
“Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano
DINAMOpress - Friday, September 11, 2026Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”.
Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il futuro, nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Amed.
È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta.
Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia?
Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente.
La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società.
Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito.
Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno».
Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società.
Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito
Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli.
Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini.
Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere.
Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne.

E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish?
Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne.
Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”?
Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti.
Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali.
Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale?
Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti.
Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione.
Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente.
Come continuerà, quindi, la vostra lotta?
Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione.
La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta.
Immagine di copertina commons.wikimedia.org
Immagine interna di Ypj Navenda Ragihandine

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