Tag - siria

Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi. In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione percepita come esclusivamente curda. IL CONFRONTO CON DAMASCO Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e amministrativo della regione. Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş, portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES. Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a gravare sulla popolazione civile. «Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente difficili». Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate successive di sfollamento interno. Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di nuove violenze e ritorsioni. In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale, decentrato o centralizzato». Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria». Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena (Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di frontiere e infrastrutture strategiche.  «La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale. Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri, violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione. Queste paure non sono scomparse». Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione territoriale. In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali. > «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata > profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la > stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto, > ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione». > Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già > stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e > interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto > tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto > quella diplomatica. LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura». Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata senza un processo realmente inclusivo. > «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale > dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata > con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della > società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema > parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo». Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e sociali. Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la “rivoluzione delle donne”,  il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria influenza ben oltre i confini siriani.  Un patrimonio che rischia oggi di entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà, le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza». Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica. «Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo unire le posizioni ed esprimere una voce comune». Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni. Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente». Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato – sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini. «Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come possibile garante». Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo». La copertina è di Kurdistruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo proviene da DINAMOpress.
February 24, 2026
DINAMOpress
Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo
Quello che chiedo sempre a me stesso come marxista è analizzare le questioni senza pregiudizi o moralismi, perché solo così si colgono le contraddizioni e si capisce la realtà. In questi giorni leggo articoli giornalistici e relativi commenti nei “social” di estremo disprezzo verso i curdi del Rojova, sottoposti all’attacco […] L'articolo Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo su Contropiano.
February 21, 2026
Contropiano
Il paradosso siriano: miliardi sauditi fra settarismi ed instabilità
Con la revoca del Caesar Act e l’entrata definitiva del regime qaedista sotto la tutela dell’Amministrazione USA, anche a scapito delle Forze Democratiche Siriane (FDS), i funzionari statunitensi – fra cui soprattutto l’ineffabile Barrack – dipingono il nuovo stato siriano con tratti fantasiosi: stato-nazione stabile, terra di opportunità, garanzia di […] L'articolo Il paradosso siriano: miliardi sauditi fra settarismi ed instabilità su Contropiano.
February 13, 2026
Contropiano
