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Cacciato dal tour di Sheeran, Macklemore ne fa uno suo: nasce il Free Palestine Tour
Il 25 e il 26 settembre avrebbe dovuto suonare al Gillette Stadium di Foxborough, in Massachusetts, l'impianto del miliardario Robert Kraft. Secondo il rapper di Seattle, è stato proprio Kraft a convincere altri proprietari di stadi a sbarrargli la strada dopo il «Free Palestine» gridato al MetLife Stadium. Nel frattempo Macklemore ha annunciato sui social un tour tutto suo, con una battuta: «Il mio calendario si è un po' liberato». Si chiama Free Palestine Tour e parte dall'Europa: 3Arena di Dublino il 26 ottobre, Accor Arena di Parigi il 29, OVO Arena Wembley di Londra il 30. La prevendita a... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Cacciato dal tour di Sheeran, Macklemore ne fa uno suo: nasce il Free Palestine Tour appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
La reazione alla censura sionista su Macklemore
Quando il rapper Macklemore ha deciso di sfruttare la sua notorietà aprendo il concerto di Ed Sheeran durante il Loop Tour, il suo discorso a favore della “Liberazione Palestinese” ha raggiunto migliaia di persone. Quelle dichiarazioni sul palco sono ora una delle notizie più importanti al mondo, permettendo alle sue […] L'articolo La reazione alla censura sionista su Macklemore su Contropiano.
September 23, 2026
Contropiano
Kraft, la lotta al BDS e i due milioni senza destinatario
DAL CASO MACKLEMORE AI FINANZIAMENTI DELLA FONDAZIONE DI ROBERT KRAFT: IL CONFINE TRA LOTTA ALL’ANTISEMITISMO, SOSTEGNO A ISRAELE E LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Il 16 settembre Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium di Foxborough, ha affidato ai canali social dello stadio una dichiarazione in cui racconta che Ed Sheeran gli ha chiesto di impegnare due milioni di dollari per aiuti nella regione, senza dire esplicitamente di aver accettato. Nel testo rivendica anche di aver sostenuto per decenni iniziative che creano opportunità per i palestinesi. Il messaggio arriva poche ore dopo che Macklemore ha destinato a sei organizzazioni a favore della popolazione palestinese il milione guadagnato con il tour, invitando Kraft a fare altrettanto, e due giorni dopo l’esclusione del rapper dalla tournée. Non ci sono beneficiari né tempi, e il Kraft Group non aveva risposto a Billboard che chiedeva chiarimenti. Molti hanno letto quelle righe come un impegno concreto, osserva Haaretz, ma né Kraft né Sheeran hanno indicato un solo destinatario. Sulle circostanze dell’esclusione le versioni divergono. Macklemore era stato allontanato dopo aver detto «Free Palestine» durante due concerti di Sheeran nel New Jersey, e sostiene che Sheeran gli abbia riferito di un ultimatum dei proprietari degli stadi. Il 18 settembre Haaretz scriveva che Kraft non aveva risposto all’accusa, mentre TicketNews riporta che il Kraft Group contesta la ricostruzione. Kraft ha comunque confermato di aver contattato personalmente Sheeran. Perfino Jeremy Burton, che guida il Jewish Community Relations Council di Boston e ha difeso la scelta di Kraft, ha scritto che dire «Free Palestine» non è necessariamente antisemita, mentre Macklemore respinge le accuse che gli sono state rivolte. Sheeran, dal canto suo, attribuisce la decisione al promotore. I conti li ha guardati The Intercept, in un’analisi firmata da Jonah Valdez e pubblicata il 18 settembre, che ricostruisce le dichiarazioni fiscali della Kraft Family Foundation e del Kraft Group dal 2006. La fondazione risulta aver versato 196.000 dollari a Friends of the IDF, in sette donazioni destinate, secondo la causale indicata da Kraft, all’istruzione di giovani soldati ebrei, e altri 123.000 dollari a Brothers for Life e a Friends of Israel Disabled Veterans, due