Taylor Swift, Messi e gli altri: le star che si fanno difendere da agenti israeliani

L'INDIPENDENTE - Monday, September 21, 2026

L’esternalizzazione della sicurezza personale delle élite occidentali verso agenzie composte da ex membri dell’intelligence e delle forze armate israeliane non è derubricabile a una mera scelta di mercato. Rappresenta, al contrario, un fenomeno sistemico di privatizzazione e dislocazione del potere in cui le capacità operative di apparati statali, storicamente impiegati in contesti di occupazione e controterrorismo, vengono riconvertite in un servizio di lusso per oligarchi, vertici aziendali, stelle dello sport e dello spettacolo. Questo trasferimento di competenze dal settore militare statale (IDF, Shin Bet, Mossad) all’imprenditoria privata solleva interrogativi geopolitici ineludibili. Affidare la protezione e, inevitabilmente, l’accesso ai dati più intimi di personaggi tanto influenti sull’opinione pubblica, a reti strettamente collegate a un’intelligence straniera configura una silente ma pervasiva egemonia basata sulla raccolta di informazioni sensibili, mascherata da servizio di tutela personale. Il caso Epstein deve essere una guida rispetto alla relazione tra potere e ricatto.

Gli agenti dei servizi segreti israeliani non muoiono o svaniscono ma si trasferiscono a Hollywood, scrive il New York Post. Così è stato per decenni, in una relazione speciale con Israele, e ora ci sono una miriade di agenzie di sicurezza israeliane, sia a Los Angeles che in tutto il mondo, a guardia di molte delle figure più ricche, famose e influenti del pianeta. La superstar del calcio Lionel Messi, che nel 2020 è diventato il volto di una società israeliana di intelligenza artificiale con personale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), è accompagnato da una forza selezionata di ex agenti israeliani ovunque vada. Già da tempo sappiamo di Brad Pitt e Jennifer Aniston, così come di Mel Gibson e anche Justin Bieber, il cui caso è venuto alla luce nel 2013 per una rissa con il suo bodyguard, Moshe Benabou, ex IDF e CEO di IsraGuard Security Services. Ma sappiamo anche di Taylor Swift, e di una sua guardia del corpo tornata in Israele per combattere, così come di Kim KardashianMadonnaPink Jennifer Lopez. L’attrice Lucy Liu, già nel 2014 diceva di essere seguita ovunque da una squadra di sicurezza israeliana. In breve, le guardie del corpo israeliane sono molto ricercate. “C’è domanda in tutto il mondo. La sicurezza israeliana è come la Coca-Cola”ha detto Roman Tukh, cofondatore di Guise Security; “non devi pubblicizzare te stesso, hai un nome”, ha chiosato.

La penetrazione di questo complesso militare-privato nel tessuto connettivo occidentale è il risultato di una pianificazione decennale. L’architettura di questo monopolio risale almeno al 1985, anno in cui Moshe Alon, ex agente dei servizi segreti israeliani giunto negli Stati Uniti per le Olimpiadi di Los Angeles, fondò la Professional Security Consultants (PSC). Nata inizialmente come società di consulenza per le aziende della lista Fortune 500, la PSC ha progressivamente espanso il proprio raggio d’azione fino a includere la protezione esecutiva e la gestione della sicurezza per infrastrutture civili su larga scala. Oggi l’azienda impiega migliaia di addetti e opera in oltre quaranta Stati americani, con ramificazioni in Europa e Medio Oriente.

Questo modello pionieristico ha fatto da apripista a innumerevoli altre realtà corporative. Aziende come la R&H Global Protection commercializzano apertamente l’estrazione militare dei propri operatori, vantando squadre guidate da veterani delle forze speciali israeliane e dello Shin Bet (l’Agenzia di sicurezza interna di Israele). L’offerta di questi servizi si rivolge a diplomatici, manager e individui ad alto patrimonio, garantendo operazioni “discrete” su scala globale e vendendo la provenienza militare israeliana come il massimo standard di eccellenza e affidabilità. L’approccio operativo di questi agenti deriva da istituzioni che hanno teorizzato e praticato la rimozione dei vincoli etici. Come documentato nell’inchiesta The Gatekeepers, del 2013, in cui l’ex direttore dello Shin Bet, Avraham Shalom, difendeva apertamente le azioni della sua agenzia affermando che “con il terrorismo non c’è morale”, l’addestramento di questi operatori si fonda su tattiche spietate che storicamente hanno incluso l’abbattimento di interi edifici e uccisioni di civili, insomma su un approccio amorale alla “neutralizzazione” di ciò che è ritenuto una minaccia.

Nell’Occidente odierno, questo curriculum controverso, forgiato nei Territori Occupati e a Gaza e altrove, non rappresenta uno stigma, ma viene contrabbandato dal marketing come consapevolezza situazionale, disciplina ineguagliabile, professionalità e orientamento al risultato. Insomma il male viene ripulito nel suo opposto, il bene, per la sicurezza dei ricconi che devono difendersi dalle orde di poveri e ignoranti che voglio farsi foto con gli idoli della società dello spettacolo.

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