La canzone più Rage Against The Machine dopo i Rage Against The MachineChe cos’è il silenzio? Una mano che applaude da sola? Un albero che cade in una
foresta senza nessuno ad ascoltarlo? Uno spazio vuoto tra le nostre orecchie? Un
nastro che si disintegra girando su se stesso durante un attentato terroristico?
Un vocale muto di quattro minuti e trentatré secondi per dirti che ti saluta
John Cage? O forse, più banalmente, quattro uomini nudi in mezzo a uno stadio
con la bocca sigillata dal nastro adesivo?
Il 18 luglio del 1993 il batterista Brad Wilk se ne stava in piedi sul palco del
Lollapalooza di Philadelphia. In silenzio. Nudo. Per quindici minuti. Davanti a
cinquantamila persone. «Pensavo alla sensazione del vento sulle spalle»
racconterà in seguito. Con lui, spogliati e muti, Zack de la Rocha, Tom Morello
e Tim Commerford: i Rage Against The Machine. Sulla bocca un tappo di nastro
isolante. Sul petto di ciascuno, una lettera dipinta: P, M, R, C. In sottofondo
il feedback delle chitarre, appoggiate sugli amplificatori. E loro immobili.
Il pubblico all’inizio restò a fissarli basito. Si aspettavano Killing in the
Name e invece si trovavano davanti uno spogliarello immobile. Per un po’
stettero al gioco, poi iniziarono a tirargli le bottiglie. Poco dopo arrivò la
polizia che li fece scendere dal palco. Le quattro lettere sul petto non erano
un’invenzione estemporanea. PMRC sta per Parents Music Resource Center, il
comitato fondato nel 1985 da un gruppo di mogli di politici di Washington alle
quali non piacevano le parolacce. Da anni portavano avanti la loro battaglia per
vietare la diffusione di canzoni che contenessero un linguaggio da loro
giudicato osceno. Qualche anno prima avevano convinto le case discografiche ad
applicare un bollino di avvertimento sui testi considerati volgari. «Come curare
la forfora con la decapitazione» commentò all’epoca Frank Zappa, uno degli
artisti che più si batté contro le proposte di censura del comitato. Zappa portò
la questione addirittura davanti alla commissione del Senato, ma alla fine il
bollino arrivò lo stesso. Il famigerato Explicit Lyrics. Per ripicca lo fecero
mettere anche su un suo disco totalmente strumentale, Jazz from Hell.
L’avviso ai parenti sui testi spinti
Anche i Rage erano contrari alla censura del PMRC. Per Tom Morello era
addirittura una questione di famiglia. La mamma del chitarrista dei Rage, Mary
Morello, nel 1987 aveva fondato Parents for Rock and Rap, un comitato che aveva
il preciso obiettivo di difendere la libertà di espressione della musica
popolare. In pratica erano la nemesi del PMRC. O, per meglio dire, gli
anticorpi. «Vi ricordo che questi sono gli Stati Uniti d’America e che abbiamo
una cosa che si chiama Primo Emendamento» aveva urlato Mary Morello in faccia al
sindaco di Lake Forest. Il figlio evidentemente ascoltava. Nel 1993 Tom Morello
era sul palco con una grossa M verniciata sul torace e la bocca chiusa dal
nastro isolante. Il suo silenzio era una protesta.
Dopo quel pomeriggio a Philadelphia i Rage hanno continuato a protestare, anche
se di silenzio ne hanno fatto ben poco. Nel 1996 vengono banditi da Saturday
Night Live: ospite d’onore quella sera è Steve Forbes, miliardario candidato
alla Casa Bianca, e la band appende agli amplificatori due bandiere americane
capovolte. Tre anni dopo, il 24 luglio 1999, danno fuoco a una bandiera
americana sul palco di Woodstock ’99. Nel gennaio del 2000 girano il video di
Sleep Now in the Fire con Michael Moore davanti alla Borsa di New York senza
nessuna autorizzazione e si fanno arrestare dalla polizia. In mezzo quattro
album che hanno ridefinito i canoni della rabbia. Tutto finisce nel 2000, al
netto di qualche reunion nella quale sono tornati a suonare dal vivo.
I Rage Against The Machine al Loollapalooza
Con l’uscita di scena dei Rage cala il silenzio, in America, su un modo di fare
musica che fosse anche una severa contestazione del potere, almeno nel circuito
mainstream. Il passaggio di consegne arriva ventiquattro anni dopo e porta il
nome di una bambina di Gaza.
Il brano si intitola Hind’s Hall e prende il nome da Hamilton Hall, l’edificio
della Columbia University occupato dagli studenti pro-Palestina il 30 aprile
2024 e ribattezzato in onore di Hind Rajab, la bambina uccisa a Gaza a gennaio
di quell’anno dall’esercito israeliano. Il rapper Macklemore la pubblica prima
sui social, fuori da ogni etichetta, e solo dopo qualche giorno la porta sulle
piattaforme di streaming, devolvendo tutti i proventi alla UNRWA. Il brano entra
in classifica, secondo tra i singoli rap più venduti digitalmente negli Stati
Uniti, settimo nella classifica generale. Il testo è un atto di accusa contro il
genocidio a Gaza e contro la complicità degli Stati Uniti. Macklemore se la
prende anche con l’industria musicale per essere stata, fino a quel momento, in
silenzio. Actors in badges protecting property / And a system that was designed
by white supremacy / But the people are in the streets / You can pay off Meta,
you can’t pay off me: Attori col distintivo che proteggono la proprietà / E un
sistema progettato dalla supremazia bianca / Ma la gente sta per strada / Potete
pagare Meta, non me.
