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La campagna “siamo tutte Ypj” e le sfide dell’integrazione
Il 29gennaio è stato firmato un accordo tra l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est e il neonato governo di Damasco in seguito di scontri a fuoco. Il 25 agosto è stato annunciato lo scioglimento delle Forze democratiche siriane, ed è in corso un processo di integrazione nello stato siriano delle forze e delle istituzioni del confederalismo democratico. In questo momento delicato e complesso una delegazione di “Donne che tessono il futuro” ha raggiunto la Siria del nord per comprendere da vicino la situazione e portare solidarietà alle Ypj impegnate nel preservare le conquiste ottenute con la Rivoluzione in particolare per quanto riguarda l’autonomia e l’autodifesa delle donne. Il tema dell’integrazione è molto complesso, i negoziati sono ancora in corso ed è un processo che richiederà tempo. Con una compagna che ha preso parte alla delegazione abbiamo ragionato su quali sono le sfide che questo pone, in particolare per la tenuta delle istituzioni autonome delle donne. Un altro tema è quello dell’educazione e la forza delle idee che hanno tenuto in piedi la rivoluzione e come le compagne delle Ypj auspicano che possano essere motrici di un cambiamento culturale più ampio. Ascolta la diretta:
September 15, 2026
Radio Blackout - Info
“SIAMO TUTTE YPJ”, DELEGAZIONE IN ROJAVA DI DONNE CHE TESSONO IL FUTURO
Una delegazione del network internazionalista Women weaving the future, in italiano Donne che tessono il futuro, si è recata in Rojava, le aree a maggioranza curda della Siria settentrionale dove, dalla rivoluzione del 2012, in piena guerra civile siriana, dopo la cacciata dei militari del regime di Assad si è sviluppato l’autogoverno delle comuni e delle cooperative, nel quale le donne hanno avuto fin da subito un ruolo centrale. Oggi, quei territori nel cuore del Medio oriente, conosciuti in tutto il mondo per la sfida rivoluzionaria del Confederalismo democratico, attraversano un momento storico particolare: le istituzioni – civili e militari – dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (Daanes) stanno affrontando un processo di integrazione nello stato siriano in seguito all’accordo firmato dalle Forze democratiche siriane (Sdf) e dal governo di transizione di Damasco il 29 gennaio 2026 al termine di scontri armati che erano proseguiti per alcune settimane. Il 25 agosto 2026 è stato annunciato lo scioglimento delle Sdf e i loro combattenti sono stati integrati in 4 battaglioni dell’esercito siriano che difenderanno le aree a maggioranza curda, quindi il Rojava. Per quanto riguarda le Unità di protezione delle donne (Ypj), invece, il processo di integrazione non è ancora stato definito. Sono in corso negoziati a riguardo tra il governo di al-Sharaa e le Ypj, che sono una struttura autonoma rispetto alle Sdf. Per supportare la campagna “Siamo tutte Ypj”, che chiede il riconoscimento del diritto all’autodifesa delle donne da parte del governo di Damasco, la delegazione di “Donne che tessono il futuro” ha incontrato e intervistato la comandante delle Ypj Newroz Ahmed (riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervista). Su Radio Onda d’Urto è intervenuta Lara Torrisi, esponente della delegazione di Donne che tessono il futuro in Rojava. Ascolta o scarica.   Di seguito l’intervista alla comandante delle Ypj Newroz Ahmed realizzata dalla delegazione in Rojava di Donne che tessono il futuro: Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”.  Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il futuro nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Ahmed. È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta. Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia? Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente. La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società. Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito. Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno». Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società. Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito? Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli. Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini. Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere. Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne. E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish? Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne. Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”? Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti. Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali. Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale? Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti. Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione. Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente. Come continuerà, quindi, la vostra lotta? Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione. La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta.
