Tag - sanità pubblica

«L’industria della salute»
Sergio Sinigaglia su un libro importante (anzi: indispensabile) di Vittorio Agnoletto. La nascita, nel 1978, del Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, nell’interrompere il criticabile e selettivo sistema delle mutue, sancì che il diritto alla salute per tutti e tutte era un diritto basilare. Fu il frutto della nascita dei movimenti di allora, nel ciclo di lotte iniziato alla
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Sanità in Sicilia: “La politica pensa alle urne, i pazienti a non finirci”
“Il diritto alla salute non è un favore, né una concessione. Eppure qui sembra diventato un privilegio per chi ha fortuna, conoscenze o i soldi per rivolgersi altrove”. A dichiararlo è Renato Costa, responsabile del settore Sanità della Cgil Sicilia ed ex commissario per l’emergenza Covid a Palermo, che denuncia l’immobilismo politico e le sue ripercussioni sul Servizio sanitario regionale. Il suo intervento arriva a pochi giorni dalla relazione della Corte dei conti sul Documento programmatico di finanza pubblica 2026, mentre il Governo lavora alla prossima manovra economica. La magistratura contabile registra nel 2025 un disavanzo sanitario complessivo delle Regioni di circa 2,3 miliardi di euro, in aumento del 51,8% rispetto all’anno precedente. Intanto, in Sicilia, le tensioni nella maggioranza regionale hanno alimentato le ipotesi di elezioni anticipate, rispetto alla scadenza ordinaria del 2027. Il presidente Renato Schifani ha comunque ribadito la volontà di completare il mandato. Per Costa, però, l’immobilismo politico, alimentato dalle continue tensioni nella maggioranza regionale e dagli scandali che hanno investito la politica siciliana, si ripercuote già sulla sanità dell’Isola. L’avvicinarsi delle elezioni e le strategie dei partiti rischiano di aggravare ulteriormente la situazione, sottraendo attenzione alle esigenze dei cittadini. A pagarne le conseguenze, secondo il medico, sono soprattutto i pazienti alle prese con liste d’attesa, difficoltà di accesso alle cure e criticità dei Pronto soccorso. “C’è una notizia che oggi dovrebbe far tremare le vene ai polsi, e che invece rischia di scivolare via come l’ennesima. Nella manovra economica del governo non ci sono risorse per la sanità. O meglio, quelle che ci sono non bastano nemmeno a un ritocco di facciata, a una mano di vernice su un edificio che perde pezzi. Figurarsi ad affrontare i problemi strutturali di un sistema che da anni chiede ossigeno”, evidenzia. “E mentre Roma gira lo sguardo altrove, la Sicilia continua a fare i conti con se stessa. Con gli scandali, che si rincorrono con una regolarità quasi rassicurante. E con ciò che li accompagna sempre, in misura direttamente proporzionale. Le inefficienze, i ritardi, l’impossibilità concreta di garantire un diritto che la Costituzione chiama fondamentale. Intanto si moltiplicano i convegni celebrativi. Sale illuminate, microfoni, applausi, parole solenni. Verrebbe da chiedere, con rispetto ma con fermezza, che cosa state celebrando? Una terra che resta ai margini, che non riesce a offrire ai suoi figli una visita in tempi decenti, un letto, un’assistenza dignitosa? Chi vive la sanità siciliana lo sa bene. Gli ospedali sono spesso irraggiungibili, lontani, difficili da raggiungere per chi abita nelle aree interne e deve percorrere chilometri per un esame“, aggiunge Costa. “Nei pronto soccorso i pazienti aspettano ore, a volte giorni, su una barella in un corridoio. Nelle aree interne c’è chi percorre chilometri per una visita e chi non può permettersi nemmeno di aspettare. Dietro ogni rinuncia alle cure c’è una persona, un