Siria, i dirigenti curdi firmano un accordo-capestro con Damasco. Reggerà?
Le autorità qaediste ed i dirigenti di quel che resta delle Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno firmato un accordo d’integrazione. L’ennesimo. Stavolta qualificato come “permanente” in quanto scioglie diversi nodi lasciati irrisolti precedentemente. La formulazione apparsa sul profilo X delle FDS, confermata dal “ministero dell’informazione” di Damasco, è la seguente: […] L'articolo Siria, i dirigenti curdi firmano un accordo-capestro con Damasco. Reggerà? su Contropiano.
January 31, 2026
Contropiano
Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra
Questo testo arriva in un momento in cui la guerra in Siria viene raccontata come un capitolo chiuso, un conflitto “stabilizzato”, una crisi ormai normalizzata nei discorsi diplomatici occidentali. In realtà, ciò che si sta dispiegando nel Nord-Est della Siria segna una nuova fase della stessa guerra: una fase in cui alleanze, governi di transizione e retoriche antiterrorismo mascherano un processo di riorganizzazione regionale che colpisce al cuore uno dei più avanzati esperimenti politici nati in Medio Oriente negli ultimi decenni. In questo passaggio storico, in cui le potenze globali ridefiniscono sfere di influenza e legittimano nuovi attori armati, la distruzione delle strutture democratiche e delle organizzazioni delle donne in Rojava, a Raqqa e ad Aleppo viene trattata come un “effetto collaterale”. Questa analisi assume invece quel processo come centro politico della guerra in corso: perché è proprio lì che si misura ciò che oggi viene messo in gioco — la possibilità stessa di una società fondata sull’autogoverno, sull’unità nelle differenze e sulla liberazione delle donne. Oggi, mentre alleanze internazionali e governi di transizione ridisegnano i confini del potere, sono le strutture femminili, le comuni, i consigli e le istituzioni della liberazione delle donne a diventare bersaglio diretto. Le biblioteche incendiate, i centri dati alle fiamme, le attiviste costrette alla fuga e le combattenti umiliate sono segni che indicano il vero obiettivo della guerra in corso. Colpire le donne significa colpire la capacità della società di pensarsi e organizzarsi fuori dalla logica dello Stato, del patriarcato e della violenza. A firmare questo testo è l’Istituto Andrea Wolf, struttura di ricerca delle internazionaliste dell’Accademia di Jineolojî, realtà che opera dentro i territori colpiti e che da anni produce strumenti teorici e pratici per leggere la guerra oltre la superficie degli eventi. La loro prospettiva nasce dall’esperienza diretta della rivoluzione in corso e dalla costruzione quotidiana di un modello sociale alternativo allo Stato-nazione e alla modernità capitalistica. Nell’articolo che riportiamo le autrici leggono gli eventi attuali come parte di una guerra ideologica di lunga durata. Da una parte, una mentalità fondata sul dominio, sull’omologazione e sulla sottomissione delle donne; dall’altra, una società che si organizza attraverso la comunalità, l’autogoverno e la libertà. Questo testo accompagna chi legge dentro questa frattura storica e pone una domanda che riguarda tutti: che mondo si costruisce quando le donne vengono attaccate, e che mondo nasce quando le donne si organizzano? Viviamo in un’epoca di lotta, in cui le stelle resistono alle tenebre che vogliono inghiottire la loro luce. Viviamo una lotta in cui la vita viene soffocata, ma al contempo reclama vibrante la propria libertà. Viviamo nel mezzo della Terza Guerra Mondiale, in cui imperialismo, nazionalismo e fondamentalismo religioso minacciano e attaccano la vita ovunque. Il periodo storico attuale è caratterizzato da una guerra contro le donne, che cerca di tenere in ostaggio le nostre vite e si alimenta delle relazioni di potere globali. Un nodo di questa guerra si trova in Medio Oriente, con epicentro nelle montagne e nelle pianure del Kurdistan. Fin dall’inizio di quest’anno, con gli attacchi aggressivi in corso contro la Rivoluzione di Rojava e le regioni autogestite del Nord/Est della Siria, questa guerra contro la vita e la libertà ha assunto una nuova forma ed espressione. CHI ALIMENTA LA GUERRA? La guerra che stiamo vivendo non è una guerra nuova. È una guerra che viene combattuta sin dall’apparizione del patriarcato. Innanzitutto, si tratta di una guerra della mentalità tra le forze democratiche, la società centrata sulle donne, che