Geometrie della Memoria e della Resistenza: Sliman Mansour e l’attivismo del Sumud

Pressenza - Sunday, September 13, 2026

Si è spento a Gerusalemme, all’età di 79 anni, l’artista palestinese Sliman Mansour, nato nel 1947 a Birzeit e considerato una delle figure più influenti dell’arte contemporanea della Palestina.

Pittore, educatore e protagonista della rinascita culturale palestinese, Mansour è stato cofondatore della Gallery 79, prima galleria d’arte della Cisgiordania, dell’Al-Wasiti Art Centre di Gerusalemme Est e della prima accademia internazionale d’arte nei Territori palestinesi, poi integrata nell’Università di Birzeit. Le sue opere, apprezzate in tutto il mondo, hanno raccontato identità, memoria e resistenza di un popolo.

«L’arte non offre soluzioni, riflette il tempo in cui viviamo. L’arte è sumud, fermezza e resistenza», amava ripetere. Con la sua scomparsa, la Palestina perde un maestro che ha saputo trasformare la pittura in testimonianza morale e patrimonio collettivo.

La Tela come Territorio

La scomparsa di Sliman Mansour, avvenuta il 24 agosto 2026, non rappresenta soltanto il lutto per la perdita di uno dei massimi esponenti dell’arte contemporanea araba e mediorientale, ma invita a un’analisi critica urgente sul ruolo dell’espressione visiva nei contesti di occupazione, cancellazione e dislocazione. Nel panorama culturale globale, l’opera di Mansour si configura come un dispositivo teorico e pratico di denuncia, in cui il pigmento e la materia si fanno carico di un’istanza politica irrinunciabile: l’affermazione dell’esistenza contro ogni progetto di sradicamento.

L’Iconografia del Peso e la Nascita di un Lessico Visivo

Il percorso artistico di Mansour è indissolubilmente legato alla codificazione del Sumud (la steadfastness, la ferma resistenza). Già a partire dai lavori degli anni Settanta, come il celeberrimo Jamal al-Mahamel (Il cammello dei carichi o Il monte dei portatori, 1973), l’artista ha saputo condensare la tragedia collettiva in un’iconografia di inaudita potenza metaforica. L’immagine dell’anziano palestinese che trasporta sulla propria schiena la città vecchia di Gerusalemme non è una semplice rappresentazione del faticoso giogo dell’occupazione, ma costituisce una dichiarazione ontologica: il corpo del soggetto oppresso coincide con il territorio stesso, divenendo custode inalienabile della memoria urbana e spirituale.

In questo contesto, la tela assume una funzione che supera la dimensione estetica per farsi archivio vivente. Di fronte al tentativo sistematico di negazione dell’identità palestinese, Mansour ha risposto opponendo i segni visivi della quotidianità rurale: gli ulivi secolari, i ricami tradizionali del tatreez, i volti solcati dalla storia delle donne e degli uomini dei villaggi.

La Svolta Materiale: Fango, Henna e il Boicottaggio dei Materiali Coloniali

Un momento cruciale nell’evoluzione teorica e pratica dell’arte di Mansour si registra durante la Prima Intifada, quando l’artista — insieme al collettivo New Visions (fondato con Vera Tamari, Tayseer Barakat e Nabil Anani) — compie un atto di radicale rottura politica ed epistemologica: il boicottaggio dei materiali d’importazione israeliana o occidentale, come i colori a olio e le tele industriali.

Questo rifiuto trasforma la pratica artistica in un esercizio di autarchia e sovranità materiale. Mansour inizia a lavorare con elementi estratti direttamente dalla terra di Palestina: il fango, la paglia, l’henna e le fibre naturali. Le opere realizzate con il fango essiccato, che inevitabilmente si fessurano e si crepano nel tempo, introducono una riflessione profonda sulla fragilità, sulla vulnerabilità e sul trascorrere del tempo. La materia stessa del dipinto diviene terra ferita, geografia concreta che si emancipa dalla rappresentazione mimetica per farsi corpo parlante. La crepa sulla superficie fangosa non è un difetto tecnico, ma la cicatrice visibile di una storia di frammentazione e resistenza.

L’Arte come Atto Politico e la Censura del Simbolo

Il valore di denuncia dell’opera di Mansour risiede anche nella sua capacità di anticipare e smascherare le dinamiche del controllo coloniale sulla cultura. Celebre è l’episodio in cui le autorità militari imposero il divieto non solo di esporre la bandiera palestinese, ma persino l’utilizzo combinato dei suoi colori (rosso, verde, nero e bianco), arrivando a minacciare il sequestro di qualsiasi opera raffigurante un cocomero per via della sua assonanza cromatica con i colori patrii.

In un simile scenario di censura pervasiva, l’intellettuale e l’artista assumono una responsabilità frontale. Come lo stesso Mansour ha più volte ribadito nelle sue interviste, la battaglia culturale non mirava unicamente a rivendicare un’appartenenza politica, ma a riaffermare la piena umanità del popolo palestinese di fronte a processi di svalutazione sistematica: “La nostra lotta ora è dire al mondo che siamo esseri umani a tutti gli effetti”.

L’Eredità di una Geopoetica della Dignità

L’eredità di Sliman Mansour trascende i confini delle gallerie d’arte internazionale per radicarsi profondamente nella coscienza collettiva. Attraverso la fondazione di istituzioni cruciali come l’Al-Wasiti Art Centre a Gerusalemme Est e l’Accademia Internazionale d’Arte in Palestina a Ramallah, Mansour non ha solo prodotto capolavori visivi, ma ha edificato le infrastrutture materiali e pedagogiche necessarie affinché le generazioni future potessero continuare a raccontarsi autonomamente.

La sua opera rimane un pilastro fondamentale per comprendere che l’arte rivoluzionaria non è mero ornamento ideologico, bensì uno spazio di radicale affermazione esistenziale. Sulle sue tele, la patria non è soltanto un territorio perduto o idealizzato, ma uno spazio morale in perenne costruzione, affidato alla responsabilità etica della testimonianza visiva.

Laura Tussi