anziano solo, una madre, un lavoratore costretto a scegliere tra la propria salute e le necessità quotidiane. E mentre la politica pensa alle urne elettorali, c’è chi si arrende, rinuncia a curarsi e resta ad attendere la morte. È questo il prezzo che siamo disposti a far pagare ai cittadini?”, sottolinea Costa. L’IMMOBILISMO E LE ELEZIONI “E adesso arriva il peggio. L’imminente campagna elettorale. In Sicilia si rischia di parlare di tutto, tranne che dei bisogni della gente. La politica tornerà a occuparsi soprattutto di se stessa, tra posizioni da salvaguardare, pensioni dei deputati uscenti da difendere e strategie per ottenere la rielezione. Per i prossimi sette, otto mesi, se va bene, saranno queste le priorità, anziché le emergenze che i cittadini affrontano ogni giorno. E intanto l’accesso alle cure diventerà ancora più difficile, le liste d’attesa si allungheranno e aumenteranno le permanenze nei pronto soccorso. Per chi sta male, questo tempo non rappresenta una semplice scadenza politica, ma una vita sospesa“, afferma. “Che cosa deve ancora succedere perché qualcuno intervenga? Quanti scandali, quante attese e quanti viaggi della speranza verso il Nord dovremo ancora vedere? Ci sono famiglie costrette a scegliere tra curarsi e affrontare le altre necessità quotidiane. È questa l’ingiustizia che non possiamo continuare ad accettare come una fatalità. Serve una presa di coscienza collettiva, perché la salute non ha colore politico. Oggi riguarda qualcun altro, domani potrebbe toccare a noi, ai nostri genitori o ai nostri figli. Nessuno può sentirsi al sicuro in un sistema che continua a sgretolarsi“, prosegue. “Non cerchiamo un nemico e non vogliamo alimentare rabbia fine a se stessa. Vogliamo pretendere ciò che ci spetta. Chi governa, a Roma come a Palermo, deve ricordare che il consenso non si compra con le promesse elettorali e che la dignità di un popolo si misura anche dalla capacità di curare i propri malati. È arrivato il momento di alzare la voce, anche scendendo in piazza se necessario. Senza paura di essere scomodi. Perché a questa situazione bisogna dire basta!!!”, conclude Costa. Redazione Sicilia
October 18, 2026
Pressenza
La salute della sanità italiana: tra definanziamento e interessi dei privati
L’uscita dell’annuale Rapporto Gimbe apre a molte considerazioni sulle linee di tendenza del sullo stato di salute del Sistema Sanitario Nazionale. I dati indicano una situazione sempre più critica in varie direzioni. In primo luogo è evidente un definanziamento evidente della Sanità italiana che vede ridurre seppur a fasi alterne le risorse a disposizione a partire dalla crisi degli anni 10. In secondo luogo è necessario vedere il peso dei vari attori nel campo sanitario: è evidente una crescita del ruolo degli attori privati sia accreditato che non, con alcuni settori sanitari che sembrano essere considerati redditizi per i fondi finanziari. In ultimo la contrazione delle risorse e agli attori sempre più presenti – come le assicurazioni – crea vari effetti distorsivi sia nelle vite delle persone sia nel pressione organizzativa. Ne parliamo con Chiara Rivetti, medica e rappresentante del sindacato ANAOO.
October 9, 2026
Radio Blackout - Info
Nella sanità tagli “invisibili” per 18,8 miliardi tra 2023 e 2026. E non andrà affatto meglio
Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario nazionale ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Secondo la Fondazione Gimbe che oggi ha presentato il suo rapporto annuale in Parlamento, le cose non sembrano […] L'articolo Nella sanità tagli “invisibili” per 18,8 miliardi tra 2023 e 2026. E non andrà affatto meglio su Contropiano.