difende la linea della libertà, e lo stato patriarcale, volto alla distruzione. DAESH può essere compreso come una concentrazione della mentalità violenta dello stato. L’obiettivo di creare una sola bandiera, un solo colore, un solo modo di essere, è un richiamo alla distruzione violenta della vita. È la stessa mentalità delle forze egemoni degli stati nazionali, che subordinano tutte le identità ad un’unica forma. > La guerra che sta avvenendo ora in Rojava, non è solo una coalizione di > jihadisti, ma di forze egemoni globali: non è una guerra civile, ma > un’estensione brutale della Terza Guerra Mondiale. Il 20 gennaio 2026, Tom Barrack, inviato speciale degli USA per la Siria, ha dichiarato apertamente che lo scopo dell’alleanza con le Forze Democratiche Siriane (SDF) è scaduto. Mentre le forze HTS si uniscono alle milizie turche e liberano attivamente prigionieri dell’ISIS, Tom Barrack espone in modo aperto e contraddittorio i motivi opportunistici degli USA: «La Siria ora ha un governo centrale riconosciuto che si è unito alla Coalizione Globale per sconfiggere l’ISIS, segnalando un riavvicinamento verso occidente e una cooperazione con gli USA nella lotta al terrorismo. Questo cambia la ragione dell’alleanza USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul campo è in gran parte scaduto, poiché Damasco è ora disposta e in grado di assumersi le responsabilità di sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’ISIS». Il giorno successivo, è stato diffuso un video su internet: un uomo sventola una bandiera dell’ISIS in cima all’ingresso della città di Raqqa. L’ex capitale del califfato è di nuovo avvolta da violenza, distruzione e morte. Mentre il presidente francese Macron, che fa parte anche lui della coalizione antiterrorismo, e il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno dichiarato di allinearsi agli USA riguardo alla Siria, le forze del Governo Siriano di Transizione sono riuscite ad aprire le prigioni nell’area dell’Autogoverno, che contenevano prigionieri dell’ISIS sin dalla liberazione del territorio nel 2017. Il Governo Siriano di Transizione fa parte del progetto di riorganizzazione del Medio Oriente, guidato dagli USA e dalle forze occidentali, mentre Gran Bretagna, Turchia e UE continuano la linea di massacri che il popolo del Nord-Est della Siria sta vivendo. Pochi giorni dopo l’inizio dei massacri ad Aleppo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è inchinata e ha promesso la cifra esorbitante di 620 milioni di dollari al Governo Siriano di Transizione. Non è una coincidenza. Genocidio e guerra non sono eccezioni nel modo in cui gli stati nazionali agiscono, ma sono invece una tradizione intrinseca e integrata. Dobbiamo continuare a comprendere la situazione attuale a livello geopolitico, ma è richiesta anche chiarezza ideologica e comprensione su ciò che viene attaccato ora, poiché la nostra difesa si basa proprio su questo. CHI ALIMENTA IL MONDO? Dalla rivoluzione in Rojava e nel Nord-Est della Siria, è in corso un processo di ricostruzione della fiducia nell’umanità. Il popolo ha riconquistato la propria dignità, pesantemente attaccata dal regime Ba’ath e da altre forze terroristiche, come l’ISIS. È un processo di costruzione di ponti tra i popoli, che si sono dati un modello di autogoverno – diverso da quello degli stati – e stanno diventando una società unita. Seguendo il paradigma della modernità democratica, la proposta di una nazione democratica è diventata realtà materiale. Questa realtà formula un modo di governare basato sull’unità nelle differenze, sulla solidarietà e sulla difesa della società comunale dagli attacchi della modernità capitalistica, dello Stato e della sua mentalità. È stato implementato un nuovo modo di organizzare la vita e si è sviluppata una mentalità libera. Sono state create cooperative agricole, sviluppati metodi comunitari ed ecologici per gestire energia, acqua e risorse, sono state create nuove istituzioni democratiche per la giustizia riparativa e sono stati avviati molti centri di ricerca e studio per la storia e le lingue. In particolare, attraverso iniziative femminili, sono stati sviluppati metodi educativi focalizzati sulla liberazione e nuove scienze come la Jineolojî sono diventate fondamentali per la comprensione di sé stesse. Con profondo significato ideologico, questa guerra sta attaccando un approccio rivoluzionario alla vita, una cultura e un’intera mentalità. > Dal 