September 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Le donne del Rojava che difendono la rivoluzione curda
Centinaia e centinaia di occhi sembrano guardarci. I martiri delle YPG e YPJ riposano in un enorme cimitero all’ingresso di Kobanê, una delle città-fortezza dei curdi della Siria del Nord-Est. Sulle lapidi, solo una foto: giovani uomini e donne, in divisa militare, posano per l’ultimo scatto. Dietro, il nome, e la data della loro scomparsa. Su alcune tombe al posto dei volti c’è un fiore rosso: sono i morti senza nome, i caduti per la libertà non identificati.  In alto, sventola la bandiera del Rojava, il progetto politico che ha fatto sognare giovani e meno giovani di tutto il mondo. Ma che d... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Le donne del Rojava che difendono la rivoluzione curda appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 13, 2026
L'INDIPENDENTE
“Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano
Nel Nord-Est della Siria, le Ypj affrontano una nuova fase politica dopo anni di guerra contro l’ISIS e di costruzione dell’Amministrazione autonoma. Il processo di integrazione con le nuove istituzioni siriane pone una questione centrale: quale spazio avranno le donne nella difesa, nella politica e nella società? La comandante Newroz Amed delle Ypj racconta le difficoltà del confronto con il governo di Damasco e rilancia la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”. Questa intervista è stata realizzata da una delegazione di Donne che tessono il futuro, nel corso di un incontro con la comandante delle Ypj Newroz Amed. È importante precisare che l’intervista è stata raccolta prima dell’ultimo incontro tra la delegazione delle forze dell’Amministrazione autonoma e il governo siriano. Nel frattempo, il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne e delle strutture di sicurezza all’interno del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa. Questo possibile accordo riguarda però la sicurezza e il Ministero dell’Interno e non la difesa militare. La questione dell’integrazione delle Ypj nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta. Perché sono state create le Ypj e perché oggi è così importante difendere la loro autonomia? Le Ypj sono nate dalla necessità di autodifesa. Prima ancora dell’Isis abbiamo subito attacchi da parte di Al-Qaeda e Al-Nusra e abbiamo compreso che, come donne, dovevamo poterci difendere autonomamente. La guerra ci ha insegnato molto. Abbiamo visto la distruzione, l’uccisione e la sofferenza delle donne e ci siamo chieste come fermare una mentalità fondata sulla violenza e sull’oppressione. La nostra esperienza ci ha portato a comprendere che la difesa non può essere separata dalla trasformazione della società. Oggi la nostra società vuole la pace. Dal 2011 abbiamo vissuto una guerra continua e abbiamo pagato un prezzo enorme, soprattutto tra bambini e donne. Ma la pace non può significare rinunciare a ciò che abbiamo costruito. Conosciamo la mentalità del nuovo governo e sappiamo come si è comportato nei confronti delle donne. Ci è stato detto chiaramente: «Tornate a casa, la difesa non è il vostro lavoro. Il governo e il suo esercito vi proteggeranno». Per noi questo significa tornare a una concezione in cui la donna deve occuparsi della casa e della famiglia, mentre la difesa viene affidata agli uomini. Per questo l’integrazione non può essere semplicemente una questione tecnica o militare. È una questione politica e riguarda il ruolo delle donne nella società. Il governo sostiene quindi che le donne non possano far parte dell’esercito Sì. Ci dicono che non è possibile. Sostengono che il corpo delle donne non sia adatto alla guerra, che una donna con dei figli non possa combattere e che, se venisse uccisa, i suoi figli rimarrebbero soli. Presentano questa posizione come una forma di protezione, ma in realtà significa dire alle donne di restare a casa. Secondo questa mentalità, la