Torino e fondatori del Centro Frantz Fanon, presentano l’intervento: “Le famiglie e i loro complessi. Politiche di riproduzione e culture del desiderio”, una riflessione sulle pratiche istituzionali rivolte alle famiglie nei contesti di migrazione e differenza culturale. Nel pomeriggio, Gemma Trapanese propone “La famiglia in scena”, una lettura del teatro di Emma Dante come dispositivo capace di restituire, attraverso il linguaggio scenico, la complessità dei legami familiari. La giornata si conclude con una sessione di discussione in sala, introdotta da Stefania De Giovanni, psicologa clinica e psicoterapeuta della coppia e della famiglia, membro del DPACF. LA SECONDA GIORNATA: ADOLESCENZA, DIRITTO E CURA Sabato 25 aprile i lavori si aprono alle ore 9.30 con i saluti delle autorità. Seguono gli interventi di: * Giuseppe Esposito e Antonio Pitoni: Legami e loro destini tra Famiglia e Società * Vincenzo Zara: Il Gruppo di Valutazione dei Procedimenti Giudiziari per Minori come spazio transizionale A metà mattina si tiene la tavola rotonda: “GLI ADOLESCENTI SENZA ACCOMPAGNAMENTO ALLA VITA” con Mario Colucci, Patrizia Imperato e Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana. La discussione è affidata a Monica Conte. Nel pomeriggio: * Fulvia Grimaldi: Famiglia e Istituzioni: Quale Cura? * Massimiliano Scarpelli: La sfera e le tenebre. Un sogno oscuro del corpo (discute Gemma Trapanese) Segue il contributo del Gruppo di lavoro DAI di Città della Pieve su: Adolescenti e disturbi di alimentazione incontrollata nella relazione di cura: un’esperienza di supervisione di équipe (discute Giovanna Cocchiarella) Le conclusioni sono affidate a Giuseppe Esposito e Gemma Trapanese. UN CONVEGNO CHE ABITA LE DOMANDE Il convegno si configura come uno spazio di confronto interdisciplinare che attraversa quattro grandi assi: * le trasformazioni dei legami familiari * la condizione dell’adolescenza contemporanea * le pratiche istituzionali della tutela e della cura * il dialogo tra psicoanalisi, antropologia e clinica del soggetto Le tre parole del titolo — natura, cultura, cura — non vengono proposte come categorie chiuse, ma come campi di tensione. È nello spazio del “tra” — tra il legame e la norma, tra l’urgenza dell’intervento e la necessità della comprensione — che si gioca oggi la qualità del pensare e dell’operare con le famiglie. INFORMAZIONI Centro Congressi, Sala Pollio — Via Sella di Orta, Capri Venerdì 24 e sabato 25 aprile 2026 Ingresso libero fino a esaurimento posti Organizzazione: Associazione Aristemi Connessioni — Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) Redazione Napoli
April 21, 2026
Pressenza
Puntata del 4/4/2026
Una quotidianità di razzismo, povertà, violenza, guerre e indifferenza rende impossibili le nostre esistenze e mette a rischio il significato stesso delle parole libertà e solidarietà. Con le ultime decisioni...
April 9, 2026
mezzoradaria
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Come degradare l’Appennino fra Liguria ed Emilia
del GRIG (Gruppo di intervento Giuridico). A seguire il link per firmare la petizione «Sì all’energia rinnvabile, no alla speculazione energetica». Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato un atto di intervento (5 febbraio 2026) nell’ambito del procedimento di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto per la realizzazione della centrale eolica Ferriere proposto dalla società milanese Ferriere Wind s.r.l.
February 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Elogio del non-fare
In occasione del cambio di anno, quando il mondo invita a trasformarsi in una “versione migliore” di sé stessi attraverso i buoni propositi, lo scrittore tedesco Martin Brunner offre un contrappunto radicale con il suo libro “Du musst gar nichts – Für alle, die nicht mehr mitmachen wollen” (Non devi fare nulla – Per tutti coloro che non vogliono più partecipare). Recensione di Michael Wögerer Con l’arrivo del nuovo anno, la macchina dell’auto-miglioramento raggiunge il suo apice annuale. Le palestre attirano con abbonamenti annuali, le guide promettono il “nuovo io” e sui social media i post si superano a vicenda con propositi ambiziosi. Proprio in questo momento, il libro di Martin Brunner “Du musst gar nichts” (Non devi fare nulla, edito da Parkstraße) appare come un necessario contrappunto, il rifiuto radicale di una cultura che ha dichiarato la vita un cantiere permanente. L’ANTIDOTO ALL’AUTO-OTTIMIZZAZIONE L’opera di Brunner si propone come una sorta di “antidoto” a una cultura in cui rimanere fermi è considerato un difetto e la riflessione continua una virtù. L’autore critica aspramente il fatto che l’uomo moderno si trovi in un permanente “modello psicologico di auto-ottimizzazione” in cui non si può mai essere “arrivati”. Il libro rompe con l’idea che siamo una sorta di “bozza” di noi stessi, che deve essere costantemente migliorata attraverso aggiornamenti software sotto forma di coaching, meditazione o sfide. Il libro di Brunner non è un manuale. Non promette una versione migliore di noi stessi, né cinque passi verso la felicità, né la routine mattutina delle persone di successo. Fa invece qualcosa di insolito: ci lascia in pace. In 54 brevi capitoli, l’autore descrive i meccanismi di una società che ha trasformato tutto, persino la tranquillità e il ritiro, in un obbligo di rendimento. La tesi centrale è tanto semplice quanto rivoluzionaria: non devi fare nulla. Non devi essere produttivo, consapevole, grato, autentico. Non