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La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Nonostante il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa. > Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare > un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare > dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha > dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro. Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daa afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti.  Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye. Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione, e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica.  LE STRUTTURE TRIBALI E LA RIVOLUZIONE Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daa messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra arabi e curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua ad esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una ‘qabila’ o confederazione tribale). Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh, e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare. > Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il > Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daa, per poi ora accettare l’ennesimo > cambio di regime su aree che lo stato siriano ha sempre visto come riserva del > grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di > colonialismo interno. Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daa, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump. Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre stati visti con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa. La Daa non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daa, ostili al movimento confederale. Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica. I “CURDI” E “L’OCCIDENTE” Tanto meno ha senso stupirsi che “l’occidente” abbia “abbandonato” i “curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante, e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere. > l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che > ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), > di cercare alleanze dentro e fuori la Siria. Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daa e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo. Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza. Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario, e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh. Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba.  LE MANOVRE DI ISRAELE Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daa e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste. Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima. > La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in > cambio della svendita del Golan, e questo fatto credo che non abbia bisogno di > commenti. La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daa nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici ed accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei curdi e che la Daa avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk. È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daa, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano. ERRORI E COERENZA DEL MOVIMENTO CONFEDERALE Oggi la Daa paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo, in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza. > La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo > sulla pur legittima questione nazionale curda, e meno ha spiegato il cuore del > modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in > Siria o in altri contesti.  D’altro lato il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica. Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni.  IL FUTURO DELLA RIVOLUZIONE Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’est, i granai del nord. È la vecchia concezione del nord-est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà. Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” ed oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito ad imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario ed oscuro. > Ed ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è > certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. > Ogni volta si tenta e si prova, e si continuerà per sempre a provare e a > tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi. Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale. Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà ad esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il nord-est, e dovrà discutere come organizzarsi. Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito internazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco. La copertina è di Kurdishstruggle da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
Siria, gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano
La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale. Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo […] L'articolo Siria, gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano su Contropiano.
Siria. I curdi delle SDF costrette a lasciare Aleppo
