Il prezzo di schierarsi: Macklemore urla “Palestina libera” e perde il tour di Ed Sheeran
Due parole gridate in uno stadio del New Jersey davanti a oltre 80mila persone,
e le porte degli altri stadi americani si sono chiuse. Il promoter Messina
Touring Group ha confermato che Macklemore non aprirà più le date statunitensi
del Loop Tour di Ed Sheeran: le sedi dei prossimi concerti avevano fatto sapere
che, con il rapper in cartellone, lo spettacolo non si sarebbe tenuto. Tutto era
cominciato al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey, quando
l’artista di Seattle aveva spiegato al pubblico di aver accettato il tour anche
per poter dire, in stadi come quello, «Free Palestine». Poi aveva attaccato
Hind’s Hall, con le immagini di Gaza sui maxischermi. La sera dopo è tornato
sull’argomento, rivolgendosi ai «fratelli e sorelle ebrei» in platea: criticare
Israele, ha detto, non significa criticare loro.
La risposta è arrivata lo stesso giorno, in un lungo post su Instagram. Dopo
aver sottolineato di non sentirsi una vittima, perché le vere vittime sono i
palestinesi, scrive che: «Schierarsi può costarti», prima di mettere in fila il
conto: soldi, contratti con i marchi, sponsor, festival, concerti e relazioni.
Tutte cose che dice di aver già perso. Ma tra oppressore e oppresso, aggiunge,
non esiste una posizione neutrale. Ed è proprio la neutralità che rimprovera a
Sheeran, amico da tredici anni: il cantautore gli avrebbe spiegato che quelle
parole e la bandiera palestinese avevano ferito molte persone, senza però
riuscire ad andare oltre il suo «non mi schiero». A chiudere la partita, sempre
nella versione del rapper, sarebbe stato il miliardario Robert Kraft,
proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium, che avrebbe
radunato altri proprietari di impianti intorno a un ultimatum: o via Macklemore,
o niente stadi.
Nel post c’è anche una domanda. Quelle parole, scrive Macklemore, le ripete sui
palchi di mezzo mondo da quasi tre anni. Perché il problema salta fuori solo
adesso? Perché adesso divide il palco con uno dei più grandi artisti del mondo,
e a quel livello di esposizione «Free Palestine» diventa un rischio troppo alto:
il messaggio è lo stesso, a cambiare è il numero di persone che lo ascoltano. È
una chiave che aiuta a leggere il silenzio di chi sta in cima alle classifiche.
Le prese di posizione non mancano: la campagna No Music for Genocide, nata nel
settembre 2025, ha raccolto oltre mille adesioni tra artisti ed etichette che
hanno bloccato la propria musica in Israele, da Lorde a Björk fino ai Massive
Attack. Ma a guidarla è la scena indipendente, lontana dagli stadi, dove ogni
frase pesa su sponsor e promoter. E il conto può arrivare perfino dai governi:
nel 2025, dopo i cori contro l’esercito israeliano dal palco di Glastonbury, gli
Stati Uniti hanno revocato i visti al duo britannico Bob Vylan. Poche settimane
dopo è toccato ai Kneecap, trio rap nordirlandese che durante i concerti
proietta scritte come «Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo
palestinese». Il governo ungherese di Viktor Orbán ha vietato loro l’ingresso
nel Paese per tre anni, impedendo il concerto allo Sziget di Budapest, uno dei
più grandi festival d’Europa. Secondo il portavoce Zoltán Kovács, il gruppo
avrebbe fatto discorsi d’odio antisemiti e inneggiato al terrorismo, al punto da
rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Gli organizzatori hanno
definito il provvedimento senza precedenti e i Kneecap hanno ricordato di non
essere mai stati condannati per alcun reato.
Per il rapper e cantautore statunitense, d’altronde, non si tratta di una prima
volta. Già nel 2024 aveva pubblicato Hind’s Hall, dedicata agli studenti della
Columbia University che avevano intitolato un edificio occupato a Hind Rajab,
bambina uccisa dalle forze israeliane a Gaza. Intorno a lui, nel frattempo, la
scena musicale si è spaccata. Shirley Manson dei Garbage ha parlato di follia:
nulla di quanto detto dal rapper, secondo lei, era violento o antisemita. Pink,
che è ebrea, ha invece ricondiviso un post del gruppo StopAntisemitism contro di
lui e, finita a sua volta nella bufera, ha chiarito di non parlare a nome di
Israele né di alcun governo. Sheeran, intanto, tace.
L’Israeli-American Council, promotore di una petizione per estrometterlo,
sostiene che quello era un concerto, non un comizio. Kraft, che ha confermato di
avergli vietato il suo stadio senza rispondere sul resto, dice di non voler
offrire una piattaforma ai discorsi d’odio e parla di una «più ampia storia di
retorica antisemita». Tra i precedenti rinfacciati al rapper c’è il costume
indossato nel 2014, con parrucca, barba e finto naso adunco, per il quale si
scusò. Oggi Macklemore replica spiegando che confondere la critica a Israele con
l’odio verso gli ebrei non serve a proteggere i cittadini ma a mettere al riparo
Israele dal rendere conto di ciò che fa. Intanto il tour andrà avanti, senza più
proclami per la Palestina. «Se quelle parole mi sono costate il palco», conclude
il rapper nel suo lungo post, «allora è stato il tour di maggior successo a cui
abbia mai partecipato».
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