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Stati Uniti, un terrorista all’ONU
Chi è Orlando Gutierrez Boronat? Ci sono nomi che Washington ricicla quando ha bisogno di qualcuno che si assuma la colpa di qualche azione infame contro Cuba. Orlando Gutiérrez Boronat è uno di loro, selezionato dalla Casa Bianca per partecipare come “ospite d’onore” a una riunione delle Nazioni Unite. È un terrorista accertato. Dietro il portavoce della cosiddetta “Assemblea della Resistenza Cubana” e la sua retorica di “disobbedienza civile” si cela una storia di decenni di azioni violente, finanziamenti opachi e incrollabile lealtà alla politica di persecuzione di Washington contro l’isola. La sua carriera iniziò nelle più dure organizzazioni controrivoluzionarie di Miami: Abdala, il Fronte di Liberazione Nazionale Cubano, l’Organizzazione per la Liberazione di Cuba e la Gioventù della Stella, quest’ultima responsabile del posizionamento di decine di bombe a Miami. Da qui la sua dichiarata ammirazione per Roberto D’Aubuisson, il fondatore degli squadroni della morte salvadoregni. Orlando Gutierrez Boronat è responsabile dell’assalto compiuto da un gruppo di uomini mascherati alla sede di Prensa Latina a Città del Messico e mantiene legami professionali e personali con estremisti come Ramón Saúl Sánchez Rizo e Santiago Álvarez Fernández Magriñá, oltre a un collegamento con il terrorista Luis Posada Carriles. L’organizzazione di cui ora è portavoce, l’Assemblea della Resistenza Cubana, comprende Alpha 66, la Brigata 2506 e la Giunta Patriottica, tutte con una storia di violenza documentata. Il denaro ha alimentato la sua carriera. L’USAID ha donato alla sua Direzione Democratica Cubana 97.321 dollari per un programma contro il turismo cubano e la sua organizzazione avrebbe ricevuto quasi sette milioni di dollari da enti governativi statunitensi tra il 2006 e il 2019. Ma anche all’interno di questo ecosistema è stato messo in discussione: un altro rappresentante yankee, l’ex ambasciatore Armando Valladares, lo ha accusato di essersi appropriato di “milioni di dollari” del bilancio federale destinato alla sovversione, con spese discutibili per stipendi e viaggi. Boronat non è un dissidente perseguitato, è un contractor (così vengono chiamati i mercenari in certi ambienti). La sua ascesa alla ribalta internazionale non è casuale. Nel 2023, si è recato in Ucraina per diffondere la falsa notizia che Cuba stesse inviando soldati a combattere al fianco della Russia, un’operazione volta a spianare la strada a un’offensiva contro Cuba alle Nazioni Unite e a minare l’accordo di cooperazione con l’Unione Europea. Il viaggio fu finanziato dal Dipartimento di Stato su raccomandazione dell’allora senatore Marco Rubio, con tappe in Perù, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Paraguay e diversi Paesi europei. Ora l'”onorevole” Boronat sta anche conducendo una campagna per sabotare le votazioni annuali contro il blocco, facendo pressione sui governi latinoamericani affinché si uniscano alla sua crociata e diffondendo notizie su presunte violazioni dei diritti umani e sull'”insostenibilità” del sistema economico cubano. Insomma, esegue gli ordini dei suoi superiori per minare il sostegno internazionale all’isola in un forum in cui Washington non può esercitare il diritto di veto. Considerato il suo passato, non sorprende che nel luglio 2025 il governo cubano lo abbia esplicitamente incluso nella lista nazionale dei terroristi presentata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, un documento che identifica 62 persone e 20 organizzazioni e chiede ad altri Paesi di collaborare al loro arresto e alla loro estradizione. Non si tratta di una nuova accusa né di un capriccio diplomatico: è il riassunto documentato di una carriera che ha fatto del danneggiare Cuba il suo modus operandi. La cosa incredibile è che ci sono ancora governi che lo ricevono come interlocutore. Non rappresenta alcun popolo, men che meno il popolo cubano, ma un’industria che prospera sull’ostilità, sull’odio e sulla violenza. Washington ammette senza vergogna un terrorista reo confesso alle Nazioni Unite. Raúl Antonio Capote, Granma /Resumen Latinoamericano https://www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
October 23, 2026
Pressenza
L’intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani, un’invenzione di The Guardian
La propaganda imperialista, dal 2001, è solita strumentalizzare i diritti delle donne come “giustificazione di guerra”. Questo l’abbiamo visto con la retorica de “l’esportazione della democrazia” in Afghanistan e con la retorica femonazionalista delle destre conservatrici, ma anche con episodi folkloristici che hanno inaugurato “guerre mediatiche” come le manifestazioni delle controrivoluzionarie conservatrici a Cuba e delle Manitas Blacas in Venezuela. In questi ultimi decenni, ci sono stati episodi simili ad uso e consumo occidentali anche nel contesto iraniano. In Occidente, questi eventi non hanno inciso fermamente in un’opposizione al governo degli ayatollah ma hanno piuttosto contribuito alla diffusione di un’iranofobia generalizzata, senza distinguo di alcun tipo, spesso accrescendo il già diffuso clima islamofobico. In un suo importante documentario, dal titolo Targer Iran, il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi già denunciava due fatti diventati ben presto virali sul mainstream occidentale: i casi del femminicidio di Neda Agha-Soltan e della lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani. Neda Agha-Soltan (1983–2009) è stata una giovane studentessa iraniana di filosofia uccisa a Teheran il 20 giugno 2009 durante la famosa “Rivoluzione Verde” (1), una serie di proteste a seguito delle elezioni presidenziali in Iran del 2009 durante le quali i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del premier Mahmoud Ahmadinejad dal suo incarico. Il caso ricevette un’eco mediatica a livello internazionale. Lo scrittore Paulo Coelho ha riconosciuto nel medico il suo miglior amico personale in Iran e ha contribuito alla diffusione del video pubblicandolo su Facebook, nella sua pagina personale, immediatamente seguito da migliaia di utenti. Neda significa “voce” o “chiamata” in lingua farsi e per questo la donna è stata definita come la “voce dell’Iran” e “un simbolo dei manifestanti per la democrazia che stanno attaccando il regime islamico”, nonostante l’obiettivo dei manifestanti fosse esclusivamente il riconoscimento della vittoria del loro leader Mir Hossein Mousavi e non la fine del regime in sé. Per molti giorni seguenti alla data del 20 giugno, la morte di Neda è diventata uno degli argomenti più popolari su Twitter. La vicenda non è stata riportata da media iraniani, ma ha trovato molto spazio sui media internazionali. La CNN ha mostrato il video più volte, con e senza la censura del sangue che usciva dalla bocca e dal naso della ragazza morente. A causa di questa tragedia la ragazza è stata considerata una martire della contestazione ed è diventata, per alcuni giorni, un’icona di Internet. Dopo la