October 7, 2026
Contropiano
La fragilità della cura. L’arteterapia negata e il fallimento dei tagli alla sanità
La gestione delle malattie neurodegenerative rappresenta una delle sfide sociali, etiche e politiche più complesse del nostro tempo. L’allungamento dell’aspettativa di vita, straordinaria conquista della modernità, è accompagnato da un aumento significativo delle patologie legate al decadimento cognitivo, prima fra tutte la malattia di Alzheimer. Di fronte a questa realtà, il modello assistenziale pubblico italiano rivela profonde fragilità, aggravate da anni di definanziamento della sanità, dalla riduzione dei servizi territoriali e domiciliari e da scelte politiche che destinano risorse sempre maggiori al riarmo, sottraendole al welfare e alla tutela della salute. In questo vuoto istituzionale diventa urgente una riflessione che unisca ricerca, esperienza e impegno civile. Perché la cura non è soltanto una questione sanitaria: è un indicatore della qualità democratica di una società e della sua capacità di proteggere le persone più fragili. L’arte come linguaggio della memoria L’esperienza vissuta all’interno della mia famiglia dimostra come l’arteterapia e quella che definisco pedagogia della cura possano diventare un autentico presidio contro l’oblio. Quando la parola si affievolisce e la memoria si frantuma, il gesto creativo continua a raccontare la persona, preservandone l’identità e la dignità. Mia madre, Angela Belluschi, colpita da una grave forma di Alzheimer, ha trovato nel disegno uno strumento fondamentale di comunicazione, di resistenza emotiva e di rielaborazione del proprio vissuto. Le sue opere non sono soltanto espressioni artistiche: sono tracce di una memoria che continua a vivere attraverso immagini, colori e simboli. Nei suoi disegni riaffiora anche la grande storia collettiva. Angela ha rappresentato i racconti del padre Luigi Belluschi, operaio della Breda di Sesto San Giovanni e partigiano sabotatore dell’industria bellica durante la Resistenza. Così la memoria familiare si intreccia con quella dell’antifascismo, trasformando l’arte in un ponte tra generazioni e in un patrimonio educativo di straordinario valore. Alcune di queste opere sono state pubblicate nei miei libri Resistenza e nonviolenza creativa (Mimesis) e Narrazioni di pace. Voci, idee e pratiche per un mondo senza guerra (Tau Editrice), contribuendo a diffondere un modello di arteterapia familiare fondato sull’empatia, sulla relazione e sulla valorizzazione della persona. La pedagogia della cura La malattia neurodegenerativa non colpisce soltanto chi ne è affetto: coinvolge l’intera famiglia, ridefinisce i legami, mette alla prova la capacità di resistere alla solitudine. Per questo la cura deve essere intesa come un processo condiviso, in cui il caregiver non è un semplice assistente, ma un educatore della relazione. Nel nostro percorso, anche la vicinanza di persone come Nora Romero e Johanna Aguilar ha mostrato quanto la rete affettiva possa diventare parte integrante del percorso terapeutico. L’arte, l’ascolto e la presenza quotidiana costruiscono uno spazio in cui la persona continua a essere riconosciuta nella sua umanità, oltre la malattia. L’arteterapia non sostituisce le terapie farmacologiche, ma le integra, offrendo benefici documentati sul piano cognitivo, emotivo e relazionale. È una pratica di medicina umanizzata che restituisce senso, espressione e qualità della vita. Il prezzo dei tagli alla sanità Eppure proprio questi percorsi vengono sistematicamente marginalizzati. Le politiche di contenimento della spesa colpiscono con particolare durezza l’assistenza domiciliare, il sostegno psicologico ai caregiver, i servizi territoriali e i programmi terapeutici integrati. La salute viene troppo spesso trattata come una voce di bilancio, mentre la sofferenza delle famiglie diventa un costo invisibile scaricato sul lavoro di cura, quasi sempre femminile. Lasciare sole le persone che convivono con l’Alzheimer significa tradire il principio costituzionale dell’universalità delle cure. La salute non può essere un privilegio riservato a chi dispone di risorse economiche, né la cura può ridursi alla sola somministrazione di farmaci o alla sorveglianza sanitaria. Difendere il Servizio sanitario nazionale significa rivendicare un modello in cui la centralità della persona, l’empatia e la pedagogia della cura tornino a orientare l’azione pubblica. Investire nella domiciliarità, nell’arteterapia, nel