guerra e la difesa sono compiti degli uomini. Noi non accettiamo questa concezione. Per anni abbiamo partecipato alla guerra e difeso la società. Donne provenienti da Paesi diversi hanno scelto liberamente di partecipare alla lotta. È la donna che deve decidere della propria vita, non un governo che stabilisce per lei cosa può fare. Abbiamo partecipato alle discussioni ufficiali e siamo state molto chiare: vogliamo essere parte dell’esercito e vogliamo avere il diritto di decidere quale ruolo assumere. Alla fine, però, è stata chiusa la possibilità per le donne di entrare nell’esercito. Alcune possono eventualmente ricoprire incarichi individuali nel Ministero della Difesa, ma non è questo che chiediamo. Non lottiamo perché alcune donne possano ottenere un incarico: chiediamo il riconoscimento della presenza e dell’autonomia organizzativa delle donne. E nelle forze di sicurezza interna, le Asayish? Nelle Asayish le donne sono presenti, ma anche qui la loro esperienza e la loro volontà non vengono ancora pienamente riconosciute. Ufficialmente si parla di esperienza e curriculum come criteri per assegnare gli incarichi. In pratica, però, le posizioni di responsabilità sono affidate soprattutto agli uomini. Le donne sono presenti in alcune strutture, ma non vengono necessariamente coinvolte nelle operazioni sul campo, soprattutto quando si tratta di interventi nelle abitazioni o arresti. Anche questo non è accettabile. Non chiediamo semplicemente di essere ammesse perché siamo donne, chiediamo che le donne siano riconosciute su ogni fronte, comprese le posizioni di comando e direzione. Siamo in attesa di un incontro con il Ministero degli Interni per discutere queste questioni. Vogliamo capire quali condizioni sono disposti ad accettare e quali, invece, non siamo disposte ad accettare noi Per noi è fondamentale difendere l’autonomia delle donne, delle nostre forze e della nostra organizzazione. Dobbiamo poter continuare a esistere come forza organizzata per la difesa delle donne. Che cosa significa, in questo contesto, la campagna internazionale “Siamo tutte Ypj”? Le Ypj sono nate come forza di autodifesa delle donne, ma la loro esperienza non appartiene soltanto a una comunità. Da Kobanê a Şengal e in molti altri luoghi, donne diverse hanno partecipato alla lotta. Oggi possiamo dire che è diventata una lotta comune. La sconfitta dell’Isis è stata possibile anche grazie alla solidarietà e alla difesa internazionale. La mentalità dell’Isis non è rimasta confinata al Medio Oriente, ha avuto conseguenze anche in altre parti del mondo: per questo la lotta contro una concezione che nega la libertà delle donne riguarda tutte e tutti. Il XXI secolo dovrebbe essere il secolo delle donne, ma proprio per questo le forze che si oppongono alla loro libertà cercano di colpire questo processo. Il pericolo non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda l’Europa, l’America, l’Asia, l’Africa e tutta la società. Per questo diciamo che la nostra resistenza non è contro delle persone in quanto tali, ma contro una mentalità. Vogliamo dire: non potete cancellarci, non potete farci scomparire. Noi esistiamo e continueremo a esistere. “Siamo tutte Ypj” significa quindi difendere una concezione della società nella quale le donne possano partecipare alla vita politica, alla difesa, all’organizzazione sociale e ai processi decisionali. Quale responsabilità dovrebbe assumersi la comunità internazionale? Non è sufficiente guardare ciò che accade da lontano. Dopo anni di guerra abbiamo capito che la solidarietà deve tradursi in una responsabilità concreta. È importante sostenere chi continua a lottare e costruire forme di collaborazione durature. Vogliamo che le Ypj vengano riconosciute come un’esperienza che appartiene a tutte e tutti. Non è soltanto curda, non è soltanto siriana e non riguarda esclusivamente le donne. Riguarda tutta la società e tutti i popoli. Per questo vogliamo rafforzare l’organizzazione