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Palestina: basta massacri e razzismo
Articoli di Sausan Khalil, Tareq S. Hajjaj, Enas Abu Ghayad, Operazione Colomba, Francesca Campanini, Adla Alnazer, Mariana Hristova, Mario Sommella, Luigi Daniele, Anna Maria Selini, Lavinia Marchetti ed altri. Con un link ad una nostra pagina: https://www.labottegadelbarbieri.org/cinema-28-30-settembre-naza-e-the-bibi-files/ Genocidio a Gaza 26 settembre Un palestinese è stato ucciso e altri sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano che ha preso
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Geometrie della Memoria e della Resistenza: Sliman Mansour e l’attivismo del Sumud
Si è spento a Gerusalemme, all’età di 79 anni, l’artista palestinese Sliman Mansour, nato nel 1947 a Birzeit e considerato una delle figure più influenti dell’arte contemporanea della Palestina. Pittore, educatore e protagonista della rinascita culturale palestinese, Mansour è stato cofondatore della Gallery 79, prima galleria d’arte della Cisgiordania, dell’Al-Wasiti Art Centre di Gerusalemme Est e della prima accademia internazionale d’arte nei Territori palestinesi, poi integrata nell’Università di Birzeit. Le sue opere, apprezzate in tutto il mondo, hanno raccontato identità, memoria e resistenza di un popolo. «L’arte non offre soluzioni, riflette il tempo in cui viviamo. L’arte è sumud, fermezza e resistenza», amava ripetere. Con la sua scomparsa, la Palestina perde un maestro che ha saputo trasformare la pittura in testimonianza morale e patrimonio collettivo. La Tela come Territorio La scomparsa di Sliman Mansour, avvenuta il 24 agosto 2026, non rappresenta soltanto il lutto per la perdita di uno dei massimi esponenti dell’arte contemporanea araba e mediorientale, ma invita a un’analisi critica urgente sul ruolo dell’espressione visiva nei contesti di occupazione, cancellazione e dislocazione. Nel panorama culturale globale, l’opera di Mansour si configura come un dispositivo teorico e pratico di denuncia, in cui il pigmento e la materia si fanno carico di un’istanza politica irrinunciabile: l’affermazione dell’esistenza contro ogni progetto di sradicamento. L’Iconografia del Peso e la Nascita di un Lessico Visivo Il percorso artistico di Mansour è indissolubilmente legato alla codificazione del Sumud (la steadfastness, la ferma resistenza). Già a partire dai lavori degli anni Settanta, come il celeberrimo Jamal al-Mahamel (Il cammello dei carichi o Il monte dei portatori, 1973), l’artista ha saputo condensare la tragedia collettiva in un’iconografia di inaudita potenza metaforica. L’immagine dell’anziano palestinese che trasporta sulla propria schiena la città vecchia di Gerusalemme non è una semplice rappresentazione del faticoso giogo dell’occupazione, ma costituisce una dichiarazione ontologica: il corpo del soggetto oppresso coincide con il territorio stesso, divenendo custode inalienabile della memoria urbana e spirituale. In questo contesto, la tela assume una funzione che supera la dimensione estetica per farsi archivio vivente. Di fronte al tentativo sistematico di negazione dell’identità palestinese, Mansour ha risposto opponendo i segni visivi della quotidianità rurale: gli ulivi secolari, i ricami tradizionali del tatreez, i volti solcati dalla storia delle donne e degli uomini dei villaggi. La Svolta Materiale: Fango, Henna e il Boicottaggio dei Materiali Coloniali Un momento cruciale nell’evoluzione teorica e pratica dell’arte di Mansour si registra durante la Prima Intifada, quando l’artista — insieme al collettivo New Visions (fondato con Vera Tamari, Tayseer Barakat e Nabil Anani) — compie un atto di radicale rottura politica ed epistemologica: il boicottaggio dei materiali d’importazione israeliana o occidentale, come i colori a olio e le tele industriali. Questo rifiuto trasforma la pratica artistica in un esercizio di autarchia e sovranità materiale. Mansour inizia a lavorare con elementi estratti direttamente dalla terra di Palestina: il fango, la paglia, l’henna e le fibre naturali. Le opere realizzate con il fango essiccato, che inevitabilmente si fessurano e si crepano nel tempo, introducono una riflessione profonda sulla fragilità, sulla vulnerabilità e sul trascorrere del tempo. La materia stessa del dipinto diviene terra ferita, geografia concreta che si emancipa dalla rappresentazione mimetica per farsi corpo parlante. La crepa sulla superficie fangosa non è un difetto tecnico, ma la cicatrice visibile di una storia di frammentazione e resistenza. L’Arte come Atto Politico e la Censura del Simbolo Il valore di denuncia dell’opera di Mansour risiede anche nella sua capacità di anticipare e smascherare le dinamiche del controllo coloniale sulla cultura. Celebre è l’episodio in cui le autorità militari imposero il divieto non solo di esporre la bandiera palestinese, ma persino l’utilizzo combinato dei suoi colori (rosso, verde, nero e bianco), arrivando a minacciare il sequestro di qualsiasi opera raffigurante un cocomero per via della sua assonanza cromatica con i colori patrii. In un simile scenario di censura pervasiva, l’intellettuale e l’artista assumono una responsabilità frontale. Come lo stesso Mansour ha più volte ribadito nelle sue interviste, la battaglia culturale non mirava unicamente a rivendicare un’appartenenza politica, ma a riaffermare la piena umanità del popolo palestinese di fronte a processi di svalutazione sistematica: “La nostra lotta ora è dire al mondo che siamo esseri umani a tutti gli effetti”. L’Eredità di una Geopoetica della Dignità L’eredità di Sliman Mansour trascende i confini delle gallerie d’arte internazionale per radicarsi profondamente nella coscienza collettiva. Attraverso la fondazione di istituzioni cruciali come l’Al-Wasiti Art Centre a Gerusalemme Est e l’Accademia Internazionale d’Arte in Palestina a Ramallah, Mansour non ha solo prodotto capolavori visivi, ma ha edificato le infrastrutture materiali e pedagogiche necessarie affinché le generazioni future potessero continuare a raccontarsi autonomamente. La sua opera rimane un pilastro fondamentale per comprendere che l’arte rivoluzionaria non è mero ornamento ideologico, bensì uno spazio di radicale affermazione esistenziale. Sulle sue tele, la patria non è soltanto un territorio perduto o idealizzato, ma uno spazio morale in perenne costruzione, affidato alla responsabilità etica della testimonianza visiva. Laura Tussi
September 13, 2026
Pressenza
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte2@0
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”. Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale. Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte2@1
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”. Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale. Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.
Parte2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”. Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale. Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.
April 24, 2026
Radio Blackout
Intifada a Torino
La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un […] L'articolo Intifada a Torino su Contropiano.
February 4, 2026
Contropiano
In carcere chi inneggia all’Intifada. La Gran Bretagna si “fascistizza”
Chi inneggia all’intifada adesso rischia l’arresto: lo ha annunciato la polizia inglese, la quale ha fatto sapere che alle manifestazioni per la Palestina gli slogan e i cartelli che incitano a una “intifada globale” saranno considerati come reati. È una svolta che prende strumentalmente a pretesto la strage di Sidney, […] L'articolo In carcere chi inneggia all’Intifada. La Gran Bretagna si “fascistizza” su Contropiano.
December 20, 2025
Contropiano