La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro
l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte
propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come
Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La
resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di
una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno
riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora
legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della
Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo
governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il
governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco –
che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi,
comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa.
> Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare
> un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare
> dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha
> dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro.
Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin,
lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è
stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi
e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni
dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi
video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa
afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il
controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah,
dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne
circostanti.
Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza
nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano
politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri
linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle
Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli
stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin
Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione
turca di Serekaniye.
Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre
che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per
l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo,
lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo
sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj
avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e
i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile
nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.
LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE
Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro
la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a
Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili
a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione
dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera
costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche
settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture
tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli
Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale).
Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone
in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche
l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica
dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli
Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza
strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un
voltafaccia spettacolare.
> Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il
> Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo
> cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del
> grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di
> colonialismo interno.
Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della
Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista
ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti,
giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del
territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile –
tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la
liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea
statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte
della città ordinata all’epoca da Donald Trump.
Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e
comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande
borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di
dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori
demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le
organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per
aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie
femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o
Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali
avevano incitato alla sommossa.
La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non
lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è
sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma
esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni
socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di
queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà
costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e
fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale.
Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse
dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la
superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre
la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione
etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di
comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre
stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e
queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non
v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva
politica.
I “CURDI” E “L’OCCIDENTE”
Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi”
suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti
lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi
statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta
dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire
operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari
alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza
ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio
un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo
militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad
non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere.
> l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che
> ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali),
> di cercare alleanze dentro e fuori la Siria.
Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato
in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in
maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi
tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili
della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte,
perché avrebbero dovuto farlo.
Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste
alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna
“fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è
costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto
militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono
allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza.
Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della
sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli
ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e
dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara,
di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche
se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di
quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati.
Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non
avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che
l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e
denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani
di Daesh.
Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella
posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita
con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente
suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o
libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state
legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro
Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.
LE MANOVRE DI ISRAELE
Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda
ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra
la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma
conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico
contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di
alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg
in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici
internazionaliste.
Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere
è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi
giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle
porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche
ore prima.
> La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in
> cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di
> commenti.
La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere
un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una
narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti
scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi
e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è
abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina
alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre
avversaria del movimento confederale e del Pkk.
È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico
sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia
mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che
tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk
caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi
con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento
durante le parate militari del nuovo governo siriano.
ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE
Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento
iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe
dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i
sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche
di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società.
Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi,
anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione
esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un
progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado
in posizioni apicali e di sostanza.
> La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo
> sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del
> modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in
> Siria o in altri contesti.
D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché
accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta
allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione
intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione
coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno
creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica.
Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere
onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture
istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni)
restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario
della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno
sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno
stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro
la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti
della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono
interessati ad ascoltare queste argomentazioni.
IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE
Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano
essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi
Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti
stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché
questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i
giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione
del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria,
specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se
questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà.
Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i
tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e
dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste
gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente
socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna
ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi
“legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione,
questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è
quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento
confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei
fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo
reazionario ed oscuro.
> Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è
> certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni.
> Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a
> tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi.
Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù,
femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il
pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più
grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova
visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi
socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei
mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento
definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale.
Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne,
potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno
fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla
combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche
dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come
organizzarsi.
Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo
mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a
Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito
internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù
e le comunità sotto attacco.
La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr
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