Tag - onu

Addomesticare le frontiere
di Mauro Armanino (ripreso da versiinvolo.blogspot.com) Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso… l’educazione, la scienza e la
PALESTINA: CONVIVERE SENZA UNO STATO
Riprendiamo un articolo di Guido Viale su un tema che ha affrontato già altre volte CONVIVERE SENZA UNO STATO di Guido Viale   In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini,
L’attacco all’UNRWA e il genocidio dei palestinesi
di Christopher Gunness (*) Il mandato dell’UNRWA di assistere i rifugiati palestinesi la rende una minaccia diretta al progetto genocida israeliano. ** È ora che l’ONU accetti il fatto che l’attacco di Israele alla sua Agenzia per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) è una parte essenziale del genocidio israeliano del popolo palestinese. Questa non è un’accusa proveniente da un critico di Israele.
Massacro di Deir Yassin
Uno dei più gravi crimini sionisti. di Bruno Lai.     9 aprile 1948: Massacro di Deir Yassin, probabilmente «l’episodio più importante dell’Operazione Nahshon» (Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, 2001). All’interno del Piano Dalet, il piano sionista di pulizia etnica della Palestina, l’Operazione Nahshon mira a rompere l’assedio di Gerusalemme. Intorno all’antica città palestinese, infatti, sono
MIGRANTI: IL FILO DI COMPLICITAì CHE LEGA ROMA E TRIPOLI NEL MIRINO DELLA CPI E DELLE NAZIONI UNITE.
Non si fermano i problemi del governo della destra italiana, che mentre criminalizza il soccorso e la solidarietà aiuta chi imprigiona, tortura e uccide i migranti in Libia. La Corte Penale Internazionale ha annunciato ufficialmente, giovedì 2 aprile, la sua decisione di deferire l’Italia dall’Assemblea degli stati che aderiscono allo Statuto di Roma per “inadempienza a una richiesta di cooperazione” in riferimento al caso di Osama Almasri, il generale e torturatore libico arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, liberato il 21 e “accompagnato” in Libia con un volo di Stato, nonostante fosse ricercato dall’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità. “La discussione finale avverrà a dicembre a New York. In questo lasso di tempo possono succedere tante cose perché interesse della Corte Penale, oltre alla sanzione che comunque sarebbe di natura più che altro simbolica” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista Mario Di Vito “l’interesse della Corte Penale è che noi in futuro coopereremo nelle operazioni che riguardano i nostri rapporti con la Corte Penale, cioè che daremo esecuzione a questi mandati d’arresto. E in questo senso la parte italiana si è registrata una qualche apertura al dialogo con la con l’Aja e questa, è la partita che si giocherà nei prossimi mesi lì perché poi in Italia è molto diverso. Il governo sta facendo quadrato intorno a tutti gli indagati della Procura di Roma per quei fatti”. Infatti a settembre, la procura della Capitale aveva chiesto il processo per Carlo Nordio, Matteo Piantesodi e Alfredo Mantovano ma, in quell’occasione, la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere. Una sorte che potrebbe ripetersi anche per la capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi; settimana prossima infatti si voterà per la sollevazione di un conflitto d’attribuzione tra poteri dello stato dabanti alla Corte costituzionale. Ma il filo che lega l’Italia alla Libia non si esaurisce qui, né si fermano le tensioni sul piano internazionale: l’Italia infatti sarà classificata come “non conforme” dal panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare l’embargo sulle armi alla Libia. La valutazione, contenuta nel rapporto finale (la cui pubblicazione è attesa il 9 aprile” riguarda la mancata risposta da parte di Roma a richieste formali di chiarimento su attività militari e trasferimenti verso il territorio libico. “Con questo nuovo rapporto delle Nazioni Unite si indaga sul fatto che venga addirittura violato l’embargo sulle armi per le milizie. Perché, chiaramente, l’Italia le addestra, oltre a fornire armi, soldi e mezzi come le motovedette, con cui vengono catturati donne, uomini e bambini in mare e deportati” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans “c’è anche un addestramento militare che avviene in Italia: una delle basi è Gaeta, dove la Guardia di Finanza viene utilizzata per l’addestramento delle milizie libiche. Ma soprattutto l’addestramento avviene in Libia.” Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli aggiornamenti con il giornalista Mario Di Vito. Ascolta o scarica. L’analisi e il commento con Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans, organizzazione che più volte ha denunciato le violenze e le violazioni da parte delle milizie libiche. Ascolta o scarica.
