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Rapporto ONU, L’intelligenza artificiale consuma come la Francia e inquinerà come il Regno Unito
Dietro i consumi dell'IA c'è una corsa da 2.500 miliardi di dollari. Un rapporto Onu ne calcola per la prima volta il prezzo ambientale Se i data center del mondo fossero considerati uno Stato, già oggi consumerebbero la stessa energia della Francia. Entro il 2030, inquinerebbero quanto il Regno Unito. Due dati che esprimono le dimensioni degli impatti ambientali dell’intelligenza Artificiale sul pianeta. Il quadro generale lo descrive il rapporto pubblicato il 3 giugno 2026 dall’Unu-Inweh (United Nations University Institute for Water, Environment and Health), il braccio accademico dell’Onu che lavora da trent’anni su sfide globali all’incrocio tra acqua, ambiente e salute. Il documento si intitola Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints ed è, ad oggi, la valutazione più completa degli impatti ecologici dell’intelligenza artificiale mai condotta a livello internazionale. Per capire perché i consumi crescano a questo ritmo occorre partire dall’economia. Il rapporto stima che la spesa globale per l’IA nel 2026 supererà i 2.500 miliardi di dollari, per arrivare a 5mila miliardi entro il 2033. Questa crescita si traduce direttamente in consumo di risorse energetiche. I data center hanno consumato circa 448 Terawattora (TWh) di elettricità nel 2025. Leggi l'articolo su Valori.it
Il genocidio spiegato a Erri De Luca
Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell’ex Jugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto suo. L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un […] L'articolo Il genocidio spiegato a Erri De Luca su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
L’ONU ha inserito Israele nella black lista dei Paesi che usano lo stupro come arma di guerra
Dopo gli avvisi dello scorso anno, è ufficiale: Israele è stato inserito nella lista nera delle Nazioni Unite che include i Paesi che usano lo stupro come arma di guerra. A prendere la decisione è stato lo stesso Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, dopo un anno di indagini condotte dalla Relatrice Speciale per le violenze sessuali, Pramila Patten. A venire inserito nella cosiddetta “black list” sarà il Servizio penitenziario israeliano, già ammonito nel rapporto redatto dalla stessa Patten nel 2024. Quest’ultimo aprì la strada alle indagini condotte lo scorso anno, che secondo i media israeliani sono state ostacolate dalle autorità di Tel Aviv sin dal gennaio del 2025. Davanti alla scelta del Segretario Guterres, la reazione di Danny Danon, ambasciatore di Israele all’ONU, è stata repentina: «L’ambasciatore Danon ha attaccato duramente» il Segretario Generale, recita un comunicato del suo ufficio, in cui si legge che Tel Aviv ha «chiuso» con Guterres. La decisione di Guterres era stata anticipata dalla stampa israeliana. Il Jerusalem Post scrive che a comparire nella lista sarà il Servizio penitenziario israeliano (IPS), mentre altre autorità e agenzie israeliane verranno inserite in un quadro di monitoraggio per una possibile inclusione futura. La lista delle Nazioni Unite sui Paesi che usano lo stupro come arma da guerra viene stilata annualmente e, generalmente, pubblicata in estate; non è insomma ancora noto il contenuto del rapporto, ma quello che è certo è che l’IPS vi rimarrà almeno fino al 2027. A dare l’annuncio ufficiale è stato l’ambasciatore Danon ieri, 28 maggio: «Le Nazioni Unite hanno aggiunto Israele a una lista nera di autori di violenza sessuale nei conflitti. Ne abbiamo abbastanza delle bugie del Segretario Generale», scrive Danon. «Equiparare lo Stato democratico di Israele ai terroristi di Hamas è un nuovo punto più basso». Nel corso della giornata, Danon è tornato spesso sull’argomento e ha comunicato che Israele intende tagliare i ponti con il Segretario Generale. A confermare la decisione è arrivato anche il ministero degli Esteri israeliano, che ha affermato che Israele attenderà la nomina di un nuovo Segretario Generale per tornare a interfacciarsi con tale carica. L’inserimento dell’IPS nella black list dell’ONU