organizzazioni che assistono direttamente militari israeliani. I venti milioni che ricorrono in alcune ricostruzioni riguardano invece il programma per i soldati soli finanziato da Friends of the IDF dal 2020, e non i versamenti di Kraft. Tra le cifre più rilevanti figurano tre milioni, versati dal Kraft Group dal 2022 allo United Democracy Project, il super PAC legato all’AIPAC, e i venti milioni con cui nel 2019 Kraft ha fondato la Foundation to Combat Antisemitism, oggi Blue Square Alliance Against Hate, nata per contrastare il movimento BDS. Il BDS, sigla di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, è un movimento nato il 9 luglio 2005 da un appello firmato da oltre 170 realtà della società civile palestinese, un anno dopo il parere con cui la Corte internazionale di giustizia aveva dichiarato illegale il muro costruito nei territori occupati. Chiede a cittadini e istituzioni di tutto il mondo di colpire le politiche di apartheid con gli strumenti applicati al Sudafrica dell’apartheid, finché non rispetterà il diritto internazionale su tre punti: la fine dell’occupazione e della colonizzazione delle terre arabe con lo smantellamento del muro, la piena uguaglianza dei cittadini arabo-palestinesi di Israele e il diritto al ritorno dei rifugiati. Si definisce nonviolento, respinge l’accusa di antisemitismo e dice di avere il sostegno di sindacati, chiese e organizzazioni di ogni continente. La cornice giuridica europea gli è favorevole. Nel 2020, con la sentenza Baldassi e altri contro Francia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che condannare per incitamento alla discriminazione economica undici attivisti, colpevoli di aver invitato i clienti di un supermercato a non comprare prodotti israeliani, violasse la libertà di espressione, perché l’invito al boicottaggio resta espressione politica finché non degenera in incitamento alla violenza, all’odio o all’intolleranza. Il precedente vale per tutti i quarantasette Stati del Consiglio d’Europa, Italia compresa, e un commento pubblicato su Opinio Juris vi legge il rifiuto dell’idea che il BDS sia di per sé discriminatorio o antisemita. Quanto all’accusa di apartheid, è stata avanzata anche da B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto che le misure che separano coloni e palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est violino l’articolo 3 della Convenzione contro la discriminazione razziale, che vieta segregazione razziale e apartheid. Contro questo movimento si è schierato Kraft il 20 giugno 2019 a Gerusalemme, ricevendo il Genesis Prize e promettendo venti milioni di dollari per combattere l’antisemitismo e il boicottaggio promosso dai palestinesi. Gli organizzatori del premio precisarono che la fondazione si sarebbe occupata anche del BDS e di altri tentativi di delegittimare Israele. Secondo Haaretz l’ente è riemerso nel 2023 con la campagna Stand Up to Jewish Hate, e dopo il 7 ottobre Kraft ha stanziato altri cento milioni di dollari. Nell’ottobre 2025 ha cambiato nome, eliminando dalla denominazione la parola antisemitismo, con Adam Katz alla presidenza. Lo stesso quotidiano nota che, pur avendo Kraft promesso nel 2019 di contrastare le narrazioni antisemite che contestano il diritto di Israele a esistere presentandosi come dibattito legittimo, l’ente ha adottato in genere un linguaggio più ampio contro l’odio, evitando di definire esplicitamente antisemita l’attività antisionista. La fondazione ha finanziato anche gruppi di media e di analisi. Ha versato 63.500 dollari al Committee for Accuracy in Middle East Reporting and Analysis, che ha condotto campagne di pressione contro giornalisti, studenti e studiosi ritenuti ostili a Israele, 150.000 al Middle East Media Research Institute e 50.000 all’Investigative Project on Terrorism, che il Council on American-Islamic