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza
Rapporto di Francesca Albanese sulla tortura dei palestinesi praticata da Israele
L’esperta delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha dichiarato lunedì 23 marzo 2026 che il mondo ha dato a Israele carta bianca per torturare i palestinesi, descrivendo la vita nei territori occupati come “una serie continua di sofferenze fisiche e psicologiche”. «La tortura è di fatto diventata politica di Stato in Israele», ha affermato Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Presentando il suo ultimo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha aggiunto: «A Israele è stata di fatto concessa la licenza di torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi e ministri lo ha permesso». Il rapporto di Albanese afferma che Israele pratica la tortura sistematica dei palestinesi su una scala tale da “indicare una punizione collettiva e un intento distruttivo”. “Il mio rapporto dimostra inoltre che la tortura si estende oltre le mura delle prigioni, in quello che può essere descritto solo come un ambiente di tortura imposto da Israele all’intero territorio palestinese occupato”, ha dichiarato al Consiglio per i Diritti Umani. Ha aggiunto che la tortura distrugge le fondamenta della vita, priva le persone della loro dignità e lascia dietro di sé solo gusci vuoti. “Le testimonianze che io e molti altri abbiamo documentato non sono solo tragiche storie di sofferenza, ma prove di crimini brutali contro l’intero popolo palestinese, in tutto il territorio occupato, attraverso una serie di atti criminali” ha affermato. Albanese ha avvertito che la risposta internazionale rappresenterà una prova della responsabilità collettiva, sia giuridica che morale, degli Stati. “Il disprezzo per il diritto internazionale non si fermerà alla Palestina”, ha aggiunto. “È già evidente dal Libano all’Iran, negli Stati del Golfo e in Venezuela. Se non verrà arginato, si diffonderà ben oltre”. L’ambasciatore palestinese Ibrahim Khraishi ha dichiarato al Consiglio che le pratiche documentate nel rapporto di Albanese “non sono solo singoli casi di tortura, ma piuttosto torture sistematiche e collettive. Ribadiamo il nostro appello alla comunità internazionale affinché intraprenda azioni urgenti per garantire la responsabilità e porre fine all’impunità”. Parlando a nome dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, composta da 57 membri, il Pakistan ha affermato: “L’impunità si è radicata e le garanzie si sono erose… Questi crimini vengono commessi con l’intento di infliggere sofferenze individuali e collettive ai popoli sotto occupazione, con lo scopo di cancellarli dalla loro terra”. Il delegato del Venezuela ha chiesto: “Dov’è la comunità internazionale? È doloroso e vergognoso vedere i Paesi rimanere in silenzio e persino finanziare questo massacro”. Il rappresentante del Sudafrica ha dichiarato: “L’inazione di fronte alla brutalità di Israele non è neutralità, è complicità.” Il testo del rapporto sul sito Onu (in inglese): https://www.ohchr.org/en/documents/country-reports/ahrc6171-torture-and-genocide-report-special-rapporteur-situation-human   ANBAMED
March 26, 2026
Pressenza
Guerra in Medio Oriente. Russia e Cina scelgono di sedersi sulla riva del fiume….
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato ieri due bozze di risoluzione relative alla guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste, c’era il progetto di risoluzione presentato dalla Russia che esortava tutte le parti a cessare immediatamente le operazioni militari in Medio Oriente e in altre regioni per evitare […] L'articolo Guerra in Medio Oriente. Russia e Cina scelgono di sedersi sulla riva del fiume…. su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni
Una figura di merde per Parigi e una sconfitta per Israele. La Francia alla fine dovuto ritirare la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese. Contrariamente agli annunci fatti nelle scorse settimane in parlamento dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni della relatrice speciale […] L'articolo Figuraccia della Francia su Francesca Albanese. Denunciato Trump per le sanzioni su Contropiano.
February 28, 2026
Contropiano
Board of Peace. La creatura di Trump per demolire l’Onu e liquidare i palestinesi
La prima riunione del Board of Peace, l’ircocervo affaristico/politico creato da Trump, si riunirà per la prima volta a Washington il prossimo giovedi 19 febbraio. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi è fin troppo evidente che si tratta di un passaggio di quella “demolizione” dell’ordine internazionale perseguita dall’amministrazione […] L'articolo Board of Peace. La creatura di Trump per demolire l’Onu e liquidare i palestinesi su Contropiano.
February 17, 2026
Contropiano