Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle
profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro
l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra
permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie
locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo
dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del
Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area
autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le
province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi.
In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di
DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo
di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale
e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione
percepita come esclusivamente curda.
IL CONFRONTO CON DAMASCO
Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi
mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella
cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze
governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le
autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti
tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di
integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e
amministrativo della regione.
Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş,
portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del
progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES.
Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente
intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a
gravare sulla popolazione civile.
«Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione
concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da
Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente
difficili».
Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle
conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin
nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle
linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate
successive di sfollamento interno.
Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri
curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di
Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di
Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di
nuove violenze e ritorsioni.
In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di
sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno
titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione
autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una
ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In
passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa
attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro
valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura
configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del
regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio
avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale,
decentrato o centralizzato».
Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente
politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata
nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza
essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di
questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano
contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui
le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli
affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però
si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un
assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria».
Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del
Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF
nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena
(Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di
frontiere e infrastrutture strategiche.
«La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in
modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto
di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora
stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale.
Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri,
violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione.
Queste paure non sono scomparse».
Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della
costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti
sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione
di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione
territoriale.
In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della
costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione
della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali.
> «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata
> profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la
> stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto,
> ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione».
> Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già
> stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e
> interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto
> tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto
> quella diplomatica.
LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE
Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad
interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri
nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del
Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle
circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà
politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una
conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni
comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula
condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura».
Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua
storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare
nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in
modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata
senza un processo realmente inclusivo.
> «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale
> dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata
> con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della
> società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema
> parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo».
Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i
diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica
all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e
sociali.
Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la
“rivoluzione delle donne”, il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche
di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria
influenza ben oltre i confini siriani. Un patrimonio che rischia oggi di
entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş
osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà,
le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione
tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro
confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a
norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della
conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal
voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di
lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato
conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza».
Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla
rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e
contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La
questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica.
«Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i
diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua
e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo
unire le posizioni ed esprimere una voce comune».
Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione
paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella
libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli
strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni.
Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne
non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente».
Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato –
sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato
da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini.
«Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi
Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto
l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La
Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come
possibile garante».
Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela
dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento
esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni
accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per
questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo».
La copertina è di Kurdistruggle (Flickr)
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