Relations considera parte di una rete islamofoba. Sono valutazioni riportate da The Intercept, e come tali vanno lette. Il caso Kraft mostra dove porta questa impostazione. Un ente nato per combattere la discriminazione ha inserito tra i propri bersagli un movimento nonviolento il cui invito al boicottaggio, per la Corte europea, è espressione politica tutelata, e il suo fondatore sostiene gruppi che i loro critici accusano di alimentare un altro odio. Dave Zirin ha scritto su The Nation, nel gennaio 2024, che la fondazione contribuisce al problema che dichiara di combattere, e Lila Corwin Berman, che studia la filantropia ebraica alla New York University, ha detto a Haaretz che il caso Macklemore rende evidente quanto sia difficile separare l’impegno contro l’antisemitismo dalle posizioni politiche di Kraft su Israele, con il rischio di indebolire lo sforzo stesso. A mio giudizio l’esito è questo. Quando la critica a uno Stato viene trattata come odio e un artista è escluso per aver detto «Free Palestine», parole che perfino un difensore di Kraft giudica non necessariamente antisemite, cresce la discriminazione verso chi dissente e la parola antisemitismo perde forza proprio dove servirebbe a proteggere chi ne è davvero vittima. Le dichiarazioni fiscali sono pubbliche e permettono di confrontare ciò che un magnate dice con ciò che ha finanziato. Dal 2006 i versamenti verso organizzazioni schierate sono documentati, mentre l’annuncio dei due milioni non indica ancora un destinatario. Il caso Macklemore pone poi una questione che va oltre Kraft, cioè dove passi il confine tra la critica a Israele e l’odio antiebraico e a chi spetti tracciarlo quando chi decide è anche il proprietario dell’impianto. La neutralità apolitica rivendicata da molti nomi della musica diventa, a mio giudizio, più difficile da difendere quando chi possiede lo stadio usa il suo potere per stabilire chi può parlare. Se un impianto può filtrare in anticipo ciò che si dice dal palco, a rispondere di questa scelta davanti al pubblico che ha comprato il biglietto deve essere chi l’ha compiuta. Fonti The Intercept, “Robert Kraft Claims His Donations Help Palestinians. Turns Out He’s Funding Friends of the IDF.” (18/09/2026) Haaretz (18/09/2026) Billboard Pro (16/09/2026) Times of Israel/AP (21/06/2019) Jewish Insider (10/10/2025) The Nation (31/01/2024) TicketNews (09/2026) BDS Movement, appello del 9/07/2005 Corte EDU, Baldassi e altri c. Francia (11/06/2020) Opinio Juris (16/06/2020) Human Rights Watch (2024) Francesco Russo
September 21, 2026
Pressenza
Il potere della gente comune, da Macklemore al boicottaggio
Circa 300mila follower persi in due settimane da Ed Sheeran, oltre un milione guadagnati dal rapper che aveva urlato «Free Palestine» sopra 80mila teste al MetLife Stadium. È il rovescio della medaglia della storia raccontata su queste pagine la settimana scorsa, quando Macklemore veniva accusato da giornalisti e colleghi – Pink su tutti – e cacciato dal Loop Tour dopo essersi schierato per la causa palestinese dal palco. Oggi quello stesso rapper non è più il problema da allontanare dagli stadi americani: è l’artista che l’opinione pubblica ha scelto di premiare, mentre chi lo aveva messo alla porta fatica a spiegarsi. Nel giro di quarantotto ore tutte le altre band di supporto del tour (Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga) hanno lasciato le date rimaste per schierarsi con lui, e anche i loro profili social sono cresciuti. Online sono partite migliaia di richieste di rimborso dei biglietti, e altrettanti fan hanno annunciato di non voler più assistere ai concerti di Sheeran. Allora la questione si è spostata sui soldi. Macklemore ha annunciato che donerà l’intero milione di dollari guadagnato dal tour a sei organizzazioni umanitarie attive a Gaza, sfidando