segue le segnalazioni ricevute nel corso degli ultimi due anni dalle stesse Nazioni Unite: nel 2024, la Relatrice Patten aveva ipotizzato l’utilizzo sistematico di violenze sessuali da parte di Hamas da una parte e da Israele dall’altro, spianando la strada alle indagini dell’anno seguente. A gennaio 2025, spiega il quotidiano israeliano Haaretz, vennero dunque avviate le indagini sui possibili crimini umanitari condotti dal gruppo palestinese; per proseguire, la Relatrice avanzò a Israele due precise richieste: la prima, che Israele firmasse un documento in cui si impegnava ad adottare le misure dell’ONU contro la violenza sessuale nei conflitti; la seconda, che Tel Aviv concedesse a lei e alla sua squadra accesso alle proprie carceri, così da fugare ogni dubbio relativo ai crimini di cui era accusata. Israele rifiutò, negandole l’accesso alle strutture detentive. Il rapporto di Guterres conferma numerosi altri rapporti, alcuni dei quali delle stesse Nazioni Unite, che documentano le violenze e gli abusi sistematici messi in atto da Israele nei confronti dei palestinesi. L’inserimento dell’IPS nella lista delle entità che usano lo stupro come arma da guerra, inoltre, segue quello di Israele nella lista di Paesi che minacciano la vita dei bambini disposta nel 2024, nel pieno dell’escalation del genocidio a Gaza. L'Indipendente
May 31, 2026
Pressenza
La missione Onu per salvare gli archivi dei rifugiati palestinesi
Il Guardian racconta la corsa contro il tempo dei funzionari Onu per mettere al sicuro l’immenso patrimonio cartaceo, custode della memoria palestinese dalla Nakba a oggi. Milioni di foto, documenti, atti di proprietà, certificati di nascita, di matrimonio e di morte. Un immenso patrimonio che dopo il 7 ottobre rischiava […] L'articolo La missione Onu per salvare gli archivi dei rifugiati palestinesi su Contropiano.
May 21, 2026
Contropiano
Shireen Abu Akle, uccidere la verità: la guerra di Israele…
… contro chi documenta i fatti. di Bruno Lai 11 maggio 2022: c’è una giornalista palestinese da far tacere.     Siamo a metà 2022, ben prima che l’operazione “Diluvio al-Aqṣā” di Hamas, del 7 ottobre 2023, fornisse ad Israele il pretesto per compiere un’aggressione militare senza precedenti contro la Striscia di Gaza. Un’operazione di devastazione che, per il sistematico
Hind: aveva ancora tanti disegni da colorare
di Bruno Lai   3 maggio 2018: nasce Hind Rami Iyad Rajab (in arabo هند رامي إياد رجب‎; 3 maggio 2018 – 29 gennaio 2024), la bambina palestinese che sarà assassinata a 5 anni, nel corso del genocidio a Gaza, da militari dell’esercito di occupazione israeliano. Chi era Hind Rajab? Cosa ha fatto in tempo a fare nella sua breve
A New York la conferenza del Trattato di non proliferazione: l’ora della verità per il disarmo nucleare
Mentre gli arsenali crescono e le potenze nucleari ignorano i propri obblighi, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione si apre in un clima di allarme: solo il TPAN offre un percorso concreto verso il disarmo. Dal 27 aprile al 22 maggio si svolge a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Rete Pace Disarmo segue con attenzione questo processo come parte della campagna ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017, e lo fa con un misto di urgenza e lucidità critica: urgenza, perché il momento non potrebbe essere più grave e lucidità, perché occorre guardare in faccia una realtà scomoda. Un trattato che non funziona più Il TNP è entrato in vigore nel 1970 fondato su una promessa reciproca: i Paesi privi di armi nucleari si impegnavano a non svilupparle, i cinque Stati già dotati di arsenali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) si impegnavano a eliminarli. Cinquantasei anni dopo, una parte ha mantenuto la parola, l’altra no. Come documenta in dettaglio il “Cornerstone Report” di ICAN, le potenze nucleari hanno usato le conferenze di revisione del TNP per simulare il rispetto degli obblighi di disarmo, attraverso un linguaggio diplomatico costruito per oscurare piuttosto che comunicare, attraverso processi che sostituiscono l’attività ai risultati, attraverso un catalogo permanente di giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai ancora possibile. Il fallimento del pilastro del disarmo del TNP non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate da parte di Stati specifici. Le due precedenti conferenze di revisione (nel 2015 e nel 2022) si sono concluse senza nessun documento d’accordo. La terza fallisce già in partenza? È la domanda che aleggia sui lavori di queste settimane. La corsa al riarmo che non si può ignorare I numeri sono incontrovertibili. La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI, una cifra che equivale a oltre tredici volte l’ammontare totale degli aiuti allo sviluppo nel mondo. Per la prima volta in decenni, il numero delle testate nucleari nel mondo è in aumento. Nel solo 2024, i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali: un record storico, quasi 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Lo ha detto con chiarezza il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, aprendo la conferenza il 27 aprile: “Le sciabole nucleari risuonano di nuovo. La sfiducia regna. Le norme conquistate con fatica si stanno erodendo. Il controllo degli armamenti sta morendo.” Un quadro impietoso, pronunciato davanti ai rappresentanti di 191 Stati. “Per troppo tempo il Trattato si è eroso. Gli impegni rimangono inadempiuti. La fiducia e la credibilità si assottigliano,” ha aggiunto Guterres, con un appello diretto: “Dobbiamo infondere nuova vita al Trattato.” E ancora, una domanda retorica rivolta all’intera comunità internazionale: “Abbiamo dimenticato che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta? Abbiamo dimenticato che le armi nucleari non rendono nessuno più sicuro?”. I Paesi dotati di armi nucleari non si stanno limitando a mantenere i loro arsenali: li stanno modernizzando, potenziando, adattando alle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico introducono nuovi fattori di rischio che il TNP, nella sua architettura originaria, non è attrezzato ad affrontare. Alcuni governi stanno apertamente valutando l’acquisizione di armi nucleari. L’Europa discute di nuove alleanze nucleari e di dottrine modificate e il Canada ha annunciato forniture di uranio all’India, potenza nucleare non firmataria del TNP. Tutte notizie e tendenze che destano grande preoccupazione. Un’amnesia collettiva pericolosa Guterres ha evocato un’immagine potente: quella di un’amnesia collettiva che ha preso possesso del mondo. Non è passato molto tempo da quando i bambini si esercitavano ad accovacciarsi sotto i banchi in caso di attacco missilistico. Da quando la corsa agli armamenti nucleari ci aveva costretti a costruire rifugi antiatomici. Da quando i test nucleari distruggevano ambienti incontaminati e comunità vulnerabili. Da quando l’umanità viveva sotto l’ombra di un potenziale Armageddon nucleare. Eppure oggi quella memoria si è dissolta. Ed è in questo vuoto che prosperano le retoriche della deterrenza, le giustificazioni per nuove spese, i rinvii sine die del disarmo. All’apertura della conferenza, fuori dall’aula assembleare, gli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki) hanno allestito una mostra per ricordare ai leader le loro responsabilità. Guterres li ha citati con parole di grande intensità morale: “Sono sopravvissuti al peggio che l’umanità aveva da offrire per mostrarci il meglio di essa. Ogni anno sono sempre meno, ma il loro messaggio al mondo non potrebbe essere più attuale e urgente”. E ha concluso con un appello: “Spezziamo l’amnesia collettiva sulle armi nucleari. Rinnoviamo la fiducia in ciò che possiamo raggiungere quando ci uniamo. Agiamo con urgenza per sollevare questa nube che pesa sull’umanità”. La sua sintesi finale risuona come un imperativo politico e morale: “Il disarmo non è la ricompensa della pace. Il disarmo è il fondamento della pace.” Il TPAN: il percorso concreto che esiste già Di fronte allo stallo del TNP, esiste uno strumento che non è interlocutorio e non è schiavo delle retoriche incrociate: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal gennaio 2021, di cui quest’anno ricorrono i cinque anni dall’entrata in vigore. Come ICAN documenta, la maggioranza dei Paesi del mondo dispone già di