Nella giornata di domenica, tutti i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno abbandonato Aleppo, dopo aver raggiunto un accordo di cessate il fuoco con l’attuale regime siriano guidato dal jihadista Al Sharaa. L’intesa è arrivata dopo giorni di violenti scontri con tra SDF ed esercito governativo costati la vita ad alcune […] L'articolo Siria. I curdi delle SDF costrette a lasciare Aleppo su Contropiano.
Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
L’intervista che segue si inserisce nel contesto del perdurare degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, la cui storia e il cui ruolo nel contesto siriano sono stati ricostruiti in un nostro precedente approfondimento. Gli attacchi in corso sono attribuibili alle milizie del governo di transizione siriano, la cui struttura di potere si fonda in larga parte su Hayat Tahrir al-Sham (HTS), formazione jihadista che, nonostante il formale annuncio di scioglimento, continua di fatto a costituirne la spina dorsale politico-militare attraverso apparati, uomini e gruppi armati ancora pienamente operativi. Gli sviluppi attuali si collocano nel quadro degli accordi siglati nei mesi precedenti. Il 10 marzo 2025 è stato firmato un accordo tra la leadership del governo di transizione e il comando delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione militare multietnica che include forze curde, arabe e assiro-siriache. A questa intesa è seguito, il 1° aprile, un accordo specifico su Aleppo, che prevedeva lo scambio di prigionieri, l’integrazione dei consigli locali nell’amministrazione provinciale e il ritiro delle SDF dalla città, con il trasferimento della sicurezza interna alle Asayish, forze civili dell’Amministrazione Autonoma. L’attuazione di tali accordi è tuttavia rimasta parziale e, dopo il ritiro delle SDF, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti esposti e progressivamente isolati, mentre si sono intensificati gli attacchi armati contro la popolazione. Come in numerose occasioni precedenti, i bombardamenti hanno colpito soprattutto le infrastrutture civili. L’ospedale Sehîd Xalid Fecir, nel quartiere di Sheikh Maqsoud, è stato duramente bombardato: oltre 70 feriti sono in condizioni critiche e la situazione sanitaria è sempre più drammatica. Di fronte all’aggravarsi dell’emergenza, Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa Curda, ha lanciato un appello urgente per l’apertura di un corridoio umanitario. Un convoglio di 15 veicoli è già in viaggio verso i quartieri colpiti, mentre cresce il rischio di collasso del sistema sanitario locale. Parallelamente, da tutte le regioni dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES), centinaia di persone si stanno organizzando per raggiungere Aleppo in carovane di automobili. Dai cantoni di Cizîrê, Deir ez-Zor, Raqqa, Tabqa e Kobanê, la popolazione esprime la volontà di resistere, mentre i consigli locali annunciano intensi preparativi su tutto il territorio. Nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, il Consiglio del Popolo ha assunto una posizione chiara: la popolazione resterà nei propri quartieri, determinata a proseguire la difesa contro i massacri perpetrati dalle milizie affiliate al Governo di Transizione Siriano. Di seguito riportiamo l’intervista realizzata per Dinamopress a Zeynep Murhag, 27 anni, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est, che da Qamişlo testimonia il protrarsi degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo e la mobilitazione in corso in tutta la DAANES. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah La decisione di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zona militare ha costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Quali misure concrete sono state adottate per proteggere la popolazione civile e consentirne il ritorno? In questo momento è in atto una resistenza: quella della popolazione di Aleppo nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Una resistenza di grande rilievo storico, poiché non è la prima volta che le forze affiliate al Governo di Transizione Siriano colpiscono queste aree, né la prima volta che la popolazione locale risponde opponendo una determinata e tenace capacità di resistenza. Attualmente l’obiettivo del governo siriano appare quello di svuotare questi due quartieri dalla loro popolazione, in particolare dalla componente curda. A questo fine si susseguono attacchi ripetuti, che la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ha finora costantemente contrastato. Queste aree della città hanno già conosciuto in passato forme di resistenza organizzata: già dieci anni fa si svilupparono pratiche di opposizione, grazie alle quali gli abitanti riuscirono a conquistare spazi di autonomia. Un percorso che non si è mai interrotto e che prosegue ancora oggi, mentre nelle ultime settimane gli attacchi si sono intensificati in maniera costante. Quelli in corso rappresentano i bombardamenti più violenti degli ultimi dieci anni contro questi due quartieri. La decisione assunta dal Governo di Transizione Siriano di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zone militari è un messaggio di guerra rivolto alla popolazione civile, e in particolare alla comunità curda che vi risiede. Risulta altrettanto evidente come tale scelta si inserisca sotto l’influenza e la responsabilità dello Stato turco e dei gruppi armati ad esso affiliati che, in queste ore, stanno conducendo gli attacchi. Da quanto emerge, nella