Robert Kraft – il patron degli stadi che avrebbe concertato la sua esclusione – a fare altrettanto. Sheeran, travolto dalle critiche per il suo silenzio, ha promesso a sua volta due milioni di dollari per l’assistenza umanitaria nella regione, e lo stesso Kraft si è impegnato a raddoppiare la cifra. Ma un bonifico non cancella una scelta, né la sua assenza: Sheeran si era limitato a dirsi estraneo alla decisione, definendo il conflitto una generica «tragedia umana», perché aveva scelto di non prendere posizione; la sua scelta è stata quella di non scegliere e i fan questa volta non l’hanno perdonato. Dall’altro lato al rapper americano è appena stato dedicato un murales a Gaza, dipinto dall’artisti locali Anne Radwan e Ubayy Al-Qarashli, per ringraziarlo del suo sostegno. Al di là della cronaca, la lezione è un’altra, e va al di là di questa vicenda: da soli contiamo poco, insieme diventiamo una forza che aziende e governi non possono ignorare. Bob Dylan trasformò le canzoni in editoriali cantati e diede voce al movimento per i diritti civili americano. Fabrizio De André scelse sempre la parte degli ultimi – prostitute, ladri, disertori – e ne fece letteratura, senza mai concedere nulla al potere costituito. Roger Waters porta avanti da oltre un decennio una battaglia scomoda per la causa palestinese, pagandone il prezzo in polemiche e date cancellate quasi a ogni tour. Nel 1985 fu invece un intero movimento a muoversi insieme: Steven Van Zandt radunò oltre cinquanta artisti, da Bruce Springsteen a Miles Davis, in Artists United Against Apartheid, per il brano Sun City, nel quale promettevano di non esibirsi più in quel resort sudafricano, simbolo del regime segregazionista. Il modello del boicottaggio organizzato, del resto, funziona anche fuori dal mondo della musica. Nel luglio 2021 Ben & Jerry’s ha annunciato che avrebbe smesso di vendere i propri gelati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, definendo quella presenza «incompatibile con i propri valori», dopo anni di pressioni da gruppi di consumatori. Puma, dal canto suo, nel 2024 ha comunicato che non avrebbe rinnovato la sponsorizzazione della federazione calcistica israeliana, che schiera anche squadre con sede negli insediamenti in Cisgiordania: una campagna di boicottaggio partita nel 2018 da oltre duecento club sportivi palestinesi aveva accompagnato l’azienda tedesca per sei anni, tra picchettaggi davanti ai negozi e occupazioni degli uffici. Stessa storia, più di recente, per Starbucks, costretta a chiudere oltre 200 punti vendita, o per Carrefour, che dopo essere stata a lungo al centro del boicottaggio, abbandona il mercato italiano. Il potere ci vuole divisi, perché il singolo può fare poco sulle macro-dinamiche di cui diventiamo spettatori inermi; altra cosa, però, è quando riusciamo ad andare oltre le differenze, perché uniti da un comune obiettivo possiamo diventare inarrestabili e incidere davvero. The post Il potere della gente comune, da Macklemore al boicottaggio appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 21, 2026
L'INDIPENDENTE
La canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The Machine
Che cos’è il silenzio? Una mano che applaude da sola? Un albero che cade in una foresta senza nessuno ad ascoltarlo? Uno spazio vuoto tra le nostre orecchie? Un nastro che si disintegra girando su se stesso durante un attentato terroristico? Un vocale muto di quattro minuti e trentatré secondi per dirti che ti saluta John Cage? O forse, più banalmente, quattro uomini nudi in mezzo a uno stadio con la bocca sigillata dal nastro adesivo? Il 18 luglio del 1993 il batterista Brad Wilk se ne stava in piedi sul palco del Lollapalooza di Philadelphia. In silenzio. Nudo. Per quindici minuti. Davanti a cinquantamila persone. «Pensavo alla sensazione del vento sulle