”Sul ponte di coperta”, una poesia di Sylvia Plath (1960)
Mezzanotte in mezzo all’Atlantico. In coperta.
Avvolti in se stessi come in un velo spesso
e muti come manichini in un negozio di vestiti,
pochi passeggeri studiano
la vecchia mappa del cielo sul soffitto.
Minuscola e lontana, una nave solitaria
illuminata come una torta nuziale a due piani
porta via lentamente le sue candeline.
Ora non è rimasto granché da guardare.
Ma nessuno si muove o parla –
I giocatori di bingo, quelli che giocano all’amore
su un quadrato non più grande di un tappeto
sono sospinti sopra creste e avvallamenti,
ciascuno arrestato nel suo istante privato
e arroccato in esso come un re.
Piccole gocce macchiano i cappotti, i guanti:
filano troppo veloci per accorgersi del bagnato.
Là dove vanno può accadere di tutto.
La revivalista trasandata cui provvede il buon Dio (le ha dato
una pochette, una spilla da cappello con perla
e sette cappotti invernali l’agosto scorso)
prega sottovoce di poter salvare
gli studenti d’arte di Berlino Ovest.
L’astrologo al suo fianco (un Leone)
ha letto la data del suo viaggio nelle stelle.
È soddisfatto dell’assenza di ghiaccio.
Nel giro di un anno sarà ricco (se non lo sa lui!)
vendendo alle madri gallesi e inglesi
oroscopi a due scellini e sei pence.
E il canuto gioielliere danese si sta intagliando
una moglie perfettamente sfaccettata che lo serva
in tutto, silenziosa come un diamante.
Palloncini lunari legati con una cordicella
al polso dei loro proprietari, i sogni leggeri galleggiano
per essere lasciati andare all’annuncio della terra.
(Luglio 1960)
Ci sono condizioni umane in cui ci si trova dinanzi al mondo come spettacolo. Ma
tu non hai convocato attrici e attori, non hai allestito la scena, non hai
scelto né musica né luci né suoni. Non sei regista di nulla, devi prendere cose
e persone così come sono. Ma in questo diventi egualmente creatore: decidendo
come vedere, come trasformare in fantasie i dati di fatto, come cambiare la
realtà in sogno e viceversa, e poi a che cosa dare la prevalenza, come ordinare
il tumulto dei tuoi pensieri.
E ancora, improvvisamente, fare silenzio, cambiare sguardo, inquadratura,
cominciare a immaginare quel che non vedi, facendolo diventare il naturale
seguito della realtà che stai osservando.
Questa è poesia, dove la nave da crociera lontana diventa una “wedding cake“ a
due piani, dove le gocce di una ventata d’acqua sul ponte di coperta sembrano
buttate lì per dirci che ci sono, non per bagnare davvero.
Sylvia Plath si fa regista di questi spezzoni di vita che si sono incarnati nei
passeggeri della nave e, inevitabilmente, trasforma la navigazione in una
metafora della vita stessa e i quadri dei gesti, degli atteggiamenti, degli
scorci, delle persone come fossero delle intrusioni nei camerini di attrici e
attori che si preparano a entrare in scena diventando personaggi immaginari.
Così, invece di guardare banalmente le stelle Sylvia ci fa notare l’ astrologo e
nei possibili narrativi delle vite intercettate escogita un gioielliere danese
che si gloria di una dama al suo fianco come fosse un prezioso oggetto, privo
però di identità.
Forse c’è una piccola festa a bordo e i reali palloncini in chiusura si
trasformano in metafore di sogni, al laccio di qualcuno, pronti ad essere
smentiti al risveglio, cioè all’approdo, a terra dove tutto tornerà banale,
lontano dall’Oceano, fuori da ogni poesia.
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