giornata di oggi sono stati inviati autobus ed è stato annunciato un cessate il fuoco unilaterale, accompagnato dall’ordine rivolto alla popolazione di evacuare queste aree. Un passaggio che evidenzia come l’obiettivo non sia la cessazione delle ostilità, bensì lo svuotamento dei quartieri dai loro abitanti. Proprio perché esiste una lunga storia di opposizione, contro la società locale vengono oggi impiegate strategie di guerra fondate su intimidazioni, massacri e una intensa offensiva psicologica diffusa attraverso i media, con l’obiettivo di terrorizzare gli abitanti e costringerli all’esodo. Molte persone sono state obbligate ad abbandonare le proprie case e, una volta fuggite, diverse di loro sono state sequestrate da HTS, sottoposte a torture e maltrattamenti. Per questo motivo, la narrazione proposta dai media e la realtà sul terreno appaiono profondamente divergenti. I gruppi di HTS che hanno attaccato Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono entrati nelle abitazioni, senza offrire alcuna protezione alla popolazione, e si sono resi responsabili di torture e uccisioni. Le vittime sono esclusivamente civili.  Dal 1° aprile le SDF hanno ufficialmente lasciato Aleppo e la sicurezza nei quartieri è affidata alle Asayish. Di conseguenza, a resistere agli attacchi dei gruppi jihadisti sono forze civili. Una società locale che si mostra compatta e determinata a restare nei propri quartieri e che ha dichiarato pubblicamente la propria disponibilità a difenderli. Per queste ragioni, i Consigli dei due quartieri hanno diffuso una dichiarazione con cui respingono ogni forma di pressione esercitata contro la popolazione e i territori. Nel testo si sottolinea come, alla luce delle azioni condotte dal governo di Damasco dal suo insediamento ai danni delle diverse componenti della società siriana — e, in particolare, dei massacri che negli ultimi giorni hanno colpito il nostro popolo — non vi sia alcuna fiducia nella sua capacità di garantire la sicurezza. Ne consegue la decisione di non arretrare nella difesa delle proprie zone e di restare nei quartieri per proteggerli. Questa dichiarazione conferma come HTS e le milizie islamiste non abbiano alcuna intenzione di proteggere la popolazione civile né di garantire un’evacuazione reale e sicura verso le regioni dell’Amministrazione Autonoma. A dimostrarlo sono i numerosi rapimenti, le torture, gli omicidi e i massacri. La popolazione è pienamente consapevole di questa realtà e sa che la propria protezione dipende innanzitutto da sé stessa. Non ripone fiducia in altre forze: per difendere il proprio futuro, la propria identità e la propria stessa esistenza, ritiene necessario opporre una determinazione collettiva. Da qui la forte volontà di restare nei quartieri e di non cedere alle strategie di guerra. È chiaro, infine, che i bisogni reali della società e le misure concrete di protezione non verranno garantiti né da HTS né dal governo di transizione siriano, ma dalla popolazione stessa. Quella in corso è una resistenza di grande rilievo, un messaggio chiaro che la popolazione rivolge contro gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. È un passaggio che si iscrive in una traiettoria storica: esprime la posizione, il carattere e la determinazione di questa comunità. Per noi rappresenta una profonda fonte di speranza e di motivazione, alla quale rivolgiamo piena solidarietà. L’accordo del  1° aprile 2025 prometteva integrazione amministrativa, servizi di base e garanzie per la popolazione locale. Quali parti di quell’accordo, a suo avviso, non sono state attuate e perché? L’accordo su Aleppo del 1° aprile si inserisce in diretta continuità con l’intesa del 10 marzo, sottoscritta dal leader di HTS Jolani – Ahmed al-Shara – e dal comando delle SDF. Il testo del 1° aprile era concepito come un primo passo, una sperimentazione concreta dell’attuazione di quell’accordo nel contesto della città di Aleppo. L’accordo, articolato in 14 punti, prevedeva tra le sue disposizioni lo scambio di prigionieri e un percorso di integrazione amministrativa, che riconosceva ai consigli locali dei quartieri la possibilità di organizzarsi autonomamente e di essere integrati nell’amministrazione provinciale di Aleppo, sotto il coordinamento di un comitato civile dedicato. L’intesa includeva inoltre la garanzia dei servizi di base e misure di tutela per la popolazione locale, riconoscendo in particolare l’accesso all’acqua come un elemento essenziale. Il testo stabiliva inoltre il ritiro delle SDF da Aleppo e l’affidamento della sicurezza alle Asayish, forza civile di sicurezza interna, a condizione che fossero tutelate l’identità culturale della popolazione e i diritti della minoranza curda nei quartieri interessati. Se oggi si valutano le parti dell’intesa effettivamente attuate, emerge che alcuni passaggi iniziali hanno avuto luogo: è stato realizzato uno scambio di prigionieri che ha coinvolto circa 200 detenuti, le SDF hanno lasciato la città e diversi posti di blocco sono stati smantellati o alleggeriti, con una conseguente riduzione delle misure di sicurezza. Passaggi che hanno rappresentato segnali positivi e alimentato aspettative e speranze all’interno della società. Tuttavia, molte delle misure adottate sono rimaste unilaterali. Dopo il ritiro delle SDF, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti di fatto isolati all’interno della città. Nel complesso, anziché una piena attuazione dell’intesa, si assiste all’esatto contrario. Negli ultimi tre giorni in particolare, ma già nei mesi precedenti, si sono infatti ripetuti attacchi contro la popolazione di Aleppo, colpendo in modo mirato i quartieri a maggioranza curda. Ciò indica che è in corso un’offensiva pesante contro la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah e che, allo stato attuale, non esistono garanzie di sicurezza né di sopravvivenza per la comunità curda che vi risiede. Quanto sta accadendo oggi rappresenta l’opposto di quanto promesso nell’accordo della primavera 2025, a quasi un anno dalla sua firma. Tutto ciò dimostra come queste forze siano ostili all’idea di una Siria democratica e decentralizzata, fondata sulla convivenza pacifica tra comunità diverse, al di là delle appartenenze religiose o etniche. Gli attacchi in corso ad Aleppo trasmettono inoltre un messaggio che non riguarda soltanto la popolazione curda, ma coinvolge anche quella alawita, drusa e l’insieme delle minoranze presenti nel Paese, comprese le comunità ebraiche, ezide e molte altre. La mancata applicazione dell’accordo e la prosecuzione degli attacchi contro la popolazione civile confermano che le forze islamiste e le milizie armate affiliate allo Stato turco, oggi responsabili delle violenze ad Aleppo e dei massacri contro la popolazione curda, si pongono apertamente contro gli accordi del 10 marzo e del 1° aprile aprile e, più in generale, contro la possibilità stessa di una Siria democratica e pacifica. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah Dopo questa escalation, quali scenari si delineano per il futuro di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah? Per quanto riguarda il futuro dei quartieri dopo questa escalation, ciò che possiamo affermare come popolazione del Rojava — sulla base di ciò con cui siamo cresciuti, di quanto abbiamo vissuto e osservato, e del carattere che ha segnato gli ultimi cinquant’anni di resistenza del popolo curdo — è che, anche di fronte agli attacchi contro la società e ai sacrifici che essa è chiamata a sostenere pur di non abbandonare le proprie case, la resistenza continuerà, fino alla fine. Lo abbiamo già visto a Kobanê e lo abbiamo visto in passato anche a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, che fin dall’inizio della rivoluzione siriana e delle primavere dei popoli in Medio Oriente hanno sempre resistito, e lo ha fatto con successo. Se dunque la resistenza della popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, così come quella del Rojava, riuscirà — ed è questa la nostra visione e ciò in cui crediamo — la nostra scelta sarà quella di insistere sul dialogo e sugli accordi, non su una soluzione militare né su nuovi massacri. Questo non è l’obiettivo di nessuno di noi. Per questo puntiamo sul dialogo e sugli accordi, come strumenti capaci di aprire passi in avanti verso una Siria dei popoli, una Siria democratica e pacifica, una Siria che possa diventare un esempio per l’intero Medio Oriente e una fonte di motivazione e di speranza per il mondo e per tutte le forze democratiche, in questa fase storica che viviamo e che molti definiscono come una Terza guerra mondiale, in cui ovunque le esperienze democratiche sono sotto attacco. In questo quadro, la resistenza che oggi vediamo a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah può rappresentare una speranza per l’intera umanità, con un impatto pari — o persino superiore — a quello che ebbe Kobanê dieci anni fa. Per questo nutriamo una profonda fiducia. L’autogoverno e l’organizzazione democratica della società costituiscono per noi un principio fondamentale, una linea invalicabile. La popolazione non accetterà un controllo imposto né la cancellazione della propria esistenza, ma continuerà a rivendicare una Siria dai molti colori, capace di garantire l’esistenza e i diritti di tutte le minoranze e identità. Si tratta dunque di una lotta animata da una visione ampia e da una prospettiva di lungo periodo sul futuro. Crediamo che vi sia davanti a noi un orizzonte luminoso e che questi quartieri riusciranno nella loro resistenza, non in solitudine. Ne è prova la solidarietà che stiamo ricevendo dalla comunità internazionale e dall’intera popolazione curda: negli ultimi giorni, in tutte e quattro le parti del Kurdistan, migliaia di persone sono scese in strada. Anche in Iran sono in corso sollevazioni, in particolare nelle città a maggioranza curda, dove la popolazione è in resistenza contro il regime ed esprime una forte solidarietà con Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Manifestazioni si sono svolte inoltre in numerose città del Kurdistan del Sud e del Nord. Nel Kurdistan del Nord, oltre alle proteste di piazza, molte persone si sono spinte fino ai confini per testimoniare concretamente il proprio sostegno alla resistenza in corso. Tutto questo dimostra che, per noi come popolo curdo, questa resistenza stia ancora una volta rafforzando un senso di unità, nonostante la separazione materiale imposta dai confini. Sta generando uno spirito profondo e una forza collettiva di grande importanza. La copertina è tratta da un video pubblicato sul canale Telegram di Rete Kurdistan SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine» proviene da DINAMOpress.