6 gennaio, quando gruppi mercenari del Governo Siriano di Transizione e > dello stato turco hanno attaccato i quartieri autogestiti di Aleppo, Sheikh > Maqsoud e Ashrafieh, le istituzioni democratiche e in particolare quelle delle > donne sono state fortemente attaccate. La biblioteca delle donne di Aleppo, dedicata a Ş. Nagihan Akarsel, è stata protetta per giorni dai nostri amici di Jineolojî, fino a quando sono stati costretti a fuggire e la biblioteca è stata data alle fiamme dal nemico. La comunalità delle donne di Aleppo, che aveva preso una posizione di principio e assunto un ruolo di avanguardia nella resistenza, è stata pesantemente attaccata. Nelle città prevalentemente arabe di Raqqa e Tabqa, le donne, negli ultimi dieci anni dalla liberazione dall’ISIS, si sono organizzate, lottando per la propria liberazione in comuni e consigli, e hanno formato l’assemblea femminile “Zenobia”. Come Istituto Andrea Wolf, abbiamo incontrato le donne di Zenobia negli ultimi mesi, per dare significato alla loro memoria e imparare dalla loro esperienza collettiva. La nostra conversazione, sotto forma di intervista, è ora disponibile per essere letta. Ci hanno raccontato come organizzarsi come donne significhi lottare contro tutte le norme e tradizioni rimaste profondamente radicate nella società dopo l’occupazione dell’ISIS. Migliaia di rivoluzioni sono avvenute ogni giorno, mentre le donne hanno scoperto la propria forza, il proprio pensiero e la propria volontà. Questo ha portato a migliaia di rivoluzioni ogni giorno nella società, mentre affrontavano il significato di vivere. Da quando Raqqa è stata attaccata e presa dal Governo Siriano di Transizione negli ultimi giorni, le donne attive nelle istituzioni della liberazione femminile, come Zenobia, nonché donne in posizioni di co-presidenza o che lavorano nei consigli e associazioni, nelle scuole o nei lavori culturali, sono sotto grave minaccia. Mentre scriviamo questo, non siamo sicure che tutte siano al sicuro. Come ad Aleppo, i centri della liberazione femminile sono stati dati alle fiamme, mentre queste bande scatenano un’ondata di sangue e distruzione. Non è la prima volta che i centri di Zenobia vengono attaccati: lo scorso anno, durante la campagna globale delle donne con lo slogan “Con l’unità delle donne costruiamo una Siria libera, democratica e decentralizzata”, il centro di Zenobia ad Abu Hammam vicino a Deir ez Zor è stato dato alle fiamme da una banda fascista. > Mentre l’esclusione delle donne dai processi decisionali è una delle > manifestazioni più profonde della crisi in questa regione, il maggiore sforzo > per cambiarlo proviene da tutte le strutture femminili, che aprono le porte > delle case delle donne e mostrano loro che c’è un posto per loro. Il lavoro della comunalità femminile inizia dove si creano connessioni e relazioni tra donne e le donne scoprono se stesse, i propri sogni, la propria volontà e la propria forza. Il pensiero femminile è stato soppresso e svalutato per secoli, il che influisce sulla possibilità di sviluppare una mentalità che rifiuti la gerarchia padrone-schiavo del patriarcato, dello Stato e del capitalismo. Senza pensiero libero, creare una vita libera rimane impossibile, poiché il modo in cui pensiamo cambia e crea il mondo in cui viviamo. Una società in cui le donne sono consapevoli di sé, fidano nel proprio genere e trovano una base organizzata nell’unità in forma democratica e comunale, è una società sana. E una società sana, come un organismo sano in natura, significa avere una forte autodifesa comunale e la capacità di creare e godere “l’arte della libertà”: la politica democratica. Come le amiche di Zenobia hanno scritto lo scorso anno dopo l’attacco: «Possono distruggere i nostri spazi, ma non la nostra volontà. Tali attacchi non spezzeranno mai la determinazione delle donne che lottano per la libertà e una società democratica». Questa volta, l’attacco non è un caso isolato, ma parte di una guerra violenta, condotta dalle forze di una mentalità che si oppone alla linea della comunità e delle donne, che si oppone alla linea della vita. Questa guerra, questi attacchi, questa violenza – non riguardano petrolio o terra – riguardano la sottomissione delle donne  contro la loro liberazione. È questo che intendiamo quando diciamo che è una guerra ideologica, una guerra su ciò che significa vivere, una guerra condotta da un nemico che ha migliaia di anni e contro cui stiamo