spalle» racconterà in seguito. Con lui, spogliati e muti, Zack de la Rocha, Tom Morello e Tim Commerford: i Rage Against The Machine. Sulla bocca un tappo di nastro isolante. Sul petto di ciascuno, una lettera dipinta: P, M, R, C. In sottofondo il feedback delle chitarre, appoggiate sugli amplificatori. E loro immobili. Il pubblico all’inizio restò a fissarli basito. Si aspettavano Killing in the Name e invece si trovavano davanti uno spogliarello immobile. Per un po’ stettero al gioco, poi iniziarono a tirargli le bottiglie. Poco dopo arrivò la polizia che li fece scendere dal palco. Le quattro lettere sul petto non erano un’invenzione estemporanea. PMRC sta per Parents Music Resource Center, il comitato fondato nel 1985 da un gruppo di mogli di politici di Washington alle quali non piacevano le parolacce. Da anni portavano avanti la loro battaglia per vietare la diffusione di canzoni che contenessero un linguaggio da loro giudicato osceno. Qualche anno prima avevano convinto le case discografiche ad applicare un bollino di avvertimento sui testi considerati volgari. «Come curare la forfora con la decapitazione» commentò all’epoca Frank Zappa, uno degli artisti che più si batté contro le proposte di censura del comitato. Zappa portò la questione addirittura davanti alla commissione del Senato, ma alla fine il bollino arrivò lo stesso. Il famigerato Explicit Lyrics. Per ripicca lo fecero mettere anche su un suo disco totalmente strumentale, Jazz from Hell. L’avviso ai parenti sui testi spinti Anche i Rage erano contrari alla censura del PMRC. Per Tom Morello era addirittura una questione di famiglia. La mamma del chitarrista dei Rage, Mary Morello, nel 1987 aveva fondato Parents for Rock and Rap, un comitato che aveva il preciso obiettivo di difendere la libertà di espressione della musica popolare. In pratica erano la nemesi del PMRC. O, per meglio dire, gli anticorpi. «Vi ricordo che questi sono gli Stati Uniti d’America e che abbiamo una cosa che si chiama Primo Emendamento» aveva urlato Mary Morello in faccia al sindaco di Lake Forest. Il figlio evidentemente ascoltava. Nel 1993 Tom Morello era sul palco con una grossa M verniciata sul torace e la bocca chiusa dal nastro isolante. Il suo silenzio era una protesta. Dopo quel pomeriggio a Philadelphia i Rage hanno continuato a protestare, anche se di silenzio ne hanno fatto ben poco. Nel 1996 vengono banditi da Saturday Night Live: ospite d’onore quella sera è Steve Forbes, miliardario candidato alla Casa Bianca, e la band appende agli amplificatori due bandiere americane capovolte. Tre anni dopo, il 24 luglio 1999, danno fuoco a una bandiera americana sul palco di Woodstock ’99. Nel gennaio del 2000 girano il video di Sleep Now in the Fire con Michael Moore davanti alla Borsa di New York senza nessuna autorizzazione e si fanno arrestare dalla polizia. In mezzo quattro album che hanno ridefinito i canoni della rabbia. Tutto finisce nel 2000, al netto di qualche reunion nella quale sono tornati a suonare dal vivo. I Rage Against The Machine al Loollapalooza Con l’uscita di scena dei Rage cala il silenzio, in America, su un modo di fare musica che fosse anche una severa contestazione del potere, almeno nel circuito mainstream. Il passaggio di consegne arriva ventiquattro anni dopo e porta il nome di una bambina di Gaza. Il brano si intitola Hind’s Hall e prende il nome da Hamilton Hall, l’edificio della Columbia University occupato dagli studenti pro-Palestina il 30 aprile 2024 e ribattezzato in onore di Hind Rajab, la bambina uccisa a Gaza a gennaio di quell’anno dall’esercito israeliano. Il rapper Macklemore la pubblica prima sui social, fuori da ogni etichetta, e solo dopo qualche giorno la porta sulle piattaforme di streaming, devolvendo tutti i proventi alla UNRWA. Il brano entra in classifica, secondo tra i