sua morte si verificò una confusione riguardo alla sua identità. Il nome di Agha-Soltan venne spesso riportato erroneamente come “Neda Soltani”, sebbene Neda Soltani fosse tuttavia un’altra persona, la cui fotografia del profilo Facebook fu pubblicata erroneamente da numerosi media come immagine della vittima delle proteste. Soltani tentò senza successo di far rimuovere la propria fotografia da internet. La vicenda generò diverse accuse contrapposte: il governo iraniano sostenne che fosse la stessa Agha-Soltan e che la morte fosse stata simulata, mentre altri sostennero che Soltani fosse una persona legata al governo iraniano incaricata di impersonare Agha-Soltan per danneggiarne la memoria. Due settimane dopo la diffusione della notizia, Neda Soltani lasciò l’Iran e ottenne asilo politico in Germania nel 2010. Caso differente fu invece per Sakineh Mohammadi Ashtiani. Venerdì 6 agosto 2010, il giornalista Saeed Kamali Dehghan pubblica su The Guardian un articolo-intervista che diede risonanza internazionale al caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, una donna iraniana condannata per adulterio e coinvolta in un procedimento per omicidio. Il titolo, costruito in modo sensazionalistico e destinato a suscitare indignazione, recita: «Iraniana condannata alla lapidazione afferma: “È perché sono una donna”» (2). Presentato come un’intervista esclusiva, il pezzo attribuiva ad Ashtiani dichiarazioni in cui accusava le autorità iraniane di aver costruito le accuse contro di lei. Sakineh Mohammadi Ashtiani, nella misteriosa intervista, racconta il suo imminente e terrificante destino nelle mani delle autorità iraniane, lanciando un drammatico appello internazionale denunciando la falsità delle accuse mosse dal regime di Teheran. Il pezzo fu pubblicato in prima pagina sul quotidiano britannico e venne presentato come un’intervista esclusiva ottenuta tramite un intermediario anonimo. L’intervista scatenò un’enorme ondata di indignazione globale, mobilitando governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani per fermare l’esecuzione. Una classe politica occidentale mai così unita chiese a gran voce l’immediata liberazione della donna. L’Iran divenne il nemico pubblico numero uno, giustificato dalla feroce applicazione della repressione e dell’oppressione di genere che attuerebbe. Slideshow articolo The Guardian 6 agosto 2010 – traduzione in Italiano   Sedici anni dopo, ad agosto 2026, l’ex giornalista di The Guardian Saeed Kamali Dehghan ha ammesso pubblicamente che la celebre intervista del 2010 a Sakineh Mohammadi Ashtiani — la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e complicità in omicidio — era completamente inventata. Dehghan ha confessato sui social network che quel colloquio non è mai avvenuto. Ha esplicitamente dichiarato di aver “falsificato l’intero pezzo” e di non aver mai parlato con Ashtiani, scatenando forti critiche sulla verifica delle fonti da parte dei media occidentali. «Quell’intervista non è mai esistita». È lo stesso Dehghan a confessarlo, ammettendo che quell’articolo, fin da subito destinato ad avere ripercussioni politiche di enorme portata, era stato interamente costruito: «Voglio chiarire la situazione riguardo a un articolo che ho scritto per il Guardian e che è stato pubblicato in prima pagina. È stato presentato come un’intervista esclusiva con Sakineh Ashtiani. Quell’intervista non è mai avvenuta. Ho fabbricato l’intero pezzo. Era una storia falsa – completamente falsa – e mi assumo la piena responsabilità».     Scuse di Dehghan su Instagram per intervista ad Ashtiani del 2010 – agosto 2026 A sostenere che la falsificazione fosse nota già allora è stata Mina Ahadi, dissidente iraniana in esilio e membro del comitato consultivo dell’Alleanza Internazionale degli Atei. Dopo la confessione di Dehghan, Ahadi ha affermato che il giornalista le aveva ammesso la falsità dell’intervista già il giorno della pubblicazione. Sedici anni dopo, la confessione di Dehghan assume un peso particolare. L’articolo apparve in un momento di forte pressione sull’Iran: nello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò la Risoluzione 1929 (3), introducendo una violentissima serie di sanzioni a Teheran. L’Occidente aveva bisogno di una storia carica di emozioni per giustificare il regime sanzionatorio. L’immagine di una donna condannata a morte per lapidazione era perfetta. La storia si è rapidamente diffusa nei media di tutto il mondo ed è diventata un argomento per coloro che spingevano per l’isolamento globale dell’Iran e per un’eventuale regime-change made in USA. Non è la prima volta che Saeed Kamali Dehghan ammette di aver partecipato a campagne di propaganda anti-Iran mentre lavorava per media occidentali. Nel 2020, ha smentito il suo coinvolgimento nel documentario For Neda di HBO, sulla morte di Neda Agha Soltan durante le proteste del 2009, affermando di essere stato “influenzato da narrazioni occidentali”. L’ex collaboratore ha descritto il film, un tempo considerato un documentario fondamentale sulla violenza dello Stato, come “propaganda anti-Iran”. Per quanto riguarda le falsità occidentali, l’ammissione di Dehghan è tutt’altro che la prima di questo tipo. Nell’ottobre del 1990, una ragazza kuwaitiana di 15 anni di nome Nayirah si è presentata davanti a un gruppo di lavoro del Congresso degli Stati Uniti. In lacrime, ha affermato che i soldati iracheni avevano fatto irruzione negli ospedali kuwaitiani, avevano prelevato i neonati dalle incubatrici e li avevano lasciati morire a terra. Il presidente George H.W. Bush ha ripetutamente citato il suo racconto. La storia è diventata uno degli argomenti utilizzati per ottenere sostegno per l’Operazione Desert Storm. Due anni dopo, è emerso che Nayirah era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti e che la sua apparizione era stata orchestrata dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton, assunta dal governo kuwaitiano in una campagna multimilionaria. La famigerata storia delle incubatrici non è mai stata confermata. Una bambina è stata indotta a mentire per aiutare a giustificare una guerra. Nel 2003, il New York Times ha licenziato il giornalista Jayson Blair dopo che è emerso che aveva inventato fonti, fabbricato citazioni e interi articoli, comprese storie scritte senza mai lasciare il suo appartamento a New York. Di 73 articoli esaminati dal giornale, 36 contenevano prove di comportamenti scorretti da parte del giornalista. Anche il giornalista Stephen Glass di The New Republic ha inventato 27 dei 41 articoli che ha pubblicato tra il 1995 e il 1998, inventando personaggi e aziende e persino creando siti web falsi per ingannare i verificatori dei fatti. Per non parlare, naturalmente, della famigerata “provetta di antrace” mostrata all’ONU dal segretario di Stato USA Colin Powell come prova dell’esistenza di armi di distruzioni di massa nell’Iraq di Saddam Hussein: inganno occidentale che venne svelato poi dal Rapporto Chilcot del 6 luglio 2016 in cui si denunciò come la storia dell’esistenza delle armi chimiche di Saddam fosse un’invenzione di Blair e Bush per giustificare la loro aggressione militare contro uno Stato sovrano. Nonostante l’intervista specifica a Sakineh fosse un falso, la condanna originaria della donna era reale. Sakineh Ashtiani era stata effettivamente condannata alla lapidazione, pena poi sospesa e commutata in reclusione a seguito delle fortissime pressioni internazionali. La donna confessò anche di essere stata complice nell’assassinio del marito e di aver avuto una relazione con il cugino del consorte. Sakineh venne infine rilasciata dalle carceri iraniane nel 2014 per buona condotta. L’elemento sconvolgente è che vicenda di Sakineh Ashtiani riuscì ad manipolare l’opinione pubblica occidentale in modo dissonante dalla realtà: aveva portato all’attenzione internazionale il tema della pena di morte in Iran senza indurre a pensare criticamente sulla pena di morte, all’epoca presente, in molti stati degli Stati Uniti d’America o in Israele. Oggi, il caso dell’intervista inventata da The Guardian solleva interrogativi sul controllo delle fonti quando una storia ha un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale, in questo caso la repressione iraniana. L’ammissione di Dehghan solleva interrogativi sul controllo delle fonti anche da parte di una delle testate considerate tra le più autorevoli al mondo. Il caso è interessante per ciò che dice sulla stampa, ma anche per un problema più ampio. Nel linguaggio comune, quando si parla di propaganda o notizie false, il riferimento tende automaticamente a modelli politici estranei all’Occidente. Il problema non riguarda soltanto i regimi autoritari o i sistemi informativi sottoposti al controllo di uno Stato, ma riguarda anche i paesi occidentali e, in generale, il progressivo indebolimento della deontologia giornalistica. Una crisi che riguarda l’Italia, patria di un sistema mediatico nel quale il rapporto fra editoria, politica e potere è torbido da decenni, ma anche le grandi testate, che finiscono per piegarsi a narrazioni dominanti, a richieste editoriali già indirizzate cavalcando i propri desideri personalistici di fama ed autoreferenzialità.   (1) Dal 2013 molti membri del Movimento Verde hanno aderito alla coalizione del “Consiglio Nazionale Iraniano per le libere elezioni”, fondata dai sostenitori dello Scià di Persia in esilio del Partito Costituzionalista dell’Iran. (2) Iranian facing stoning speaks: ‘It’s because I’m a woman’ https://www.theguardian.com/world/2010/aug/06/sakineh-mohammadi-ashtiani-iran-interview  (L’articolo-intervista pubblicato il 6 agosto 2010, ad oggi, è ancora disponibile sul sito web di The Guardian senza alcuna nota o rettifica pertinente) (3) La Risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata adottata il 9 giugno 2010 ed ha imposto il quarto e più duro pacchetto di sanzioni internazionali contro la Repubblica Islamica dell’Iran a causa del suo programma nucleare e balistico.   Caso di Neda Agha-Soltan e di Neda Soltani: https://www.bbc.com/news/magazine-20267989 https://www.theguardian.com/world/2012/oct/14/iran-neda-soltani-id-mix-up https://web.archive.org/web/20100209021606/http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iPD-wzCdHuXjid8AqB2gs2iqtn7Q https://www.latimes.com/world/la-fg-iran-neda23-2009jun23-story.html https://www.nytimes.com/2009/06/23/world/middleeast/23neda.html?ref=middleeast https://edition.cnn.com/2009/WORLD/meast/06/21/iran.woman.twitter/ https://archive.wikiwix.com/cache/index.html?t=20090624002432&url=http://www.nydailynews.com/news/us_world/2009/06/21/2009-06-21_neda_young_girl_killed_in_iraq.html https://web.archive.org/web/20090624013907/http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1906040,00.html http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8111352.stm https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/06/iran-neda-martire.shtml?uuid=051f2ddc-5e84-11de-abfb-f076f654929e&DocRulesView=Libero https://www.theguardian.com/world/2009/jun/22/iran-protests-revolutionary-guard Iranian Womans Martyrdom Told on Facebook Spreads Protests, in Digital Journal, Newstex LLC, 20 giugno 2009.   Caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani: https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Iran-rilasciata-Sakineh-condannata-per-adulterio-75cc41b3-9932-4699-a983-a1ce93c427bd.html https://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_09/sakineh-liberata_df9fff5c-03c1-11e0-8ee8-00144f02aabc.shtml https://www.latimes.com/archives/blogs/babylon-beyond/story/2010-07-12/iran-judiciary-official-says-woman-to-be-stoned-for-husbands-murder-not-just-adultery https://web.archive.org/web/20101206135728/http://www.amnesty.it/pena_di_morte_Iran_lapidazione_adulterio https://www.hrw.org/news/2010/07/07/iran-prevent-womans-execution-adultery https://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/09/28/visualizza_new.html_1758574796.html https://www.repubblica.it/esteri/2010/11/03/news/sakineh_ancora_viva-8696046/?ref=HREC1-5 https://www.repubblica.it/esteri/2014/03/19/news/iran_sakineh_esce_dal_carcere-81395700/ > Torna libera Sakineh, l’iraniana condannata a morte per adulterio https://x.com/insideoverita/status/2092896377009267150 https://it.ncr-iran.org/notizie/iran-news/saeed-kamali-dehghan-e-la-guerra-dellinformazione-di-teheran-contro-la-resistenza-iraniana/ https://www.infopal.it/iran-diritti-delle-donne-islam-e-iranofobia-un-altro-sguardo-intervista-a-hanieh-tarkian/ https://www.youtube.com/watch?v=ZeVYbTw6omE Lorenzo Poli
October 18, 2026
Pressenza
Stati Uniti, pressioni per votare contro la risoluzione sul blocco a Cuba
La Casa Bianca sta minacciando e facendo pressioni sui governi che si appresteranno a votare per l’ennesima volta la risoluzione presentata da Cuba contro il genocida blocco economico, commerciale e finanziario a cui l’isola è sottoposta dagli Stati Uniti. Il Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla ha denunciato sul social X  le minacce espresse dal Segretario di Stato Marco Rubio nei confronti delle nazioni che voteranno all’ONU la risoluzione presentata da Cuba. “Il Segretario di Stato degli Stati Uniti, nervoso e preoccupato di fronte alla prospettiva di una nuova sconfitta alle Nazioni Unite, sta esercitando pressioni e ricattando capi di Stato e di governo di diversi Paesi affinché modifichino il proprio voto contro il blocco nell’Assemblea Generale dell’ONU”. Secondo il Ministro degli Esteri cubano “con le sue ripetute bugie e nuove azioni Marco Rubio cerca di mettere a tacere l’atto di punizione collettiva contro il popolo cubano e di rendere complice di quella barbarie il resto della comunità internazionale.” Le minacce e le pressioni verso i governi prima della discussione della mozione presentata da Cuba non sono una cosa nuova, ma con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sono diventate più forti. L’anno scorso, alla votazione sulla risoluzione di condanna del blocco, le pressioni esercitate dalla Casa Bianca hanno ottenuto i loro effetti: 165 Paesi hanno votato a favore della risoluzione