Cile, la lezione di Allende parla ancora al presente
L’11 settembre 1973 non appartiene soltanto alla storia. Il golpe che rovesciò
Salvador Allende continua a porre una domanda molto attuale: quanto è solida una
democrazia quando, davanti alle crisi sociali e politiche, torna a farsi strada
l’idea che libertà e diritti possano essere sacrificati in nome dell’ordine?
Cinquantatré anni fa in Cile un governo democraticamente eletto venne abbattuto
con la forza. Il palazzo della Moneda fu bombardato, Allende morì mentre era
ancora al suo posto e il Paese precipitò nella dittatura di Augusto Pinochet,
destinata a durare diciassette anni. Seguirono repressione, torture, assassinii,
persecuzioni e migliaia di desaparecidos.
Ma il golpe non cominciò la mattina dell’11 settembre. E soprattutto non fu una
vicenda esclusivamente cilena.
Il Cile era uno dei terreni sui quali si combatteva la Guerra fredda.
L’esperimento di Unidad Popular, che tentava una trasformazione socialista
attraverso le istituzioni democratiche, era considerato dagli Stati Uniti una
minaccia politica ben oltre i confini del Paese. La documentazione americana
successivamente desecretata ha mostrato quanto profondo fosse il coinvolgimento
dell’amministrazione Nixon: prima nei tentativi di impedire l’insediamento di
Allende e successivamente attraverso pressioni economiche, operazioni
clandestine, sostegno alle forze di opposizione e una politica esplicitamente
diretta a destabilizzare il suo governo.
Washington rafforzò contemporaneamente i rapporti con le Forze armate cilene.
Questo non significa sostenere che gli Stati Uniti abbiano materialmente diretto
ogni fase del golpe dell’11 settembre, cosa che la documentazione disponibile
non consente di affermare. Significa però riconoscere un dato storico ormai
difficilmente contestabile: l’ascesa di Pinochet e la fine violenta
dell’esperienza di Allende non possono essere comprese prescindendo dalle
dinamiche internazionali e dalla strategia statunitense in America Latina.
Il golpe fu preceduto da una lunga destabilizzazione politica ed economica, da
una crescente polarizzazione sociale e dalla costruzione di un clima nel quale
la rottura dell’ordine democratico finì per essere considerata, da una parte
della società, una soluzione possibile.
È forse questa la lezione più attuale del Cile.
Le svolte autoritarie raramente arrivano all’improvviso. Prima cambia il
linguaggio. La democrazia viene descritta come debole, il Parlamento come un
ostacolo, il conflitto sociale come un problema di ordine pubblico, il dissenso
come qualcosa da neutralizzare. Poco alla volta diventa accettabile ciò che fino
a poco tempo prima sarebbe apparso intollerabile.
Per questo non può lasciare indifferenti il ritorno, in America Latina, di
letture indulgenti delle dittature del passato. Javier Milei ha proposto una
rilettura fortemente critica dell’eredità di Allende, mentre in Cile, con José
Antonio Kast alla guida del Paese, anche il rapporto istituzionale con la
memoria del golpe è tornato terreno di scontro.
Non è soltanto una disputa sulla storia.
Quando una dittatura viene raccontata soprattutto attraverso la stabilità
economica, la sicurezza o il ripristino dell’ordine, il rischio è che passino in
secondo piano la soppressione delle libertà, le torture, gli assassinii e la
distruzione dello Stato di diritto. E che si faccia strada un’idea pericolosa:
in determinate circostanze la democrazia possa diventare un lusso sacrificabile.
Anche l’Italia dovrebbe interrogarsi su questo.
La storia repubblicana ha conosciuto la strategia della tensione, le stragi
neofasciste, progetti eversivi, depistaggi e settori degli apparati dello Stato
coinvolti in alcune delle pagine più oscure del dopoguerra. Una storia che,
anch’essa, non può essere letta separandola dal contesto internazionale della
Guerra fredda.
Naturalmente il Cile del 1973 e l’Italia di oggi non sono realtà sovrapponibili.
Ma proprio per questo il confronto non va ridotto a una caricatura.
Oggi governa in Italia una destra che porta con sé anche una storia politica
proveniente dalla tradizione postfascista. Questo non autorizza equivalenze con
una dittatura militare, ma rende ancora più importante difendere la qualità
della democrazia: l’autonomia dell’informazione, il diritto al dissenso, la
libertà di manifestazione, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e le garanzie
costituzionali.
La democrazia, del resto, non coincide soltanto con il voto.
Vive nella possibilità di criticare il governo, organizzarsi, manifestare,
scioperare, fare informazione senza condizionamenti, costruire alternative
politiche. E vive anche nei diritti materiali.
Per la sinistra difendere la democrazia non può significare limitarsi alla
conservazione delle istituzioni esistenti, ma significa estenderla alla società
e all’economia, dare forza e potere al lavoro, ridurre le diseguaglianze e
consentire alle classi popolari di incidere realmente sulle scelte che
determinano la loro vita
Una società attraversata da diseguaglianze profonde, precarietà, impoverimento e
paura può diventare terreno fertile per chi promette ordine individuando ogni
volta un nemico: il migrante, il povero, il dissidente, chi protesta, chi mette
in discussione il potere.
Per questo la memoria di Salvador Allende non dovrebbe essere ridotta a una
celebrazione rituale.
Nel suo ultimo discorso dalla Moneda, mentre il golpe era ormai in corso,
Allende parlò alle generazioni future e immaginò il giorno in cui si sarebbero
nuovamente aperti “i grandi viali” attraverso i quali sarebbe passato l’uomo
libero.
Cinquantatré anni dopo quelle parole conservano tutta la loro forza.
Ricordare l’11 settembre 1973 significa capire che nessuna democrazia può
considerarsi definitivamente al sicuro. Significa anche ricordare che le svolte
autoritarie non maturano nel vuoto: hanno interessi, alleanze e rapporti di
forza nazionali e internazionali che le rendono possibili.
E significa soprattutto rifiutare l’idea che libertà, diritti e giustizia
sociale possano essere messi tra parentesi in nome dell’ordine, della sicurezza
o dell’economia.
È questa, ancora oggi, la parte più viva della lezione di Allende.
Giovanni Barbera