singoli rap più venduti digitalmente negli Stati Uniti, settimo nella classifica generale. Il testo è un atto di accusa contro il genocidio a Gaza e contro la complicità degli Stati Uniti. Macklemore se la prende anche con l’industria musicale per essere stata, fino a quel momento, in silenzio. Actors in badges protecting property / And a system that was designed by white supremacy / But the people are in the streets / You can pay off Meta, you can’t pay off me: Attori col distintivo che proteggono la proprietà / E un sistema progettato dalla supremazia bianca / Ma la gente sta per strada / Potete pagare Meta, non me. Dopo averla sentita, Tom Morello commenta: «È la canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The Machine». Musicalmente il brano si regge sul campionamento di una canzone tradizionale libanese. 4 note suonate da una chitarra acustica. Ma ci sarebbe stato bene anche un riffone distorto con la sua Fender. Due anni e mezzo dopo quel rumore torna a farsi sentire. Ma stavolta qualcuno decide di spegnerlo. Settembre 2026: Macklemore apre le date del Loop Tour di Ed Sheeran. Sul palco del MetLife Stadium, nel New Jersey, davanti a 80mila persone, il rapper introduce Hind’s Hall facendo un breve discorso: «Uno dei motivi principali per cui ho voluto fare questo tour, fin dall’inizio, è proprio quello di poter salire sul palco di stadi come questo e pronunciare due parole che mi stanno particolarmente a cuore: ‘Free Palestine‘. Voglio che queste parole risuonino forte e chiaro, affinché tutti, da Gaza fino alla Cisgiordania occupata, sappiano che non li abbiamo dimenticati». Bastano quelle due parole a fare incazzare le associazioni contro l’antisemitismo. L’Israeli-American Council lancia una petizione per farlo cacciare dalla tournee. Robert Kraft, il proprietario del Gillette Stadium di Boston dove Ed Sheeran dovrebbe suonare pochi giorni dopo, impone un ultimatum: o lui fuori dal tour, o niente date negli stadi. Questa volta il silenzio imposto è quello della censura. Ed Sheeran, a quel punto, scarica Macklemore. Si giustificherà dicendo di essere «sconvolto da quanto sta succedendo a Gaza e in Palestina», ma che nei suoi spettacoli non si fa politica. Poi dà la colpa della decisione al suo promoter. Sceglie, di fatto, di non schierarsi. Il silenzio diventa un’altra cosa: complicità. Nel giro di due giorni la sua “non decisione” gli si ritorce contro. Il tour si sfalda: se ne vanno Finneas, Aaron Rowe, i Beoga, i Lukas Graham. In pratica tutti gli altri musicisti che dovevano dividere il palco con lui. Il mondo della musica si spacca come sempre in questi casi: per Shirley Manson dei Garbage è «pura follia», per Chris Shiflett dei Foo Fighters «forse denunciare un genocidio viene prima del galateo da palco», mentre P!nk, promossa sul campo a esperta di relazioni internazionali, si schiera con la censura e accusa Macklemore di aver trasformato «un evento mainstream in un incubo politico». La scossa è talmente forte che per qualche giorno gli organizzatori temono che il tour non possa ripartire. Alla fine, come spesso succede, la faccenda si chiude in dollari: due milioni donati da Sheeran in aiuti umanitari, altri due messi da Kraft per pareggiare, uno versato da Macklemore di tasca propria, che sfida pubblicamente Kraft a fare altrettanto. Cosa abbia realmente a che fare tutto questo con il massacro dei palestinesi? Difficile a dirsi. Ed Sheeran Il tour di Ed Sheeran, alla fine, è ripartito la notte scorsa a Philadelphia. La stessa città dove i Rage Against the Machine misero in scena la loro protesta. Si chiama Loop Tour perché lui suona da solo, con una pedaliera che registra una frase e la fa girare all’infinito mentre canta sopra. Loop, appunto: la parola con cui in questa rubrica avevamo raccontato i nastri di William Basinski che si