La fragilità della cura. L’arteterapia negata e il fallimento dei tagli alla sanità

Pressenza - Sunday, September 20, 2026

La gestione delle malattie neurodegenerative rappresenta una delle sfide sociali, etiche e politiche più complesse del nostro tempo. L’allungamento dell’aspettativa di vita, straordinaria conquista della modernità, è accompagnato da un aumento significativo delle patologie legate al decadimento cognitivo, prima fra tutte la malattia di Alzheimer. Di fronte a questa realtà, il modello assistenziale pubblico italiano rivela profonde fragilità, aggravate da anni di definanziamento della sanità, dalla riduzione dei servizi territoriali e domiciliari e da scelte politiche che destinano risorse sempre maggiori al riarmo, sottraendole al welfare e alla tutela della salute.

In questo vuoto istituzionale diventa urgente una riflessione che unisca ricerca, esperienza e impegno civile. Perché la cura non è soltanto una questione sanitaria: è un indicatore della qualità democratica di una società e della sua capacità di proteggere le persone più fragili.

L’arte come linguaggio della memoria

L’esperienza vissuta all’interno della mia famiglia dimostra come l’arteterapia e quella che definisco pedagogia della cura possano diventare un autentico presidio contro l’oblio. Quando la parola si affievolisce e la memoria si frantuma, il gesto creativo continua a raccontare la persona, preservandone l’identità e la dignità.

Mia madre, Angela Belluschi, colpita da una grave forma di Alzheimer, ha trovato nel disegno uno strumento fondamentale di comunicazione, di resistenza emotiva e di rielaborazione del proprio vissuto. Le sue opere non sono soltanto espressioni artistiche: sono tracce di una memoria che continua a vivere attraverso immagini, colori e simboli.

Nei suoi disegni riaffiora anche la grande storia collettiva. Angela ha rappresentato i racconti del padre Luigi Belluschi, operaio della Breda di Sesto San Giovanni e partigiano sabotatore dell’industria bellica durante la Resistenza. Così la memoria familiare si intreccia con quella dell’antifascismo, trasformando l’arte in un ponte tra generazioni e in un patrimonio educativo di straordinario valore.

Alcune di queste opere sono state pubblicate nei miei libri Resistenza e nonviolenza creativa (Mimesis) e Narrazioni di pace. Voci, idee e pratiche per un mondo senza guerra (Tau Editrice), contribuendo a diffondere un modello di arteterapia familiare fondato sull’empatia, sulla relazione e sulla valorizzazione della persona.

La pedagogia della cura

La malattia neurodegenerativa non colpisce soltanto chi ne è affetto: coinvolge l’intera famiglia, ridefinisce i legami, mette alla prova la capacità di resistere alla solitudine. Per questo la cura deve essere intesa come un processo condiviso, in cui il caregiver non è un semplice assistente, ma un educatore della relazione.

Nel nostro percorso, anche la vicinanza di persone come Nora Romero e Johanna Aguilar ha mostrato quanto la rete affettiva possa diventare parte integrante del percorso terapeutico. L’arte, l’ascolto e la presenza quotidiana costruiscono uno spazio in cui la persona continua a essere riconosciuta nella sua umanità, oltre la malattia.

L’arteterapia non sostituisce le terapie farmacologiche, ma le integra, offrendo benefici documentati sul piano cognitivo, emotivo e relazionale. È una pratica di medicina umanizzata che restituisce senso, espressione e qualità della vita.

Il prezzo dei tagli alla sanità

Eppure proprio questi percorsi vengono sistematicamente marginalizzati. Le politiche di contenimento della spesa colpiscono con particolare durezza l’assistenza domiciliare, il sostegno psicologico ai caregiver, i servizi territoriali e i programmi terapeutici integrati. La salute viene troppo spesso trattata come una voce di bilancio, mentre la sofferenza delle famiglie diventa un costo invisibile scaricato sul lavoro di cura, quasi sempre femminile.

Lasciare sole le persone che convivono con l’Alzheimer significa tradire il principio costituzionale dell’universalità delle cure. La salute non può essere un privilegio riservato a chi dispone di risorse economiche, né la cura può ridursi alla sola somministrazione di farmaci o alla sorveglianza sanitaria.

Difendere il Servizio sanitario nazionale significa rivendicare un modello in cui la centralità della persona, l’empatia e la pedagogia della cura tornino a orientare l’azione pubblica. Investire nella domiciliarità, nell’arteterapia, nel sostegno alle famiglie e nella medicina territoriale non è una spesa improduttiva: è un investimento nella dignità umana e nella coesione sociale.

Contro l’oblio, la pace della memoria

Oggi mia madre non ricorda più molti nomi. Talvolta si confondono i volti, i tempi, persino le persone più amate. Eppure mio padre Renato e Giulio e Ariosto con tre nomi, come si usava una volta, continua a vivere nelle sue narrazioni, nei suoi disegni, nei frammenti di memoria che l’arte riesce ancora a custodire.

È questa la lezione più profonda dell’arteterapia: quando la memoria sembra dissolversi, la relazione può ancora generare bellezza. E la cura, prima di essere una tecnica, resta il più autentico gesto di pace tra gli esseri umani.

 

 

 

Laura Tussi