La fragilità della cura. L’arteterapia negata e il fallimento dei tagli alla sanità
La gestione delle malattie neurodegenerative rappresenta una delle sfide
sociali, etiche e politiche più complesse del nostro tempo. L’allungamento
dell’aspettativa di vita, straordinaria conquista della modernità, è
accompagnato da un aumento significativo delle patologie legate al decadimento
cognitivo, prima fra tutte la malattia di Alzheimer. Di fronte a questa realtà,
il modello assistenziale pubblico italiano rivela profonde fragilità, aggravate
da anni di definanziamento della sanità, dalla riduzione dei servizi
territoriali e domiciliari e da scelte politiche che destinano risorse sempre
maggiori al riarmo, sottraendole al welfare e alla tutela della salute.
In questo vuoto istituzionale diventa urgente una riflessione che unisca
ricerca, esperienza e impegno civile. Perché la cura non è soltanto una
questione sanitaria: è un indicatore della qualità democratica di una società e
della sua capacità di proteggere le persone più fragili.
L’arte come linguaggio della memoria
L’esperienza vissuta all’interno della mia famiglia dimostra come l’arteterapia
e quella che definisco pedagogia della cura possano diventare un autentico
presidio contro l’oblio. Quando la parola si affievolisce e la memoria si
frantuma, il gesto creativo continua a raccontare la persona, preservandone
l’identità e la dignità.
Mia madre, Angela Belluschi, colpita da una grave forma di Alzheimer, ha trovato
nel disegno uno strumento fondamentale di comunicazione, di resistenza emotiva e
di rielaborazione del proprio vissuto. Le sue opere non sono soltanto
espressioni artistiche: sono tracce di una memoria che continua a vivere
attraverso immagini, colori e simboli.
Nei suoi disegni riaffiora anche la grande storia collettiva. Angela ha
rappresentato i racconti del padre Luigi Belluschi, operaio della Breda di Sesto
San Giovanni e partigiano sabotatore dell’industria bellica durante la
Resistenza. Così la memoria familiare si intreccia con quella dell’antifascismo,
trasformando l’arte in un ponte tra generazioni e in un patrimonio educativo di
straordinario valore.
Alcune di queste opere sono state pubblicate nei miei libri Resistenza e
nonviolenza creativa (Mimesis) e Narrazioni di pace. Voci, idee e pratiche per
un mondo senza guerra (Tau Editrice), contribuendo a diffondere un modello di
arteterapia familiare fondato sull’empatia, sulla relazione e sulla
valorizzazione della persona.
La pedagogia della cura
La malattia neurodegenerativa non colpisce soltanto chi ne è affetto: coinvolge
l’intera famiglia, ridefinisce i legami, mette alla prova la capacità di
resistere alla solitudine. Per questo la cura deve essere intesa come un
processo condiviso, in cui il caregiver non è un semplice assistente, ma un
educatore della relazione.
Nel nostro percorso, anche la vicinanza di persone come Nora Romero e Johanna
Aguilar ha mostrato quanto la rete affettiva possa diventare parte integrante
del percorso terapeutico. L’arte, l’ascolto e la presenza quotidiana
costruiscono uno spazio in cui la persona continua a essere riconosciuta nella
sua umanità, oltre la malattia.
L’arteterapia non sostituisce le terapie farmacologiche, ma le integra, offrendo
benefici documentati sul piano cognitivo, emotivo e relazionale. È una pratica
di medicina umanizzata che restituisce senso, espressione e qualità della vita.
Il prezzo dei tagli alla sanità
Eppure proprio questi percorsi vengono sistematicamente marginalizzati. Le
politiche di contenimento della spesa colpiscono con particolare durezza
l’assistenza domiciliare, il sostegno psicologico ai caregiver, i servizi
territoriali e i programmi terapeutici integrati. La salute viene troppo spesso
trattata come una voce di bilancio, mentre la sofferenza delle famiglie diventa
un costo invisibile scaricato sul lavoro di cura, quasi sempre femminile.
Lasciare sole le persone che convivono con l’Alzheimer significa tradire il
principio costituzionale dell’universalità delle cure. La salute non può essere
un privilegio riservato a chi dispone di risorse economiche, né la cura può
ridursi alla sola somministrazione di farmaci o alla sorveglianza sanitaria.
Difendere il Servizio sanitario nazionale significa rivendicare un modello in
cui la centralità della persona, l’empatia e la pedagogia della cura tornino a
orientare l’azione pubblica. Investire nella domiciliarità, nell’arteterapia,
nel sostegno alle famiglie e nella medicina territoriale non è una spesa
improduttiva: è un investimento nella dignità umana e nella coesione sociale.
Contro l’oblio, la pace della memoria
Oggi mia madre non ricorda più molti nomi. Talvolta si confondono i volti, i
tempi, persino le persone più amate. Eppure mio padre Renato e Giulio e Ariosto
con tre nomi, come si usava una volta, continua a vivere nelle sue narrazioni,
nei suoi disegni, nei frammenti di memoria che l’arte riesce ancora a custodire.
È questa la lezione più profonda dell’arteterapia: quando la memoria sembra
dissolversi, la relazione può ancora generare bellezza. E la cura, prima di
essere una tecnica, resta il più autentico gesto di pace tra gli esseri umani.
Laura Tussi