Geometrie della Memoria e della Resistenza: Sliman Mansour e l’attivismo del SumudSi è spento a Gerusalemme, all’età di 79 anni, l’artista palestinese Sliman
Mansour, nato nel 1947 a Birzeit e considerato una delle figure più influenti
dell’arte contemporanea della Palestina.
Pittore, educatore e protagonista della rinascita culturale palestinese, Mansour
è stato cofondatore della Gallery 79, prima galleria d’arte della Cisgiordania,
dell’Al-Wasiti Art Centre di Gerusalemme Est e della prima accademia
internazionale d’arte nei Territori palestinesi, poi integrata nell’Università
di Birzeit. Le sue opere, apprezzate in tutto il mondo, hanno raccontato
identità, memoria e resistenza di un popolo.
«L’arte non offre soluzioni, riflette il tempo in cui viviamo. L’arte è sumud,
fermezza e resistenza», amava ripetere. Con la sua scomparsa, la Palestina perde
un maestro che ha saputo trasformare la pittura in testimonianza morale e
patrimonio collettivo.
La Tela come Territorio
La scomparsa di Sliman Mansour, avvenuta il 24 agosto 2026, non rappresenta
soltanto il lutto per la perdita di uno dei massimi esponenti dell’arte
contemporanea araba e mediorientale, ma invita a un’analisi critica urgente sul
ruolo dell’espressione visiva nei contesti di occupazione, cancellazione e
dislocazione. Nel panorama culturale globale, l’opera di Mansour si configura
come un dispositivo teorico e pratico di denuncia, in cui il pigmento e la
materia si fanno carico di un’istanza politica irrinunciabile: l’affermazione
dell’esistenza contro ogni progetto di sradicamento.
L’Iconografia del Peso e la Nascita di un Lessico Visivo
Il percorso artistico di Mansour è indissolubilmente legato alla codificazione
del Sumud (la steadfastness, la ferma resistenza). Già a partire dai lavori
degli anni Settanta, come il celeberrimo Jamal al-Mahamel (Il cammello dei
carichi o Il monte dei portatori, 1973), l’artista ha saputo condensare la
tragedia collettiva in un’iconografia di inaudita potenza metaforica. L’immagine
dell’anziano palestinese che trasporta sulla propria schiena la città vecchia di
Gerusalemme non è una semplice rappresentazione del faticoso giogo
dell’occupazione, ma costituisce una dichiarazione ontologica: il corpo del
soggetto oppresso coincide con il territorio stesso, divenendo custode
inalienabile della memoria urbana e spirituale.
In questo contesto, la tela assume una funzione che supera la dimensione
estetica per farsi archivio vivente. Di fronte al tentativo sistematico di
negazione dell’identità palestinese, Mansour ha risposto opponendo i segni
visivi della quotidianità rurale: gli ulivi secolari, i ricami tradizionali del
tatreez, i volti solcati dalla storia delle donne e degli uomini dei villaggi.
La Svolta Materiale: Fango, Henna e il Boicottaggio dei Materiali Coloniali
Un momento cruciale nell’evoluzione teorica e pratica dell’arte di Mansour si
registra durante la Prima Intifada, quando l’artista — insieme al collettivo New
Visions (fondato con Vera Tamari, Tayseer Barakat e Nabil Anani) — compie un
atto di radicale rottura politica ed epistemologica: il boicottaggio dei
materiali d’importazione israeliana o occidentale, come i colori a olio e le
tele industriali.
Questo rifiuto trasforma la pratica artistica in un esercizio di autarchia e
sovranità materiale. Mansour inizia a lavorare con elementi estratti
direttamente dalla terra di Palestina: il fango, la paglia, l’henna e le fibre
naturali. Le opere realizzate con il fango essiccato, che inevitabilmente si
fessurano e si crepano nel tempo, introducono una riflessione profonda sulla
fragilità, sulla vulnerabilità e sul trascorrere del tempo. La materia stessa
del dipinto diviene terra ferita, geografia concreta che si emancipa dalla
rappresentazione mimetica per farsi corpo parlante. La crepa sulla superficie
fangosa non è un difetto tecnico, ma la cicatrice visibile di una storia di
frammentazione e resistenza.
L’Arte come Atto Politico e la Censura del Simbolo
Il valore di denuncia dell’opera di Mansour risiede anche nella sua capacità di
anticipare e smascherare le dinamiche del controllo coloniale sulla cultura.
Celebre è l’episodio in cui le autorità militari imposero il divieto non solo di
esporre la bandiera palestinese, ma persino l’utilizzo combinato dei suoi colori
(rosso, verde, nero e bianco), arrivando a minacciare il sequestro di qualsiasi
opera raffigurante un cocomero per via della sua assonanza cromatica con i
colori patrii.
In un simile scenario di censura pervasiva, l’intellettuale e l’artista assumono
una responsabilità frontale. Come lo stesso Mansour ha più volte ribadito nelle
sue interviste, la battaglia culturale non mirava unicamente a rivendicare
un’appartenenza politica, ma a riaffermare la piena umanità del popolo
palestinese di fronte a processi di svalutazione sistematica: “La nostra lotta
ora è dire al mondo che siamo esseri umani a tutti gli effetti”.
L’Eredità di una Geopoetica della Dignità
L’eredità di Sliman Mansour trascende i confini delle gallerie d’arte
internazionale per radicarsi profondamente nella coscienza collettiva.
Attraverso la fondazione di istituzioni cruciali come l’Al-Wasiti Art Centre a
Gerusalemme Est e l’Accademia Internazionale d’Arte in Palestina a Ramallah,
Mansour non ha solo prodotto capolavori visivi, ma ha edificato le
infrastrutture materiali e pedagogiche necessarie affinché le generazioni future
potessero continuare a raccontarsi autonomamente.
La sua opera rimane un pilastro fondamentale per comprendere che l’arte
rivoluzionaria non è mero ornamento ideologico, bensì uno spazio di radicale
affermazione esistenziale. Sulle sue tele, la patria non è soltanto un
territorio perduto o idealizzato, ma uno spazio morale in perenne costruzione,
affidato alla responsabilità etica della testimonianza visiva.
Laura Tussi