disintegravano mentre fuori dalla finestra crollavano le Torri Gemelle. E se si risale ancora più indietro, la stessa parola descrive ciò che John Cage scoprì in una camera anecoica di Harvard, quando sentì soltanto il proprio sangue in circolo. Ne concluse che il silenzio non esiste, perché il corpo produce sempre un suono: il sangue in circolo, il sistema nervoso acceso, un dibattito interno. Sheeran, senza volerlo, lo dimostra al contrario. Sul palco resta una sola voce che gira su se stessa, mentre tutte le altre, quelle che avrebbero dovuto dividere il palco assieme a lui, vengono silenziate. Ripartiamo anche noi, allora, dall’inizio. Cos’è il silenzio? Un’utopia. Rinascita e rovina insieme. Protesta, ma anche censura. Un vuoto da colmare. La distanza che le nostre orecchie percorrono per raggiungere il resto del mondo. O forse, più banalmente, una voce di bilancio, una clausola di contratto: una questione di soldi. Come tutto il resto. PS: Alla fine i Rage Against the Machine hanno fatto pace con il pubblico di Philadelphia. Sono tornati pochi mesi dopo e hanno organizzato un concerto per i fan che non erano riusciti a sentirli al Lollapalooza. Questa volta hanno suonato gratis. Il concerto di Ed Sheeran, invece, costa 112 dollari. Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online The post La canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The Machine appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Macklemore fuori dal tour di Ed Sheeran per la solidarietà con la Palestina
Macklemore, famoso rapper statunitense, è stato ufficialmente estromesso dalle date statunitensi del The Loop Tour di Ed Sheeran. A decretare il bando del rapper sono state le pressioni congiunte di organizzazioni filo-israeliane e dei proprietari dei grandi stadi americani, culminate nella minaccia di bloccare l’intera tournée da centinaia di migliaia […] L'articolo Macklemore fuori dal tour di Ed Sheeran per la solidarietà con la Palestina su Contropiano.
September 16, 2026
Contropiano
Il prezzo di schierarsi: Macklemore urla “Palestina libera” e perde il tour di Ed Sheeran
Due parole gridate in uno stadio del New Jersey davanti a oltre 80mila persone, e le porte degli altri stadi americani si sono chiuse. Il promoter Messina Touring Group ha confermato che Macklemore non aprirà più le date statunitensi del Loop Tour di Ed Sheeran: le sedi dei prossimi concerti avevano fatto sapere che, con il rapper in cartellone, lo spettacolo non si sarebbe tenuto. Tutto era cominciato al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey, quando l’artista di Seattle aveva spiegato al pubblico di aver accettato il tour anche per poter dire, in stadi come quello, «Free Palestine». Poi aveva attaccato Hind’s Hall, con le immagini di Gaza sui maxischermi. La sera dopo è tornato sull’argomento, rivolgendosi ai «fratelli e sorelle ebrei» in platea: criticare Israele, ha detto, non significa criticare loro. La risposta è arrivata lo stesso giorno, in un lungo post su Instagram. Dopo aver sottolineato di non sentirsi una vittima, perché le vere vittime sono i palestinesi, scrive che: «Schierarsi può costarti», prima di mettere in fila il conto: soldi, contratti con i marchi, sponsor, festival, concerti e relazioni. Tutte cose che dice di aver già perso. Ma tra oppressore e oppresso, aggiunge, non esiste una posizione neutrale. Ed è proprio la neutralità che rimprovera a Sheeran, amico da tredici anni: il cantautore gli avrebbe spiegato che quelle parole e la bandiera palestinese avevano ferito molte persone, senza però riuscire ad andare oltre il suo «non mi schiero». A chiudere la partita, sempre nella versione del rapper, sarebbe stato il miliardario Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium, che avrebbe radunato altri proprietari di impianti intorno a un