Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo

Comune-info - Thursday, September 17, 2026
Foto di SplitShire su Pixabay

A fine ottobre si conclude “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, il progetto promosso dall’associazione Maschile plurale insieme e due realtà responsabili di “Centri per uomini autori di violenza”, Cambiamenti di Pescara e Centro Famiglie di Catania. Abbiamo rivolto alcune domande a Massimiliano Sfregola, tra i coordinatori di questo insolito progetto di prevenzione e formazione sulla violenza di genere.

“Prima che sia tardi” è un progetto che lega prevenzione, ricerca e formazione sulla violenza di genere fuori dalla sintassi del sistema penale. A che punto si trova questo percorso?

Siamo in dirittura di arrivo ma le cose da fare sono ancora tantissime. La parte per me più interessante del progetto è stata la creazione e l’attivazione di una rete per gli uomini in crisi. È un’attività incredibilmente articolata e ampia di prevenzione primaria che in Italia non è mai stata tentata: intercettare uomini in occasione di eventi che da letteratura ed esperienza possono concorrere a scatenare agiti violenti: malattia, perdita di lavoro, separazioni conflittuali, paternità non matura o indesiderata… In seguito il progetto prevede di indirizzare questi uomini verso luoghi sicuri in cui poter condividere in maniera non giudicante il loro vissuto, disattivando un potenziale distruttivo per sé stessi o per altri e altre. 

Dodici mesi, per questa tranche di progetto sono solo un inizio: immagina di dover trovare i “nodi” di questa rete, cioè i luoghi fisici in cui questi uomini, in una determinata situazione di crisi, possono trovarsi: potrebbe essere un centro per l’impiego per l’uomo che perde il lavoro; uno studio medico per quello che ha una malattia o che ha un parente in necessità; i consultori per i neo-padri… Immagina poi di dover interloquire per coinvolgere i responsabili di questi “nodi” che a loro volta dovranno coinvolgere e motivare il personale; sarà poi il momento di dover formare questo personale a entrare in contatto con un uomo potenzialmente in crisi. E come lo faranno? Considera che loro sono lì per fare tutt’altro e non hanno strumenti di alcun tipo per leggere ed interpretare questi fenomeni e ancora meno hanno il mandato per intervenire in alcun modo, quindi si dovrà calibrare una formazione molto precisa e puntuale, con risposte e schemi di azione con margini ben precisi: si tratterà a tutti gli effetti di suggerire e indirizzare gli uomini interessati che riconoscono di avere dei problemi, non ancora sfociati in violenza, verso i servizi di ascolto, condivisione e supporto professionale, psicologico ma non solo, dei nostri due partner di progetto. E, a chiusura del cerchio ci devono essere dei momenti di monitoraggio continuo della rete per capire cosa sta funzionando e cosa no e come fare per migliorare. Tutto questo, nella realtà quotidiana, è incredibilmente più complicato di quello che pensavamo mentre immaginavamo cosa fare e come farlo e quindi le nostre speranze sono che il “format” attecchisca altrove in modo da ampliare sempre di più questo intreccio di soggetti e di esperienza pratica, da stimolare l’interesse dei soggetti pubblici, che sono gli unici a poter fornire un supporto territoriale, materiale e politico veramente diffuso ed efficace per fare davvero prevenzione primaria, e in modo anche da poter reperire risorse o partenariati adeguati.

Un elemento importante nel progetto è il fatto che numerosi autori di violenza, prima delle azioni violente, incrociano spesso alcuni servizi territoriali in occasione di crisi lavorative, relazionali, personali, senza che questi servizi siano in grado di individuare i rischi della violenza. Che tipo di relazioni con i territori sono state cercate dalle realtà partner del progetto?