resistendo e combattendo da migliaia di anni. Questo nemico ora si sta nuovamente diffondendo e imponendo veli neri tra le donne di Raqqa, per imporre la propria verità e distruggere la possibilità di una vita libera. Non si tratta solo di una minaccia che mette in pericolo la vita della società, ma di una tortura e di un tentativo di uccidere la società. Come può una società, che vive sotto la bandiera di una verità imposta e che non è libera di sviluppare la propria etica e cultura – una società in cui le donne sono oscurate e imprigionate – essere accettata? E anche se provassimo a pensare nei termini usati dalle potenze egemoni, parlando di un piano di riorganizzazione del Medio Oriente, come può essere costruita la pace, o discusso un accordo, se è basato sulla degradazione del valore della vita e costruito su una memoria assassinata? Questo non può essere accettato. > Quando la città di Raqqa fu liberata dall’ISIS nel 2017, le donne gettarono > via e bruciarono i veli neri imposti loro, abbracciarono e baciarono le > combattenti YPJ e insieme piansero le loro figlie e fratelli, uccisi durante > la lunga occupazione.  «Dedichiamo la liberazione di Raqqa a tutte le donne del mondo.» scrissero le YPJ nel loro annuncio. E dopo una lunga notte buia, il sole sorse luminoso. A Tabqa, una città nella stessa area dell’Eufrate, le donne costruirono una statua all’ingresso della città e vi danzarono intorno, celebrando il nuovo simbolo di libertà e la liberazione dall’ISIS. Il volto della statua è simbolicamente quello di Ş. Rojbin Arab, una giovane donna araba nata in Libano che si unì alla lotta di liberazione del Movimento di Liberazione Curdo e vi diede la vita. I vestiti che indossa sono quelli delle YPJ, simbolo della liberazione femminile, della difesa e dell’unità delle donne nella lotta contro la mentalità del patriarcato, degli stati nazionali e di tutti i poteri oppressivi. L’abbattimento della statua di Ş. Rojbin Arab a Raqqa da parte di miliziani jihadisti Il 18 gennaio di quest’anno, quella statua è stata abbattuta da una dozzina di uomini che alzavano le dita nel segno dell’organizzazione fascista turca “Lupi Grigi”, orgogliosi della violenza di cui sono capaci, anche a livello simbolico. Per dominare nuovamente le donne, devono estirpare le prove e la memoria collettiva delle donne arabe che lottano fianco a fianco con le donne curde. Ancora una volta, tocchiamo la memoria della società e parliamo di cultura. La cultura è, in effetti, il mondo del significato, l’espressione della mentalità della società nell’arte e nella scienza e la sua capacità di produrre nuovi atti sociali e creativi. È attraverso la cultura che la società vive, recupera i valori delle proprie tradizioni, ne crea di nuovi e li fa radicare, passandoli di mano in mano tra le generazioni. Questo nemico, con una lunga esistenza storica come mentalità dominante patriarcale della casta assassina, può bruciare le comunità femminili, distruggere le nostre statue, torturarci e persino tagliare le trecce delle nostre combattenti e presentarle come trofei di guerra, ma queste atrocità non saranno sufficienti a distruggere la linea storica delle donne e della comunità, che esiste fin dall’inizio dell’umanità, né a fermare la volontà rivoluzionaria di libertà. LA LINEA DELLO STATO E LA LINEA DELLA COMUNALITÀ In una società che autogoverna la propria vita, il significato è centrale ed è la base della vita comunale. Se manca il significato, non può esserci etica, e senza etica, quale vita può esserci? Rebertî, Abdullah Öcalan, ci ricorda che la domanda da porre per incoraggiare le rivoluzioni non è più “Cosa fare?”, ma “Come vivere?”. Se manca il significato sociale della vita, questa domanda rimarrà senza soluzione. La rivoluzione in Rojava è una rivoluzione di significato. Con una linea etica molto forte, la politica diventa l’arte della libertà e non un modo per manipolare la società. Reber Apo ha detto, nel suo primo messaggio video da Imrali nel luglio 2025, «la politica non conosce il vuoto», il che significa che ogni mancanza di significato è una porta aperta per il nemico, per far penetrare la sfiducia nel morale delle persone e per dare un motivo alla perdita dell’unità. La società è una realtà comunalista basata sulle comunalità. Tutti i tentativi di governare la società con politiche che si muovono verso la distruzione della comunalità sono semplicemente un tentativo di uccidere la società: questo