ultimatum: o via Macklemore, o niente stadi. Nel post c’è anche una domanda. Quelle parole, scrive Macklemore, le ripete sui palchi di mezzo mondo da quasi tre anni. Perché il problema salta fuori solo adesso? Perché adesso divide il palco con uno dei più grandi artisti del mondo, e a quel livello di esposizione «Free Palestine» diventa un rischio troppo alto: il messaggio è lo stesso, a cambiare è il numero di persone che lo ascoltano. È una chiave che aiuta a leggere il silenzio di chi sta in cima alle classifiche. Le prese di posizione non mancano: la campagna No Music for Genocide, nata nel settembre 2025, ha raccolto oltre mille adesioni tra artisti ed etichette che hanno bloccato la propria musica in Israele, da Lorde a Björk fino ai Massive Attack. Ma a guidarla è la scena indipendente, lontana dagli stadi, dove ogni frase pesa su sponsor e promoter. E il conto può arrivare perfino dai governi: nel 2025, dopo i cori contro l’esercito israeliano dal palco di Glastonbury, gli Stati Uniti hanno revocato i visti al duo britannico Bob Vylan. Poche settimane dopo è toccato ai Kneecap, trio rap nordirlandese che durante i concerti proietta scritte come «Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese». Il governo ungherese di Viktor Orbán ha vietato loro l’ingresso nel Paese per tre anni, impedendo il concerto allo Sziget di Budapest, uno dei più grandi festival d’Europa. Secondo il portavoce Zoltán Kovács, il gruppo avrebbe fatto discorsi d’odio antisemiti e inneggiato al terrorismo, al punto da rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Gli organizzatori hanno definito il provvedimento senza precedenti e i Kneecap hanno ricordato di non essere mai stati condannati per alcun reato. Per il rapper e cantautore statunitense, d’altronde, non si tratta di una prima volta. Già nel 2024 aveva pubblicato Hind’s Hall, dedicata agli studenti della Columbia University che avevano intitolato un edificio occupato a Hind Rajab, bambina uccisa dalle forze israeliane a Gaza. Intorno a lui, nel frattempo, la scena musicale si è spaccata. Shirley Manson dei Garbage ha parlato di follia: nulla di quanto detto dal rapper, secondo lei, era violento o antisemita. Pink, che è ebrea, ha invece ricondiviso un post del gruppo StopAntisemitism contro di lui e, finita a sua volta nella bufera, ha chiarito di non parlare a nome di Israele né di alcun governo. Sheeran, intanto, tace. L’Israeli-American Council, promotore di una petizione per estrometterlo, sostiene che quello era un concerto, non un comizio. Kraft, che ha confermato di avergli vietato il suo stadio senza rispondere sul resto, dice di non voler offrire una piattaforma ai discorsi d’odio e parla di una «più ampia storia di retorica antisemita». Tra i precedenti rinfacciati al rapper c’è il costume indossato nel 2014, con parrucca, barba e finto naso adunco, per il quale si scusò. Oggi Macklemore replica spiegando che confondere la critica a Israele con l’odio verso gli ebrei non serve a proteggere i cittadini ma a mettere al riparo Israele dal rendere conto di ciò che fa. Intanto il tour andrà avanti, senza più proclami per la Palestina. «Se quelle parole mi sono costate il palco», conclude il rapper nel suo lungo post, «allora è stato il tour di maggior successo a cui abbia mai partecipato». The post Il prezzo di schierarsi: Macklemore urla “Palestina libera” e perde il tour di Ed Sheeran appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Hind: aveva ancora tanti disegni da colorare
di Bruno Lai   3 maggio 2018: nasce Hind Rami Iyad Rajab (in arabo هند رامي إياد رجب‎; 3 maggio 2018 – 29 gennaio 2024), la bambina palestinese che sarà assassinata a 5 anni, nel corso del genocidio a Gaza, da militari dell’esercito di occupazione israeliano. Chi era Hind Rajab? Cosa ha fatto in tempo a fare nella sua breve