
Cile, la lezione di Allende parla ancora al presente
Pressenza - Saturday, September 12, 2026L’11 settembre 1973 non appartiene soltanto alla storia. Il golpe che rovesciò Salvador Allende continua a porre una domanda molto attuale: quanto è solida una democrazia quando, davanti alle crisi sociali e politiche, torna a farsi strada l’idea che libertà e diritti possano essere sacrificati in nome dell’ordine?
Cinquantatré anni fa in Cile un governo democraticamente eletto venne abbattuto con la forza. Il palazzo della Moneda fu bombardato, Allende morì mentre era ancora al suo posto e il Paese precipitò nella dittatura di Augusto Pinochet, destinata a durare diciassette anni. Seguirono repressione, torture, assassinii, persecuzioni e migliaia di desaparecidos.
Ma il golpe non cominciò la mattina dell’11 settembre. E soprattutto non fu una vicenda esclusivamente cilena.
Il Cile era uno dei terreni sui quali si combatteva la Guerra fredda. L’esperimento di Unidad Popular, che tentava una trasformazione socialista attraverso le istituzioni democratiche, era considerato dagli Stati Uniti una minaccia politica ben oltre i confini del Paese. La documentazione americana successivamente desecretata ha mostrato quanto profondo fosse il coinvolgimento dell’amministrazione Nixon: prima nei tentativi di impedire l’insediamento di Allende e successivamente attraverso pressioni economiche, operazioni clandestine, sostegno alle forze di opposizione e una politica esplicitamente diretta a destabilizzare il suo governo.
Washington rafforzò contemporaneamente i rapporti con le Forze armate cilene. Questo non significa sostenere che gli Stati Uniti abbiano materialmente diretto ogni fase del golpe dell’11 settembre, cosa che la documentazione disponibile non consente di affermare. Significa però riconoscere un dato storico ormai difficilmente contestabile: l’ascesa di Pinochet e la fine violenta dell’esperienza di Allende non possono essere comprese prescindendo dalle dinamiche internazionali e dalla strategia statunitense in America Latina.
Il golpe fu preceduto da una lunga destabilizzazione politica ed economica, da una crescente polarizzazione sociale e dalla costruzione di un clima nel quale la rottura dell’ordine democratico finì per essere considerata, da una parte della società, una soluzione possibile.
È forse questa la lezione più attuale del Cile.
Le svolte autoritarie raramente arrivano all’improvviso. Prima cambia il linguaggio. La democrazia viene descritta come debole, il Parlamento come un ostacolo, il conflitto sociale come un problema di ordine pubblico, il dissenso come qualcosa da neutralizzare. Poco alla volta diventa accettabile ciò che fino a poco tempo prima sarebbe apparso intollerabile.
Per questo non può lasciare indifferenti il ritorno, in America Latina, di letture indulgenti delle dittature del passato. Javier Milei ha proposto una rilettura fortemente critica dell’eredità di Allende, mentre in Cile, con José Antonio Kast alla guida del Paese, anche il rapporto istituzionale con la memoria del golpe è tornato terreno di scontro.
Non è soltanto una disputa sulla storia.
Quando una dittatura viene raccontata soprattutto attraverso la stabilità economica, la sicurezza o il ripristino dell’ordine, il rischio è che passino in secondo piano la soppressione delle libertà, le torture, gli assassinii e la distruzione dello Stato di diritto. E che si faccia strada un’idea pericolosa: in determinate circostanze la democrazia possa diventare un lusso sacrificabile.
Anche l’Italia dovrebbe interrogarsi su questo.
La storia repubblicana ha conosciuto la strategia della tensione, le stragi neofasciste, progetti eversivi, depistaggi e settori degli apparati dello Stato coinvolti in alcune delle pagine più oscure del dopoguerra. Una storia che, anch’essa, non può essere letta separandola dal contesto internazionale della Guerra fredda.
Naturalmente il Cile del 1973 e l’Italia di oggi non sono realtà sovrapponibili. Ma proprio per questo il confronto non va ridotto a una caricatura.
Oggi governa in Italia una destra che porta con sé anche una storia politica proveniente dalla tradizione postfascista. Questo non autorizza equivalenze con una dittatura militare, ma rende ancora più importante difendere la qualità della democrazia: l’autonomia dell’informazione, il diritto al dissenso, la libertà di manifestazione, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e le garanzie costituzionali.
La democrazia, del resto, non coincide soltanto con il voto.
Vive nella possibilità di criticare il governo, organizzarsi, manifestare, scioperare, fare informazione senza condizionamenti, costruire alternative politiche. E vive anche nei diritti materiali.
Per la sinistra difendere la democrazia non può significare limitarsi alla conservazione delle istituzioni esistenti, ma significa estenderla alla società e all’economia, dare forza e potere al lavoro, ridurre le diseguaglianze e consentire alle classi popolari di incidere realmente sulle scelte che determinano la loro vita
Una società attraversata da diseguaglianze profonde, precarietà, impoverimento e paura può diventare terreno fertile per chi promette ordine individuando ogni volta un nemico: il migrante, il povero, il dissidente, chi protesta, chi mette in discussione il potere.
Per questo la memoria di Salvador Allende non dovrebbe essere ridotta a una celebrazione rituale.
Nel suo ultimo discorso dalla Moneda, mentre il golpe era ormai in corso, Allende parlò alle generazioni future e immaginò il giorno in cui si sarebbero nuovamente aperti “i grandi viali” attraverso i quali sarebbe passato l’uomo libero.
Cinquantatré anni dopo quelle parole conservano tutta la loro forza.
Ricordare l’11 settembre 1973 significa capire che nessuna democrazia può considerarsi definitivamente al sicuro. Significa anche ricordare che le svolte autoritarie non maturano nel vuoto: hanno interessi, alleanze e rapporti di forza nazionali e internazionali che le rendono possibili.
E significa soprattutto rifiutare l’idea che libertà, diritti e giustizia sociale possano essere messi tra parentesi in nome dell’ordine, della sicurezza o dell’economia.
È questa, ancora oggi, la parte più viva della lezione di Allende.