sostegno alle famiglie e nella medicina territoriale non è una spesa improduttiva: è un investimento nella dignità umana e nella coesione sociale. Contro l’oblio, la pace della memoria Oggi mia madre non ricorda più molti nomi. Talvolta si confondono i volti, i tempi, persino le persone più amate. Eppure mio padre Renato e Giulio e Ariosto con tre nomi, come si usava una volta, continua a vivere nelle sue narrazioni, nei suoi disegni, nei frammenti di memoria che l’arte riesce ancora a custodire. È questa la lezione più profonda dell’arteterapia: quando la memoria sembra dissolversi, la relazione può ancora generare bellezza. E la cura, prima di essere una tecnica, resta il più autentico gesto di pace tra gli esseri umani.       Laura Tussi
September 20, 2026
Pressenza
Ribadiamo: curarsi è un diritto, non un privilegio
Milano, serata speciale il 14 settembre per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale Tante le personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della giustizia, previste al Teatro della Cooperativa di Milano, il 14 settembre, ore 21, per l’iniziativa a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale Sarà una serata davvero speciale, aperta alla cittadinanza, quella di lunedì 14 settembre alle ore 21 al Teatro della Cooperativa di Milano, in via Privata Hermada 8, sul tema “Curarsi è un diritto, non un privilegio”.  Riportare al centro il diritto universale alla salute e sostenere la proposta di legge per il rafforzamento della sanità pubblica: è questo l’obiettivo del Comitato Promotore regionale, anche attraverso iniziative come questa, che vede la partecipazione di tante personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della giustizia. Come preannunciato nei giorni scorsi il programma si è ulteriormente arricchito: alle presenze già previste, quali Francesco Maisto, Mauro Clerici, Moni Ovadia, Renato Sarti, Massimo Cirri, Luca Mangoni, Paolo Rossi e Gherardo Colombo, si sono aggiunte anche quelle di Margherita Napolitano, don Paolo Selmi, don Massimo Mapelli, Alice Pavan, Camilla Ponti, Maurizio Ambrosini, Cinzia Cena e Paolo Dell’Oca. Interverranno inoltre, per il Comitato Promotore Regionale, Vera Addamo, Vittorio Agnoletto, Massimo Cortesi, Andrea Villa, Catello Tramparulo e Marco Caldiroli. La conduzione della serata sarà affidata all’attore Silvano Piccardi. L’iniziativa, a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, è promossa dal Comitato Promotore Regionale, che ricordiamo è composto da CGIL, ACLI, ARCI, Medicina Democratica, Auser, Federconsumatori, Libera contro le Mafie e basi UDU della Lombardia. “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale e la valorizzazione del personale”, è questo il titolo della proposta di legge di iniziativa popolare che interviene su alcuni dei problemi che pesano ogni giorno sulle persone: liste d’attesa, carenza di personale, disuguaglianze nell’accesso alle cure, assistenza territoriale insufficiente e aumento della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie. L’iniziativa è scaturita dalla urgenza di intervenire su pesanti criticità, quali, appunto, liste d’attesa inaccettabili, con visite procrastinate  per mesi o addirittura anni, o quando le persone rinunciano a curarsi perché non possono  permettersi di pagare e che sono circa un decimo della popolazione: per queste e altre condizioni  il diritto alla salute smette di essere uguale per tutti e viene meno un cardine della nostra Costituzione, mentre la spesa sanitaria direttamente a carico delle famiglie ha superato i 41 miliardi di euro! Il testo, inoltre, propone, tra le altre misure, di portare progressivamente il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale ad almeno il 7,5% del PIL dal 2030, eliminare il tetto alla spesa per il personale, rafforzare i servizi territoriali e intervenire con particolare attenzione su non autosufficienza, salute mentale, consultori, prevenzione e tempi di attesa. CGIL Lombardia laura.messina@cgil.lombardia.it Medicina Democratica medicinademocraticastampa@gmail.com Medicina Democratica
September 11, 2026
Pressenza
Curarsi è un diritto, non un privilegio