delle donne e sviluppare la collaborazione internazionale. Dobbiamo esercitare pressione sugli Stati e sulla comunità internazionale, non soltanto in Europa ma anche nei Paesi arabi e nelle altre realtà che hanno un ruolo nella regione. Dobbiamo inoltre guardare criticamente ai modelli che vengono presentati come esempi di emancipazione femminile. In alcuni Paesi vengono utilizzate singole donne in posizioni di visibilità per dimostrare quanto il sistema sarebbe aperto e avanzato. Ma dobbiamo chiederci che cosa c’è realmente dietro queste immagini. Il nostro paradigma pone la donna al centro e al fronte della trasformazione sociale. Chi si oppone a questo paradigma può cercare di utilizzare le donne come strumento per costruire un modello alternativo senza mettere realmente in discussione il sistema di potere. È un pericolo serio. In diverse rivoluzioni del passato è accaduto che un processo di trasformazione venisse progressivamente assorbito e neutralizzato dal sistema dominante. Dobbiamo evitare che accada nuovamente. Come continuerà, quindi, la vostra lotta? Siamo ancora in una fase di discussione. Non esiste un unico metodo di lotta e non possiamo pensare che basti una sola forma di resistenza. Abbiamo bisogno di molti strumenti e di molte modalità di collaborazione. La nostra lotta deve continuare sia sul terreno della sicurezza interna sia su quello della difesa. Allo stesso tempo dobbiamo rafforzare la pressione politica e internazionale e costruire una collaborazione sempre più ampia tra le organizzazioni delle donne. La questione fondamentale è non permettere che l’esperienza costruita dalle donne venga cancellata o assorbita. La nostra esperienza ci ha insegnato che la difesa delle donne non riguarda soltanto le donne. Riguarda la società nel suo insieme. Per questo chiediamo a chi condivide questi valori di assumersi una responsabilità concreta e di contribuire a rafforzare questa lotta. Immagine di copertina commons.wikimedia.org Immagine interna di Ypj Navenda Ragihandine L'articolo “Non potete cancellarci”: intervista alla comandante delle Ypj sull’integrazione nell’esercito siriano proviene da DINAMOpress.
September 11, 2026
DINAMOpress
Portavoce delle YPJ: La ricostruzione dell’esercito siriano deve coinvolgere le donne
Parlando del futuro delle YPJ nel contesto del processo di integrazione in corso con il governo provvisorio siriano, la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, ha affermato che la condizione più importante per le sue forze è preservare la propria “identità distinta” all’interno dell’esercito. Una delle questioni chiave nel processo di integrazione in corso tra il governo di Damasco e le Forze democratiche siriane (SDF) è l’integrazione delle Unità di protezione delle donne (YPJ/Yekîneyen Parastina Jin). Parlando ad Al-Hadath e Al-Arabiya la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, ha affermato che il governo siriano nutre “riserve” sulla presenza di unità militari femminili all’interno dell’esercito, descrivendo questo come uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un accordo sui termini dell’integrazione. Rûksen Mihemed ha affermato che la proposta di porre le unità femminili sotto il Ministero dell’Interno deve essere discussa, compresi il suo contenuto e i principi che la sottendono. Ha aggiunto che occorre anche valutare se l’affiliazione di tali unità al Ministero dell’Interno fosse appropriata. La ricostruzione dell’esercito deve coinvolgere le donne Rûksen Mihemed ha dichiarato: “La ricostruzione dell’esercito siriano deve avvenire con la partecipazione delle donne. Le unità delle YPJ hanno esperienza non solo nell’organizzazione, nell’addestramento e nelle operazioni militari, ma anche nella lotta contro l’ISIS e nella protezione delle donne, dei bambini e del territorio siriano”. Rûksen Mihemed ha affermato che anche loro considerano l’integrazione delle unità nell’esercito una questione di lotta, e