non è politica, è guerra. Non è un caso che proprio ora il leader del Movimento per la libertà, dopo lunghi anni di totale isolamento, parli al suo popolo e al suo Movimento insistendo sulla linea della nazione democratica e della comunalità, ora che tutte le grandi potenze internazionali ed egemoni stanno lavorando per dissolverla. > Quello che sta accadendo ora è un attacco alla nazione democratica, la cui > essenza è il comunalismo e la cui unità fondamentale è la comunalità delle > donne. Se proviamo a guardare oltre questi massacri, possiamo vedere che queste forze seguono la vecchia e ben nota linea dello Stato, della casta assassina, che si riproduce come un parassita, rubando e uccidendo la vita della società. A livello ideologico, le forze egemoni stanno spingendo la linea nazionalistica – anche per il popolo curdo: stanno cercando di manipolare la volontà della società, proponendo una falsa possibilità di una falsa libertà. Questo avviene spingendo la divisione su base etnica, dividendo i curdi dagli arabi e i “curdi normali e buoni” – quelli che vogliono uno Stato-nazione – dai “curdi terroristi e pericolosi” – quelli che si organizzano autonomamente e seguono la via della lotta contro lo Stato e la mentalità patriarcale. Coerentemente, le forze nazionalistiche curde, come il KDP, vengono ora promosse, per convertire l’autogoverno, l’autodifesa e l’autorganizzazione della società nella mentalità e nella struttura di uno Stato basato su divisioni etniche e culturali. La proposta fatta da Al-Jolani al comandante generale delle SDF Mazloum Abdi il 18 gennaio, di “riconoscere i diritti culturali e linguistici dei curdi, risolvere le questioni civili e restituire la proprietà”, mentre conducono attacchi genocidi, può essere vista esattamente in questa linea. Può una società che grida “Yek yek yek gelê kurd yek e” (uno uno uno il popolo curdo è uno) – mentre attraversa il confine tra Siria e Turchia e abbassa la bandiera turca dal palo – essere ingannata in questo modo? No. Non c’è vuoto che possano riempire in questo modo. La vecchia strategia di “dividi et impera” è ciò che tutte le potenze dominanti hanno usato fin dall’inizio del primo sistema oppressivo – il patriarcato. Ora stanno usando HTS, così come l’ISIS, come strumenti per mettere in pratica questa strategia. > «Siamo i figli di persone che hanno pagato un prezzo pesante per anni; > arrendersi di fronte a quei sacrifici è impossibile. Per questo la fiducia del > nostro popolo in noi è sempre stata incondizionata, e saremo degni della > posizione e della resistenza del nostro popolo. (…) Portiamo avanti l’eredità > di decine di compagni caduti come martiri a causa del tradimento delle potenze > internazionali nelle aree che abbiamo liberato. Questa è la nostra promessa al > nostro popolo. Credete nei vostri figli, credete nei vostri combattenti. La > vittoria appartiene al nostro popolo. Il nostro popolo vivrà con dignità tra i > popoli del mondo. Non c’è altra opzione se non la vittoria.» > > Messaggio dalle forze YPJ che resistono a Heseke, 20 gennaio 2026 Gli USA fingono di svolgere un ruolo di mediatore quando la situazione tocca i suoi massimi livelli. Lasciare che gli USA medino tra forze democratiche, socialiste e jihadiste, fondamentaliste, significa non solo essere pronti ad accettare una pace sporca e muoversi sul piano della diplomazia, ma anche che tutto ciò che verrà raggiunto sarà usato anche per loro. Una comandante delle YPJ, Nesrin Abdallah, dichiara, mentre difende la città di Kobane ancora una volta dall’ISIS: «Crediamo che anche la pace più sporca sia meglio della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole pace, un accordo che garantisca diritti e stabilità. Ma tutto questo può essere raggiunto solo attraverso la resistenza.» Organizzare il Medio Oriente su una base comunale e confederale regionale non è solo una proposta, ma una necessità chiara. Dopo più di 10 anni di vita in un sistema democratico, socialista e rivoluzionario, una cultura rivoluzionaria – una mentalità rivoluzionaria – è viva e si trasmette di generazione in generazione e non vedrà fine. Come figlie e figli di coloro che hanno lottato prima di noi, continuiamo la lotta per vivere una vita libera e in questa lotta non può esserci che vittoria. L’articolo originale è stato pubblicato su Jineolojî.eu La copertina è di KurdishStruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra proviene da DINAMOpress.