“Curarsi è un diritto, non un privilegio”, è la serata speciale con personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della giustizia, in programma lunedì 14 settembre alle ore 21 al Teatro della Cooperativa, in via Privata Hermada 8 a Milano, con ingresso gratuito.  Una serata di sensibilizzazione organizzata dal Comitato Promotore Regionale a sostegno della proposta di legge per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, composto da CGIL, ACLI, ARCI, Medicina Democratica, Auser, Federconsumatori, Libera contro le Mafie e basi UDU della Lombardia.  Interverranno Francesco Maisto, Mauro Clerici, Moni Ovadia, Renato Sarti, Massimo Cirri, Luca Mangoni, Paolo Rossi e Gherardo Colombo, Don Paolo Selmi e Don Massimo Mapelli, con la conduzione di Silvano Piccardi (programma in aggiornamento, seguiranno nuove comunicazioni).  Quando una visita viene rimandata per mesi, spesso anni, o una persona rinuncia a curarsi perché non può permettersi di pagare, il diritto alla salute smette di essere uguale per tutti e viene meno un cardine della nostra Costituzione. Da questa urgenza è scaturita la proposta di legge di iniziativa popolare, dal titolo “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale e la valorizzazione del personale”, che interviene su alcuni dei problemi che pesano ogni giorno sulle persone: liste d’attesa, carenza di personale, disuguaglianze nell’accesso alle cure, assistenza territoriale insufficiente e aumento della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie.  Secondo i dati statistici circa un decimo della popolazione rinuncia a cure e prestazioni, mentre la spesa sanitaria direttamente a carico delle famiglie ha superato i 41 miliardi di euro. Il testo propone, tra le altre misure, di portare progressivamente il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale ad almeno il 7,5% del PIL dal 2030, eliminare il tetto alla spesa per il personale, rafforzare i servizi territoriali e intervenire con particolare attenzione su non autosufficienza, salute mentale, consultori, prevenzione e tempi di attesa.  La condizione critica del servizio sanitario riguarda direttamente anche la Lombardia con delle preoccupanti specificità. Il documento che accompagna la proposta richiama, infatti, tra i temi da affrontare e da contrastare la scelta regionale sulla cosiddetta “super intramoenia”, considerata dal Comitato un rischio per il carattere universalistico della sanità pubblica. La serata del 14 settembre porterà questi temi in un confronto aperto al pubblico, al di fuori dagli addetti ai lavori, attraverso il confronto con voci provenienti dal mondo della cultura, dello spettacolo, comunicazione e della giustizia.  Medicina Democratica
September 3, 2026
Pressenza
Giù le mani dai medici cubani
Le sanzioni USA colpiscono i conti legati alla missione sanitaria cubana in Italia. L’embargo contro Cuba diventa così un’ingerenza nella nostra sanità e nella sovranità italiana, mentre centinaia di medici …
Fakir e i minuti di nessuno
Di David Vagni, 21 luglio 2026, Per arrivare a un cadavere basta un protocollo che addestri a leggere il segnale sbagliato. Nei video girati al Pilastro il 19 luglio c’è chi vede un uomo a terra, prono, che urla inerme. C’è chi vede una persona fuori controllo e dei poliziotti che faticano a fermarlo prima che faccia danni. Fakir si dimena. Fakir urla. Fakir smette di urlare, poi smette di muoversi. Questa non è la storia di chi ha ragione, è la cronaca di tanti errori di sistema e come evitare che accadano in futuro. I fatti accertati sono pochi, il caso è recente, voglio evitare speculazioni. Alcuni residenti chiamano il 112 perché un uomo si comporta in modo agitato; la centrale segnala una crisi psichiatrica; arrivano una volante e un’ambulanza; gli agenti usano lo spray urticante, lo mettono a terra prono, il video mostra difficoltà nell’ammanettarlo (troppa difficoltà), rimane bloccato per qualche minuto, alla fine smette di lottare, gli legano polsi e caviglie. Quattro volontari della Croce Rossa sono sul posto e non intervengono durante la contenzione. Abderrahim Fakir muore lì, poco più di cinquanta minuti dopo la prima chiamata al 112. L’autopsia è stata disposta e affidata a un collegio di specialisti, non è ancora pubblica, e la causa della morte non è accertata: tutto quello che segue riguarda il meccanismo tipico di queste morti, non la certificazione di questa. In due giorni ho visto il caso tirato per la giacca in due direzioni opposte. Chi denuncia l’ennesimo morto nelle mani dello Stato confonde una morte a causa di uno Stato violento che recluta persone violente, con la morte per uno Stato ignavo che non forma adeguatamente chi lavora per esso. Chi difende gli agenti ha ragione che (probabilmente) non sono assassini, e chiamarli