Questione curda: gli USA mediano, ma si combatte in Siria
Nuova battaglia fra le forze delle autorità qaediste e le Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle enclave controllate da queste ultime ad Aleppo. Questa volta si è trattata di una drammatica resa dei conti, con un l’utilizzo di tecniche sioniste da parte dei tagliagole installati a Damasco: Sheikh Maqsoud e Ashrafieh […] L'articolo Questione curda: gli USA mediano, ma si combatte in Siria su Contropiano.
Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi
All’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi. Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri tornano a essere zone di guerra. Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree «zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani, costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole, uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi. > Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono > le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti > nella notte. Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non abbandonare le proprie case. Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni, saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria, soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato forti tensioni settarie e denunce di impunità. Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili, parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni di isolamento e violenze. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale. Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha plasmati. Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra, assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo – Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come Afrin.  Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di sicurezza locali, gli Asayish. > Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il > 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi > islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende > forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale, > autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta > diretta alla guerra. Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto, un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della Siria. I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello Stato siriano. È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini, aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo 2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine 2025.  > Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e > Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno > dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata > – tenta di tradursi in pratica sul terreno.  Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla tutela dell’identità culturale e linguistica. Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale. Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio instabile. Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite. Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019 Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili, Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna. In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde, diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni militari e alla sfiducia reciproca. > Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di > rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma > troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando > l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente > sul terreno militare. È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata, mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di ricomposizione della Siria. Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi proviene da DINAMOpress.
Siria. Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF
Ad Aleppo sono ripresi gli scontri tra l’esercito siriano del nuovo regime e le milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) in cui sono inquadrate le Ypg curde. L‘esercito siriano ha iniziato a trasformare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh in una zona militare chiusa. Ore fa, il Dipartimento Operazioni […] L'articolo Siria. Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF su Contropiano.
Come la famiglia di Sharaa e un “agente” hanno costruito la nuova economia sommersa siriana
Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo […] L'articolo Come la famiglia di Sharaa e un “agente” hanno costruito la nuova economia sommersa siriana su Contropiano.
Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità
A Damasco la pioggia si attraversa senza ombrelli. Le persone camminano a testa scoperta, come se non avessero tempo per negoziare con il cielo. Sugli autobus, spesso con le porte aperte, scoppiano risate improvvise; qualcuno scende al volo, qualcun altro sale mentre il mezzo è già in movimento. Mi è capitato di vedere i soldi del biglietto viaggiare di mano in mano, dal fondo del bus fino all’autista, e il resto tornare indietro lungo lo stesso percorso, senza una parola, come se fosse un gesto imparato da tempo. È una normalità ostinata, quasi testarda: questa è la Damasco quotidiana. Una città che vive nei dettagli, mentre a pochi isolati di distanza la Siria inizia a raccontarsi attraverso immagini molto più grandi. È da qui che ho cominciato a guardare la Siria un anno dopo: prima che dalle piazze delle celebrazioni o dai comizi dei nuovi leader, da questo modo di abitare il presente senza protezioni inutili. Ho imparato presto che, in Siria, le immagini ufficiali e quelle quotidiane non coincidono sempre. Bastano pochi chilometri, o un diverso canale televisivo, per passare da una realtà all’altra: da un Paese in festa a un Paese in lutto, da una piazza gremita di bandiere a una città che osserva in silenzio. Nei giorni dell’anniversario è bastato poco per ritrovarsi immersi in un’altra narrazione. Le piazze si sono riempite di persone, colori e slogan. I fuochi d’artificio disegnavano il cielo, i cori gridavano il nome della “nuova Siria”. Una festa che si propone come cornice nazionale, simbolo di rinascita, ma che racconta molto più di quanto sembri. > Accanto alle nuove bandiere siriane a stelle rosse, simbolo della Siria > post-regime, sventolavano centinaia di bandiere bianche con la shahada nera — > La ilaha illa Allah. Non erano marginali, né sporadiche. In molte città a maggioranza sunnita dominavano lo spazio visivo della festa. Per chi celebrava, «rappresentano la fine di un silenzio imposto», mi sottolinea Hanan. Per la prima volta in decenni, la comunità sunnita sente di poter occupare lo spazio pubblico. Per altri, però, quelle stesse immagini risvegliavano un timore antico: che un potere cada solo per essere sostituito da un altro e che la libertà si trasformi in appartenenza obbligata. Gli analisti regionali lo avevano previsto. La fine del regime non avrebbe generato immediatamente un’identità nazionale condivisa, ma avrebbe aperto una fase di riappropriazione simbolica, in cui ogni gruppo tenta di ricostruire la propria narrazione, di ridefinire il proprio posto nel Paese. Il problema è che questa riappropriazione si muove in uno spazio già frammentato, carico di ferite e memorie contrapposte. Autostrada in Siria nei pressi di Tartus IDENTITÀ CONFESSIONALI: IL POTERE CHE NON SCOMPARE Il regime di Assad aveva imparato a usare le identità confessionali come strumenti di governo. Non le rafforzava apertamente, ma le coltivava come fili invisibili: linee di sospetto, di appartenenza, di controllo. Un sistema silenzioso che attribuiva un peso politico a ogni identità, anche a quelle che sembravano solo sociali o religiose. Quando il regime è caduto, quel meccanismo non si è dissolto. Al contrario, si è reso più visibile, come se l’intonaco fosse saltato rivelando crepe già presenti nel muro. Camminando per i sobborghi di Damasco, o attraversando le città del sud e della costa, si percepisce chiaramente che quelle differenze continuano a orientare la vita quotidiana. Le appartenenze restano una bussola invisibile. Non si dichiarano, ma tutti le riconoscono. Ti dicono dove puoi abitare, chi puoi frequentare, cosa puoi permetterti di dire. Sono confini non scritti, ma netti. A volte emergono nei silenzi, negli sguardi, in quella breve esitazione prima di rispondere a una domanda. C’è un filo invisibile che unisce Suwayda, la città abitata dai drusi, alla costa, luogo riconducibile alla comunità alawita, nonostante tutto le divida. Da entrambe le parti resta la stessa ferita: quella dei massacri, quando le linee del fronte si sono fatte improvvisamente mobili e le popolazioni civili sono diventate bersagli. A Suwayda, se ne parla ancora con rabbia e incredulità; a Latakia, il dolore resta chiuso nelle case, come un lutto privato che alimenta isolamento e sospetto. In entrambi i casi la giustizia è rimasta lontana, sommersa da inchieste sospese, silenzi istituzionali, una burocrazia che parla di ricostruzione ma evita la parola responsabilità. > Le memorie si sono così trasformate in confini emotivi: ognuno custodisce la > propria versione, il proprio elenco di vittime, il proprio modo di ricordare. > Nel vuoto lasciato dall’impunità cresce la polarizzazione confessionale, come > un’erba resistente che intreccia traumi e disillusioni da sud a ovest, più > profonda di qualsiasi linea politica tracciata sulle mappe. La difficoltà della Siria oggi è tutta qui: costruire una transizione che includa senza cancellare, che riconosca senza irrigidire. Suwayda, casa bruciata durante il massacro di luglio LA GEOPOLITICA CHE INQUINA GLI EQUILIBRI INTERNI La Siria del dopo non è solo un Paese che tenta di ricomporsi. È anche uno spazio attraversato da interessi regionali che continuano a plasmarne il presente, spesso in modo più incisivo delle decisioni prese a Damasco. In questo scenario frammentato, Israele gioca un ruolo centrale e poco nascosto, approfittando del vuoto di potere e della debolezza strutturale dello Stato siriano. Da Beit Jenn alla campagna di Suwayda, gli abitanti