”Sul ponte di coperta”, una poesia di Sylvia Plath (1960)

L'INDIPENDENTE - Saturday, September 19, 2026
Mezzanotte in mezzo all’Atlantico. In coperta.
Avvolti in se stessi come in un velo spesso
e muti come manichini in un negozio di vestiti,
pochi passeggeri studiano
la vecchia mappa del cielo sul soffitto.
Minuscola e lontana, una nave solitaria

illuminata come una torta nuziale a due piani
porta via lentamente le sue candeline.
Ora non è rimasto granché da guardare.
Ma nessuno si muove o parla –
I giocatori di bingo, quelli che giocano all’amore
su un quadrato non più grande di un tappeto

sono sospinti sopra creste e avvallamenti,
ciascuno arrestato nel suo istante privato
e arroccato in esso come un re.
Piccole gocce macchiano i cappotti, i guanti:
filano troppo veloci per accorgersi del bagnato.
Là dove vanno può accadere di tutto.

La revivalista trasandata cui provvede il buon Dio (le ha dato
una pochette, una spilla da cappello con perla
e sette cappotti invernali l’agosto scorso)
prega sottovoce di poter salvare
gli studenti d’arte di Berlino Ovest.

L’astrologo al suo fianco (un Leone)
ha letto la data del suo viaggio nelle stelle.
È soddisfatto dell’assenza di ghiaccio.
Nel giro di un anno sarà ricco (se non lo sa lui!)
vendendo alle madri gallesi e inglesi
oroscopi a due scellini e sei pence.

E il canuto gioielliere danese si sta intagliando
una moglie perfettamente sfaccettata che lo serva
in tutto, silenziosa come un diamante.
Palloncini lunari legati con una cordicella
al polso dei loro proprietari, i sogni leggeri galleggiano
per essere lasciati andare all’annuncio della terra.

(Luglio 1960)

Ci sono condizioni umane in cui ci si trova dinanzi al mondo come spettacolo. Ma tu non hai convocato attrici e attori, non hai allestito la scena, non hai scelto né musica né luci né suoni. Non sei regista di nulla, devi prendere cose e persone così come sono. Ma in questo diventi egualmente creatore: decidendo come vedere, come trasformare in fantasie i dati di fatto, come cambiare la realtà in sogno e viceversa, e poi a che cosa dare la prevalenza, come ordinare il tumulto dei tuoi pensieri.

E ancora, improvvisamente, fare silenzio, cambiare sguardo, inquadratura, cominciare a immaginare quel che non vedi, facendolo diventare il naturale seguito della realtà che stai osservando.

Questa è poesia, dove la nave da crociera lontana diventa una “wedding cake“ a due piani, dove le gocce di una ventata d’acqua sul ponte di coperta sembrano buttate lì per dirci che ci sono, non per bagnare davvero.

Sylvia Plath si fa regista di questi spezzoni di vita che si sono incarnati nei passeggeri della nave e, inevitabilmente, trasforma la navigazione in una metafora della vita stessa e i quadri dei gesti, degli atteggiamenti, degli scorci, delle persone come fossero delle intrusioni nei camerini di attrici e attori che si preparano a entrare in scena diventando personaggi immaginari.

Così, invece di guardare banalmente le stelle Sylvia ci fa notare l’ astrologo e nei possibili narrativi delle vite intercettate escogita un gioielliere danese che si gloria di una dama al suo fianco come fosse un prezioso oggetto, privo però di identità.

Forse c’è una piccola festa a bordo e i reali palloncini in chiusura si trasformano in metafore di sogni, al laccio di qualcuno, pronti ad essere smentiti al risveglio, cioè all’approdo, a terra dove tutto tornerà banale, lontano dall’Oceano, fuori da ogni poesia.

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