devi uscire dalla tua zona di comfort, non devi trovare un perché, non devi diventare una versione migliore di te stesso. QUANDO IL CAPITALISMO DIVENTA UNA FILOSOFIA DI VITA Ciò che distingue il libro di Brunner dalla consueta letteratura di auto-aiuto è il suo acuto sguardo analitico sulle strutture economiche e politiche che stanno dietro all’ideologia dell’ottimizzazione. Brunner smaschera l’idea che il lavoro debba essere “significativo” come una manovra diversiva neoliberista: > “Ciò che l’idea nasconde è che non è stata inventata dai filosofi, ma da > un’economia che vuole che tu lavori di più per meno soldi. Chi lavora per la > propria vocazione non chiede gli straordinari” (p. 43). Lo “scopo” – il senso che dovremmo trovare nel nostro lavoro – non è un dono, ma uno strumento. Trasforma i lavoratori in auto-sfruttatori che svolgono volontariamente lavoro straordinario non retribuito perché dovrebbero sentirsi “appagati”. PRIVATIZZAZIONE DELLA RESPONSABILITÀ Un punto centrale critico per il sistema è l’individualizzazione dei problemi strutturali. Invece di cambiare le condizioni di lavoro precarie, si trasmette all’individuo l’idea che debba solo diventare più resistente, attento o resiliente. > “Il sistema rimane lo stesso, solo la strategia di gestione viene > privatizzata. Non sono le condizioni di lavoro a cambiare, ma tu devi imparare > a sopportarle con attenzione.” (p. 29) Brunner dimostra che se il burnout è considerato un fallimento personale e non un sintomo di condizioni di lavoro disumane, se la protezione del clima diventa una questione di “impronta di carbonio” invece che di responsabilità aziendale e politica, allora non si tratta di una soluzione, ma di un diversivo dalla critica. L’INDUSTRIA DEL COACHING E DEL BENESSERE COME BENEFICIARIA L’autore prende di mira il settore in forte espansione del benessere e del coaching, che ha trasformato l’insicurezza e il sovraccarico delle persone in un business miliardario: * L’industria della consapevolezza vende la meditazione come strumento di produttività, non come liberazione. * L’industria della felicità trasforma la soddisfazione in un dovere e il dolore in una patologia. * L’industria della longevità promette l’immortalità ai ricchi, mentre il sistema sanitario per la maggioranza va in rovina * Il marketing dell’inner child (bambino interiore) trasforma il passato in un eterno cantiere terapeutico, distogliendo l’attenzione dai problemi reali del presente > «La positività tossica si maschera da cura, ma in realtà è una garanzia di > produttività» (p. 65). LA LOGICA DELLO SFRUTTAMENTO DELLA VITA Brunner critica il modo in cui i principi neoliberisti hanno invaso la vita privata. Ogni esperienza deve produrre un «ritorno sull’investimento» sotto forma di competenza, contenuto, conoscenza di sé. La vita diventa un progetto permanente che deve essere ottimizzato, monitorato e monetizzato. Le vacanze non sono più riposo, ma «ispirazione». Gli hobby non sono divertimento, ma «competenze». Anche la terapia diventa uno «strumento di sviluppo personale». La logica del mercato ha colonizzato completamente il soggetto. I PRIVILEGI DI CLASSE COME VIRTÙ INDIVIDUALI Un punto particolarmente critico: molte delle strategie di auto-ottimizzazione propagandate – alimentazione biologica, pause, ritiri yoga, vacanze di “disintossicazione digitale” – sono privilegi di classe venduti come soluzioni universalmente disponibili. Chi non può permettersi la salute viene punito due volte: prima dalle circostanze, poi dalla moralizzazione del proprio fallimento. A CAVALLO TRA UN ANNO E L’ALTRO: LA LIBERTÀ DI NON FARE NULLA Proprio a Capodanno, quando la pressione per migliorare se stessi raggiunge il suo apice, il libro di Brunner è una liberazione. Ci ricorda che la stagnazione non è un fallimento, che l’improduttività è un diritto, che non dobbiamo lavorare costantemente su noi stessi. Il libro non formula nuove richieste nei nostri confronti. Chiede invece qualcos’altro: che smettiamo di porci continuamente delle richieste. È un libro che non ci chiede nulla e proprio per questo ci dà tanto. “Non devi fare nulla” è un appello a rifiutare di considerare la propria vita come un progetto o una prova da sostenere davanti a un tribunale invisibile. È un invito a non considerare la “zona di comfort” come un rifugio moralmente discutibile, ma come un luogo necessario di pace. Il libro si conclude con un’importante distinzione: la libertà non consiste nel non fare più nulla, ma nel scegliere liberamente le cose invece di farle per senso del dovere nei confronti del rumore sistemico. Brunner ci ricorda che non siamo batterie che devono solo essere ricaricate per funzionare di nuovo in modo più efficiente. Non siamo macchine che devono essere costantemente ottimizzate e sottoposte a manutenzione, ma esseri viventi che hanno il diritto di esistere semplicemente, senza alcuna utilità per un sistema economico. -------------------------------------------------------------------------------- Martin Brunner – Du musst gar nichts – Für alle, die nicht mehr mitmachen wollen. (Non devi fare nulla – Per tutti coloro che non vogliono più partecipare). Il libro per ora non è stato tradotto in italiano. 122 pagine, bianco e nero, 10,00 EURO. ISBN del libro: 9783941556409. ISBN dell’e-book: 9783941556416. Editore Parkstraße. Pubblicato nella collana Edition Stadtfuchs — TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Unsere Zeitung
January 5, 2026
Pressenza