convivono con la presenza costante di forze esterne, milizie locali e attori stranieri che cambiano nome ma non logica. Qui il confine non è una linea, ma una pressione continua. «Abbiamo cambiato i nomi, non le paure», mi dice un giovane. «Tutti vogliono qualcosa da noi». Israele osserva e interviene da anni nello spazio siriano, colpendo selettivamente, ampliando di fatto il controllo su territori già occupati e approfittando delle divisioni interne per rafforzare la propria profondità strategica. Le operazioni militari, presentate come preventive o difensive, si inseriscono in un contesto in cui la Siria non è una reale sovranità, né militare né diplomatica. In questo gioco di forze, le contraddizioni confessionali e politiche diventano terreno fertile. Ogni frattura interna — tra comunità, tra centro e periferia, tra milizie e civili – riduce ulteriormente la capacità del Paese, come società civile, come spazio di cittadinanza di presentarsi come interlocutore unitario. E più la Siria appare frammentata, più risulta vulnerabile a interventi esterni che si muovono come un elefante in una stanza di cristalli. Nelle campagne, lontano dalle piazze delle celebrazioni, questa dinamica è percepita con chiarezza. Qui la caduta del regime, dopo essere stata accolta con una comune e straordinaria euforia, resta una domanda aperta. I contadini parlano di prezzi, di acqua, di sicurezza. Le famiglie raccontano la fatica di mandare i figli a scuola quando lo spazio aereo non è mai del tutto neutro e il futuro resta opaco. > È una Siria che paga il prezzo di equilibri decisi altrove. Le celebrazioni, in questo contesto, assumono un doppio significato. All’interno segnano un passaggio di potere; all’esterno parlano a chi osserva la Siria come scacchiera regionale. Ma per molte comunità questo si traduce in una sensazione diffusa di marginalità e di abbandono. «Siamo passati dall’essere governati dall’interno a essere tirati da tutti i lati», mi dice un abitante della zona rurale. A rendere tutto più fragile è il vuoto lasciato dalla comunità internazionale. Le grandi dichiarazioni sulla transizione non si sono tradotte in una reale protezione dei civili, né in un quadro politico capace di limitare le interferenze esterne. In assenza di una pressione diplomatica efficace, attori regionali come Israele operano in uno spazio quasi privo di vincoli, mentre la popolazione resta intrappolata tra poteri che non controlla. La transizione siriana resta così sospesa: non solo per le sue fratture interne, ma perché la politica nazionale fatica a emergere come spazio autonomo, capace di rispondere ai bisogni della popolazione prima che agli interessi strategici altrui. Beit Jenn, casa distrutta da Israele ARTE, GIOVANI E SPAZI DI POSSIBILITÀ Tornando a Damasco, la città appare come un mosaico di tutte queste contraddizioni. Viva da lontano, fragilissima da vicino. I mercati sono pieni, le scuole riaperte, i bambini giocano sotto la pioggia senza ombrelli. Ma dietro questa vitalità si nasconde una realtà dura: stipendi insufficienti, giovani che sognano di partire, anziani che sopravvivono più che vivere. «Non vogliamo emigrare», mi dice un amico. «Ma non vogliamo restare così». > In questo spazio incerto, l’arte è diventata uno dei pochi luoghi di respiro > reale. Nei quartieri popolari, giovani musicisti, pittori e registi lavorano > in scantinati, case private, biblioteche dismesse. Non producono manifesti > ideologici, ma racconti di quartiere, frammenti di memoria, gesti di > normalità. Si tratta di spazi che resistono. Perché creare, oggi, significa aprire un dialogo che va oltre la polarizzazione. Significa immaginare un linguaggio comune dove la politica ha fallito. Laboratorio artistico La Siria che ho visto è divisa, ma non immobile. Vive nella testardaggine quotidiana dei suoi abitanti, nei giovani, nelle donne, nei bambini. Se esiste una possibilità di uscita dalla polarizzazione, passa da qui: dal sostegno alle nuove generazioni, agli spazi culturali, ai luoghi dove il dialogo è ancora possibile come fondamento della transizione. Forse la vera rivoluzione non è sui palchi delle celebrazioni, ma in questa normalità ostinata. Nel desiderio, semplice e radicale, di continuare a vivere – nonostante tutto. Ed è qui che la nostra missione «la Siria con gli occhi dei civili» prende forma. Una cooperazione dai civili per i civili. Immagini di copertina e nell’articolo di Giovanna Cavallo. In copertina le celebrazioni Damasco per anniversario caduta Assad SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità proviene da DINAMOpress.
Siria. Stallo nelle trattative e combattimenti tra FDS e qaedisti
Si avvicina la scadenza di fine anno, fissata per l’implementazione del cosiddetto “accordo del 10 marzo”, che prevede l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle strutture centrali delle autoproclamate autorità qaediste, eppure non sembra si vada verso passi risolutivi. Anzi, nei giorni scorsi vi sono stati pesanti scontri fra le […] L'articolo Siria. Stallo nelle trattative e combattimenti tra FDS e qaedisti su Contropiano.