una risposta concreta alla crisi del disarmo nucleare: aderire e ratificare il TPAN, il primo strumento giuridicamente vincolante che mette fuori legge in modo esplicito le armi nucleari in tutte le loro fasi (sviluppo, produzione, stoccaggio, trasferimento, uso e minaccia d’uso). Il TPAN non è in contraddizione con il TNP: ne rappresenta l’adempimento più coerente, la traduzione concreta degli obblighi di disarmo dell’articolo VI che le potenze nucleari non hanno mai onorato. Dove il TNP ha promesso e non mantenuto, il TPAN costruisce norme, stigmatizza gli arsenali, crea pressione economica e politica per il disarmo reale. Rete Pace Disarmo chiede all’Italia (che come Paese ospita le armi nucleari della NATO sul proprio territorio, in virtù degli accordi di “nuclear sharing”) di riconsiderare la propria posizione e di aprire un dibattito pubblico, parlamentare e civile sulla partecipazione al TPAN. Non farlo significa essere complici di un sistema che tutti dichiarano di voler superare, ma che nessuno tra i potenti ha il coraggio di abbandonare. L’urgenza di agire Questa non è un’altra conferenza diplomatica di routine. Come ha dichiarato il presidente della conferenza, l’ambasciatore Do Hung Viet del Vietnam: “Il pericolo di una guerra nucleare è percepito e sentito in modo molto più concreto in questi giorni. Una corsa agli armamenti nucleari si sta profilando all’orizzonte”. Il rischio non è astratto. È presente, misurabile, crescente. Rete Pace Disarmo continuerà a seguire, denunciare e mobilitare. Perché il disarmo nucleare non è un’utopia: è una necessità e gli strumenti per perseguirla esistono. Basta avere il coraggio politico di usarli. Rete Italiana Pace e Disarmo
April 30, 2026
Pressenza
PROGETTO LAND – Spring School
CINEMA in VERDE e ACS ONG prestano: PROGETTO LAND – Spring School In Conferenza stampa, domani mercoledì 29 aprile 2026, ore 12:30 Sala del Carroccio – Campidoglio, Roma PROGETTO LAND è un progetto di formazione audiovisiva e cinematografica per giovani palestinesi. Un programma di due mesi con lezioni teoriche, workshop e momenti di produzione, con l’obiettivo di accompagnare i partecipanti nella realizzazione di cortometraggi che saranno presentati nella prossima edizione del festival, a settembre. LAND è la Spring School gratuita dedicata a tredici giovani aspiranti filmmakers provenienti dalla Cisgiordania e da Gaza, un progetto nato dalla convinzione che il cinema possa essere uno strumento concreto di solidarietà, opportunità professionale, dialogo e denuncia. Nato all’interno del Festival Cinema In Verde, reso possibile da una campagna di crowdfunding – che ha coperto i costi di viaggio, assicurazioni e procedure di ingresso in Italia – e da una rete spontanea di famiglie romane che ha offerto ospitalità per l’intera durata della spring school, LAND offre due mesi di formazione, laboratori, masterclass e produzione audiovisiva. L’obiettivo è la realizzazione di cortometraggi autoriali che saranno presentati a settembre durante la quarta edizione di Cinema In Verde, la prima rassegna cinematografica romana dedicata all’ambiente e alle connessioni con il sociale. Alla conferenza di mercoledì intervengono: •⁠ ⁠Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma •⁠ ⁠Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura – Comune di Roma •⁠ ⁠Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti – Comune di Roma •⁠ ⁠Antonella Polimeni, Rettrice Sapienza Università di Roma •⁠ ⁠Simonetta Lombardo, CEO Silverback – Cinema In Verde •⁠ ⁠Meri Calvelli, Responsabile Paese Palestina di ACS ONG, insieme agli studenti e alle studentesse di LAND •⁠ ⁠Laura Negrini, Direttrice IED Roma •⁠ ⁠Matteo Rovere, CEO di Groenlandia – società del Gruppo Banijay •⁠ ⁠Fabio Attorre, Direttore dell’Orto Botanico e professore – Sapienza Università di Roma Si ringraziano Zen2030, NaturaSì e Intercultura per il sostegno al progetto.
April 28, 2026
ACS italia
L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni
La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano. Ma non serve […] L'articolo L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni su Contropiano.
April 28, 2026
Contropiano