così ha prodotto una piazza da cui la famiglia Fakir ha dovuto dissociarsi, agenti e manifestanti feriti, nessun passo avanti verso la verità; ma dimentica che non è “normale” o “meritato” che un fermo finisca in quel modo. Il guaio è che stanno litigando su una domanda a cui la giurisprudenza ha già risposto, e la risposta non piace a nessuno, perché non permette di prendersela con qualcuno, ma obbliga a prendersela con qualcosa. Riccardo Magherini muore a Firenze nel 2014 tenuto prono per una ventina di minuti, anche dopo essere diventato non responsivo. Tre carabinieri vengono condannati in primo grado e in appello per omicidio colposo. Nel 2018 la Cassazione li assolve perché il fatto non costituisce reato: per prevedere quella morte avrebbero dovuto possedere un sapere scientifico che le loro competenze non comprendevano. Il 15 gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per doppia violazione dell’articolo 2, e la sentenza è definitiva dall’11 maggio. Le linee guida in vigore, scrive Strasburgo, spiegavano come ammanettare a terra in posizione prona ma non contenevano istruzioni adeguate sui rischi di quella posizione, e mancava la formazione necessaria perché gli agenti sapessero quello che stavano facendo. Le due sentenze si incastrano perfettamente. La colpa non è degli agenti, la responsabilità è a monte, mancavano formazione e protocolli corretti da parte dello Stato. L’arresto cardiaco da contenzione prona Gli agenti non sono medici. La morte da contenzione prona non è qualcosa di aspettato secondo il senso comune, io stesso con anni di lotta alle spalle, mi sono dovuto documentare per capire “come si può morire in quel modo”. È un arresto cardiocircolatorio prodotto dalla combinazione di tre cose che si potenziano a vicenda. La prima è meccanica: a pancia in giù, con un peso sulla schiena e le braccia bloccate dietro, la gabbia toracica non si espande e il diaframma non ha spazio, e la ventilazione cala proprio mentre la richiesta di ossigeno è al massimo. La seconda è metabolica: una lotta a piena intensità produce acido lattico in quantità enormi, e la serie di casi raccolta da Hick e colleghi nel 1999 documenta pazienti arrivati in ospedale con un pH di 6,25, un valore che di norma si legge sui referti di chi non ce l’ha fatta. Per compensare quell’acidosi il corpo ha un solo strumento rapido, iperventilare, ed è esattamente lo strumento che la posizione gli toglie. La terza è la tempesta adrenergica: sotto sforzo estremo il cuore lavora in un bagno di catecolamine, in un miocardio già acidotico e magari già malato. Una rassegna di Steinberg del 2021 ha proposto di smettere di chiamarla asfissia posizionale e di chiamarla prone restraint cardiac arrest, arresto cardiaco da contenzione prona, perché il prono deprime insieme la ventilazione e la gittata cardiaca, e la questione è per quanto tempo l’organismo riesce a compensare, più che quanta aria entra. La riformulazione conta, perché lo studio più citato in senso opposto, quello di Chan e Vilke del 1997, misurava quindici volontari sani e tranquilli messi in posizione di contenzione, e trovava una restrizione respiratoria senza conseguenze cliniche. Aveva ragione sui suoi soggetti. Nessuno di loro aveva appena lottato in preda al panico per cinque minuti. Nella fase di recupero, poi, a sforzo finito, le catecolamine non scendono. Continuano a salire, e la noradrenalina arriva a dieci volte il valore basale: lo misurò Joel Dimsdale nel 1984, in uno studio che quel pericolo lo battezzò postexercise peril, il pericolo del dopo-sforzo. Il momento più pericoloso non è quello in cui l’uomo si dibatte con tutte le forze. È quello immediatamente successivo. È il momento in cui, visto da sopra, si è calmato. Questo è il falso positivo della calma. Ogni addestramento alla contenzione insegna a leggere la resistenza: finché il soggetto spinge, la presa si mantiene; quando smette, si è ottenuto il controllo. Nel momento in cui l’operatore registra che l’uomo si è finalmente calmato, l’arresto è già in corso o è appena avvenuto, e la finestra utile per rianimarlo non si misura più in minuti ma in secondi in cui a nessuno viene in mente di cercare un polso, perché la scena ha appena smesso di essere un’emergenza e finalmente si mettono le manette. C’è una ragione storica per cui questo segnale è stato letto male così a lungo, e ha un nome che le società mediche americane hanno passato gli ultimi anni a smontare. Excited delirium, delirio