presentata da Cuba, 7 contro e 12 si sono astenuti. Hanno votato contro: Argentina, Ungheria, Israele, Macedonia del Nord, Paraguay, Stati Uniti e Ucraina. Si sono astenuti: Albania, Bosnia-Herzegovina, Costa Rica, Repubblica Ceca, Ecuador, Estonia, Lettonia, Lituania, Marocco,  Polonia, Moldavia e Romania. Sull’argomento il Viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossí  ha scritto sui social network che “lla maggiore potenza economica, tecnologica e militare del pianeta non basta imporre una punizione collettiva all’intero popolo cubano e peggiorare il livello e le condizioni di vita di tutta la popolazione con l’intento di provocare una crisi umanitaria.” Le pressioni esercitate sui governi hanno il chiaro intento di tentare di ribaltare la realtà sulle responsabilità del blocco. Si cerca di far ricadere le colpe delle ristrettezze che il popolo cubano soffre a causa delle sanzioni statunitensi sul legittimo governo di Cuba e non su chi ha emesso le misure coercitive, ovvero gli Stati Uniti. Più Paesi voteranno contro il blocco o si asterranno, maggiore sarà la sconfitta politica per Cuba; proprio per questo gli Stati Uniti stanno cercando di convincere con le buone o con le cattive a non sostenere la risoluzione di Cuba. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
October 15, 2026
Pressenza
Il discorso dimenticato di Mia Amor Mottley all’81esima Sessione dell’Assemblea Generale ONU
Mia Amor Mottley è una politica barbadiana, attuale premier di Barbados da maggio 2018 e leader del Partito Laburista di Barbados (BLP), è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Primo ministro del Paese. Mottley è stata membro del Parlamento per il collegio di Saint Michael Nord Est dal 1994. Dal 1994 al 2008, ha ricoperto varie posizioni all’interno del Governo di Barbados tra cui quella di attorney general (ministro della giustizia) divenendo la prima donna a ricoprire tale carica. Per ben due volte Leader dell’Opposizione nel Parlamento di Barbados dal 2008 al 2010 e dal 2013 al 2018, nel 2018 il BLP da lei guidato ha ottenuto una schiacciante vittoria elettorale alle elezioni generali del 24 maggio, conquistando tutti e 30 i seggi della Camera bassa (House of Assembly): impresa mai riuscita a nessun partito nella storia di Barbados; oltre ad ottenere il 72,8% dei voti, percentuale più alta mai ottenuta da un partito alle elezioni generali del Paese. Nel 2021 ha partecipato al vertice dei leader della COP26, in rappresentanza dei paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari, dichiarando che un innalzamento delle temperature di 2 gradi sarebbe una «condanna a morte» e che servono 500 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo all’anno per 20 anni, «se 500 miliardi vi sembrano tanti è solo il 2% di quanto speso per il quantitative easing». Nel maggio 2022 Mottley è stata descritta sulla copertina della rivista Time, la prima barbadiana ad esserlo, tra le 100 persone più influenti del 2022 per la sua esplicita difesa dell’affrontare il cambiamento climatico. Nel luglio 2022 un gruppo di esperti guidato dalla presidente Mottley e da Avinash Persaud, inviato speciale del primo ministro di Barbados per gli investimenti e i servizi finanziari, ha elaborato l’Iniziativa di Bridgetown (dal nome della capitale di Barbados) per la riforma dell’architettura finanziaria globale. La Mottley stessa ha presentato l’Agenda di Bridgetown il 22 settembre 2022, nel corso della 77ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il 7 novembre 2022 al vertice dei leader della COP27. Nel 2020, ha manifestato l’intenzione di portare il Paese alla piena sovranità, distaccandosi da ogni legame con il Regno Unito e divenendo una repubblica, con un capo di Stato eletto tra i propri cittadini. La riforma costituzionale è entrata in vigore il 30 novembre del 2021 ed ora Mottley è la prima ministra della storia della Repubblica di Barbados. E’ proprio lei ad aver tenuto il 24 settembre 2026 un discorso di forte impatto – caduto ben presto nel dimenticatoio mediatico – durante il dibattito generale dell’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York: un monito per la pace, lo sviluppo alternativo, per la giustizia climatica, per l’eliminazione della povertà, per il multilateralismo e la risoluzione pacifica dei conflitti. Di seguito ne riportiamo la trascrizione e la traduzione: Signor Presidente, Eccellenze, amici miei, ci riuniamo in un momento in cui si moltiplicano gli ostacoli al progresso umano: ostacoli alla pace, all’accesso a cibo e acqua pulita, alla finanza, alla medicina e all’istruzione, alla libertà di movimento e alle opportunità. Ostacoli alla tecnologia, alle conoscenze e alle infrastrutture necessarie per utilizzarla e, sempre più spesso, ostacoli tra nazioni, tra comunità e tra persone che non concordano più sugli stessi fatti né ripongono fiducia nelle stesse istituzioni. La guerra continua a distruggere vite e comunità, nonostante la comunità internazionale disponga di strumenti più numerosi che mai per prevenire i conflitti e favorire il dialogo. La crisi climatica sta accelerando. Eppure, le evidenze scientifiche sono sufficientemente chiare da permetterci di agire e molte soluzioni sono già note. Nonostante una ricchezza globale senza precedenti, milioni di persone continuano a non avere un accesso sicuro a cibo, acqua, assistenza sanitaria o un alloggio. Queste sfide, amici miei, sono all’origine delle crisi di cui parliamo costantemente e, al contempo, ne stanno emergendo di nuove. L’intelligenza artificiale sta aprendo possibilità straordinarie nei campi della salute, dell’istruzione, della scienza e della produttività, creando però anche nuovi rischi di esclusione, sfruttamento, sorveglianza e distorsione della verità. Eppure, la cooperazione necessaria per affrontare queste sfide è sotto pressione. Ecco perché ritengo che il tema di quest’anno sia così pertinente. Ripristinare la fiducia. Gestire la trasformazione. Una nazione unita che opera per il bene di tutti. Questo tema ci ricorda che disponiamo di istituzioni create per preservare la pace, promuovere lo sviluppo e, naturalmente, tutelare la dignità umana. Queste istituzioni sono proprio le Nazioni Unite. Condividiamo principi fondati sull’uguaglianza sovrana e sul riconoscimento che le nostre responsabilità vanno oltre i confini nazionali. La realtà è che comprendiamo — purtroppo, aggiungerei — l’importanza di investire nella prevenzione anziché attendere di dover finanziare la ricostruzione. Comprendiamo a sufficienza la crisi climatica da sapere che dobbiamo ridurre le emissioni che stanno riscaldando il pianeta e adottare le misure necessarie affinché le nostre popolazioni possano adattarsi. Allo stesso modo, comprendiamo ormai abbastanza il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale da sapere che, pur accogliendone le potenzialità, dobbiamo ancorarne l’evoluzione a un quadro universale e umanizzante, che non metta a repentaglio la nostra esistenza come esseri umani. Il fallimento nell’affrontare queste sfide, dunque, amici miei, non è semplicemente una questione di conoscenze o di capacità. È un fallimento ricorrente nel trasformare ciò che sappiamo in ciò che facciamo. Nel tradurre i principi in pratica e la capacità globale in solidarietà. Così, alla base delle nostre molteplici crisi, ve n’è un’altra ancora. E sì, si tratta di una crisi di responsabilità. Signor Presidente, tale responsabilità ha inizio proprio qui, in queste sale. La trasformazione che auspichiamo per un mondo migliore avverrà solo quando impareremo a fidarci gli uni degli altri. E quando accetteremo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri. Noi, dai Caraibi, sappiamo bene cosa significhi la necessità di convivere. Non avevamo altra scelta. Il romanziere e saggista barbadiano George Lamming ha descritto un tempo i Caraibi come forse il primo esperimento globale della storia umana, capace di riunire – e cito – ogni ramo della famiglia umana, dalle popolazioni indigene delle Americhe alle diverse genti provenienti da Africa, Europa e Asia. È come se noi, attraverso questa storia tortuosa e condivisa di migrazioni, conquiste, schiavitù e il difficile lavoro di costruzione di un destino nazionale e regionale comune, offrissimo al mondo un esempio da seguire. Contro ogni previsione, i Caraibi hanno dato vita a quella che Lamming ha definito una nuova forma di famiglia globale. La nostra storia ci ha insegnato che la diversità non deve necessariamente tradursi in divisione. Che la convivenza richiede dialogo e negoziazione, e che chi non ha il potere di imporre deve imparare il potere della persuasione. Non si tratta di lezioni valide solo per i Caraibi. Sono universali. E lo sono davvero. Con questo spirito, desidero ringraziare Sua Eccellenza Annalena Baerbock per la sua guida dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale e per aver contribuito a far avanzare il lavoro degli Stati membri sulla riforma dell’ONU. E a Lei, Signor Presidente. Barbados porge le sue più calorose. Congratulazioni. Attendiamo con interesse la Sua guida di questa Assemblea, mentre ci adoperiamo per ripristinare la fiducia e, concretamente, per trasformare le proposte di riforma in realtà attuative. Tuttavia, la riforma non può essere selettiva. Non possiamo procedere rapidamente alla riorganizzazione di uffici e gerarchie lasciando irrisolte le questioni più cruciali relative al potere e alla rappresentanza. Trasformazione e sviluppo. Le operazioni di mantenimento della pace e gli aiuti umanitari non possono avere successo se gli Stati membri non sono disposti a finanziarli. Sia chiaro: nessun organigramma può superare il rifiuto degli Stati di rispettare decisioni che ritengono scomode. Non possiamo continuare a chiedere alle organizzazioni internazionali di fare di più, senza fornire loro le risorse necessarie per adempiere ai mandati che noi stessi abbiamo concordato. E se gli Stati membri credono nelle istituzioni che hanno creato, allora devono anche essere pronti a sostenerle. Barbados ha sempre assolto a questa responsabilità e assicuro a questa Assemblea che continueremo a farlo. Il nostro impegno verso il multilateralismo e verso un ordine internazionale basato su regole deve essere misurato non solo da ciò che chiediamo a queste istituzioni, ma dalla nostra volontà di sostenerle. Dunque sì, miglioriamo i meccanismi, ma riformiamo anche l’esercizio del potere. Il Consiglio di Sicurezza conta ancora 15 membri, cinque dei quali permanenti. E dotati del potere di veto. L’Africa, con i suoi 54 Stati, non ha alcun seggio permanente. E avete sentito un oratore dopo l’altro salire su questo podio per affermare che la situazione deve cambiare. Anche i piccoli Stati insulari in via di sviluppo affrontano minacce che rientrano pienamente nel mandato del Consiglio: dal clima alla sicurezza, dai flussi illeciti di armi alla criminalità organizzata e agli spostamenti forzati di popolazioni. Eppure, pur rappresentando un quarto degli Stati del mondo, non abbiamo alcuna garanzia di rappresentanza all’interno del Consiglio. Questo, amici miei, deve cambiare. Il mondo che conosciamo è già cambiato. Il Consiglio non è cambiato di pari passo. Ma la riforma non riguarda solo chi siede al tavolo, bensì il modo in cui viene esercitato il potere. Barbados si unisce quindi ad altri 123 Stati membri nel sostenere l’iniziativa franco-messicana sull’uso del veto nei casi di atrocità di massa. Il principio alla base è fondamentale: laddove le popolazioni si trovino ad affrontare genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra su larga scala, il veto non deve paralizzare il Consiglio di Sicurezza proprio quando un’azione è più urgente. È per questo che si sta perdendo fiducia nelle Nazioni Unite e nel loro Consiglio. Signor Presidente, ciò non è giusto nei confronti della maggioranza degli Stati membri che ancora credono nella promessa di questo organismo, proprio mentre chiediamo maggiore equità attraverso la riforma del Consiglio di Sicurezza. Dobbiamo riformare parimenti il Segretariato, per sostenere meglio le operazioni di mantenimento della pace e la risoluzione dei conflitti. Ci è stato detto che oggi vi sono più conflitti rispetto a qualsiasi altro momento dalla fondazione delle Nazioni Unite e che, purtroppo, essi interessano quasi ogni angolo del pianeta. L’Istituto per la Pace di Oslo ha riferito che, nel corso dell’ultimo anno, 245.000 persone sono morte a causa dei combattimenti. Una cifra che equivale quasi all’intera popolazione di Barbados. Mi è stato riferito che ciò rende l’anno trascorso il terzo più violento dell’era post-Guerra Fredda. Amici miei, la portata della tragedia umana è in costante aumento, che si tratti di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, dello Yemen, del Sudan, dell’Ucraina o di altre aree. Si temeva che i conflitti in Medio Oriente potessero estendersi ulteriormente; e i conflitti proseguono. Purtroppo, tali timori si sono concretizzati, con ripercussioni a livello globale. Ciononostante… Di fatto, i conflitti si stanno rivelando sempre più prolungati e frammentati. Se a questo si aggiungono la fame, un debito insostenibile e il riscaldamento globale, la situazione diventa un vero e proprio inferno per i cittadini di quei paesi; l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti, così come dei tassi di interesse, ha alimentato l’inflazione. Ciò significa che nessuno, nemmeno dall’altra parte del mondo, può sfuggire alle difficoltà nel soddisfare i bisogni quotidiani. La verità è che, finché non si giungerà a una soluzione a due Stati che rispetti i diritti e i territori sia di israeliani che di palestinesi, continueremo a vivere in una condizione di estrema precarietà. E vi chiederete giustamente: come siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo affrontare ciascuno di questi conflitti con estrema determinazione e massima attenzione. È quanto richiede la legittimità. Consentiamo inoltre all’ONU di dispiegare, in modo deliberato e sistematico, agili squadre di mediazione guidate da leader politici, in carica o ex leader. Squadre che agiscano per conto del Segretario Generale, godendo della sua fiducia e autorità, nonché del rispetto degli Stati membri. Questo, amici miei, contribuirà a sollevare l’enorme peso necessario per porre fine a questi molteplici conflitti e portare pace e dignità alle popolazioni colpite. Sappiamo che l’unione delle forze rende più lieve ogni compito, e non possiamo ignorarlo. Questi conflitti richiedono il supporto di una forza di osservazione più rapida e tecnologicamente avanzata, capace di un dispiegamento tempestivo per monitorare e sostenere cessate il fuoco e accordi di pace, e dotata delle risorse necessarie. A queste forze di mantenimento della pace devono essere conferiti mandati realistici, garantiti finanziamenti certi e assicurata una reale collaborazione. Amici miei, lavoriamo insieme alle parti coinvolte in questi conflitti per costruire un dialogo e offrire opportunità di investimento e lavoro alle popolazioni colpite, affinché anch’esse possano vivere dignitosamente. Quanto al più ampio ordine giuridico internazionale, sappiamo che i paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni o capacità, dipendono da un sistema in cui le regole vengono stabilite collettivamente e applicate in modo coerente ed equo; tuttavia, se non agiamo tempestivamente, andremo incontro a gravi problemi. Ecco perché sosteniamo che l’ONU debba ricevere le risorse e la determinazione necessarie per agire prima che parlino le armi, e non dopo che abbiano iniziato a sparare. Amici miei, senza un ordine equo basato su regole condivise, gli stati più piccoli come il mio finirebbero semplicemente per scomparire da questo mondo. È per questo che Barbados è co-promotrice del P4M, un gruppo impegnato a rafforzare il multilateralismo e a contrastare coloro che ne attendono il funerale. Signor Presidente, desidero esprimere il mio profondo apprezzamento al Segretario Generale, mio fratello António Guterres. La sua voce è stata costante, ferma e assolutamente corretta su tutte le questioni critiche che l’umanità deve affrontare; un ringraziamento va anche alla sua vice, Amina Mohammed. Li ringraziamo inoltre per aver intrapreso questo cammino senza mai allontanarsi dai principi e dai valori fondamentali della Carta. Mentre le Nazioni Unite si accingono all’importante compito di scegliere il prossimo Segretario Generale, Barbados si unisce agli altri Stati membri della Comunità Caraibica nel dichiarare il proprio pieno sostegno alla candidatura dell’Ambasciatrice Carolyn Rodriguez-Burkett, della Guyana. In un momento in cui la comunità internazionale è chiamata a rinnovare la propria fiducia nel multilateralismo, riteniamo che l’Ambasciatrice Rodriguez-Burkett possieda l’esperienza, le competenze e la sensibilità necessarie per servire l’intera compagine di questa organizzazione. Credo, Signor Presidente, che anche altri condividano questa opinione. Vorrei ora passare al tema dell’intelligenza artificiale, una delle nostre nuove sfide. L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e governiamo, ed è evidente che il suo potenziale è straordinario. Abbiamo constatato la sua grande capacità di individuare precocemente le malattie, prevedere disastri, migliorare l’agricoltura ed espandere l’accesso all’istruzione e ai servizi pubblici. Eppure, questi stessi sistemi straordinari possono altrettanto rapidamente riprodurre discriminazioni, ampliare la sorveglianza e diffondere falsità più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire. Non dobbiamo permettere che una nuova era tecnologica riproduca le gerarchie di accesso e di potere esistenti. È per questo che Barbados è così onorata di ospitare la seconda riunione in presenza del Panel Scientifico Internazionale Indipendente sull’Intelligenza Artificiale, che si terrà nel mese di novembre di quest’anno. Riconosciamo che la riunione di ieri del Consiglio di Sicurezza può e deve imprimere un’accelerazione al modo in cui noi, come comunità globale, affrontiamo questa questione. In questa crescente era dell’IA, la governance non può essere lasciata a pratiche aziendali volontarie o a un ristretto numero di Stati tecnologicamente avanzati. Abbiamo bisogno di regole concordate a livello globale che tutelino la dignità umana, preservino un controllo umano significativo e garantiscano che i benefici dell’IA siano condivisi in modo ampio ed equo. Sottolineo che una tecnologia destinata a incidere su ogni Stato deve essere governata da regole che ogni stato abbia avuto l’opportunità di contribuire a definire. Signor Presidente, esattamente 65 anni fa, il grande intellettuale e psichiatra caraibico, francese e africano Frantz Fanon pubblicò quella che è ormai diventata un’opera classica: “I dannati della terra”. E, tra le molteplici osservazioni e analisi contenute in quel libro straordinariamente lucido e lungimirante, egli affermò quanto segue. Ciò che conta oggi — la questione che ostruisce l’orizzonte — è la necessità di una ridistribuzione della ricchezza. L’umanità dovrà affrontare questa questione, per quanto devastanti possano esserne le conseguenze. Amici miei, ciò era vero nel 1961 e, purtroppo, rimane evidente ancora oggi. Ecco perché le Barbados sostengono pienamente l’istituzione del proposto Panel internazionale sulla disuguaglianza. La crescente disuguaglianza è al centro dei dibattiti geopolitici, delle tensioni, della sfiducia nelle istituzioni e, di fatto, del crescente numero di conflitti a cui assistiamo. È per questo motivo che respingiamo l’idea secondo cui i governi dovrebbero astenersi da interventi politici essenziali per garantire condizioni eque e paritarie ai comuni cittadini. Sappiamo che sono state le scelte politiche dei governi a generare questa ingiustizia, e sono sempre le scelte politiche dei governi a doverla ora eliminare. Per noi, questa battaglia è importante quanto quella contro la crisi climatica. Signor Presidente, questo mi porta proprio a tale crisi. Il Ministro Murat Kurum, in rappresentanza della futura presidenza della COP31, ha esposto chiaramente la sfida: il tempo della semplice definizione degli obiettivi è ormai alle spalle. Chiunque abbia vissuto l’estate appena trascorsa in Europa e altrove sa che è stata la più calda mai registrata, e il fenomeno del “super El Niño” non ha ancora nemmeno colpito. L’agenda d’azione proposta pone la riduzione del metano al centro dell’attuazione delle politiche climatiche, e accogliamo con favore questa attenzione. È vero che l’anidride carbonica deve rimanere centrale nella transizione energetica globale, ma le emissioni non stanno diminuendo abbastanza rapidamente e ci vorrà tempo prima che i benefici dell’azione si manifestino appieno. Pertanto, Presidente, sotto la presidenza di Barbados del CVF (Climate Vulnerable Forum) e del gruppo dei paesi G20, 74 nazioni si sono riunite e hanno lanciato un appello per “tirare il freno d’emergenza” sul metano durante il Dialogo Ministeriale del G20 nell’aprile di quest’anno. I ministri delle finanze hanno concordato che la riduzione del metano deve essere considerata non solo una priorità ambientale, ma anche un’opportunità economica, fiscale e di salute pubblica. Ora dobbiamo passare all’azione concreta per il clima. I paesi vulnerabili devono mobilitare circa 490 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, eppure gli attuali flussi di finanziamento si aggirano sui 90 miliardi. Come direbbero i giovani di Barbados: i conti semplicemente non tornano. Dobbiamo inoltre correggere l’iniquità dei costi di indebitamento che questi paesi devono affrontare. Tali costi sono superiori di quasi 1,2 punti percentuali per i paesi vulnerabili al clima rispetto alle economie avanzate. Questa cifra può sembrare modesta, ma in realtà genera un esborso aggiuntivo stimato in 62 miliardi di dollari l’anno in pagamenti di interessi in eccesso. Non può essere giusto. Credetemi quando dico che il cambiamento è possibile. Come abbiamo visto chiaramente con le misure della “Bridgetown Initiative” – in meno di un anno – Barbados, in qualità di presidenza del CVF (Climate Vulnerable Forum), ha collaborato con i paesi del G20 e con il Fondo OPEC per lo sviluppo internazionale per ideare e lanciare il “Vulnerability to Viability Compact”. Questa iniziativa poggia su quattro pilastri e coinvolge circa 74 paesi e 16 istituzioni finanziarie per lo sviluppo a livello globale, con l’obiettivo di ampliare l’accesso a capitali a lungo termine e a costi sostenibili per progetti nei settori dell’istruzione, della sanità e delle infrastrutture idriche. Il CVF ha inoltre riunito i governatori delle banche centrali per istituire il “Lifeline Fund”, che diventerà operativo a breve. Tale fondo mira a fornire liquidità immediata quando gli shock climatici generano pressioni sulla bilancia dei pagamenti dei paesi. Dunque, ci stiamo attivando per aiutarci da soli. Abbiamo agito con determinazione, consapevoli che non è possibile costruire ospedali, scuole e infrastrutture idriche ricorrendo a finanziamenti con scadenze a dieci o quindici anni. Tali soluzioni, infatti, spiazzano investimenti fondamentali per la nostra popolazione e ci lasciano impreparati ad affrontare le emergenze. Ecco perché questa importante iniziativa rappresenta un reale passo avanti. Tuttavia, meccanismi come questo non possono, da soli, risolvere le carenze strutturali dell’architettura finanziaria internazionale. Ribadisco che, da quasi cinque anni, l’Iniziativa di Bridgetown sostiene con costanza che la resilienza climatica, la sostenibilità del debito e l’accesso a finanziamenti a costi sostenibili non possono essere trattati separatamente. Per molti paesi vulnerabili, il problema non è semplicemente la disponibilità di capitali, ma la possibilità di disporre dello spazio fiscale necessario per contrarre prestiti e investire a condizioni ragionevoli. Signor Presidente, volgendo lo sguardo alla mia regione, i Caraibi, vorrei mettere in luce una serie di crisi che continuano a minacciare la nostra pace, la nostra stabilità e il nostro sviluppo. Vorrei premettere che, quando parlo dell’importanza della collaborazione per affrontare le sfide – il principio secondo cui “molte mani rendono il lavoro più leggero” – mi riferisco, in particolare alla risoluzione dei conflitti, a un ambito in cui i leader politici dei Caraibi possono svolgere un ruolo fondamentale nella propria regione. Innanzitutto Haiti: la crisi della sicurezza continua a frenare il rinnovamento politico e la ripresa economica; è vero che i preparativi per il ritorno a un governo costituzionale stanno procedendo, seppur tra enormi difficoltà. Tuttavia, tali sforzi non potranno avere successo senza un miglioramento della sicurezza, in particolare nelle aree della capitale e dei suoi dintorni, dove risiede oltre la metà dell’elettorato haitiano. Barbados sostiene pertanto il pieno dispiegamento – promesso ormai da tempo – e il rinnovo del mandato della forza incaricata di contrastare le bande criminali. Vorrei ricordare che l’attuale, accentuata situazione di insicurezza ha avuto inizio nel 2022, con le rivolte legate al prezzo del carburante scoppiate poco prima della riunione dell’Assemblea Generale di quell’anno. Non siamo riusciti a garantire quel livello di sicurezza necessario a ridurre al minimo la perdita di vite umane. Allo stesso tempo, è doveroso esprimere gratitudine agli Stati membri che hanno contribuito, in vari modi, ad aiutare Haiti a trovare la propria strada. Tra questi figura, naturalmente, il Gruppo di Personalità Eminenti della Comunità Caraibica, che negli ultimi anni ha contribuito a costruire il consenso e a mantenere vivo il dialogo con i principali partner internazionali. Inoltre, Signor Presidente, siamo profondamente preoccupati per l’aggravarsi delle difficoltà umanitarie che affliggono la popolazione di Cuba. Troppe persone stanno soffrendo. Troppe persone. Le restrizioni al commercio, alla finanza e all’accesso al carburante stanno aggravando le difficoltà non solo per i cittadini cubani, ma anche per tutti coloro che vi studiano e vi risiedono; Barbados si è sempre opposta all’uso dell’embargo e di altre misure coercitive unilaterali contro Cuba. E, come sempre, auspichiamo un impegno costruttivo, fondato sul dialogo, sull’uguaglianza sovrana e sul rispetto del diritto internazionale. Ecco perché siamo qui in qualità di singoli Stati. Desideriamo inoltre esprimere la nostra costante solidarietà al popolo del Venezuela che, purtroppo, si sta riprendendo dai devastanti doppi terremoti dello scorso giugno. L’orrore è stato sconvolgente. Barbados è stata orgogliosa di sostenere il Paese vicino nell’immediatezza dell’evento, inviando in Venezuela il proprio ospedale da campo e il relativo personale. Restiamo impegnati a sostenerli nel loro percorso di ripresa a lungo termine. Un Venezuela stabile, sovrano, pacifico e democratico è fondamentale per la sicurezza e la prosperità non solo dell’America Latina, ma dell’intera regione caraibica. A tal proposito, tuttavia, devo cogliere l’occasione per ribadire il fermo sostegno di Barbados alla Guyana – Paese fratello della CARICOM – nel suo tentativo di giungere a una risoluzione pacifica, tramite la Corte Internazionale di Giustizia, della lunga e irrisolta controversia territoriale con il Venezuela. Ciò risponde agli interessi del popolo della Guyana, del popolo del Venezuela e delle popolazioni dei Caraibi e dell’America Latina. I Caraibi, amici miei, devono rimanere una zona di pace. Non possiamo accettare che la nostra regione diventi un teatro di scontro o di uso unilaterale e ingiustificato della forza. Signor Presidente, questo mi porta a un’altra questione. Il 25 marzo di quest’anno, in questa Assemblea Generale è stata approvata una risoluzione storica. La stragrande maggioranza degli Stati ha riconosciuto una verità che noi caraibici conoscevamo da tempo: la tratta di africani ridotti in schiavitù e la loro riduzione in schiavitù come beni mobili su base razziale costituiscono il più grave crimine contro l’umanità. E ne siamo consapevoli. Purtroppo, ne portiamo ancora le cicatrici. Ho ricordato