Dopo averla sentita, Tom Morello commenta: «È la canzone più Rage Against The
Machine dopo i Rage Against The Machine». Musicalmente il brano si regge sul
campionamento di una canzone tradizionale libanese. 4 note suonate da una
chitarra acustica. Ma ci sarebbe stato bene anche un riffone distorto con la sua
Fender.
Due anni e mezzo dopo quel rumore torna a farsi sentire. Ma stavolta qualcuno
decide di spegnerlo. Settembre 2026: Macklemore apre le date del Loop Tour di Ed
Sheeran. Sul palco del MetLife Stadium, nel New Jersey, davanti a 80mila
persone, il rapper introduce Hind’s Hall facendo un breve discorso: «Uno dei
motivi principali per cui ho voluto fare questo tour, fin dall’inizio, è proprio
quello di poter salire sul palco di stadi come questo e pronunciare due parole
che mi stanno particolarmente a cuore: ‘Free Palestine‘. Voglio che queste
parole risuonino forte e chiaro, affinché tutti, da Gaza fino alla Cisgiordania
occupata, sappiano che non li abbiamo dimenticati». Bastano quelle due parole a
fare incazzare le associazioni contro l’antisemitismo. L’Israeli-American
Council lancia una petizione per farlo cacciare dalla tournee. Robert Kraft, il
proprietario del Gillette Stadium di Boston dove Ed Sheeran dovrebbe suonare
pochi giorni dopo, impone un ultimatum: o lui fuori dal tour, o niente date
negli stadi. Questa volta il silenzio imposto è quello della censura.
Ed Sheeran, a quel punto, scarica Macklemore. Si giustificherà dicendo di essere
«sconvolto da quanto sta succedendo a Gaza e in Palestina», ma che nei suoi
spettacoli non si fa politica. Poi dà la colpa della decisione al suo promoter.
Sceglie, di fatto, di non schierarsi. Il silenzio diventa un’altra cosa:
complicità.
Nel giro di due giorni la sua “non decisione” gli si ritorce contro. Il tour si
sfalda: se ne vanno Finneas, Aaron Rowe, i Beoga, i Lukas Graham. In pratica
tutti gli altri musicisti che dovevano dividere il palco con lui. Il mondo della
musica si spacca come sempre in questi casi: per Shirley Manson dei Garbage è
«pura follia», per Chris Shiflett dei Foo Fighters «forse denunciare un
genocidio viene prima del galateo da palco», mentre P!nk, promossa sul campo a
esperta di relazioni internazionali, si schiera con la censura e accusa
Macklemore di aver trasformato «un evento mainstream in un incubo politico».
La scossa è talmente forte che per qualche giorno gli organizzatori temono che
il tour non possa ripartire. Alla fine, come spesso succede, la faccenda si
chiude in dollari: due milioni donati da Sheeran in aiuti umanitari, altri due
messi da Kraft per pareggiare, uno versato da Macklemore di tasca propria, che
sfida pubblicamente Kraft a fare altrettanto. Cosa abbia realmente a che fare
tutto questo con il massacro dei palestinesi? Difficile a dirsi.
Ed Sheeran
Il tour di Ed Sheeran, alla fine, è ripartito la notte scorsa a Philadelphia. La
stessa città dove i Rage Against the Machine misero in scena la loro protesta.
Si chiama Loop Tour perché lui suona da solo, con una pedaliera che registra una
frase e la fa girare all’infinito mentre canta sopra. Loop, appunto: la parola
con cui in questa rubrica avevamo raccontato i nastri di William Basinski che si
disintegravano mentre fuori dalla finestra crollavano le Torri Gemelle. E se si
risale ancora più indietro, la stessa parola descrive ciò che John Cage scoprì
in una camera anecoica di Harvard, quando sentì soltanto il proprio sangue in
circolo. Ne concluse che il silenzio non esiste, perché il corpo produce sempre
un suono: il sangue in circolo, il sistema nervoso acceso, un dibattito interno.
Sheeran, senza volerlo, lo dimostra al contrario. Sul palco resta una sola voce
che gira su se stessa, mentre tutte le altre, quelle che avrebbero dovuto
dividere il palco assieme a lui, vengono silenziate.
Ripartiamo anche noi, allora, dall’inizio. Cos’è il silenzio? Un’utopia.
Rinascita e rovina insieme. Protesta, ma anche censura. Un vuoto da colmare. La
distanza che le nostre orecchie percorrono per raggiungere il resto del mondo. O
forse, più banalmente, una voce di bilancio, una clausola di contratto: una
questione di soldi. Come tutto il resto.
PS: Alla fine i Rage Against the Machine hanno fatto pace con il pubblico di
Philadelphia. Sono tornati pochi mesi dopo e hanno organizzato un concerto per i
fan che non erano riusciti a sentirli al Lollapalooza. Questa volta hanno
suonato gratis. Il concerto di Ed Sheeran, invece, costa 112 dollari.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace
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