ha sottolineato l’importanza che le donne abbiano un ruolo nella nuova istituzione militare e che partecipino alla costruzione dell’esercito in Siria e ai processi decisionali. “Le unità sono pronte a discutere tutte le proposte attraverso il dialogo e la negoziazione, ma si impegnano a rispettare una serie di condizioni. La più importante è che vengano integrate come un’unica unità, pur preservando la loro identità distinta all’interno dell’esercito”. Anche le donne devono essere al centro del processo decisionale Rûksen Mihemed ha affermato che questi dettagli costituiscono una parte importante dell’identità e della storia delle YPJ aggiungendo: “L’eredità di queste unità non si limita più alle donne siriane. Si è legata alla questione della difesa delle donne e dei loro diritti a livello internazionale, soprattutto perché queste unità sono state la prima forza armata interamente femminile a opporsi all’ISIS”. Rûksen Mihemed ha affermato che la partecipazione delle donne nel nuovo esercito siriano dovrebbe estendersi anche ai centri decisionali aggiungendo: “La presenza delle donne nelle istituzioni statali non dovrebbe essere meramente simbolica; al contrario, dovrebbero essere partner reali ed essenziali nella costruzione della nuova Siria”. Ha sottolineato che l’integrazione delle YPJ è strettamente legata al ruolo delle donne nello Stato siriano e nelle sue istituzioni, ribadendo che “il dialogo è il modo migliore per raggiungere risultati che siano utili alle donne, alla Siria e al popolo siriano”.   MA L'articolo Portavoce delle YPJ: La ricostruzione dell’esercito siriano deve coinvolgere le donne proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
Retekurdistan.it
YPJ: Salvaguarderemo le conquiste della Rivoluzione del 19 luglio
Le YPJ hanno affermato che la leadership delle donne è stata la chiave del successo della Rivoluzione del 19 luglio e che le Unità di protezione delle donne hanno costantemente dimostrato il loro ruolo indispensabile e il loro profondo valore sia nella difesa che nella società. Il Comando Generale delle Unità di protezione delle donne (YPJ) ha rilasciato una dichiarazione in occasione del 14° anniversario della Rivoluzione del 19 luglio nel Rojava. La dichiarazione delle YPJ include quanto segue: «La Rivoluzione del Rojava, iniziata il 19 luglio 2012, è stata presentata al mondo come una visione e una convinzione di vita libera. Durante gli anni che sono diventati noti come la Primavera dei Popoli, i regimi autoritari hanno risposto a ogni richiesta di diritti e libertà con repressione e violenza, cercando di sfruttare quei movimenti per i propri interessi.» Nel Rojava, tuttavia, le popolazioni della regione hanno compiuto una scelta che ha cambiato il loro destino. Ogni rivoluzione rivela la sua vera natura nel corso del suo svolgimento; una rivoluzione non è qualcosa che inizia da zero né qualcosa che finisce, bensì un processo continuo e duraturo. La Rivoluzione del Rojava nacque come risposta dei popoli liberi all’autoritarismo e al dominio, aprendo un nuovo capitolo della storia in nome della libertà dei popoli. Guidati dal popolo curdo e ispirati dalla filosofia della Nazione Democratica, i popoli della regione hanno dimostrato dal primo giorno della rivoluzione fino ad oggi, la capacità di difendere le proprie conquiste e di rimanere saldi di fronte a ogni sfida. Questa filosofia di una vita libera e uguale, con le donne in prima linea, è diventata un fondamento solido. Grazie alle sue idee e alla sua visione, il leader Apo (Abdullah Öcalan) ha unito i popoli della regione attorno al modello della modernità democratica e ha gettato le basi per un sistema di organizzazione sociale strettamente legato alla rivoluzione delle donne nel Rojava. Oggi, la Rivoluzione del Rojava entra nel suo quindicesimo anno, dopo quattordici anni di lotta ininterrotta. Nel quattordicesimo anniversario della Rivoluzione del 19 luglio, porgiamo le nostre