eccitato, è stato per trent’anni il costrutto che permetteva di trattare l’agitazione acuta come un problema di ordine pubblico con qualche complicazione sanitaria. L’American Medical Association lo ripudia nel 2021, l’American College of Emergency Physicians ritira il proprio documento del 2009 nell’ottobre 2023, la California lo vieta per legge come causa di morte. Al suo posto la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza, che il 20 luglio ha scritto ai ministri Schillaci e Piantedosi chiedendo un tavolo tecnico, usa la formula “delirio iperattivo con agitazione severa” e la qualifica per quello che è: un’emergenza medica tempo-dipendente, con una mortalità che il presidente Alessandro Riccardi indica fino al 30% in assenza di trattamento adeguato. Un’emergenza tempo-dipendente si tratta come un infarto. Le alternative esistono e sono note. De-escalation verbale come prima linea, secondo il consenso Project BETA del 2012 che il Regno Unito ha recepito da anni. Contenzione ridotta al tempo strettamente necessario ad ammanettare, poi riposizionamento immediato supino o su un fianco, mai il prono mantenuto, mai il peso sul torace. Monitoraggio continuo del respiro. E soprattutto sedazione farmacologica precoce, perché è l’unica cosa che interrompe la spirale invece di comprimerla. La sedazione però non risolve da sola, e mal eseguita uccide a sua volta: a Elijah McClain, in Colorado, furono somministrati 500 milligrammi di ketamina, per un uomo di 65 chili una dose molto superiore al dovuto, senza monitoraggio adeguato. La differenza la fa chi la esegue, e con quale addestramento. Sulla scena di Bologna c’erano quattro sanitari, e il buco che si apre lì nessuno dei due cortei lo sta nominando. C’è chi insulta la Croce Rossa per non essere intervenuti, ma non sono intervenuti perché la dottrina di sicurezza della scena, che è sensata e serve a non far ammazzare gli infermieri, dice che i sanitari entrano quando la scena è sicura, e la scena diventa sicura quando il soggetto è immobilizzato. Cioè quando è già dentro la fase letale. In mezzo rimangono i minuti di nessuno: troppo pericolosi per la medicina, troppo clinici per la polizia. E anche a scena sicura non avrebbero potuto fare la cosa utile. Sapendo di una crisi psichiatrica, la centrale ha mandato un’ambulanza di base con quattro volontari: soccorritori formati e certificati, ma senza medico a bordo, e senza medico non si somministra nulla. Il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, ha detto all’ANSA che con un medico sul posto Fakir «con grande probabilità si sarebbe potuto salvare», perché il medico avrebbe potuto sedarlo. La Procura ha aperto su questo una seconda linea di indagine, che non riguarda le sei persone iscritte ma il sistema a monte: perché a un uomo in crisi acuta si mandi un mezzo che, per come è equipaggiato, può solo guardare. I buchi da sanare sono quattro e nessuno di essi è nel video La circolare della Polizia di Stato che per la prima volta scrive nero su bianco che non va prolungata la posizione di decubito prono è dell’11 maggio 2026 ed è ancora in bozza, ferma dopo il termine per le osservazioni sindacali, con il rilievo del Silp-Cgil che quelle istruzioni non aiutano in alcun modo a riconoscere una crisi psichiatrica. Non esiste un protocollo nazionale del 118 sul paziente agitato, la materia è frammentata regione per regione. Non esiste una norma che dica chi comanda la scena quando polizia e sanità ci sono entrambe e chi decide quando il medico entra. E manca ancora un meccanismo indipendente di controllo, che è precisamente la seconda delle due violazioni contestate all’Italia da Strasburgo, quella procedurale. Sono quattro vuoti che cadono tutti nello stesso intervallo, i minuti di nessuno. Le sentenze le abbiamo già avute, e dicono che continuare a processare i singoli mentre le procedure restano quelle è il modo più efficace per garantire il prossimo morto. Il silenzio nel video non era obbedienza ottenuta. Era la fine. Continuiamo ad addestrare uomini a riconoscere la resistenza e a mandarli sordi davanti al silenzio. _________ Articoli correlati: Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa > Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa Tag Fakir su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/abderrahim-fakir/ Tag salute mentale su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/salute-mentale/ Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza