Taylor Swift, Messi e gli altri: le star che si fanno difendere da agenti israeliani
L’esternalizzazione della sicurezza personale delle élite occidentali verso
agenzie composte da ex membri dell’intelligence e delle forze armate israeliane
non è derubricabile a una mera scelta di mercato. Rappresenta, al contrario, un
fenomeno sistemico di privatizzazione e dislocazione del potere in cui le
capacità operative di apparati statali, storicamente impiegati in contesti di
occupazione e controterrorismo, vengono riconvertite in un servizio di lusso per
oligarchi, vertici aziendali, stelle dello sport e dello spettacolo. Questo
trasferimento di competenze dal settore militare statale (IDF, Shin Bet, Mossad)
all’imprenditoria privata solleva interrogativi geopolitici ineludibili.
Affidare la protezione e, inevitabilmente, l’accesso ai dati più intimi di
personaggi tanto influenti sull’opinione pubblica, a reti strettamente collegate
a un’intelligence straniera configura una silente ma pervasiva egemonia basata
sulla raccolta di informazioni sensibili, mascherata da servizio di tutela
personale. Il caso Epstein deve essere una guida rispetto alla relazione tra
potere e ricatto.
Gli agenti dei servizi segreti israeliani non muoiono o svaniscono ma si
trasferiscono a Hollywood, scrive il New York Post. Così è stato per decenni, in
una relazione speciale con Israele, e ora ci sono una miriade di agenzie di
sicurezza israeliane, sia a Los Angeles che in tutto il mondo, a guardia di
molte delle figure più ricche, famose e influenti del pianeta. La superstar del
calcio Lionel Messi, che nel 2020 è diventato il volto di una società israeliana
di intelligenza artificiale con personale delle Forze di Difesa Israeliane
(IDF), è accompagnato da una forza selezionata di ex agenti israeliani ovunque
vada. Già da tempo sappiamo di Brad Pitt e Jennifer Aniston, così come di Mel
Gibson e anche Justin Bieber, il cui caso è venuto alla luce nel 2013 per una
rissa con il suo bodyguard, Moshe Benabou, ex IDF e CEO di IsraGuard Security
Services. Ma sappiamo anche di Taylor Swift, e di una sua guardia del corpo
tornata in Israele per combattere, così come di Kim
Kardashian, Madonna, Pink e Jennifer Lopez. L’attrice Lucy Liu, già nel 2014
diceva di essere seguita ovunque da una squadra di sicurezza israeliana. In
breve, le guardie del corpo israeliane sono molto ricercate. “C’è domanda in
tutto il mondo. La sicurezza israeliana è come la Coca-Cola”, ha detto Roman
Tukh, cofondatore di Guise Security; “non devi pubblicizzare te stesso, hai un
nome”, ha chiosato.
La penetrazione di questo complesso militare-privato nel tessuto connettivo
occidentale è il risultato di una pianificazione decennale. L’architettura di
questo monopolio risale almeno al 1985, anno in cui Moshe Alon, ex agente dei
servizi segreti israeliani giunto negli Stati Uniti per le Olimpiadi di Los
Angeles, fondò la Professional Security Consultants (PSC). Nata inizialmente
come società di consulenza per le aziende della lista Fortune 500, la PSC ha
progressivamente espanso il proprio raggio d’azione fino a includere la
protezione esecutiva e la gestione della sicurezza per infrastrutture civili su
larga scala. Oggi l’azienda impiega migliaia di addetti e opera in oltre
quaranta Stati americani, con ramificazioni in Europa e Medio Oriente.
Questo modello pionieristico ha fatto da apripista a innumerevoli altre realtà
corporative. Aziende come la R&H Global Protection commercializzano apertamente
l’estrazione militare dei propri operatori, vantando squadre guidate da veterani
delle forze speciali israeliane e dello Shin Bet (l’Agenzia di sicurezza interna
di Israele). L’offerta di questi servizi si rivolge a diplomatici, manager e
individui ad alto patrimonio, garantendo operazioni “discrete” su scala globale
e vendendo la provenienza militare israeliana come il massimo standard di
eccellenza e affidabilità. L’approccio operativo di questi agenti deriva da
istituzioni che hanno teorizzato e praticato la rimozione dei vincoli etici.
Come documentato nell’inchiesta The Gatekeepers, del 2013, in cui l’ex direttore
dello Shin Bet, Avraham Shalom, difendeva apertamente le azioni della sua
agenzia affermando che “con il terrorismo non c’è morale”, l’addestramento di
questi operatori si fonda su tattiche spietate che storicamente hanno incluso
l’abbattimento di interi edifici e uccisioni di civili, insomma su un approccio
amorale alla “neutralizzazione” di ciò che è ritenuto una minaccia.
Nell’Occidente odierno, questo curriculum controverso, forgiato nei Territori
Occupati e a Gaza e altrove, non rappresenta uno stigma, ma viene contrabbandato
dal marketing come consapevolezza situazionale, disciplina ineguagliabile,
professionalità e orientamento al risultato. Insomma il male viene ripulito nel
suo opposto, il bene, per la sicurezza dei ricconi che devono difendersi dalle
orde di poveri e ignoranti che voglio farsi foto con gli idoli della società
dello spettacolo.
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