congratulazioni al leader Apo, ai feriti della rivoluzione e a tutte le donne e i popoli che vi hanno preso parte. La sollevazione popolare contro il regime autoritario del partito Ba’ath ha segnato un nuovo inizio per la trasformazione della regione. Nel corso della storia, il popolo curdo ha sempre respinto le politiche nazionaliste di oppressione perseguite dagli stati. Si è opposto al regime ba’athista e in seguito ha resistito agli attacchi lanciati da gruppi armati contro la regione, riuscendo infine a costruire un proprio governo autonomo. Attraverso il modello della Nazione Democratica e il principio del diritto a una vita uguale, è stato creato uno spazio per tutti i popoli, compresi arabi, turkmeni, armeni, siriaci, assiri e chiunque viva nella regione. Di conseguenza, tutti questi popoli sono giunti a considerare la Rivoluzione del 19 luglio come la propria rivoluzione e come un cammino verso la libertà. Nonostante i calcoli delle potenze che ambivano al dominio nella regione, tali piani fallirono ripetutamente perché le donne e i popoli trovarono la loro libertà nel modello della Rivoluzione del Rojava. Ogni attacco contro la rivoluzione incontrò la resistenza popolare e i popoli liberi rimasero fermamente impegnati nella loro rivoluzione. Le Unità di Protezione Femminile sono sempre state la pietra angolare della salvaguardia e del sostegno della Rivoluzione del 19 luglio. Dalle prime linee della battaglia alla guida della società, hanno svolto un ruolo pionieristico con immensi sacrifici. Una delle caratteristiche distintive della storia della Rivoluzione del Rojava è stato il ruolo centrale delle donne, che ha reso la rivoluzione fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Questa realtà è innegabile. La leadership femminile è stata la chiave del successo della Rivoluzione del 19 luglio, e le Unità di Protezione Femminile hanno costantemente dimostrato il loro ruolo indispensabile e il loro profondo valore sia nella difesa che nella società. Grandi sacrifici sono stati compiuti per la libertà e la pace in una patria libera. Nel corso di quattordici anni di rivoluzione, ogni giorno è stato segnato dai sacrifici di bambini cresciuti in condizioni difficili. Le combattenti delle Unità di protezione delle donne (YPJ), delle Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno difeso la patria con tutte le loro forze, sacrificando la propria vita. Il nostro popolo continua a crescere i propri figli in circostanze difficili, ma senza esitazione li dedica alla difesa della patria e alla dignità dell’umanità. I nostri amati figli e figlie hanno dato la vita per la libertà del loro popolo e per la dignità dell’umanità. Per questo motivo, la Rivoluzione del 19 luglio è unica e diversa da qualsiasi altra rivoluzione al mondo. Preserveremo per sempre l’eredità che ci è stata affidata dai nostri martiri. Ricordiamo ancora una volta i martiri Berîvan, Devrim, Slava, Kelhat, Arîn, Ziyad, Sîdar, Şîlan, Denîz, Raman e Koçerîn, insieme a tutti i martiri della rivoluzione, e rinnoviamo il nostro impegno a proseguire sulla via della libertà. Con lo stesso spirito e la stessa determinazione che hanno caratterizzato il primo giorno della rivoluzione, ne salvaguarderemo le conquiste e daremo continuità alla Rivoluzione delle Donne. L'articolo YPJ: Salvaguarderemo le conquiste della Rivoluzione del 19 luglio proviene da Retekurdistan.it.
July 19, 2026
Retekurdistan.it
[Kilame Azadî] Kilame Azadî-Il canto della libertà
Nella puntata odierna si riceveranno testimonianze dirette dalla parte turca e irachena del Kurdistan. Aggiornamenti sulle vicende del popolo Yezida nel Kurdistan d'Iraq, le repressioni del regime iraniano contro la popolazione, le numerose critiche giunte dalle minoranze rispetto alle recenti elezioni in Turchia e sulla campagne We Are All YPJ.
June 4, 2026
Radio Onda Rossa
ROJAVA: COSA PREVEDE IL CESSATE IL FUOCO TRA AMMINISTRAZIONE AUTONOMA E DAMASCO? COME CI SI È ARRIVATI?
