
Il prezzo di schierarsi: Macklemore urla “Palestina libera” e perde il tour di Ed Sheeran
L'INDIPENDENTE - Tuesday, September 15, 2026Due parole gridate in uno stadio del New Jersey davanti a oltre 80mila persone, e le porte degli altri stadi americani si sono chiuse. Il promoter Messina Touring Group ha confermato che Macklemore non aprirà più le date statunitensi del Loop Tour di Ed Sheeran: le sedi dei prossimi concerti avevano fatto sapere che, con il rapper in cartellone, lo spettacolo non si sarebbe tenuto. Tutto era cominciato al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey, quando l’artista di Seattle aveva spiegato al pubblico di aver accettato il tour anche per poter dire, in stadi come quello, «Free Palestine». Poi aveva attaccato Hind’s Hall, con le immagini di Gaza sui maxischermi. La sera dopo è tornato sull’argomento, rivolgendosi ai «fratelli e sorelle ebrei» in platea: criticare Israele, ha detto, non significa criticare loro.
La risposta è arrivata lo stesso giorno, in un lungo post su Instagram. Dopo aver sottolineato di non sentirsi una vittima, perché le vere vittime sono i palestinesi, scrive che: «Schierarsi può costarti», prima di mettere in fila il conto: soldi, contratti con i marchi, sponsor, festival, concerti e relazioni. Tutte cose che dice di aver già perso. Ma tra oppressore e oppresso, aggiunge, non esiste una posizione neutrale. Ed è proprio la neutralità che rimprovera a Sheeran, amico da tredici anni: il cantautore gli avrebbe spiegato che quelle parole e la bandiera palestinese avevano ferito molte persone, senza però riuscire ad andare oltre il suo «non mi schiero». A chiudere la partita, sempre nella versione del rapper, sarebbe stato il miliardario Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium, che avrebbe radunato altri proprietari di impianti intorno a un ultimatum: o via Macklemore, o niente stadi.
Nel post c’è anche una domanda. Quelle parole, scrive Macklemore, le ripete sui palchi di mezzo mondo da quasi tre anni. Perché il problema salta fuori solo adesso? Perché adesso divide il palco con uno dei più grandi artisti del mondo, e a quel livello di esposizione «Free Palestine» diventa un rischio troppo alto: il messaggio è lo stesso, a cambiare è il numero di persone che lo ascoltano. È una chiave che aiuta a leggere il silenzio di chi sta in cima alle classifiche. Le prese di posizione non mancano: la campagna No Music for Genocide, nata nel settembre 2025, ha raccolto oltre mille adesioni tra artisti ed etichette che hanno bloccato la propria musica in Israele, da Lorde a Björk fino ai Massive Attack. Ma a guidarla è la scena indipendente, lontana dagli stadi, dove ogni frase pesa su sponsor e promoter. E il conto può arrivare perfino dai governi: nel 2025, dopo i cori contro l’esercito israeliano dal palco di Glastonbury, gli Stati Uniti hanno revocato i visti al duo britannico Bob Vylan. Poche settimane dopo è toccato ai Kneecap, trio rap nordirlandese che durante i concerti proietta scritte come «Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese». Il governo ungherese di Viktor Orbán ha vietato loro l’ingresso nel Paese per tre anni, impedendo il concerto allo Sziget di Budapest, uno dei più grandi festival d’Europa. Secondo il portavoce Zoltán Kovács, il gruppo avrebbe fatto discorsi d’odio antisemiti e inneggiato al terrorismo, al punto da rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Gli organizzatori hanno definito il provvedimento senza precedenti e i Kneecap hanno ricordato di non essere mai stati condannati per alcun reato.
Per il rapper e cantautore statunitense, d’altronde, non si tratta di una prima volta. Già nel 2024 aveva pubblicato Hind’s Hall, dedicata agli studenti della Columbia University che avevano intitolato un edificio occupato a Hind Rajab, bambina uccisa dalle forze israeliane a Gaza. Intorno a lui, nel frattempo, la scena musicale si è spaccata. Shirley Manson dei Garbage ha parlato di follia: nulla di quanto detto dal rapper, secondo lei, era violento o antisemita. Pink, che è ebrea, ha invece ricondiviso un post del gruppo StopAntisemitism contro di lui e, finita a sua volta nella bufera, ha chiarito di non parlare a nome di Israele né di alcun governo. Sheeran, intanto, tace.
L’Israeli-American Council, promotore di una petizione per estrometterlo, sostiene che quello era un concerto, non un comizio. Kraft, che ha confermato di avergli vietato il suo stadio senza rispondere sul resto, dice di non voler offrire una piattaforma ai discorsi d’odio e parla di una «più ampia storia di retorica antisemita». Tra i precedenti rinfacciati al rapper c’è il costume indossato nel 2014, con parrucca, barba e finto naso adunco, per il quale si scusò. Oggi Macklemore replica spiegando che confondere la critica a Israele con l’odio verso gli ebrei non serve a proteggere i cittadini ma a mettere al riparo Israele dal rendere conto di ciò che fa. Intanto il tour andrà avanti, senza più proclami per la Palestina. «Se quelle parole mi sono costate il palco», conclude il rapper nel suo lungo post, «allora è stato il tour di maggior successo a cui abbia mai partecipato».
The post Il prezzo di schierarsi: Macklemore urla “Palestina libera” e perde il tour di Ed Sheeran appeared first on L'INDIPENDENTE.