Umanità e nuove tecnologie

Comune-info - Friday, September 11, 2026

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Magnifica humanitas di Leone XIV è un’enciclica molto significativa anche per coloro che non sono credenti o appartengono ad altre fedi. Lo è perché affronta senza giri di parole una delle novità sostanziali del nostro tempo, e cioè il fatto che la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando in profondità non soltanto il modo di intervenire dell’uomo nel mondo e sulla natura, ma anche l’identità umana in quanto tale. Del resto, la tecnica ha avuto sempre una doppia valenza: da un lato, è stata la forza strumentale che ha permesso all’uomo di intervenire effettivamente nel mondo e di modellarlo alla sua maniera; ma, dall’altro, è stata anche un elemento decisivo dell’autocostruzione dell’identità umana. Inoltre, la tecnica ha prodotto esiti storicamente contraddittori: è stata globalmente positiva in quanto ha ampliato gli spazi di esistenza degli esseri umani, ma è stata anche continuamente negativa poiché ha allargato le condizioni di infelicità per la gran parte dell’umanità.

Il carattere positivo e il carattere negativo della tecnica lo si è storicamente collegato alle finalità con le quali gli uomini l’hanno concretamente utilizzata. Si può anzi dire che il giudizio non sia mai stato veramente sulla tecnica in quanto tale, bensì sui fini dell’uomo. Giudizio morale, ovviamente. E politico. Ora però è accaduto che la estrema pervasività sociale ed esistenziale dello strumentario artificiale emerso dalla Terza o Quarta Rivoluzione industriale (a seconda delle ricostruzioni)1 – appunto quella della digitalizzazione, della Intelligenza Artificiale e della robotica applicata – ha acquisito una sorta di “forza propria”. Poiché penetrano nel profondo della quotidianità delle persone, questi nuovi strumenti non li possiamo più designare alla vecchia maniera, ovvero come semplici arnesi inerti o anche come puri dispositivi automatici. Essi ormai cooperano, con tutta evidenza, alla costruzione dei processi decisionali, assumono un rilievo via via maggiore nella determinazione dei rapporti tra uomini e natura, e soprattutto con-costruiscono, assieme all’essere umano, lo stesso immaginario collettivo.

Peraltro, la preminenza degli strumenti tecnologici nella costruzione dell’identità umana si estende spontaneamente anche agli assetti civili e di potere all’interno della società. Intendiamoci: un determinato livello di interconnessione fra tecnologia e dinamiche sociali c’è sempre stato; e ripetutamente si sono poste, nel dibattito teoretico e non solo politico, le questioni nodali della finalità storica dell’agire tecnico, della salvaguardia dell’interesse pubblico nel suo utilizzo e del controllo reale dei dispositivi tecnologici. Anzi, ha sempre avuto grande rilevanza la questione giuridica della proprietà degli strumenti tecnici, se cioè dovessero appartenere a coloro che concretamente li adoperavano oppure a individui esterni al ciclo lavorativo o addirittura al potere pubblico. Si tratta perciò di questioni discusse anche in passato, poiché tutti i dispositivi tecnici necessitano comunque di cura e di impegno; e il contesto sociale e gli istituti politici sono chiamati giocoforza ad assumere oneri anche considerevoli per realizzarli, manutenerli, adoperarli e custodirli. Ma l’onere è divenuto adesso davvero gigantesco. In progressione, tende a coinvolge la totalità delle forze e delle risorse. Dall’Età degli “oggetti al servizio della società” si sta passando, giorno dopo giorno, con stupefacente naturalezza, alla “società al servizio degli strumenti”, e praticamente al servizio dei centri, sempre più verticalizzati e impenetrabili, di elaborazione, implementazione e controllo.

Leone XIV procede con paradigmi di ordine teologico o, per meglio dire, teologico-filosofici e non puramente filosofici. Nel suo lessico e nelle sue convinzioni il concetto cristiano di “persona” e la dignità della persona, come pure il concetto cristiano di cura del Bene Comune, sul presupposto che ogni persona proviene da Dio e ogni bene è un dono di Dio, si pongono come riferimento imprescindibile dell’argomentazione. E tuttavia, al netto di questi riferimenti, la riflessione del Pontefice costituisce un punto di interlocuzione utile per qualsivoglia ragionamento su questi aspetti decisivi del nostro tempo. Egli ricorre a due episodi biblici: la Torre di Babele (Genesi, 11) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme ad opera di Neemia dopo il periodo della cosiddetta “cattività Babilonese” (II Libro di Esdra). Papa Prevost li mette in esplicita opposizione tra loro.

La Torre di Babele nasceva dal desiderio degli esseri umani dei primordi, caratterizzati da una sola provenienza e da una sola lingua, di costruire una figurazione visibile della loro potenza, che rappresentasse in modo inequivocabile la loro superiorità rispetto a qualunque altro essere vivente. Decisero perciò di innalzare una torre la cui cima arrivasse al cielo. Era una impresa imponente poiché significava convogliare tutte le conoscenze e tutte le capacità di lavoro in un’unica straordinaria direzione. E però, sottolinea papa Leone, il progetto nascondeva una profonda insidia: “è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da una uniformità che elimina la diversità e che invece della comunione sceglie l’omologazione”.2 In sostanza, la Torre, che di fatto è una vera e propria città in verticale, la si edificava sulla base dell’orgoglio. Come è noto, il racconto biblico procede con Dio che interviene e confonde le loro lingue, di modo che attorno alla costruzione le persone non si capiscono più; e ciò li induce a raggrupparsi per affinità linguistiche e a cercare altrove una collocazione, abbandonando l’impresa.

Detto en passant, il pontefice non si sofferma sul significato dell’intervento divino, limitandosi a dire che la questione, agli occhi di Dio, era costituita esattamente dal processo di omologazione, dall’uniformità che si produceva attorno alla Torre per lo stesso fatto che tutti si sentivano impegnati a costruirla. La dignità delle persone, la loro specificità ne usciva compromessa.3 Ed è a questo punto che nell’Enciclica subentra la figura di Neemia. Questi era stato lungamente cortigiano, con funzioni di coppiere, del re assiro Ataserse. Saputo però della decadenza della città di Gerusalemme ormai mezza spopolata (siamo nel periodo della cosiddetta “cattività babilonese”), egli chiede al re il permesso di porvi rimedio. Il re acconsente e lo invia con pieni poteri a Gerusalemme per ricostruire la città. Il pontefice mette in evidenza che pur avendone il potere Nemia non impone soluzione dall’alto; convoca le famiglie; affida a ciascuno un tratto di muro da ricostruire; ascolta le paure; coordina gli sforzi; fronteggia le opposizioni”.4 In sostanza, il racconto evidenzia come la ricostruzione della città proceda non con una dinamica di omologazione, ma in un contesto di responsabilità condivisa da tutto il popolo. Ancor prima di un luogo che assembla pietre, la città si caratterizza come luogo che costruisce legami. E la lingua comune che a Gerusalemme viene ritrovata non è quella dello uniformità, insiste Prevost, bensì “quella della comunione”.5

La conclusione è piuttosto netta. La tecnologia non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male. Però non è neutrale: “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.6 È evidente che Babele rappresenta in qualche modo il digitale: è la pretesa di un linguaggio unico e di un’impresa unitaria cui tutti sono chiamati a conformarsi. Neemia mantiene invece la pluralità di voci, di rapporti e di visioni. Egli si muove all’insegna del principio dell’edificare assieme, con l’accettazione della diversità in quanto risorsa e come spinta alla fraternità. E tuttavia il digitale si era presentato all’inizio proprio in tale veste: come uno strumento formidabile che apriva alla pluralità delle voci. Anzi, in tanti l’hanno inteso e l’hanno indicato come la raggiunta possibilità per tutti di far sentire la propria opinione. Anche l’opinione di chi non aveva mai avuto la forza di farsi ascoltare. Ben presto, però, questa sua autoproclamata caratteristica ha mostrato evidentissime crepe e si è rivelata ben poco veritiera. Si è cominciato perciò a sospettare, sulla base di non pochi dati di fatto, che i nuovi dispositivi contenessero una intrinseca carica impositiva di regole e comportamenti anziché spazi di libertà. Di fatto, le voci umane sono tornate a essere discriminate anche all’interno della digitalizzazione. Con una linea di discrimine in particolare nei confronti delle persone più fragili e vulnerabili.

Per essere davvero tale, l’accettazione della pluralità delle voci implica che venga accolta senza riserve anche la fragilità degli esseri umani. E questo è un tema particolarmente delicato proprio sul piano teoretico. Non è un caso che la Chiesa degli ultimi tempi lo abbia richiamato con forza. E io sottolineo convintamente che si è trattato di un richiamo meritorio proprio sul piano storico. Benché esso rimanga corposamente ambiguo sul piano teoretico. Non si tratta, infatti, nell’impianto teologico, di una semplice specificazione dei contenuti di solidarietà nei confronti di singole, sfortunate persone, bensì della dimensione della fragilità in quanto tale, in quanto limite costitutivo della condizione umana: “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”.7 In una tale affermazione c’è, sì, la positiva critica ai “modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli”,8 ma c’è anche, a mio avviso, la tradizionale diffidenza cattolica verso la spinta umana all’autoaffermazione e alla libera scelta etica. In altre parole, la precisazione che la fragilità debba essere, per così dire, “socialmente lavorata”, come pure la sottolineatura che il desiderio di felicità umana sia una forza positiva inscritta nel cuore degli uomini e indirizzata verso tutti gli ambiti del vivere,9 non cancellano, benché siano affermazioni culturalmente avanzate, la convinzione di fondo di ogni scrittura teologica: ossia l’idea che il creato non stia mai sullo stesso piano del creatore, e che è perciò un errore non riconoscere la condizione ontologica di minorità dell’uomo e la necessità di affidarsi a Dio.10

In ogni caso, è proprio il tema della corresponsabilità che funge da asse paradigmatico nel discorso di Prevost. Come Neemia invitava a “curare ciascuno il suo tratto di muro” nell’azione condivisa dell’edificare assieme, così la corresponsabilità, ovvero la responsabilità che ognuno di noi ha degli altri, appare la leva più efficace per affrontare la sfida della robotica e della digitalità del nostro tempo. La questione, insomma, scrive il pontefice, non è di tirare subito le somme a proposito delle nuove tecnologie, ma esattamente di “restare umani”. Solo che è esattamente il concetto di “umano” a non essere scontato. Per un credente l’umano è il soffio di bontà innata che l’essere umano, in quanto figlio di Dio, possiede dentro di sé, pur se magari senza consapevolezza. È un qualcosa di inalterato e già compiuto in partenza. Invece, per uno come me, che non è credente, il “contenuto di bene” non ci viene dall’esterno della nostra storia ma sta tutto dentro il provare e riprovare storico degli uomini. È perciò un contenuto costitutivamente incompiuto e costitutivamente aperto, che ci chiama a un continuo intervento intellettuale e non solo morale.

L’umanità è passata per molte tragedie e molti orrori; e però accanto alle tragedie e agli orrori ci sono state ininterrottamente anche le felicità e le dolcezze. Ed è in questo percorso duplice e contraddittorio che l’umanità ha costruito – cioè, per come la vedo io, ha propriamente “inventato” – il paradigma straordinario dell’umano. Trarlo dalla pesantezza della storia non è stato facile, ma l’essere umano alla fine c’è riuscito. È questo il punto che dobbiamo mettere a tema. Ed è su questo che le riflessioni del papa, pur provenendo da un’altra ricostruzione filosofica, possono obiettivamente aiutare. L’interrogativo è cioè se la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica applicata del mondo di oggi ci aiutino a tenere in piedi il discrimine tra l’orrore e la dolcezza; se ci aiutino, cioè, a “restare umani”. Il dubbio, infatti, è che essi possano mettere in crisi proprio i contenuti di umanità che nel tempo della modernità, credenti e non credenti, abbiamo tutti cercato faticosamente e contraddittoriamente di sviluppare e mantenere vivi. Ed è un dubbio che non può essere liquidato sbrigativamente, con un sì o con un no. Anzi, io temo che questo interrogativo saremo costretti a tenerlo giocoforza aperto per un lungo periodo storico.

1 Normalmente si intende per Terza rivoluzione industriale l’introduzione, generalizzatasi negli anni ‘70 del XX secolo, dell’elettronica e dell’informatica nei contesti lavorativi, mentre la Quarta rivoluzione industriale si baserebbe sulla convergenza tra le tecnologie per così dire “fisiche” e l’insieme delle tecnologie digitali, ivi compresa l’Intelligenza Artificiale. Cfr. J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, Milano 2011 e K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Franco Angeli, Milano 2016.
2 Cfr. Leone XIV, Magnifica humanitas, Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2026, p. 21.
3 L’interpretazione teologica ha messo costantemente in guardia da una lettura del Dio biblico come figura gelosa delle sue prerogative alla maniera degli dèi greci, che erano sempre pronti a punire la hybris, ovvero la tracotanza degli esseri umani, costitutivamente incapaci di mantenersi nei propri limiti. Nell’episodio della Torre, cioè, Dio confonde le lingue non perché si “senta sfidato”, ma per amore. Lo fa alla luce del disegno provvidenziale di non concentrare la stirpe umana in un solo luogo ma di diffonderla in tutta il globo terracqueo. Papa Leone va comunque al di là di questa lettura e recupera paradossalmente l’elemento della “punizione”: non perché la Torre rappresenti una sfida a Dio, ma perché essa era una sfida alla specificità, alla pluralità costitutiva delle voci umane. Non a caso, a Babele contrappone immediatamente l’edificazione delle mura di Gerusalemme e la figura di Neemia.
4 Leone XIV, Magnifica humanitas, p. 22.
5 ibidem
6 Ibidem, p. 23.
7 Ibidem, p. 25.
8 Ibidem.
9 “Dio ha infatti inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita … La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca” in Ibidem.
10 Per esemplificare: la condanna insistita dell’eutanasia da parte della Chiesa ha molto a che vedere con questa convinzione cardine della ragione teologica. Non proviene soltanto, come può sembrare di primo acchito, dalla esaltazione incondizionata della vita in quanto dono di Dio, ma è generata anche dalla difficoltà concettuale di accettare la libera scelta umana proprio sul passaggio decisivo dell’esistere, che è appunto la decisione sul termine della vita. Ciò che è stato creato non può mai essere, per definizione, pareggiato alla potestà di Dio.

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