Oggi, lunedì 2 febbraio 2026, in Siria sono stati compiuti i primi passi per implementare sul terreno l’accordo di cessate il fuoco annunciato nei giorni scorsi dal cosiddetto governo di transizione di Damasco e dall’Amministrazione autonoma del Rojava. L’intesa è stata raggiunta dopo un mese di offensiva su larga scala da parte delle milizie di Al Jolani e di resistenza da parte delle Forze Democratiche Siriane. L’accordo prevede un cessate il fuoco permanente, con l’allontanamento di entrambi gli eserciti dalla linea del fronte, e una road map per l’integrazione delle strutture militari e civili costruite dalla rivoluzione confederale all’interno dello stato siriano. Secondo il testo, le Forze democratiche siriane verrano integrate dal Ministero della Difesa siriano in blocco, come brigate che si occuperanno della difesa del cantone di Cizire (Heseke, Qamishlo, Derik) e del cantone dell’Eufrate, quello di Kobane. Anche le Ypj, le Unità di protezione delle donne, non dovranno sciogliersi, anche se su questo punto le trattative sulle modalità di integrazione sono ancora in corso. Le Forze democratiche siriane non potranno entrare nelle città di Heseke e Qamishlo, ma dovranno limitarsi alle basi fuori città. Così come non vi potranno entrare le truppe di Al Jolani/Al Sharaa. La sicurezza interna delle città sarà garantita dalle forze di sicurezza interna dell’Amministrazione autonoma (Asayish), che verranno integrate dal Ministero dell’Interno di Damasco. Sul piano civile l’intesa prevede il passaggio della gestione di alcune infrastrutture (come i pozzi petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo) e dei confini (Semalka, con la regione del Kurdistan in Iraq, e Nusaybin, con lo stato turco) a Damasco, con il mantenimento dei funzionari e dipendenti dell’Ammministrazione autonoma, cui verrà garantito il mantenimento del posto di lavoro. Le istituzioni dell’autogoverno, organizzate da 14 anni secondo il modello del confederalismo democratico, non verranno sciolte e continueranno a svolgere le loro funzioni. In base all’accordo, inoltre, i diplomi e i certificati rilasciati dalle istituzioni educative dell’Amministrazione autonoma saranno riconosciuti dal governo centrale. In questa cornice oggi, lunedì 2 febbraio, un primo contingente di truppe del cosiddetto governo di transizione siriano è entrato – in maniera simbolica e sotto la supervisione delle Forze democratiche siriane – nella grande città di Heseke. Il centinaio di uomini di Damasco, spiegano le Forze democratiche siriane, se ne andranno non appena avranno portato a termine il proprio incarico di supervisione delle prime fasi dell’accordo. Lo stesso dovrebbe accadere domani a Qamishlo. “A questo accordo si è arrivati con la Resistenza. Per un anno Al Jolani ha cercato di imporre una debacle totale alle conquiste della rivoluzione. La resistenza sul terreno e la mobilitazione generale, in Kurdistan e in Europa, di queste settimane hanno fatto capire al regime e i suoi padrini occidentali che non avrebbe conquistato le regioni a maggioranza curda con la stessa facilità con cui ha preso le regioni a maggioranza araba del sud dell’Amministrazione autonoma”, commenta Mattia Berera, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Ovviamente è un compromesso: oggi la rivoluzione è abbastanza forte da non accettare meno di questo, ma non è abbastanza forte da ottenere di più”, aggiunge Berera. “Il fatto che l’accordo venga implementato e rispettato è tutto da vedere, perché è stato stipulato con un nemico tra i più feroci. Non è detto che lo stato siriano mantenga la parola data. L’unica garanzia sono la mobilitazione generale della società del Rojava e la Resistenza“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica.
February 2, 2026
Radio Onda d`Urto