Le due associazioni partner del progetto si sono spese in maniera incredibile per coinvolgere sia professionisti e soggetti a loro già conosciuti ma anche per creare un effetto a cascata tramite una forma elaborata di passaparola che servisse a incuriosire e interessare potenziali nodi territoriali che non conoscevano le due associazioni. Entrambe poi si sono dovute raccontare all’esterno non come “il posto degli uomini violenti” ma come uno spazio dove ogni uomo, in qualsiasi momento, può andare ed essere accolto, ascoltato, supportato e creduto nella sua richiesta di aiuto così come nel suo desiderio e nella sua volontà di cambiamento, senza giudizi su cosa ha pensato, detto o fatto. Col senno di poi abbiamo capito che è un’operazione incredibilmente complessa in cui le “strutture intermedie” sono fondamentali: gli ordini professionali, i municipi, le associazioni di categoria sono, dal punto di vista pratico, dei volani che permettono di ridurre lo sforzo e aumentare l’efficacia. Senza dimenticare che una parte critica di questo lavoro è stata convincere le persone dei nodi a fare le cose: in ottica imprenditoriale, un soggetto privato per quale motivo dovrebbe dedicare le proprie risorse a qualcosa che esula dall'”oggetto sociale” e per cui non c’è remunerazione? Quella delle risorse e della motivazione è stata, e continua ad essere, una sfida incredibilmente ardua in cui la presenza delle Istituzioni, spesso solo di facciata e di rappresentanza, così come la loro assenza è troppo spesso sottostimata.

Nell’esperienza dell’associazione Maschile plurale, quali altri strumenti sono ritenuti importanti per favorire oggi percorsi di incontro e trasformazione del maschile?

Ce ne sono moltissimi. Considera che il lavoro sulle maschilità, preferiamo chiamarle così per dare maggior respiro e profondità al tema e alle esperienze personali, attira l’attenzione e la consapevolezza del grande pubblico quasi esclusivamente quando c’è un fatto di cronaca, di solito un femminicidio. Sappiamo per esperienza e pratica di decenni che non c’è solo quello: la dimensione della “violenza di genere”  è una priorità imprescindibile ma se restiamo schiacciati, intrappolati su quella, perdiamo la visione complessiva e la speranza di cambiamento. Ci sono nuovi modelli di paternità e genitorialità che ormai stanno emergendo e ci sono dei gruppi di uomini che si incontrano proprio per stare dentro queste esperienze, raccontarle e condividerle. Ci sono nuovi e diversi modi di intendere e vivere le amicizie, dello stare insieme fra uomini non più e non solo intese come una sorta di fortino cameratesco dove l’espressività fisica e affettiva è impacciata, limitata alla pacca sulla spalla o alla stretta di mano virile. E di nuovo, anche qui, gruppi di uomini eterogenei per esperienze, età, provenienze si stanno incontrando e creando spazi in cui portare queste cose, anche le più crude, atroci e apparentemente irrisolvibili, per provare a raccontarle, a dar loro un nome e delle forme, per vederle con occhi nuovi e contaminarle con altre esperienze, prospettive, novità. Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo e vivere delle relazioni affettive, amicali, lavorative, familiari serene, equilibrate e vitali.

Ci sono delle occasioni molto potenti di creazione ed elaborazione politica in cui, traendo spunto e ispirazioni dalle amiche femministe, parlando fra noi e di noi, esponendoci come “socializzati uomini” in una società che ancora pretende e chiede azioni e reazioni stereotipate, facciamo del nostro corpo e della nostra esperienza un laboratorio vivente e una testimonianza itinerante di cambiamento, di crisi, di messa in discussione e anche di resistenza a tutte le risposte facili o aggressive e le derive reazionarie, sempre più forti e spaventevoli, che ci vorrebbero a sbattere il pugno sul tavolo per ritrovarci “soli e al comando”. Questa disperata solitudine di chi, “a mali estremi” “affonda con la sua nave”, senza mai chiedersi cosa ha causato l’affondamento o chi c’è su quella nave, questo “non dover chiedere mai” che porta a pretendere e prendere le cose, le persone, le relazioni con la sola forza, o a separarsene con una forza violenta contraria e maggiore, tutto questo non ci è mai andato bene, già da quando eravamo o ci sentivamo isolati nella comunità degli altri maschi. Ma se prima questa non conformità ai modelli stereotipati la vivevamo nel disagio ma nel silenzio o con una adesione faticosa e patologica ad un brutale e triste modello di “vero uomo”, adesso, con maggiori strumenti di consapevolezza, con percorsi di elaborazione più strutturata, con l’ausilio di luoghi fisici in cui permettere tutto questo, in un contesto storico e politico che pretende un ritorno a una distopia patriarcale, mediterranea o teutone o di qualsiasi latitudine poco conta, la rigettiamo totalmente con serena determinazione. Insieme abbiamo visto che altro si può fare e altro si può avere e in quella direzione stiamo andando.

LEGGI ANCHE:

Prima che sia tardi

L'articolo Per rinnovare il modo in cui noi uomini possiamo stare al mondo proviene da Comune-info.