January 30, 2026
DINAMOpress
Il popolo ezida e la paura del ritorno dell’Isis
Con quanto sta accadendo in Rojava, in Siria, dove dal 6 gennaio è iniziato un attacco all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes) da parte di Damasco, la popolazione ezida di Shengal vive momenti di forte tensione e paura. Oggi alla guida della Siria c’è un presidente, Ahmed al-Sharaa, che fino a un anno fa era considerato un pericoloso jihadista perché si era formato nelle fila di al-Qaeda e dell’Isis per poi fondare l’Hts (Hayat Tahrir al-Sham), un’altra organizzazione terroristica che a dicembre del 2024 è riuscita con un’azione fulminea, supportata dalla Turchia, a raggiungere Damasco e mettere in fuga Bashar al-Assad.  Quando è entrato alla guida dell’Hts nella capitale tutti conoscevano quest’uomo, poco più che quarantenne, con il nome di al-Jolani. L’operazione di restyling per renderlo presentabile al mondo ha richiesto però non solo una barba più curata e degli abiti eleganti all’occidentale ma anche il ritorno al suo nome anagrafico, Ahmed al-Sharaa. Colui che era considerato un pericoloso criminale si è trasformato dunque in alleato dell’Occidente e dei Paesi arabi del Golfo, tutti pronti a fare affari nella Siria da ricostruire. Nella guerra mossa da al-Sharaa (e dalla Turchia) alla Daanes ci sono aspetti economici e geostrategici, ma anche di carattere ideologico. L’esperienza del confederalismo democratico, paradigma politico pensato dal leader curdo Abdullah Öcalan, non piace né a Damasco né a Ankara: troppa democrazia, troppa libertà per le donne e troppo rispetto per l’ambiente in contrasto con le politiche predatorie delle società capitaliste. Il confederalismo democratico sta trovando il suo spazio anche nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. In questa area vive un antico popolo che ha subito 74 tentativi di genocidio, di cui l’ultimo nel 2014 per mano dell’Isis.  La drammatica situazione nella quale oggi si trova la Daanes, che fra pochi giorni dovrà decidere se accettare l’accordo messo sul tavolo dal presidente siriano per porre fine alla guerra al prezzo della fine dell’esperienza del confederalismo democratico, sempre che non maturino sorprese nelle negoziazioni in corso, non può che allarmare l’Amministrazione Autonoma di Shengal. A peggiorare lo stato di tensione è la decisione degli Stati uniti di trasferire più di settemila membri dell’Isis dalle prigioni in Rojava, fino a pochi giorni fa sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf) e adesso sotto quello di Damasco, a quelle irachene. Il pensiero di avere sul territorio un numero importante di uomini che si sono macchiati le mani di crimini mostruosi e del genocidio del suo popolo suscita ovviamente una profonda preoccupazione, considerata anche la situazione politica e di sicurezza dell’Iraq. La Co-portavoce dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Ghazala Rasho, ha spiegato come a Shengal la popolazione stia vivendo questo momento di totale incertezza. Quali sono le vostre preoccupazioni principali guardando a quello che sta avvenendo in Rojava? Come sapete, ci sono molte preoccupazioni, come il risveglio delle cellule dormienti dell’Isis e il trasferimento di membri di questa organizzazione dalle prigioni in Siria a quelle in Iraq. Come vi state organizzando per scongiurare un eventuale attacco alla vostra comunità da parte dell’Isis, che dalla caduta di al-Assad si sta rinforzando?  Confidiamo nelle nostre forze a livello locale, nella vigilanza fatta dalla comunità e nel coordinamento tra le forze militari presenti sul terreno, nonostante le poche risorse. Siete preoccupati che il governo centrale o il Kdp [Kurdistan Democratic Party, partito politico nazionalista curdo a guida della regione autonoma curda in Iraq, ndr] possano approfittare della situazione e con l’aiuto della Turchia attaccare l’Amministrazione Autonoma di Shengal? La nostra preoccupazione non riguarda né il governo centrale né il Partito Democratico del Kurdistan ma piuttosto gli accordi politici tra Stati Uniti e Siria. Come si sa bene, gli Stati Uniti hanno abbandonato le Forze Democratiche Siriane (Sdf), nonostante il ruolo enorme che hanno avuto nella liberazione della Siria e del mondo dall’organizzazione terroristica dell’Isis. Siamo anche seriamente preoccupati rispetto ai potenziali accordi tra la Turchia e la Siria, oltre alle minacce lanciate dal ministro degli Affari esteri turco, Hakan Fidan. In aggiunta, come sapete, al-Jolani, che è stato membro di al-Qaeda e poi dell’Isis, adesso è diventato il presidente della Siria. Cosa pensate del ruolo che sta giocando la Turchia in Rojava e nel processo di pace con Öcalan? Se il Rojava dovesse cadere e il processo di pace non andasse a buon fine, cosa pensate potrà accadere all’Amministrazione Autonoma di Shengal? La Turchia rappresenta la minaccia più grande per la stabilità del Rojava perché le Sdf hanno combattuto l’Isis in Siria, mentre la Turchia ha sostenuto l’Isis. La prova è che fazioni sostenute dalla Turchia stanno attualmente combattendo contro le Sdf in Rojava. Se le Sdf dovessero collassare, a causa anche del contributo che la Turchia sta mettendo in questa guerra, il futuro di Shengal sarebbe in grande pericolo.  