che è stato il mio Paese, Barbados, ad adottare nel 1661 il primo codice al mondo sulla schiavitù intesa come possesso di esseri umani. Altri seguirono, purtroppo, l’esempio, incluso il famigerato Code Noir del 1685. Quel Code Noir è stato abrogato solo quest’anno; ecco perché le ferite sono ancora aperte. Noi, a Barbados, ci assumiamo la responsabilità morale di porre fine all’eredità della schiavitù e alle sue orribili conseguenze. Dobbiamo promuovere la guarigione attraverso la giustizia riparativa, poiché è la cosa giusta da fare. Di conseguenza, nel luglio di quest’anno, i capi di governo della CARICOM hanno approvato il piano rivisto in dieci punti della CARICOM per la giustizia riparativa a favore dei Caraibi, dell’Africa e dei Paesi interessati. È necessario avviare un confronto sincero, e ringrazio il Presidente Mahama del Ghana per aver partecipato con tale determinazione. Non chiediamo riparazioni senza assumerci la responsabilità del nostro percorso di risanamento interno, che abbiamo intrapreso ormai da decenni. Voglio essere molto chiara su questo punto, Presidente dell’Assemblea. Signor Presidente… commetto lo stesso errore del Presidente Mohammed. Siamo parlamentari. Ci tengo a chiarire questo aspetto. Non vi sia alcun dubbio, Signor Presidente: la mentalità che ha instaurato, giustificato e sostenuto la schiavitù è la stessa che alimenta le iniquità presenti nelle strutture di potere di questa stessa istituzione e nell’architettura finanziaria internazionale. È la stessa mentalità. È la stessa mentalità che ha fatto sì che, per secoli, la rappresentazione cartografica globale dell’Africa ne riportasse dimensioni grossolanamente errate. Come se le reali dimensioni dell’Africa dovessero intimidire il resto del mondo, portandolo a riconoscerne la potenza. Signor Presidente, se vogliamo ripristinare la fiducia in queste Nazioni Unite, se vogliamo gestire la trasformazione – come recita il tema da Lei scelto – e se desideriamo un’ONU che operi realmente a beneficio di tutti, allora dobbiamo, innanzitutto, riconoscere a ogni essere umano pari valore e dignità. E non trovo riferimento migliore delle parole pronunciate da Sua Maestà Hailé Selassié proprio in questa Assemblea, il 4 ottobre 1963. E chi ne conosce le parole può ripeterle con me: “finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà definitivamente e universalmente screditata e abbandonata, ci sarà la guerra. Finché non esisteranno più cittadini di prima e di seconda classe in alcuna nazione, finché il colore della pelle di un uomo non avrà più importanza del colore dei suoi occhi… Ci sarà la guerra”. Ma, Signor Presidente, allo stesso modo… Non vi saranno né fiducia né trasformazione. Noi vogliamo la pace. E, per citare quella celebre canzone resa famosa da Dionne Warwick: “ciò di cui il mondo ha bisogno ora è amore. Dolce amore. È l’unica cosa… di cui c’è davvero troppo poco”. No, non solo per alcuni, ma per tutti: amore e un po’ di gentilezza. Signor Presidente, vorrei tornare all’inizio di una tappa fondamentale per il mio Paese e per le sue relazioni con il mondo. Il 9 dicembre di quest’anno ricorrerà il sessantesimo anniversario dell’ingresso di Barbados in questa organizzazione, avvenuto dopo aver conquistato l’indipendenza al termine di 340 anni di soggezione imperiale. In quel freddo 9 dicembre del 1966 — appena nove giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza e proprio nel giorno della nostra ammissione alle Nazioni Unite — il nostro primo Primo Ministro, l’illustre Errol Barrow, enunciò un principio che, unito a quelli di questa organizzazione, è rimasto la nostra linea guida nei rapporti con il mondo: Barbados è amica di tutti e satellite di nessuno. Il Primo Ministro Barrow parlò, infatti, di un mondo segnato da profonde disuguaglianze di ricchezza e opportunità, una realtà che Fanon aveva già evidenziato appena cinque anni prima. Riprendendo le parole del Primo Ministro Barrow — il quale a sua volta citava la Bibbia ebraica — vorrei ricordare il suo monito: “i Paesi di recente indipendenza non potevano restare relegati a ruoli di manovalanza e servitù, mentre la ricchezza mondiale fluiva altrove”. Egli riteneva che le Nazioni Unite dovessero porre l’eliminazione della povertà al centro della propria missione. Non stupitevi, dunque, se consideriamo nostro dovere combattere la crescente disuguaglianza globale. Molto di buono è stato realizzato dalle Nazioni Unite negli ultimi sessant’anni e oltre. In questo periodo, la nostra appartenenza alle Nazioni Unite è stata fondamentale affinché Barbados potesse esprimere la propria sovranità e partecipare, su un piano di parità, alla comunità internazionale. Queste aule ci hanno offerto una tribuna da cui parlare a nome nostro, difendere gli interessi del nostro popolo e di altri, e contribuire a plasmare le decisioni che ci riguardano tutti. Signor Presidente, all’inizio di quest’anno, la nostra Poeta Laureata è salita su questo podio e ha ricordato a questa Assemblea – e cito le sue parole – che il nome stesso di “Nazioni Unite” implica l’impegno ad accendere la fiamma della coscienza, dell’empatia, dell’unità e dell’equità. Queste Nazioni Unite devono continuare ad alimentare quel fuoco per costruire un mondo trasformato e inclusivo. Nel lasciare questo podio, vi esorto a garantire insieme che le fiamme della speranza, della pace e della dignità ardano così intensamente da illuminare il mondo intero, nonostante tutte le avversità che ci troviamo ad affrontare. Vi ringrazio.”   https://gadebate.un.org/en/81/barbados https://easterncaribbean.un.org/en/323315-%E2%80%98turn-what-we-know-what-we-do%E2%80%99-barbados-prime-minister-mia-amor-mottley-urges-world-leaders Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Pena di morte: un Nobel e gli ignobili (Usa)
Il premio Nobel 2026 è contro «i boia di Stato». Una breve nota della Bottega. A seguire Riccardo Noury sull’orrore di Christa Pike e un articolo di Angela Napoletano sulla vergogna statunitense di trasmettere una fucilazione «in diretta». UNA BREVE INTRODUZIONE Assegnato oggi il «Nobel per la pace» a Navi Pillay (ne riparleremo in Bottega). L’ira di Israele e Usa
L’allarme di cui nessuno parla: un rapporto ONU dettaglia il pericolo PFAS
Vietare subito tutti gli usi non essenziali e aprire il negoziato per un trattato internazionale vincolante: è la richiesta che Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle sostanze e i rifiuti pericolosi, ha depositato al Consiglio dei Diritti Umani, in discussione a Ginevra fino al 9 ottobre. Orellana si era già occupato di PFAS nel 2021, all’interno di un rapporto più ampio sull'inquinamento. Questa volta però il documento tratta del tema in maniera più approfondita, interrogando direttamente i motivi per i quali tali tipi di sostanze continuino a essere prodotti. Il testo, ... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post L’allarme di cui nessuno parla: un rapporto ONU dettaglia il pericolo PFAS appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 5, 2026
L'INDIPENDENTE