Per quanto riguarda il processo di pace, speriamo che abbia successo, ma la Turchia sta tergiversando sui passi necessari da compiere. Nel frattempo, però, Öcalan sta adottando da parte sua misure positive. Siete in rapporto con il governo centrale per insieme organizzare una difesa nel caso in cui l’Isis dovesse crescere a tal punto da costituire un’imminente minaccia per il vostro popolo? Su chi potete contare? Sì, abbiamo un accordo con il governo centrale per organizzare una difesa comune. Abbiamo fiducia nelle nostre forze di autodifesa, le Ybș e le Yjș che sono nate nel 2014 e hanno difeso Shengal. La nostra fiducia è anche riposta nelle giovani donne e nei giovani uomini che stanno insieme come fossero una sola cosa in difesa della loro terra. Qual è il vostro appello per la comunità internazionale? Alla Comunità internazionale chiediamo la protezione dei civili, di prevenire ogni futuro attacco a Shengal, di supportare la stabilità dell’area e di riconoscere la volontà della popolazione di Shengal all’autodeterminazione. In Italia l’On. Laura Boldrini, presidente del Comitato permanente diritti umani nel mondo, ha chiesto quasi un anno fa al governo di riconoscere il genocidio che il popolo ezida di Shengal ha subito nel 2014 a causa dell’attacco dell’Isis. Sarebbe ora che il governo lo riconoscesse impegnandosi così a difendere la comunità ezida da future aggressioni. Questo è certamente il momento giusto, visto il pericolo che gli Ezidi e le Ezide corrono. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il popolo ezida e la paura del ritorno dell’Isis proviene da DINAMOpress.
January 29, 2026
DINAMOpress
Siria, regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo
Continua l’evoluzione preoccupante degli eventi del nord-est della Siria. Al culmine dell’offensiva qaedista di metà mese e della defezione di massa delle tribù sunnite affiliate nelle Forze Democratiche Siriane (FDS), queste ultime hanno perso quasi tutto il territorio che controllavano: permangono solo due enclavi, una nell’area di Qamishlo ed Al-Hasaka […] L'articolo Siria, regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo su Contropiano.
January 26, 2026
Contropiano
Il sole tramonta sulla ribellione curda siriana
L’accordo che ha messo fine all’enclave curda siriana è stato presentato dai firmatari come un accordo pragmatico. Ma, in realtà, l’accordo rappresenta una grande sconfitta politica per le formazioni politiche curde siriane. Certamente, l’avanzata rapida dei gruppi armati siriani fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa ha spezzato la resistenza delle Forze […] L'articolo Il sole tramonta sulla ribellione curda siriana su Contropiano.
January 22, 2026
Contropiano
La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa. > Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare > un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare > dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha > dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro. Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti.  Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye. Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.  LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale). Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare. > Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il > Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo > cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del > grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di > colonialismo interno. Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump. Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa. La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale. Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica. I “CURDI” E “L’OCCIDENTE” Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere. > l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che > ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), > di cercare alleanze dentro e fuori la Siria. Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo. Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza. Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh. Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.  LE MANOVRE DI ISRAELE Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste. Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima. > La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in > cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di > commenti. La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk. È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano. ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza. > La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo > sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del > modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in > Siria o in altri contesti.  D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica. Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni.  IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà. Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario ed oscuro. > Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è > certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. > Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a > tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi. Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale. Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come organizzarsi. Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco. La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
January 20, 2026
DINAMOpress
Siria, gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano
La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale. Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo […] L'articolo Siria, gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano su Contropiano.
January 19, 2026
Contropiano